PRIMA PARTE
Il brusio
Che problema c’è?
«Più d’una volta.»
Il tono divertito, arrogante con una punta di paternalismo, come si addice a chi in quella serata sta pagando tutto: le birre, le linguine con l’astice, il soufflé di spinaci, le tonnellate di pizza mezza masticata e buttata per terra, il sasso di cocaina di almeno quindici grammi che i sottoposti guardano con golosità – sasso totem, che quasi dispiacerà di polverizzare come dispiace di intaccare un dolce meravigliosamente decorato. L’appartamento si allarga per oltre duecento metri quadri e dà un’impressione di lusso, pur essendo un alloggio dell’Istituto Case Popolari col fitto bloccato a settanta euro al mese. Così spiega Gianfranco, il padrone di casa e della festa, mostrando orgoglioso le nicchie e i tripli bagni; ha semplicemente abbattuto due pareti divisorie e raggruppato tre unità abitative, liquidando con poche migliaia di euro gli intestatari precedenti; l’Istituto non si è mai occupato della cosa, le cedole di pagamento continuano regolari: trentacinque euro per i due appartamenti che risultano affittati e niente per il terzo, evidentemente sfuggito all’inventario.
Lo spiega al professore, perché gli altri fanno troppo casino e comunque la storia la conoscono già; al povero professore che gli ha rivolto la domanda autolesionista («t’è già capitato di scopare Marcello?») e che ora sta smaltendo a fatica quella risposta potente. La tavola viene sparecchiata in fretta. Grande la casa, con cornici e intonaci costosi, ma anche mobili di cattivo gusto e i libri fortuiti che uno si aspetta (Cuori neri, Tolkien, il manuale di cucina della Clerici, un saggio sugli angeli). La via con un nome di pittore che tutti lì storpiano, e per arrivarci una rete di svincoli, una colata di fari come se la sola speranza fosse nella fuga; insegne sorprendenti di negozi (“Non solo orli”, “Il terrore del capello”) e la serra di vetro della Mercedes Benz dietro uno slargo di platani, prima di una chiesa semplicissima con la madonna di gesso sul rosone tondo, e forsythie e cemento scrostato su cui qualcuno ha scritto “smarrita barboncina color sciampagne a chi la ritrova ricca ricompensa”, mentre un’altra mano ha aggiunto “non solo economica”. Il professore attende che cominci il rito, sa che la sua maledetta prudenza lo indurrà come al solito ad accontentarsi di una miserabile striscia. Ma c’è un balsamo per sua fortuna, una sottile rivincita: andando verso il balcone, Gianfranco sculaccia allegramente i glutei in evidenza di Marcello. Data la presenza delle rispettive mogli, non potrebbe spingersi più in là; così il professore può tranquillizzarsi, “quel che per lui è un’una tantum, per me è un’abitudine acquisita”.
Sì, Gianfranco ha una moglie, una bella ragazza riccia e in carne, non tanto alta e dai fianchi forti; attualmente incinta, il che Gianfranco presenta come un trionfo personale. Le donne stanno in camera da letto, ma lui le convoca e insiste che Sabrina racconti la brutta gravidanza: le nausee, le voglie improvvise alle due di notte, le gambe gonfie già alla diciottesima settimana, le caldane e gli svenimenti, il vomito sulle scarpe Paciotti. Il dettaglio che vanta soprattutto sono le tette di Sabrina («co’ quello che me so’ costate»), inturgidite ora dallo stato particolare ma siliconate in precedenza dal chirurgo, che da una terza scarsa ha ottenuto una quarta abbondante. Gliele fa appoggiare sul tavolo, in modo che si vedano tremolare come un crème caramel, e pretende che Alessio le tocchi, tra gli sfottò e gli evviva. Alessio è un ragazzo di ventiquattro anni, timido, che sta cercando di modificare in palestra una struttura un po’ gracile, e che al colmo dell’imbarazzo si rifugia in bagno. Le donne si ritirano, irritate con se stesse per non aver saputo ribellarsi. Gianfranco d’impulso si alza e va anche lui verso il bagno («famme controllà ’sto schizofrenico, nun se sa mai»); tornano insieme, Gianfranco che smucina ancora intorno alla zip dei pantaloni. (Marcello darà poi, al professore perplesso, alcune informazioni essenziali: Alessio è passivo, lo prende in culo da Gianfranco anche se all’inizio non ci riusciva perché Gianfranco ce l’ha molto grosso, curvo e grosso; ora però si è abituato, solo che è geloso, «je pija male quando Giàn fa ’o stronzo, se stranisce, piagne pure, vorebbe ch’oo bacia su la bocca… me sa che sta a diventà frocio».)
Al tavolo sono cominciati i tiri, coi post-it arrotolati a fare da cannuccia; ma Gianfranco ostentatamente si astiene, sbeffeggia gli altri parodiandoli perché sono poco lucidi e ne approfitta per vincere a briscola. Tra i partecipanti al rito c’è un poliziotto, tenuto in una certa considerazione perché ogni tanto ricicla la cocaina dei sequestri; a lui più che agli altri si rivolge Gianfranco, prima discutono di un Porsche sottocosto poi ridono sulle puttane che ti vogliono fare per forza una pompa se non le schedi, è troppo facile, «a ’sto punto ciavrei ’o sfizio de ’na vergine»; «seh, a trovalle… ormai c’è solo via dell’Acqua Vergine ma è peggio che andà de notte, perché lì ce stazionano ’e nigeriane… co’ quelle te becchi l’AIDS in un nanosecondo». Il poliziotto si lamenta della moglie rompicazzi, che glieli fracassa con le paranoie sui superiori e sul licenziamento. Gianfranco lo consola, rompere i coglioni è la funzione delle mogli, sono state create da Dio per questo; «pure Sabri mo’ cià ’a scusa da’a bambina, però cor fatto che je pijano ’e crisi de panico io ’ndo sto sto, devo tornà a casa immediatamente, da Lavinio, da Caserta, da Milano, sempre ar servizio suo, pronti, vorebbe lei, ma sticazzi, quando posso, altrimenti sa’a sbriga co’ mi’ zia… oh le donne i fiji l’hanno fatti da secoli e secoli e nun ce so’ mai stati problemi». La domenica per esempio lui deve andare con la squadra di tiro con l’arco, spesso sono in trasferta, l’arco è stata la sua passione da quando era adolescente; poi è subentrata l’aniridia parziale che l’ha colpito all’occhio sinistro, pare che in Russia adesso possono operare, «e comunque po’o sport mio er sinistro ’o devo tené chiuso».
Fa parte degli Arcieri della Torre, che hanno la loro sede in via degli Aironi, a Torre Spaccata; lui gareggia con l’arco nudo, cioè col poggia-freccia e l’ammortizzatore ma senza mirino e senza carrucola; gli antichi gallesi potevano trapassare col loro arco una porta di quercia dello spessore di sei centimetri. I sottoposti lo ascoltano sbruffando d’ammirazione ogni tanto per onor di firma, ormai persi nel balbettamento della coca; all’espressione “arco nudo” c’è stata qualche battuta sporadica, che non esclude anzi accentua la sudditanza. Poi Gianfranco va a prendere l’attrezzatura, tutta quanta fino al paradita di cuoio, vuole che apprezzino il riser in lega d’alluminio con disegno personalizzato. Ma loro ormai hanno paura di ogni sporgenza e di ogni corpo estraneo che invada lo spazio, cercano riparo e tregua («tiramo pure noi, no?») in un ennesimo invito a pippare in compagnia; ma Gianfranco declina ancora, e mentre dice «nun me fa effetto, ce so’ cresciuto in mezzo» non riesce a nascondere un tono di superiorità assoluta.
La gravidanza di Sabrina procede tra molti pericoli, molte litigate e poca pazienza. Gianfranco lavora da qualche mese con un broker di nuova generazione, uno di quelli bravissimi a fissare i prezzi ma che non vogliono sporcarsi le mani con la polvere e grazie al fatto che conoscono quattro lingue sono esentati dal garantire la qualità della merce; loro garantiscono soltanto a parole, come se le sostituzioni non fossero possibili fino all’ultimo momento. Sabrina quando non era incinta la roba la provava lei, aveva una sensibilità straordinaria; l’ultimo viaggio lo hanno fatto in Colombia e la bambina forse è stata concepita proprio a Bogotá, in una stanza con vista su una specie di Colosseo (in realtà Plaza de Toros). Ora la cocaina la prova Alessio, che sbarra gli occhi quando è molto forte, dice cinque o sei volte «porcoddio» in cadenza sempre più rapida e vuole subito il cazzo di Gianfranco in bocca; quando è leggera, invece, fa una smorfia piagnucolosa come se fosse colpa sua, e trova giustificazioni che fanno incazzare Gianfranco enormemente («ma che ne sai ’ndo l’hanno rovinata? ma che sei, negro pure te?»). Sabrina sopporta male la presenza di Alessio in casa, anche se questi cerca di essere molto discreto e tiene sempre per lei nei conflitti con Gianfranco. Che è assiduo, ci mette buona volontà, recita il buon padre proiettandosi nel futuro e acquistando per la bambina giocattoli che non potrà usare prima dei tre anni, ma scivola in lapsus micidiali: alla ASL non ricorda il cognome della moglie, compra le confezioni per single al supermercato, la chiama sul fisso di casa chiedendole se sta ancora al negozio. «A Già, fai pace cor cervello» gli risponde lei dura, sicura nel suo ruolo di gestante e già convinta che il parto la renderà autonoma.
Ma tutto precipita in una notte, un sabato notte: Gianfranco sta a Velletri per una gara regionale della Fitarco, Sabrina alla ventiseiesima settimana viene ricoverata d’urgenza. Alessio s’era fissato sulla vacanza perfetta e aveva piantato la tigna che lui non telefonasse a casa in quei due giorni, ma Gianfranco si infuria che non l’abbiano chiamato loro. «Torno la domenica e mia moglie non l’ho trovata… mio cognato mi fa Sabrina sta al Pertini, gli ho detto scusate, io ciò il cellulare, a lei j’ho regalato un Samsung co’ tutte le funzioni de ’sto mondo… mia moglie cià il parto aperto di quattro centimetri e io so’ l’ultimo a saperlo?» Corre all’ospedale, la neonata è prematura ma non si trova un’incubatrice libera; con tutto il suo denaro, Gianfranco annaspa nell’ignoranza dei sottoproletari, insulta tutta la corsia ma non arriva a soluzioni. Alla fine si reperisce un’incubatrice a Viterbo; per dieci giorni Gianfranco non si stacca di là, tempestato da squilli al soccorso di tossici in astinenza, decine di vaffanculo all’ora; perde anche un affare importante, il broker gli grida che l’occasione è irripetibile e che una partita di birmana a quella cifra farà la fortuna della concorrenza. Quello che importa, adesso, è capire se i piccoli polmoni funzionano, se l’apparato digerente è a posto, se la valvola mitralica ce la fa a regolarizzarsi. All’undicesimo giorno la bambina muore, avendo appena ricevuto il nome di Barbara.
Quando si reca all’obitorio per il riconoscimento legale, è Alessio che lo accompagna. «Il portantino lì dell’obitorio ciaveva un asciugamano arrotolato… ha preso st’asciugamano l’ha messo sul tavolo e l’ha srotolato come se fosse ’n oggetto, ’na pezza de stoffa… quando ha finito de srotolà io ho visto la regazzina, nun so’ riuscito a dì manco ’na parola… ho visto il gesto di quella persona con mi’ fija, loro saranno abituati ma io no, quella cosa m’ha fatto cambià all’improvviso.» Così Gianfranco racconta a Marcello, che è andato lì per la solita dose e che durante la lunga assenza s’è dovuto arrangiare con degli albanesi; «ma sei sempre te il mio datore preferito». Marcello sta per istinto dalla parte dei vincitori, ora che stringe il sacchettino tra le dita ha tutto il tempo per ascoltare Gianfranco, per alternare i suoi «te capisco» e «ma scherzi, oh?». «Sabrina l’ho mandata via, s’è fatta le sue valigie e è tornata dai suoi… soffrirà pure lei, nun dico de no, ma io nun la potevo più vedé qua, penso come che lei l’ha fatto apposta de partorì ’na bambina morta… ’o so che nun è vero, mica so’ scemo, ma nun me so’ sentito ripagato… io me so’ sagrificato pe’ sette mesi, nun ho toccato n’altra donna e all’ultimo ecco er risultato… che lei manco m’è mai piaciuta tanto, se l’ho sposata è stato perché ciavevo dei buffi co’ mi’ socero, è stato lui che m’ha fatto decollà col bìsnes, che ho potuto fà i primi investimenti… ma lei pure, affetto poco, pochissimo, in negozio era tutta caruccia coi clienti e a casa un grugno… pe’ faje fà er dovere suo certe volte l’ho dovuta pure menà.»
Marcello ride, pensa di sfruttare l’intimità che si è creata per ottenere (come tante altre volte) la coca gratis; invece di tirar fuori i soldi comincia a sfilarsi i pantaloni, ma Gianfranco lo blocca: «si ta’a vòi pippà a casa ma’a paghi, se no so’ cambiate le regole, mo’». Gianfranco apre un sacchetto, prepara due enormi striscioni e vuole che Marcello se li faccia lì subito, in sua presenza; poi sbriciola una pasticca azzurra di Viagra e la mescola in un bicchier d’acqua con un po’ di zucchero e qualche goccia di un liquido oleoso. «Me fate schifo», gira intorno al tavolo e non sembra più lui, «pure quell’altra mezza donna che all’obitorio s’è messo a vomità.» Prende una sigaretta, la umidifica con le labbra, la impana nella cocaina e l’accende. Si siede a fumare in poltrona e intanto ordina a Marcello di spogliarsi nudo e di assumere pose ridicole. Gli introduce due, tre dita, Marcello stringe i denti. Poi cominciano le botte pesanti, gli schiaffi, i pugni; la miscela ha fatto effetto e Gianfranco si scatena come una bestia. Le vecchie posizioni, che permettevano a Marcello di riceverlo senza dolore, sembrano non attirarlo più: lo incastra con la testa sotto il divano, lo calcia sulle costole – «te sei ’na roccia» gli sbava all’orecchio, e gli strofina la barba sui dorsali e gli morde la nuca e «sì» rantola anche Marcello e gli sembra d’essere in palestra con un amico vero e arrivano quasi insieme all’orgasmo. «Ciavevi bisogno de sfogà tutta la cattiveria… domani te senti mejo, vedrai» dice Marcello sistemandosi il perizoma.
E invece no, Gianfranco non si sente meglio per niente; ha bisogno che tutto vada a rotoli, come sta andando a rotoli la sua vita. Da ogni parte gli arrivano conferme che l’universo è una bolgia insensata («si c’era ’n Dio nun stavamo messi così»), un ammasso confuso di materia; come il cadavere di sua figlia, che lui immagina buttato nella spazzatura. I primi infami sono proprio quelli che ora gli manifestano più affetto, cioè i cocainomani che si servono da lui: «te trattano bene pe’ avé il pezzo, poi quando ce l’hanno nun je ne frega più niente de te». E allora lui vuole vendicarsi, ma siccome è una persona intelligente, che a causa della sua intelligenza è salito fin dove è salito, si vendica in modi subdoli e complicati. Usando la generosità, per esempio. Ci sono dei pesci piccoli che si riforniscono da lui, e a cui fin dall’inizio ha fatto un discorso molto chiaro: «si vai a bottega la famija tua è garantita, te nun me denunci e io t’aiuto, pe’ l’avvocato pe’ la scola dei pupi pe’ tutto, nun te devi preoccupà, ma si vai sotto perché nun te pagano, quelli so’ cazzi esclusivamente tua». Fabietto, un benzinaro del Trullo che spaccia per arrotondare, siccome che consuma pure, non riesce mai a stare al passo coi pagamenti; si è sposato da poco, chiede dilazioni e sconti. Con un atto di magnanimità improvvisa, Gianfranco non solo gli abbuona tutto il debito ma gli concede un prestito senza interessi per acquistare in società la pompa di benzina in cui lavora; si gode per un po’ la gratitudine del beneficato («sei un grande, m’hai salvato la vita»), gli regala un pugnale del Duce e il BMW modificato che lui non guida più. Poi assiste, da spettatore asettico, all’inevitabile disastro: Fabio che si lascia andare alla bella vita, coca troie cavalli (qualche indirizzo gliel’ha passato Gianfranco, distrattamente), rispetta sempre meno i turni al distributore, alla fine è costretto a vendere la propria quota al socio ma i soldi che ne ricava sono già tutti impegnati per ripianare i buffi; non si adatta più a un lavoro umile sicché al primo furto da rampichino in un superattico trova di sotto gli agenti, avvisati dai vicini di casa, che se lo bevono. Il fatto che, in un’ansa del percorso, Gianfranco sia anche riuscito a scoparsi la moglie di Fabietto, è solo un piacevole corollario.
Gianfranco in un anno e mezzo è invecchiato di dieci, è dimagrito come se covasse qualche malattia, gli sono caduti molti capelli e si nota perché ha preso l’abitudine di tenere la testa bassa, con uno sguardo in tralice da sotto in su più penetrante del solito. La cocaina gli procura ronzii alle orecchie e gli fa tremare le mani, alle ultime due gare i suoi centri sono stati così scarsi che l’allenatore l’ha escluso dalla squadra di tiro con l’arco; non ci dà peso, sono altri i bersagli a cui mira, adesso. È diventato più brutto ma le donne non gli mancano, anzi: si compiace proprio delle più difficili, le altolocate fregna d’oro che gli parlano del loro psicanalista («altro che lettino, quando cianno er naso bianco so’ tutte delle acrobate»). Di Sabrina non vuol sapere più niente, anche se i parenti di lei lo assillano «riprova», «riprovate». Organizza orge di donne uomini e trans, al puro scopo di dimostrare che nel sesso non ci sono confini e che si tratta solo di aritmetica («una più uno, più una e mezzo») – troppo frequentemente la sua erezione è difettosa. I veri nemici, quelli che vuole distruggere, sono i culturisti coi loro quintali di muscoli; vuole smascherare la debolezza che si nasconde sotto la forza apparente.
«T’aspettano pure per delle ore si je dici d’aspettà, li tratti male e nun reagiscono perché hanno paura de perdere la biada… io tante volte la roba ce l’ho già in casa ma faccio finta che la devo recuperà pe’ prolungaje er ròsico… nun cianno più orgoglio, più dignità, più niente, so’ l’ultimo anello della catena alimentare… si te te consideri ’no straccio io allora te tratto da straccio… più li fai umilià e più je fai piacere.» Li sottopone a qualunque performance, in parte anche per accontentare il voyeurismo di Alessio (che sta mettendo insieme uno sconvolgente archivio fotografico); a loro non importa se li si fotografa o no, e in che situazione, si illudono che il massaggio là in fondo gli eviti il tumore alla prostata; tanto le loro mogli o amanti sono al corrente e considerano il tutto una conseguenza della droga («molte vigliacche ce campano sur culo dei mariti»). Con Marcello è diverso, Marcello è un amico e la moglie è ingenua; anzi, sta minacciando di lasciarlo («te pensi che pure io e te un giorno nun famo ’sta fine?») – per questo è meglio invitarlo di rado e insistere che rallenti un po’ il ritmo, che ceni con lei e non stia sempre encefalitico, «lo dico contro il mio interesse». «Lui non fa parte dei miei esperimenti scientifici» ha dichiarato una sera Gianfranco al professore.
La freddezza ecumenica di Gianfranco è un afrodisiaco aggiuntivo per Alessio, che è sempre rimasto chiuso nel proprio stitico orticello gay. Proiettarsi un Gianfranco cinico, dominatore di maschi e femmine, senza un’increspatura sentimentale, titilla le sue zone erogene di paraculetto occhialuto. Molto significativo a questo proposito è stato l’episodio dei cani. Un canile finanziato da iniziative benefiche di destra, con una decina di animali addestrati per la pet-therapy; i cani sono morti tutti avvelenati, una bella mattina ce n’era uno solo ancora vivo, che stava finendo di agonizzare. Alessio ha lasciato trasparire il sospetto che ad avvelenarli fosse stato proprio Gianfranco, perché geloso del tempo che Alessio dedicava al canile; a Gianfranco la voce non è arrivata e secondo Marcello per Alessio è stato meglio così («si viene a sapé ’na cosa del genere l’ammazza»). In realtà, ad avvelenare i cani è stato proprio Alessio, perché la calunnia ai suoi occhi è un mezzo per innalzarsi e rendersi degno di ciò che immagina che Gianfranco sia; o anche per provocare a se stesso una sofferenza fantasma, e perché con un alano aveva organizzato giochi che l’ossessionavano la notte.
Alla fine Sabrina è ritornata a casa, Gianfranco si è convinto che solo con lei riesce a darsi una regolata; altrimenti esagerava, era arrivato a dieci grammi e a delle porcate che è meglio non pensarci, da farsi pure male e soprattutto da far male agli altri inutilmente, perché a sporcare di merda chi ammette di essere già una merda non c’è nemmeno gusto. Con lei sono tornati gli orari di pranzo e di cena, i sabati al supermercato, la cucina in ordine. Si vede che lei è una specie di macchina riproduttiva, che i fratelli la potevano brevettare col certificato, perché appena ha ripreso a scopare le è saltato il ciclo e sta incinta un’altra volta; Gianfranco non aveva ancora pensato se era il caso di prendere precauzioni o no, non poteva supporre una tale velocità di esecuzione («senza manco spojasse, ahó, come si teneva er forno già caldo»). Non è scontento, comunque, gli piace quando la vita bussa e stare all’altezza delle responsabilità; ha deciso immediatamente di sospendere l’uso di qualunque sostanza, lo deve al piccolo che stavolta sarà un maschio. Le sue conversioni sono sempre state radicali: ha fretta di recuperare il terreno perduto sul piano del commercio, far capire all’ambiente, soprattutto a chi sta in alto, che è di nuovo pronto alle sfide – c’è il mercato degli studenti che è una prospettiva per il futuro, mica i soliti coatti. Affronta volentieri sacrifici per la famiglia, e per la moglie che pure non ama («però la rispetto perché attenzione, te viene più naturale trattenerti quando c’è il rispetto che quando sei innamorato»). «Adesso la sera ciò ’e catene, come in montagna co’ ’a neve» scherza, «solo che nun c’è ’a neve, mannaggia.»
Il padre di Gianfranco possedeva una ditta di mobili, sicché lui dell’infanzia ha bei ricordi, di regali, non gli mancava niente prima che il padre si rovinasse fumando cocaina: s’è venduto tutto il magazzino perché a fumarla te ne serve tantissima – Gianfranco odia ancora i cristalli che giravano per casa. Ma anche dopo esser diventato povero il padre ha continuato a comandare («riusciva a feritte co’ poco»), sembrava che lui era sempre il massimo e i figli non erano niente. «Mica che nun ce voleva bene, anzi, me faceva come Fonzi...