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Lui uscì dalla grande piscina dell’agriturismo e tornò a spaparacchiarsi sulla sua sdraio sotto la frasca di ulivi, dopo aver salito a passi rapidi, per non scottarsi i piedi, la scaletta di pietra che conduce al ripiano erboso. Si sdraiò, gustandosi un misto di stanchezza e felicità.
Il suo anno solare personale terminava il 15 agosto. Odiava l’estate, che dai primi di giugno incominciava ad ardere e a rendergli le giornate oppressive e le nottate asfissianti e sudaticce. Passato Ferragosto, la smetteva di bubare contro il caldo, dicendosi che il peggio era ormai passato e che all’estate indiana mancava ancora poco, per poi morire nel mite e affettuoso arrivo del suo amato autunno.
Il Tuscan resort, come si definiva dopo la ristrutturazione generale, si trovava a seicento metri di altitudine sulle colline senesi. Il resto della clientela, perlopiù olandese, tedesca e pochi svizzeri, questi ultimi riconoscibili dal tipico dialetto, era tranquilla, e soprattutto discreta. Neanche un italiano… Campagna, che schifo! Meglio così, si disse. Statevene al mare ad arrostire sui lettini, a giocare a racchettoni sulla battigia e a sudarvi addosso, mentre io mi godo questo pezzo di paradiso!
Il caldo era torrido, ma l’aria si muoveva, pochissima umidità in giro, e la notte si dormiva che era una bellezza, sotto un lenzuolino che non era superfluo.
Una folata di venticello acidulo gli fece venire una piacevole e tremolante pelle d’oca sul corpo bagnato. L’afa romana era stata particolarmente inclemente, ed era ben contento di essersene sbarazzato.
Stava lì da tre giorni. Da solo. Contrariamente a quanto aveva temuto, non si stava annoiando per niente. Giornate frenetiche! Ronfava fino a mezzogiorno, per poi alternare nuotate pigre e tuffi, inframmezzati da sedute di lettura intensiva. In città non trovava mai il tempo per leggere, perlomeno narrativa. Si rifaceva durante le vacanze. Durante l’anno, andava con regolarità in libreria, dove curiosava tra le novità editoriali, comprava qualche libro, che a casa impilava su un tavolino di vimini, per poi infilarli in valigia quando partiva: Natale, Pasqua, estate, ma anche per i suoi frequenti spostamenti in treno o in aereo.
A fine pomeriggio, per soprammercato, riusciva a sentirsi stanco! Una stanchezza pigra e compiaciuta.
La sera, una buona cena toscana generosamente annaffiata di Chianti, un giretto sotto gli alberi fumando l’ultima sigaretta, poi in stanza, dove leggeva un altro po’, guardandosi bene dall’accendere il piccolo televisore, dopodiché riusciva a prendere sonno abbastanza facilmente. Ormai incurante degli incubi che lo avrebbero assalito con puntualità.
Lo stress stava incominciando a sciogliersi, i muscoli a decontrarsi, le ossa a dolergli di meno. La canicola lo irrigidiva, al punto che quando scendeva le scale doveva stare attento a dove metteva i piedi. Eh! Non era più un ragazzino…
Aveva prenotato per due settimane, fino al 10 settembre. Poi? Tutto ancora da decidere, architettare, osare…
Era la prima volta in vita sua che faceva una vacanza privo di compagnia. Doveva fare il punto, evitare di lasciarsi andare a sdrucciolamenti depressivi, prepararsi per un energico colpo di reni e ripartire in quarta, come sempre aveva saputo fare. Ma lasciarsi alle spalle una prima parte di vita non era semplice. Per ora, meglio pensare ad altro.
Vide uscire dall’acqua la ragazza ‒ sulla trentina e qualcosa, si disse ‒ che lo aveva già incuriosito il giorno prima. Una sventola da paura, avrebbero commentato i suoi studenti.
Anche lei sembrava solitaria. Strano… appariva ben decisa a starsene solinga, anche lei con un libro accanto a sé. Non rischiava molto di essere infastidita, del resto. I villeggianti maschi erano tutti bravi papà con mogli e progenie al seguito. Avrà scelto questo posto proprio nell’idea di essere lasciata in pace, si disse.
Lei e lui erano gli unici due single della popolazione locale. Lei aveva notato lui? Se sì, non lo dava per niente a vedere.
Lui era scoppiato da tempo, ma in quel momento della sua esistenza si diceva che fidanzarsi era di certo l’ultimissima delle sue aspirazioni. Si impose di non guardarla e si ripromise di evitarla in tutti i modi i giorni seguenti.
Ma fu più forte di lui. Rimise a fuoco con discrezione la tizia. Anche da lontano, appariva di una bellezza luminosa. E se fosse ripartita l’indomani? Magari lei si annoiava… La prospettiva lo rabbuiò. Eccolo là, pensò dentro di sé.
Non era per nulla un donnaiolo, ma – come dire? – era sempre estremamente sensibile al fascino muliebre. Alla sua età, gli sarebbe tanto piaciuto fare lo sciupafemmine, ma non ne era capace. Si innamorava ogni volta. Non che necessariamente perdesse la testa, ma non riusciva mai a «non coinvolgersi». Una botta e via non faceva per il sensibilone che era, anche se gli era capitato più volte. Per qualche motivo, a lui incomprensibile, continuava a piacere a fanciulle molto giovani e più che ben fatte, e si diceva di godersi la vita e non farsi mancare nulla. Per poi ritrovarsi a leccarsi le ferite.
Da quella ragazza, anche in lontananza, emanava una sensualità insolita… Nessuno la molestava, ma notò diversi uomini dedicarle sbirciate inequivocabili.
Lo distrasse il cellulare: Marco, suo figlio.
«Ciao, Marco.»
«Ciao, papà. Tutto bene?»
«Alla grande. Hai deciso se e dove andare?»
«Pierpaolo mi propone di andare da qualche parte, ho dimenticato il nome, nel sudovest della Francia, dalle parti di Carcassonne, dove i suoi hanno preso una casa. Sono tentato, ma non so bene come arrivarci. Lui dice di andarci in macchina.»
«Ci mettete una vita e spendete un botto tra autostrada e benzina. Prenotate un volo per Tolosa, da lì trovate dei pullman per tutta la regione. In Francia sono organizzatissimi. E sul posto troverete facilmente bici in affitto.»
«Mi suona meglio, in effetti.»
«Domattina vado alla posta e ti faccio un versamento di quattrocento euro.»
«Grazie, papà. Tu, tutto solo?»
«Solo soletto, anche se il borgo mi pare al completo.»
«Nessuna donnina in vista?»
«A dire il vero ce n’è una.»
«Grande! Fattibile?»
«Issima, ma troppo giovane. Dai, ti saluto. E fammi sapere.»
«Va bene, ciao.»
Il problema delle pupette è che non durano mai molto… Poteva considerarsi pupetta, quella? Forse ne ha un po’ più di trenta e magari ha la testa a posto. Trentacinque? Mmh…
Insomma, gli stava piacendo. Be’, è normale: è una splendida creatura, perché non dovrebbe?
Quando era innamorato, non era che le altre donne non incontrassero il suo gusto. Le trovava belle, attraenti, e poteva anche provare qualche pulsione di avvicinamento. Non lo faceva mai, perché era un fedelone inveterato, ma anche perché la sua donna la vedeva accesa e lucente, mentre le altre gli apparivano tutte spente, o meglio in bianco e nero.
La osservò di sguincio, lo sguardo protetto dagli occhiali da sole scuri. Davvero notevole, ma per valutare se gli garbava sul serio, aveva bisogno di due dati imprescindibili, che in quel momento gli era impossibile ottenere: gli occhi e il sorriso.
Provò la smania di avvicinarla, ma quale scusa non cretina inventarsi? Neanche a dire passarle davanti spiandola di sottecchi: portava Ray-Ban neri e lui non vedeva proprio per quale motivo lei avrebbe dovuto sorridere sul suo passaggio.
Era accesa? Ma lascia perdere!
Si rituffò nel suo romanzo. Era già arrivato oltre pagina cento e ne mancavano circa altrettante, ma non aveva ancora deciso se il testo gli piaceva veramente. Il filone letterario era quello del «viaggio iniziatico», una sfida sempre difficile e – diciamo pure le cose come stanno – un tantinello presuntuosa. Le recensioni che ne aveva letto erano tutte entusiaste, ma a quanto pare lui non aveva sempre gli stessi gusti letterari dei comuni mortali.
Dopo pochi minuti, sentì le palpebre appesantirsi, e senza accorgersi del libro che gli scivolava dalle dita andando a finire sull’erba, si assopì. Prima di slittare completamente nel sonno, fece in tempo a sentirsi russare.
Gli veniva incontro correndo, chiamandolo per nome, gli occhi in allarme.
«Non sono morto!»
Si abbracciavano con calore.
«Ma allora non eri tu! La notizia era infondata. Dov’eri finito? Che cosa ti è successo?»
Vedeva la sua immagine sfocare.
«…»
«Come?»
«…»
«Non ti sento! Parla più forte!»
Si svegliò di scatto e si voltò su un lato. Bevve un lungo sorso di acqua minerale dalla bottiglina che aveva preso al bar e cercò di scacciare l’amarezza e il dolore guardando il paesaggio, che negli anni precedenti gli aveva sempre trasmesso un senso di profonda serenità.
Guardò l’orologio: si erano fatte le cinque e mezza. Riguardò in giro. La ragazza non c’era più, e provò una fitta di delusione. Aveva sognato anche lei? Con la stanchezza che si portava dietro, nulla era da escludere. No: era già lì il giorno prima. Non se l’era inventata.
Si rimise in piedi con flemma, indossò la camicia senza abbottonarla, infilò le scarpe di corda, si sistemò l’asciugamano intorno al collo, il cappello di paglia in testa e tornò a passi lenti verso il villino toscano restaurato dove aveva la sua camera.
Lo accolse l’aria condizionata, che ave...