E adesso guardami BESTBUR MIA
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E adesso guardami BESTBUR MIA

  1. 308 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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E adesso guardami BESTBUR MIA

Informazioni su questo libro

Sebastian Barnes non è solo un uomo ricco, colto, attraente e sempre all'altezza della situazione: è anche un fotografo di grandissimo talento, abituato a spogliare le donne con lo sguardo, a dominarle attraverso l'obiettivo. Ed è capace di scoprire la bellezza dove si cela inconsapevole. Regina inconsapevole lo è del tutto. Nasconde le sue forme dietro vestiti scialbi e l'unica cosa che le interessa è farsi apprezzare sul lavoro, alla New York Public Library, dove è riuscita a diventare bibliotecaria, realizzando il suo sogno di bambina. Ma appena Sebastian posa gli occhi su di lei viene conquistato dalla sua incredibile somiglianza con Bettie Page, la più celebre pin-up degli anni Cinquanta. Nelle sue mani, grazie al suo sguardo, Regina scopre a poco a poco la propria sensualità e si concede a tutte le sue fantasie. Tutte tranne una: non vuole posare nuda per lui. Sebastian, che concepisce come unica forma di relazione il dominio ed è abituato al comando nella vita e in camera da letto, deve fare i conti con una donna forte e intelligente, che ha su di lui un grande potere: la desidera, più di chiunque altra mai. E se i ruoli si invertissero? È pronto Sebastian a trasformarsi da dominatore in dominato?

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2017
Print ISBN
9788817097604
eBook ISBN
9788858691366

1

Regina Finch si fermò all’angolo tra la Quinta Strada e la Quarantaduesima. Le persone dietro di lei sgomitavano per passare e le sfilarono intorno come un’onda che si infrange su uno scoglio. Regina viveva a New York da un mese e non si era ancora abituata all’ora di punta.
Non si lasciò distrarre dalla ressa: stava per iniziare il primo giorno del lavoro dei suoi sogni, ed era decisa a godersi ogni minuto. Si era laureata da appena un mese in Scienze bibliotecarie alla Drexel University, e ora avrebbe lavorato nella biblioteca più prestigiosa degli Stati Uniti.
Alzò gli occhi sull’edificio in stile Beaux-Arts, un capolavoro architettonico in pietra calcarea e marmo. Non riusciva proprio a immaginare un luogo più perfetto della Biblioteca pubblica di New York.
«Stai guardando i gemelli?» le chiese una donna anziana, con i capelli così bianchi che viravano quasi al violetto e un tailleur color carta da zucchero con bottoni d’oro lucido. Stringeva un guinzaglio tempestato di brillantini, a cui era legato un cagnolino bianco.
«Mi scusi?»
«I leoni» chiarì la donna. Ah, già, i leoni. Ai due lati dell’ampia scalinata all’ingresso della biblioteca c’erano due grandi statue di marmo bianco che raffiguravano creature dall’aria regale, appollaiate su pilastri di pietra come sentinelle poste a guardia della sapienza custodita nell’edificio.
«Mi piacciono, i leoni» disse Regina. La sua coinquilina si era raccomandata di non dare corda a ogni matto che le rivolgesse la parola in strada, ma Regina veniva dalla Pennsylvania e non ce la faceva proprio a essere sgarbata.
«Pazienza e Fortezza» spiegò la donna. «Così si chiamano.»
«Davvero? Non lo sapevo.»
«Pazienza e Fortezza» ripeté l’altra, e se ne andò.
Regina non sapeva bene come dire al suo nuovo capo, Sloan Caldwell, che non le serviva un giro d’orientamento nella biblioteca, perché la visitava fin da quand’era ragazzina. Ma già durante i colloqui era rimasta intimidita da Sloan, la classica bionda algida e longilinea dell’Upper East Side; e chissà perché, era ancor più nervosa adesso che il lavoro era suo.
«Non vuoi prendere appunti durante la visita?» chiese Sloan. Regina aprì la borsa e cercò carta e penna.
Seguì la donna lungo il corridoio di marmo bianco, il cui stile gotico le ricordava sempre le fotografie degli imponenti edifici d’Europa. Suo padre però le aveva ripetuto spesso che la sede centrale della Biblioteca pubblica di New York non si poteva paragonare a nient’altro: nel campo dell’architettura, era una cosa a parte.
«E questa è la Sala cataloghi» annunciò Sloan.
Lungo le pareti dell’enorme salone, che ufficialmente si chiamava «Salone pubblico dei cataloghi Bill Blass», erano allineati tavoli di legno bassi e scuri, su cui poggiavano le lampade di bronzo tipiche della biblioteca, con paralumi in metallo dalla finitura scura. I computer sembravano fuori posto in una sala che in ogni dettaglio richiamava i primi del Novecento. «Questi computer non sono collegati a Internet» disse Sloan, palesemente annoiata da quella tiritera che doveva aver ripetuto mille volte. «Servono solo a cercare i libri nel catalogo, scoprire se sono ammessi alla consultazione, se sono attualmente disponibili eccetera.»
Ovviamente Regina conosceva quel sistema come il palmo della sua mano. (Se c’era una cosa per cui andava matta, erano i sistemi ben organizzati. Adorava l’ordine sopra ogni cosa.) Dopo aver trovato il libro sul computer, il visitatore trascriveva il titolo e il numero di collocazione su un foglietto, con una delle piccole matite sistemate nei bicchieri ai due lati dei lunghi tavoli. Regina trovava confortante l’idea che, nell’era degli sms e delle email, la Biblioteca pubblica di New York fosse l’unico posto in cui si dovessero ancora usare carta e penna.
Sloan riprese a camminare, e le sue scarpe bicolore con i tacchi alti e la punta ticchettarono sul pavimento di marmo. Aveva i capelli lisci, ordinatamente raccolti in una coda bassa, ed era vestita Ralph Lauren da capo a piedi. Come aveva fatto la coinquilina di Regina, anche Sloan Caldwell la squadrò con occhio critico e non poté nascondere il suo verdetto: non va bene, non va bene, è tutto sbagliato. Regina si chiese se a Manhattan esistessero regole sull’abbigliamento, regole che tutti conoscevano tranne lei. Da quando si era trasferita in città, si sentiva un alieno uscito dall’Invasione degli ultracorpi: di solito riusciva quasi a passare inosservata, ma a un esame più attento saltava all’occhio che lei non era una di loro.
«E qui entriamo nel cuore della biblioteca, la Sala consultazione.»
Il padre di Regina andava di frequente a New York per affari, e spesso portava la figlia con sé: prendevano il treno Amtrak e seguivano sempre lo stesso rituale di famiglia che includeva anche il pranzo da Serendipity e una visita alla sede centrale della Biblioteca pubblica sulla Quinta Strada. Il leggero sentore di muffa che si percepiva nella grande Sala consultazione le ricordava ancora suo padre: un flashback così immediato e violento che le ci voleva sempre qualche istante per riprendersi.
Si fermò a leggere l’iscrizione sopra la porta, un aforisma contro la censura risalente al 1644, tratto dall’Areopagitica di Milton: Un buon libro è il prezioso sangue vitale di uno spirito superiore, imbalsamato e gelosamente custodito per dare vita oltre la vita.
Il salone toglieva il fiato: la sua maestosità non mancava mai di farle girare la testa. Il soffitto era alto più di quindici metri, poco meno di un palazzo di quattro piani. La sala misurava novanta metri per ventitré: più o meno quanto un intero isolato. Gli enormi finestroni a tutto sesto erano trafitti dalla luce del sole, e poi c’era il soffitto: una volta di cielo e nubi dipinta da Yohannes Aynalem, circondata da elaborate sculture in legno dorato che rappresentavano cherubini, delfini e pergamene. Ma la parte preferita di Regina erano i lampadari a quattro livelli, in legno scuro e ottone, dove tra una lampadina e l’altra faceva capolino la maschera di un satiro.
Sloan si fermò davanti al banco distribuzione a lato dell’ingresso. Era più di un semplice banco: era una struttura in legno riccamente intagliato che correva per metà della lunghezza della sala, ed era in sostanza il centro nevralgico della biblioteca. Era suddivisa in undici campate con finestroni ad arco, e tra una campata e l’altra svettavano colonne in stile dorico.
Sloan si appoggiò a una delle postazioni. «Eccola qui: la tua nuova casa.»
Regina era confusa. «Devo lavorare alla distribuzione?»
«Sì» disse Sloan.
«Ma… sono laureata in archivistica e conservazione.»
Sloan la squadrò con sdegno, con una mano dalle unghie impeccabilmente laccate appoggiata sul fianco. «Non montarti la testa. Sei intelligente, ma non più degli altri candidati che erano in lizza con te. Potrai fare carriera come tutti. E poi, dell’archivio si occupa Margaret. L’hai già conosciuta? È ben conservata anche lei. Credo sia qui da quando hanno posato la prima pietra.»
Regina era delusa. La distribuzione non era un lavoro difficile: si trattava solo di sedere al banco, prendere i moduli compilati, inserire le richieste nel sistema informatico, aspettare che qualcuno recuperasse i libri da una delle sale, e dopo consegnarli al visitatore che attendeva a uno dei tavoli munito di un numerino.
Cercò di non farsi prendere dal panico. Bisognava pur iniziare da qualche parte, si disse. E poteva andarle peggio: avrebbero potuto piazzarla al banco restituzioni.
L’importante era che finalmente fosse arrivata lì: finalmente era una bibliotecaria. E si sarebbe dimostrata all’altezza di quel ruolo.

2

Regina prese il sacchetto del pranzo e andò a sedersi fuori, sulla scalinata d’ingresso. Aprì il termos del latte e guardò la Quinta Strada.
«Sei la nuova bibliotecaria?» le chiese una signora anziana, fermandosi mentre scendeva le scale.
«Sì, mi chiamo Regina» rispose lei, coprendosi con una mano la bocca piena.
«Benvenuta. Io sono Margaret Saddle.»
A Regina parve scortese stare seduta lì mentre quella signora era in piedi, così si alzò e si spolverò la gonna di cotone a pieghe.
«Oh, sì, lei lavora negli archivi, giusto?»
L’altra annuì. «Da cinquant’anni a questa parte.»
«Accidenti, è davvero tanto.»
Margaret aveva i capelli bianchi che arrivavano al mento e gli occhi di un celeste chiaro. Si incipriava le guance, ma per il resto non era truccata. Portava una collana di grosse perle, e Regina avrebbe scommesso che erano vere.
La donna si voltò verso l’edificio. «Vale la pena dedicare un’intera carriera a questo posto» affermò. «Ma da quando abbiamo perso Brooke Astor le cose sono peggiorate. Be’, piacere di conoscerti. Vieni a trovarmi al quarto piano quando vuoi. Magari avrai delle domande, e dio solo sa se quella tizia non avrà tanta fretta di risponderti, sempre che conosca la risposta. Be’, goditi il sole.»
Regina stava per dirle che era laureata in archivistica e conservazione, ma non voleva dare l’impressione di puntare a rubarle il lavoro. Però le era già chiaro che avrebbe preferito di gran lunga passare le sue giornate con Margaret Saddle che con Sloan Caldwell.
Margaret si allontanò e Regina tornò a sedersi sulle scale, dimenticando di aver lasciato il termos aperto dietro di sé. Lo rovesciò: il latte si riversò sui gradini, mentre il coperchio rimbalzava giù come una palla.
Regina era nel panico. Non sapeva di cosa occuparsi prima: la pozza di liquido bianco che si andava allargando o il coperchio che prendeva velocità rotolando verso la Quinta Strada?
Rimise in piedi il termos e scese di corsa le scale all’inseguimento del tappo. Ma dopo un paio di scalini vide un uomo alto e con le spalle larghe che lo intercettava con un gesto sicuro della mano.
L’uomo alzò gli occhi su di lei, occhi di un castano scuro e vellutato, quasi neri. Le andò incontro, e Regina si stupì di sentire il suo cuore battere forte.
«È suo, questo?» chiese con il tappo in mano. Abbozzò un sorriso: il suo volto era di una bellezza così virile da essere imbarazzante. Aveva gli zigomi alti e il naso dritto, e una piccolissima fossetta sul mento. I capelli erano scuri e lucenti, piuttosto lunghi: le punte si piegavano all’insù intorno al colletto della camicia. Era più grande di lei, forse sulla trentina.
«Ehm, sì, mi scusi. Grazie.» L’uomo era un gradino sotto di lei, ed era comunque molto più alto.
«Non si scusi. Però ora che vedo il guaio che ha combinato… forse è il caso.»
Mortificata, Regina seguì il suo sguardo fino alla pozzanghera di latte.
«Oh, io… ora pulisco.»
Ma il sorriso dell’uomo le confermò che scherzava. «Non si preoccupi» le disse, porgendole il tappo di plastica nera. Le loro dita si sfiorarono, e Regina si sentì pervadere da un’ondata di calore.
Lui scavalcò la pozzanghera e sparì oltre il pesante portone d’ingresso della biblioteca.
Regina salì le cinque rampe di scale che portavano a casa sua in Bank Street, la borsa piena di libri presi in prestito dalla biblioteca.
Viveva in un piccolo appartamento, nell’isolato più perfetto del quartiere più perfetto di New York. Lo considerava il suo rifugio ideale, lontano non solo dai confini ristretti della sua piccola città d’origine ma anche dalle lunghe braccia bisognose d’affetto di sua madre. Lì, rintanata in una classica palazzina brownstone, in un quartiere che un tempo aveva ospitato i grandi della letteratura come Willa Cather, Henry James, Edna St. Vincent Millay ed Edgar Allan Poe, Regina si era ritrovata davvero sola per la prima volta in vita sua.
L’unico difetto, in quella libertà paradisiaca, era la coinquilina. Carly Ronak studiava design di moda alla Parsons, era terribilmente à la page, e le importavano solo due cose: i vestiti e gli uomini. E cambiava gli uomini più spesso dei jeans: ogni settimana ne sbucava uno nuovo.
Regina non aveva mai avuto una coinquilina prima di lei. Durante il college, sua madre aveva insistito perché continuassero a vivere insieme, anziché trasferirsi in uno dei dormitori della Drexel University nel centro di Philadelphia, a venti minuti di macchina dalla loro casa in periferia. Ora che abitava con Carly, capiva che negli anni precedenti sua madre aveva influito troppo sulla sua vita sociale. Assistendo quotidianamente alle rutilanti avventure sentimentali di Carly, Regina non poteva fare a meno di chiedersi perché non avesse osato di più anche lei. In parte era colpa di sua madre: non voleva che Regina uscisse con gli uomini, e d’altronde le poche esperienze che aveva avuto erano state così deludenti che non valeva la pena di mentire o litigare con la madre. Ma ora iniziava a pensare di essersi persa qualcosa di importante.
Quanto a Carly, Regina ci aveva messo un po’ a capire perché le servisse una coinquilina. Sembrava disporre di una riserva inesauribile di denaro, almeno per il budget dell’abbigliamento. L’appartamento era pieno di sacchetti di Barney’s, Alice + Olivia o Scoop. Regina non s’intendeva molto di moda, ma sapeva che quei negozi erano diversi da Filene’s e Target, dove andava lei. E poi c’erano i continui appuntamenti da Bumble & Bumble per prendersi cura di quei lunghi capelli con i colpi di sole, e le frequenti cene fuori. Regina non aveva mai visto Carly prepararsi una tazza di cereali: le rare volte che si svegliava nell’appartamento il sabato o la domenica mattina, ordinava a domicilio anche la colazione.
Il mistero fu svelato una notte verso le due, quando Regina sentì Carly in cucina che rimproverava il suo compagno occasionale per i sonori mugolii: «La mia coinquilina resterà traumatizzata» aveva detto. E l’uomo aveva risposto: «Ma che te ne fai di una coinquilina? Tuo padre è Mark Ronak». Carly aveva ribattuto che non era questione di soldi: i suoi genitori insistevano perché non vivesse da sola, «per motivi di sicurezza». A quel punto erano scoppiati a ridere entrambi, e l’uomo aveva detto: «Per fortuna c’è qui qualcuno a tenerti sotto controllo. Altrimenti potresti fare la cattiva».
Ovviamente Regina aveva subito cercato Mark Ronak su Google, e aveva scoperto che il padre di Carly era il fondatore della più importante etichetta di musica hip-hop degli Stati Uniti. Quel dettaglio aveva allargato ancora di più il divario tra Carly e lei: l’idea che i suoi genitori potessero ascoltare musica hip-hop – o anche soltanto pop – era impensabile. Il padre di Regina aveva circa trentacinque anni quando lei era nata, ed era morto otto anni dopo. Era un architetto e ascoltava solo musica lirica. La madre invece era una violoncellista e ascoltava solo classica, e insisteva perché anche Regina non ascoltasse altro in casa. Alice Finch insegnava al Philadelphia Museum of Art, e secondo lei l’unica forma accettabile di musica, pittura e letteratura era quella classica: in casa sua non c’era «pop» nella musica, non c’era contemporaneità nell’arte e non c’era «pulp» nella fiction.
«Com’è andato il primo giorno?» chiese Carly, alzando gli occhi dalla rivista «W».
Sedeva a gambe incrociate sul divano, avvolta in un paio di jeans a zampa d’elefante scoloriti al punto giusto, un maglione di cachemire corto in vita, i capelli biondo miele raccolti in uno chignon disordinato. «Gli altri ragazzi in biblioteca si sono comportati bene?» La stanza profumava di Chanel Allure.
«Tutto a posto, grazie» disse Regina, posando la pesante borsa sul pavimento e avviandosi in cucina a prendere una Coca. Non capiva mai se Carly era d...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27
  31. 28
  32. 29
  33. 30
  34. 31
  35. 32
  36. 33
  37. 34
  38. 35
  39. 36
  40. 37
  41. 38
  42. 39
  43. 40
  44. 41
  45. 42
  46. 43
  47. 44
  48. Nota dell’autrice
  49. Ringraziamenti