Viale dei Misteri
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Viale dei Misteri

  1. 624 pagine
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Viale dei Misteri

Informazioni su questo libro

«Quasi tutti i ragazzini della discarica sono credenti; forse perché è necessario credere in qualcosa quando si vedono tante cose gettate via. E Juan Diego sapeva quello che sa ogni bambino della spazzatura (e ogni orfano): ogni stupidaggine gettata via, ogni persona o cosa non voluta, è stata voluta una volta, o, in circostanze diverse, avrebbe potuto essere voluta.» Invecchiando, e anzitutto quando ricordiamo e sogniamo, viviamo nel passato. Certe volte è lì che ci sentiamo vivi veramente. In viaggio dagli Stati Uniti alle Filippine, lo scrittore Juan Diego Guerrero, cinquantaquattro anni, sogna il suo passato in Messico. Sogna la discarica dove ha trascorso l'infanzia e l'adolescenza, luogo desolato ma anche, per un bambino quale è lui, prodigiosa montagna di rifiuti da cui sfilare e trarre in salvo i libri. Juan Diego sogna l'adorata sorellina Lupe e i suoi borbottii incomprensibili a chiunque tranne lui, Lupe che sapeva leggere i pensieri delle persone e che amava veramente soltanto due cose: suo fratello e tutti i cani. Juan Diego sogna e risogna i gesuiti dell'orfanotrofio di Oaxaca, e sogna un'incombente statua della Vergine Maria, e anche quell'incredibile incidente avvenuto tra sua madre e la statua della Madonna. Sogna, Juan Diego, ricorda e sogna, entrando e uscendo - complice un'assunzione non proprio ortodossa di betabloccanti e pastiglie più o meno intere di Viagra - da luminosi attimi che nella sua mente sono eterni e bui recessi nei quali continua a sprofondare. Commovente è la maestria con cui John Irving racconta questo lungo e impressionante viaggio. Prende l'impalpabile materia dei ricordi e le dà forma rigirandola tra le mani, e infine ci consegna un romanzo vivace e pieno, un oggetto solido; come fosse un dado che, lanciato e rilanciato a più riprese, fa di continuo comparire e scomparire personaggi sorprendenti e tracce di vita.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2018
Print ISBN
9788817098151
eBook ISBN
9788858691953

1

I Bambini Perduti

Ogni tanto Juan Diego ci teneva a specificare: «Sono messicano, sono nato e cresciuto in Messico». Più di recente aveva l’abitudine di ripetere: «Sono americano, vivo negli Stati Uniti da quarant’anni». O, nel tentativo di minimizzare la questione della nazionalità, gli piaceva dire: «Sono del Midwest, anzi, per la precisione, dell’Iowa».
Non disse mai che era un messicano americano. Non lo infastidiva soltanto l’etichetta, anche se ritenendola tale lo infastidiva eccome. Era convinto che gli altri avessero sempre l’intenzione di cavare un elemento comune dall’esperienza del messicano in America e lui nella propria non lo trovava; anzi, a dirla tutta, non lo cercava.
Quel che sosteneva era di aver vissuto due vite: due vite separate e nettamente distinte. La prima era stata l’esperienza messicana, l’infanzia e l’inizio dell’adolescenza; la seconda, dopo essere andato via dal Messico – senza mai tornare – l’esperienza americana o da americano del Midwest. (Con ciò intendeva anche dire che durante la seconda, parlando in termini relativi, non era accaduto poi molto?)
Quel che continuò sempre a ripetere fu che lui nella mente – nei ricordi senza dubbio, ma anche nei sogni – viveva e riviveva le sue due vite su «binari paralleli».
Una cara amica – nonché suo medico – sui cosiddetti binari paralleli lo prendeva in giro: da sempre, gli diceva, non era stato altro che o un ragazzino messicano o un adulto dell’Iowa. Juan Diego, che sapeva essere polemico, in questo caso era d’accordo con lei.
Prima che i betabloccanti venissero a disturbargli i sogni, disse alla sua amica medico che di solito al risveglio conservava memoria soltanto del «più lieve» dei suoi incubi ricorrenti. Quello di cui parlava in realtà era il ricordo della mattina formativa in cui era diventato zoppo. Lieve per la verità era soltanto l’inizio dell’incubo o del ricordo, un episodio legato a ciò che era avvenuto nel 1970 in Messico, a Oaxaca, nel rione della discarica municipale, quando Juan Diego aveva quattordici anni.
Allora, a Oaxaca, Juan Diego era uno di quelli che chiamavano «i bambini della spazzatura» (niños de la basura) e viveva in una baracca di Guerrero, la colonia di famiglie che lavoravano nella discarica (el basurero). Nel 1970 erano soltanto dieci le famiglie che componevano la colonia. A quei tempi Oaxaca contava centomila abitanti e in tanti non sapevano che a selezionare e dividere la spazzatura erano soprattutto i bambini. Il loro compito era separare il vetro, l’alluminio e il rame.
Chi sapeva invece li chiamava los pepenadores: i razzolatori. E questo era Juan Diego a quattordici anni: un ragazzino che lavorava nella discarica e un razzolatore. Ma era anche un lettore. E la voce si sparse: un niño de la basura aveva imparato a leggere da solo. In genere chi vive fra la spazzatura non ha questa abitudine e di rado un ragazzo di qualunque estrazione e condizione impara a leggere da solo. Per questo si sparse la voce e così vennero a sapere del bambino di Guerrero i gesuiti, convinti assertori dell’istruzione. I due vecchi preti del Tempio della Compagnia di Gesù chiamarono Juan Diego «il lettore d’immondizia».
«Qualcuno dovrebbe portare al lettore d’immondizia almeno un paio di buoni libri. Lo sa Dio cosa trova quel ragazzo nel basurero!» furono le parole di padre Alfonso o di padre Octavio. Tutte le volte che uno dei due vecchi preti diceva «qualcuno dovrebbe» era fratello Pepe a correre. E Pepe era un gran lettore.
Innanzitutto fratello Pepe aveva l’automobile, e visto che veniva da Città del Messico per lui era relativamente facile girare a Oaxaca. Era uno degli insegnanti della scuola gesuita, un istituto che da tempo dava ottimi risultati: la Compagnia di Gesù era brava a dirigere le scuole, era cosa nota. Invece l’orfanotrofio era piuttosto nuovo (esisteva da meno di dieci anni, in seguito alla ristrutturazione di un vecchio convento) e non tutti erano entusiasti del nome: Hogar de los Niños Perdidos, La Casa dei Bambini Perduti, a parere di qualcuno era un nome lungo con un’eco un po’ severa.
Fratello Pepe però si era dedicato con tutto se stesso alla scuola e – anche – all’orfanotrofio; a distanza di tempo, quasi tutte le anime sensibili che avevano trovato da ridire su quell’eco avrebbero senza dubbio ammesso che i gesuiti erano molto bravi anche a dirigere l’orfanotrofio. E poi avevano già provveduto tutti ad abbreviarne il nome: lo chiamavano i Bambini Perduti. Una delle suore che si occupava di loro fu più schietta; a onor del vero, suor Gloria doveva avere in mente non tutti gli orfani ma un paio di ragazzini indisciplinati quando, in certe occasioni, borbottava «perdidos», perduti, un epiteto che senz’altro riservava soltanto ad alcuni degli ospiti più intrattabili.
Per fortuna non era lei a portare al basurero i libri per il giovane lettore d’immondizia; se fosse stato compito suo sceglierli e consegnarli, la storia di Juan Diego forse sarebbe finita ancora prima di cominciare. Fratello Pepe invece la lettura l’aveva messa sul piedistallo; era diventato gesuita perché i gesuiti avevano fatto di lui un lettore e gli avevano dato modo di conoscere Gesù, le due cose non necessariamente in questo ordine. Se a salvarlo fosse stata la lettura o l’opera di Gesù, e cosa vi avesse contribuito in misura maggiore, era meglio non chiederglielo.
A quarantacinque anni, fratello Pepe era troppo grasso: lui stesso si descriveva come «una figura cherubica, anche se non proprio un essere celestiale».
Personificazione della bontà, incarnava il famoso mantra di santa Teresa d’Ávila: «Liberaci, o Signore, dalle devozioni sciocche e dai santi dalla faccia triste». Queste parole benedette divennero la prima delle sue preghiere quotidiane. Non c’è da meravigliarsi se i bambini lo adoravano.
Ma fratello Pepe non era mai stato al basurero di Oaxaca. A quei tempi, nella discarica bruciavano tutto quello che prendeva fuoco; c’erano roghi ovunque. (I libri erano utili inneschi.) Appena scese dal suo Maggiolino, la puzza dei rifiuti e il calore delle fiamme erano uguali a come si era immaginato l’inferno; solo che non aveva immaginato che ci lavorassero i bambini.
Sul sedile posteriore della Volkswagen c’erano alcuni ottimi libri; un buon testo era la migliore protezione dal male che Pepe avesse mai tenuto concretamente fra le mani: tenere fra le mani la fede in Gesù, come si fa con un buon libro, è impossibile.
«Cerco il lettore» disse ai lavoratori, adulti e bambini, della discarica; los pepenadores, i razzolatori, lo guardarono con gli occhi pieni di disprezzo. Era evidente che non avevano alcun rispetto per la lettura. A parlare per prima fu un’adulta, una donna forse coetanea o poco più giovane di Pepe, probabilmente madre di uno o più razzolatori. Gli disse di cercare Juan Diego a Guerrero, nella baracca del Jefe.
Fratello Pepe era confuso, magari aveva frainteso. El Jefe era il boss della discarica. Era il capo del basurero. Il lettore era forse suo figlio? Lo domandò alla donna.
Parecchi bambini scoppiarono a ridere; poi gli diedero le spalle. Gli adulti da ridere non ci trovarono nulla e la donna si limitò a rispondere: «Non proprio». Indicò in direzione di Guerrero, nascosta nel fianco della montagna ai piedi del basurero. Le baracche erano rabberciate con il materiale recuperato tra i rifiuti e la baracca del Jefe era quella al margine della colonia, la più vicina alla discarica.
Al di sopra si innalzavano delle colonne nere di fumo, dei pilastri tenebrosi che entravano nel cielo. Più su volteggiavano gli avvoltoi, ma Pepe si accorse che i divoratori di carogne erano in alto e anche in basso: nel basurero c’erano cani ovunque. Evitavano i roghi infernali e si ritraevano a malincuore soltanto davanti agli uomini alla guida dei camion, e poco più. Per i bambini erano dei compagni molesti, dato che rovistavano entrambi pur non cercando le stesse cose. (I cani non nutrivano alcun interesse per il vetro, l’alluminio e il rame.) Erano quasi tutti randagi e molti stavano per morire.
Pepe non si sarebbe fermato abbastanza per vederne le carogne e capire cosa ne fosse di loro: venivano bruciate, ma non sempre prima che le avvistassero gli avvoltoi.
A Guerrero, ai piedi della montagna, Pepe trovò altri cani. Erano stati adottati dalle famiglie che lavoravano nel basurero e vivevano nella colonia. Pensò che fossero nutriti meglio e avessero un senso più spiccato della territorialità rispetto ai cani della discarica. Si comportavano come i cani di qualsiasi rione; erano più tesi e più aggressivi di quelli che si aggiravano fra i rifiuti e che tendevano a squagliarsela in maniera furtiva e vile, anche se difendevano il territorio in modo scaltro.
Pepe non aveva dubbi: era meglio non essere morsi né da un cane del basurero né da uno di Guerrero. D’altronde, anche questi ultimi provenivano per la maggior parte dalla discarica.
Era lui ad accompagnare i bambini malati dell’orfanotrofio dal dottor Vargas, nell’ospedale della Croce Rossa in calle Armenta y López; il medico aveva stabilito che loro e i bambini della discarica erano un’urgenza e andavano curati per primi. Il dottor Vargas aveva spiegato a Pepe che i razzolatori del basurero correvano fortissimi pericoli per via dei cani e degli aghi, visto che tra i rifiuti c’era una gran quantità di siringhe. Niente di più facile che un niño de la basura venisse punto.
«Epatite B o C, tetano, e non parliamo poi di tutte le forme possibili e immaginabili di infezione batterica» gli aveva spiegato.
«E presumo» aveva detto fratello Pepe «che un cane del basurero o qualsiasi altro di Guerrero possa avere la rabbia.»
«I bambini della discarica, se vengono morsi, devono fare l’antirabbica» proseguiva Vargas. «Ma hanno paura dell’ago, più degli altri. Hanno paura degli aghi usati, come è giusto che sia, ma per questo motivo hanno anche paura delle punture! Se li morde un cane, hanno più paura dell’antirabbica che della rabbia, e questo non va bene.» Vargas era una brava persona, secondo Pepe, per quanto fosse un uomo di scienza e non di fede. (Pepe sapeva bene che in fatto di spiritualità Vargas poteva metterti a dura prova.)
Mentre scendeva dal Maggiolino e si avvicinava alla baracca del Jefe, Pepe pensava ai pericoli della rabbia; con le braccia strette intorno ai buoni libri che aveva portato per il lettore d’immondizia, stava attento a tutti i cani dall’aria poco rassicurante che abbaiavano. «¡Hola!» strillò il rotondo gesuita davanti alla porta a zanzariera. «Ho dei libri per Juan Diego, il lettore… Dei buoni libri!» Appena sentì il ringhio furioso che proveniva dall’interno della baracca arretrò di un passo.
La donna che lavorava al basurero aveva detto qualcosa a proposito del boss della discarica, del Jefe in persona. Lo aveva chiamato per nome. «Non avrà problemi a riconoscere Rivera» aveva detto a Pepe, «ha il cane più spaventoso di tutti.»
Lui però non vedeva il cane che ringhiava furioso dietro la porta a zanzariera. Arretrò di un altro passo, ma la porta si aprì all’improvviso su una persona che non era Rivera, né aveva l’aria del boss; la piccola figura accigliata non era neanche Juan Diego, ma una bambina con gli occhi scuri e l’espressione selvatica: era Lupe, la sorella minore del lettore d’immondizia, di tredici anni. Parlava una lingua incomprensibile: le parole che le uscivano di bocca non sembravano neanche spagnolo. Soltanto Juan Diego riusciva a capirla; era lui il suo traduttore, il suo interprete. E lo strano modo di parlare di Lupe non era neppure la cosa più misteriosa: la bambina sapeva leggere nel pensiero. Sapeva cosa ti passava per la mente e a volte non solo quello.
«È un tizio con un mucchio di libri!» gridò rivolta verso l’interno della baracca, stimolando nell’antipatico e invisibile cane una cacofonia di latrati. «È un gesuita, un insegnante: uno di quei samaritani impiccioni dei Bambini Perduti.» Lupe tacque per leggere la mente di fratello Pepe, in preda a una lieve confusione; Pepe non aveva capito neanche una parola. «Pensa che sia una ritardata» gridò sempre rivolta a Juan Diego. «È preoccupato che l’orfanotrofio non mi accetti… I gesuiti mi considererebbero ineducabile
«Mia sorella non è una ritardata!» strillò il ragazzino dall’interno della baracca. «Capisce tutto!»
«Forse è tuo fratello quello che cerco?» chiese il gesuita, e sorrise alla bambina, la quale annuì; vedeva che Pepe sudava nello sforzo erculeo di tenere tutti quei libri.
«Il gesuita è simpatico, solo un po’ sovrappeso» fece lei rivolta a Juan Diego. Arretrò di un passo dentro la baracca, tenendo la zanzariera aperta: fratello Pepe entrò guardingo, cercando con gli occhi il cane invisibile che però abbaiava.
Il ragazzino, il lettore d’immondizia in carne e ossa, si intravedeva poco di più. Gli scaffali che lo circondavano erano costruiti meglio di tanti altri, come del resto la baracca: opera del Jefe, suppose Pepe. Juan Diego non aveva davvero l’aspetto di un falegname. Aveva un’aria sognante, come tanti giovani ma seri divoratori di libri; per giunta somigliava molto alla sorella e i due gli ricordarono qualcuno. Sul momento, tutto sudato, a Pepe non venne in mente chi.
«Somigliamo tutt’e due a nostra madre» gli spiegò Lupe sapendo cosa pensava. Juan Diego, steso su un divano malconcio con un libro aperto sul petto, non tradusse; il giovane lettore scelse di lasciare all’oscuro l’insegnante gesuita su quanto aveva detto la sorella chiaroveggente.
«Che cosa leggi?» gli chiese fratello Pepe.
«Storia locale» rispose Juan Diego. «Storia della Chiesa, potremmo definirla.»
«Una noia» disse Lupe.
«Lupe dice che è una noia e forse un po’ lo è» concordò il ragazzino.
«Anche Lupe legge?» domandò Pepe. Vicino al divano c’era un pezzo di compensato poggiato saldamente su due cassette per le arance; era un tavolo di fortuna, però ben fatto. Vi posò sopra il pesante carico di libri che portava tra le braccia.
«Le leggo tutto a voce alta» disse Juan Diego all’insegnante. Gli mostrò il libro che stava leggendo. «È su come voi – voi gesuiti – siete arrivati terzi» spiegò. «Sia gli agostiniani sia i domenicani sono arrivati prima a Oaxaca: voi siete arrivati terzi. Sarà per questo che in città non vi considerano troppo.» (Fratello Pepe rimase sorpreso dalla familiarità di quelle parole.)
«E Maria Vergine mette in ombra Nostra Signora di Guadalupe… La Guadalupe viene imbrogliata da Maria e anche da Nostra Signora della Solitudine» si mise a farfugliare Lupe nel suo modo incomprensibile. «Nuestra Señora de la Soledad è veramente un’eroina locale, qui a Oaxaca, con quella storia del suo stupido burro! Anche lei imbroglia la Guadalupe. Io sono una figlia della Guadalupe!» esclamò indicandosi; sembrava arrabbiata per quel fatto.
Fratello Pepe guardò Juan Diego che, pur avendo l’aria di non poterne più delle guerre fra vergini, tradusse ogni parola.
«Quel libro lo conosco!» esclamò Pepe.
«Be’, che sorpresa: è uno dei vostri» gli disse lui; gli porse il testo che stava leggendo. Il vecchio tomo puzz...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Viale dei Misteri
  4. 1. I Bambini Perduti
  5. 2. Maria mostro
  6. 3. Madre e figlia
  7. 4. Lo specchietto laterale rotto
  8. 5. Non cadono a nessun vento
  9. 6. Sesso e fede
  10. 7. Due vergini
  11. 8. Due preservativi
  12. 9. Nel caso vi foste chiesti
  13. 10. Senza vie di mezzo
  14. 11. Sangue spontaneo
  15. 12. Calle Zaragoza
  16. 13. Ora e sempre
  17. 14. Nada
  18. 15. Il naso
  19. 16. Il re degli animali
  20. 17. Capodanno all’Encantador
  21. 18. La lussuria sa come
  22. 19. Il Ragazzo Meraviglia
  23. 20. Casa Vargas
  24. 21. Mister va a fare una nuotata
  25. 22. Mañana
  26. 23. Né animale, né vegetale, né minerale
  27. 24. La povera Leslie
  28. 25. Atto v, scena III
  29. 26. Manciate
  30. 27. Naso per naso
  31. 28. Dei minacciosi occhi gialli
  32. 29. Un viaggio singolo
  33. 30. Spolverata
  34. 31. L’adrenalina
  35. 32. Non era la baia di Manila
  36. Ringraziamenti
  37. Indice

Domande frequenti

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