SECONDO TEMPO
Lontre, sono tornata!
Nico e il calcio sono due elementi inscindibili, credo che i calci che dava nella pancia di mamma fossero le prove generali di quelli che avrebbe dato una volta uscito. Gioca a calcio praticamente da quando cammina. Ha provato anche altri sport, e tra parentesi gli sono sempre riusciti tutti benissimo, ma alla fine li ha sempre abbandonati ed è rimasto attaccato soltanto al pallone. Sole, al contrario, ne ha cambiati un sacco di sport, passando anche per la scherma convinta che avrebbe fatto come la Vezzali, che ha cominciato per imitare la sorella e poi è diventata una campionessa mondiale. Ma ho la sensazione che questo non c’entri. Ho divagato di nuovo.
Nico, certo, e il calcio. Un binomio indissolubile, come il pane e il salame, me e l’aperitivo. Quante partite avrà giocato? Mille? Non lo so, non ho nemmeno mai provato a contarle, così come ho smesso di contare quelle che mi sono persa da quando ho ricominciato a tirare di scherma. Ma quella che mi sono persa per colpa del ricovero in ospedale non sono proprio mai riuscita a dimenticarmela.
Era sabato, ero ricoverata a Padova da alcuni giorni, più di là che di qua, di sicuro semi-incosciente, ma molto molto arrabbiata per aver perso la partita del mio fratellone. Se avessi potuto andarci, avrei visto Nico e uno dei suoi compagni di squadra segnare e alzarsi la maglia della divisa per mostrare un «Forza, Bebe!» scritto a pennarello rosso su una T-shirt che avevano “decorato” personalmente negli spogliatoi prima della partita.
Tenevo quella maglietta nella mia camera e la facevo vedere a tutti con grandissimo orgoglio, e raccontavo a quelli che venivano a trovarmi la storia di come mio fratello e i suoi amici avevano fatto il tifo per me. Praticamente erano i miei eroi.
Era il mio turno di fare il tifo per loro e di ringraziarli.
Il mio primo giorno fuori dall’ospedale è cominciato così, con una partita di calcio di mio fratello, con la mia famiglia intorno e in mezzo a un sacco di gente felicissima di rivedermi. In che altro modo avrebbe potuto ricominciare la mia vita?
Alla sera, poi, c’è stata anche la festa di compleanno, certo, a casa, anche con i nonni e con la nostra cagnolona Ketchup, che aveva tanto sentito la mia mancanza (una volta mamma l’ha beccata a dormire con una mia canottiera nella cuccia). Tecnicamente gli anni li compivo il giorno dopo, ma la giornata andava festeggiata degnamente, un anticipo non faceva male a nessuno.
E solo a quel punto, sfinita di felicità, mi sono buttata sul mio letto ed è stato bellissimo, proprio la ciliegina sulla torta di compleanno.
Vorrei poter dire che ho ritrovato le mie tre S nello stesso ordine in cui le avevo trovate la prima volta, ma l’ordine si è mescolato e la prima S che ho ritrovato è stata la scuola.
Ci sono tornata il giorno dopo. In realtà, come vi ho detto, non l’avevo mai lasciata perché avevo continuato a studiare e a sostenere le verifiche. L’ultima cosa che volevo era perdere l’anno e con l’anno anche la mia classe.
Eravamo una classe davvero speciale, molto unita, ma unita davvero, i problemi di uno erano i problemi di tutti. Mi ricordo molta felicità il giorno del mio rientro, ma anche un po’ di commozione perché avevamo passato un periodo bruttissimo. Io mi ero ammalata e poco tempo dopo era morto il papà di una mia compagna. Non è che ci sia molto da dire, ci siamo abbracciati di nuovo, ci siamo capiti meglio di prima. E basta.
Aggiungo solo, per dovere di cronaca, che alla seconda ora il prof mi ha interrogato. Me la sono cavata, ma ancora oggi mi domando come ho fatto.
Poi i miei giorni di libertà hanno avuto uno stop.
Non era successo niente di particolare solo che, dopo degenze lunghe come la mia, all’inizio occorre sempre qualche rientro in ospedale, per vedere che sia tutto a posto, che vada tutto bene, e poi le medicazioni, le ferite... Insomma, ho dormito in ospedale una o due notti ancora, ma quel fine settimana ero pronta a partire alla riconquista della mia seconda S.
Il mio ragionamento: sono uscita dall’ospedale? Sì. Oggi è domenica? Sì. Oggi c’è l’uscita scout? Sì. Io sono uno scout? Sì. E allora vado all’uscita.
Il ragionamento di mamma e papà: sei devastata e sanguinante, dove vuoi andare?
Indovinate? Sono andata all’uscita.
Perché fortunatamente, e in effetti anche coraggiosamente, il ragionamento di mamma e papà è continuato con: dopo quello che è successo, non la ammazza più nessuno.
Il ragionamento ha un po’ vacillato quando papà è venuto a riprendermi e mi ha trovata che giocavo a palla prigioniera aggrappata alla schiena del mio capo. Non avevo ancora le protesi, quindi mi tenevo con i monconi alle sue spalle e alla sua vita, mentre lui correva come un pazzo per conquistare il campo avversario.
Siete matti! Dev’essere stato il primo pensiero di papà, ma lui è un tipo che pensa e ripensa ottanta volte prima di aprire bocca (gli piace soppesare bene le parole). Alla fine credo si sia messo a fare il tifo per noi. Tanto, anche se fossi caduta e mi fossi fatta male non avrebbe potuto essere peggio di quello che mi era già successo.
Le Lontre sono state preziose fin dal primo giorno perché non mi hanno mai fatto sconti, non mi hanno mai trattata come la povera bambina amputata, come una cosa fragile. Per le Lontre sono sempre stata solo Bebe.
E anche la seconda S era riconquistata.
Adesso ne mancava soltanto una.
La maschera della buonanotte
Lo ammetto: ho una certa tendenza a una visione ottimistica della vita. Vedo il bicchiere sempre mezzo pieno. Quindi, se chiedete a me come è stato tornare a casa dopo l’ospedale io parto e vi racconto mille meraviglie, mille cose stupende, gli amici, gli scout, la scuola, la scherma, le protesi. Eccetera eccetera; vabbe’, insomma; e niente; praticamente; e via dicendo; e tutto quanto; vabbe’, dettagli: sono le frasi, se così si possono chiamare, che uso di solito per tagliare corto sui momenti difficili, in quelle rare volte in cui capita che io racconti qualcosa delle medicazioni, dell’infermiera che veniva a farmele, della fisioterapia per sbloccare le articolazioni, eccetera eccetera. Di solito è a questo punto che mamma comincia a inclinare un po’ la testa e a scuoterla appena, mentre papà sgrana gli occhi e annuisce con un sorrisetto. Poi, uno dei due apre la diga: «Be’, diciamo che non è stato proprio tutto rose e fiori».
Ed è vero, non lo è stato, e se qui ho deciso di raccontarvelo è perché, proprio come per la storia della mia malattia e dell’ospedale, può essere che aiuti qualcuno a capire perché nella vita bisogna sempre, ma proprio sempre, assolutamente sempre essere ottimisti perché la vita è una figata sul serio.
Tanto per cominciare, sì, è vero che sono tornata subito a scuola, ma è anche vero che ci andavo a giorni alterni perché c’era la fisioterapia da fare a Conegliano alla Nostra Famiglia (vi ricordate? dove ho riconosciuto il pianto di Giorgia), un giorno al mattino e uno al pomeriggio. Ci volevano tre quarti d’ora per andarci, due ore di massaggi e fisioterapia e tre quarti d’ora per tornare. Cinque giorni di terapia alla settimana per riuscire ad allungare di nuovo il gomito e il ginocchio.
Questo perché avevo i cordoni, cioè delle grosse cicatrici che si chiamano così perché sembrano delle corde e “legano” i movimenti come, appunto, delle corde. Io li avevo su gambe e braccia, e tiravano tantissimo, al punto che non riuscivo a distendere i gomiti e le ginocchia.
In più, quando mi hanno fatto i riporti di pelle sono stata costretta a rimanere per un sacco di tempo sdraiata a letto a pancia per aria. Ogni giorno cercavano di alzarmi un pochino, ma a lungo andare tanti movimenti sono rimasti “bloccati” dalla posizione. In questi casi è importante fare tanta fisioterapia, anche se fa male, perché poi ti sblocca. A Conegliano ho dovuto ricominciare a far funzionare da capo gomiti e ginocchia, per raggiungere di nuovo l’estensione giusta.
Quando andavo al mattino, al pomeriggio cercavo di capire che cosa avevano spiegato a scuola e facevo i compiti. Quando ci andavo al pomeriggio, venivano a prendermi all’uscita di scuola, mangiavo un panino in macchina mentre andavamo verso Conegliano e lì studiavo, non sapete le lezioni che ho preparato con la Dina.
Dina è la fisioterapista che mi segue da sei anni alla Nostra Famiglia. Ci siamo viste tutti i giorni per due anni e poi, gradualmente, abbiamo diminuito le sedute fino ad arrivare a una al mese. È di certo un altro GRAZIE da aggiungere alla lista.
Così come della Nostra Famiglia voglio ricordare anche la dottoressa Elena. In realtà, lei ha cominciato a seguirmi in ospedale a Padova durante la malattia ed è stata una piacevole sorpresa ritrovarla a Conegliano.
All’inizio al centro di riabilitazione mi accompagnavano a turno mamma e papà, poi hanno cominciato ad alternarsi con Rita e Fabrizia, due amiche di mamma che ancora oggi mi ci accompagnano, altre due persone a cui dobbiamo dire GRAZIE.
Ma il vero disastro è stato a casa, da marzo a maggio. Non potevo fare niente, era troppo presto per le protesi perché le ferite alle gambe e alle braccia erano ancora aperte. L’unica cosa che invece dovevo assolutamente fare era quella che odiavo con tutta me stessa: le medicazioni.
Un giorno sì e uno no, al mattino dovevo fare il bagno, togliere le medicazioni e poi rinnovarle. Il giorno in cui non facevo il bagno, dovevo comunque cambiare tutte le medicazioni. Erano mamma, papà e Nico che se ne occupavano a casa, come in precedenza i dottori e le infermiere in ospedale (speravo tanto che dopo quell’esperienza mio fratello diventasse un chirurgo o, meglio ancora, un pediatra). Potevo piangere, urlare e strepitare finché volevo, ma loro andavano dritti per la loro strada. E io ero sempre più arrabbiata con loro. Allora dopo due settimane è arrivata Silvia. Silvia era la mamma di una mia compagna di classe, un’infermiera di professione. Veniva a casa nostra ogni mattina, alle 6.30 se dovevo fare il bagno, oppure alle 7 se dovevo fare solo la medicazione, e mentre mi lavava e mi medicava io le dicevo di tutto: che era cattiva, che non sapeva fare l’infermiera, che doveva cambiare mestiere (povera Silvia, che pazienza!).
Ma sapete una cosa? Devo dire GRAZIE alle medicazioni se sono tornata a essere l’ottimista che ero. È stato in uno dei miei momenti di down in cui gridavo che basta, non ne posso più!, voglio morire!, mi butto dal letto!, mi suicido!, che papà mi ha guardata e mi ha detto: «Ma smettila! Goditela, perché la vita è una figata». E, in effetti, a pensarci bene ho capito che aveva ragione... e soprattutto che non sarei mai morta buttandomi giù dal letto!
Un po’ meno quando arrivava il momento della maschera.
Se vi state immaginando una maschera come quelle bianche del carnevale di Venezia non ci siete andati tanto lontano, solo che la mia era di plastica trasparente all’esterno, invece all’interno aveva uno strato di silicone, e poi c’erano due buchi per gli occhi, due fessurine per il naso e una per la bocca. La tortura aggiuntiva erano gli elastici che la tenevano ferma, tre: uno dietro il collo, uno da orecchio a orecchio – e questi due erano orizzontali – e uno in verticale che partiva dalla fronte e si bloccava in quello sul collo. Vabbe’, dettagli.
La maschera va sempre in coppia con le cicatrici, e di cicatrici io ne ho in faccia, sulle braccia e sulle gambe dove mi hanno riportato la pelle dopo gli interventi, sulla schiena e sulla pancia. Il problema è che le cicatrici si gonfiano e tirano, formano quelle cose che i medici chiamano “cheloidi”, che a volte tirano così tanto da impedirti di piegare un gomito o un ginocchio, e fanno male. Soluzione? Schiacciarle.
Sul corpo me le schiacciavano con una guaina strettissima fatta su misura, praticamente mi ci insalamavano dentro da capo a piedi, faccia compresa. La guaina su gambe e braccia me la sono tenuta sotto i vestiti più o meno per un anno, durante il giorno. Sul viso, ho alternato per un po’ la maschera di tessuto di giorno – strettissima, con un buchino per la bocca e due per gli occhi – e quella rigida di notte. Poi a casa di notte sono rimaste la guaina sulle braccia e la maschera, la guaina per un annetto e la maschera per due anni e mezzo. Fortuna, eh? Perché il viso è una zona più delicata, le cicatrici si gonfiano di più e cose del genere. Avevamo dei rotoli di tessuto elastocompressivo che mi infilavano su sempre modello salame. Poi, dopo l’estate e dopo le protesi, abbiamo cominciato ad andare a Milano a farci fare guaine e maschere su misura. All’inizio quasi una volta al mese, perché crescevo in fretta. Poi sempre più di rado. E lì c’erano la signora che io chiamavo “Guainetta”, la titolare dell’azienda, e Luca, che mi realizzava la maschera: calchi e misure al mattino, e al pomeriggio avevo già tutto pronto su misura. Nella sfiga, ne ho incontrate di persone in gamba.
Ma non è che la maschera mi fosse simpatica per questo. Praticamente appena me la mettevano io smettevo di respirare e di parlare. Figuratevi quando avevo il raffreddore. Era impossibile dormire. Uno strazio, una tortura. Quindi, ecco la scena che si è ripetuta sera dopo sera in camera mia al momento di andare a dormire:
«Dai, Bebe: guaine e maschera.»
«No, dai, stasera no.»
Dopo un paio di «Dai, su» e «No, dai», iniziava la trattativa. Non la spuntavo mai. Finché una sera papà si è stancato e ha accettato un accordo. L’accordo prevedeva tre giorni in cui potevo dormire senza maschera: compleanno, Natale e Capodanno. Sul resto dell’anno sono sempre stati irremovibili, tranne le volte in cui magari mamma e papà uscivano, tornavano a casa tardi e ci trovavano già addormentati e io, guarda che caso!, mi ero dimenticata di mettere la maschera. Ma succedeva raramente, ve l’assicuro.
Sono stati capaci di farmele tenere tutto il giorno anche all’Elba, maschera e guaine, tranne quei pochi minuti in cui uscivo, rigorosamente dopo le sette di sera, per andare in spiaggia.
E ovviamente me le facevano usare anche a Budrio.
Garetta?!
Se pensate che il caffè vi renda nervosi è perché non avete ancora scoperto tutte le sue potenzialità. Oppure perché siete quelli a cui tocca offrirlo, ma allora io non posso aiutarvi, dovreste parlarne con mamma e papà.
Papà, fra l’inizio di giugno e la fine di luglio del 2009, ne ha offerti diversi di caffè al bar del Centro protesi dell’INAIL di Budrio. E li ha offerti tutti a me. No, io non li bevevo, mi dedicavo solo a gomme da masticare con l’esterno alla Coca-Cola frizzante e l’interno morbido alla ciliegia, barrette di sesamo e succo di pomodoro.
Il caffè lo portavo sul terrazzino dove la gente si ritrovava a fumare, al piano zero, lo stesso dove c’erano il bar, la mensa, la palestra, le salette per la fisioterapia e la stanza con la Wii. Sì, perché è vero: giocando si impara, io ho imparato a stare in equilibrio con le gambe nuove. Quando ti danno le gambe nuove... Ve lo dico dopo, altrimenti mi perdo il caffè.
Sul terrazzino il clima era più che sciallissimo, tutti super rilassati, nessuno intenzionato a venire in palestra a lavorare. Come dice papà, un’amputazione è per sempre e al Centro protesi c’è gente di tutte le età che ci torna almeno una volta all’anno per due settimane. Non dico che sia come andare in vacanza, ma a forza di andarci diventa una di quelle cose che si fanno per abitudine, la voglia di impegnarsi scappa e allora perché bisognerebbe andare in palestra? Perché fa bene, ho provato a dire le prime volte ai miei amici pigri, ragionandoci, e dai che ci divertiamo, e dai che stiamo insieme. Ma la pigrizia è davvero una brutta cosa. Allora ho aguzzato l’ingegno: arrivavo con il caffè, glielo lasciavo gustare e a quel punto non potevano più dire di no alla povera bambina in ...