Alle sorgenti del Rio delle Amazzoni (1967 e 1978)
L’Amazzonia in sintesi
Esperienze come quelle da me vissute nei luoghi che qui racconterò temo siano ormai diventate, in pochi decenni, cose d’altri tempi, testimonianze di paesaggi e condizioni che con impressionante rapidità stanno scomparendo. E la causa di tutto questo, il colpevole quindi, è l’uomo progredito.
Sotto e sopra l’equatore nel bel mezzo del continente sudamericano, delimitata da catene altissime e ghiacciate ma anche da vulcani, savane e aridi deserti – ogni cosa ad abbracciarla e contenerla quasi a protezione – v’è un’area di sei milioni e mezzo di chilometri quadrati occupati interamente da una densa e lussureggiante foresta primaria: è appunto l’irripetibile fenomeno naturale di nome Amazzonia. Il tutto costituisce i due quinti dell’intero territorio sudamericano, qualcosa come dieci volte la Francia. Guardando dall’alto questa grande selva pluviale la si direbbe una terra impenetrabile, un immenso ombrello verde che si eleva fino a quarantacinque metri da terra. Essa infatti esiste non tanto nel suolo quanto sopra il suolo; e sotto, in un’eterna uniformità di clima e di tempo, nella penombra cupa dove giunge soltanto un decimo della luce solare, dove ristagna un’umidità opprimente causata dalla scarsissima evaporazione, infuria l’inavvertita battaglia delle piante rampicanti e striscianti. Sono piante che lottano per la sopravvivenza, aggrappandosi con radici e tentacoli agli alberi ospiti, nell’incessante ricerca di luce e di spazio.
È un mondo tutto acqua e piante, ignaro delle stagioni e che vive secondo le proprie leggi. È completo in se stesso e non trova alcun riscontro con altre terre; va quindi visto senza preconcetti, come se si trattasse di un altro pianeta.
La caratteristica forse più inconsueta dell’Amazzonia è il fatto di essere rimasta pressoché immutata da più di cento milioni di anni. Mentre le foreste temperate europee e nordamericane nacquero dopo l’ultima glaciazione, circa undicimila anni fa, l’Amazzonia aveva goduto della protezione del suo clima tropicale; sicché oggi è una delle estreme regioni del mondo in cui possiamo farci un’idea immediata del passato più remoto, e toccare piante rimaste veramente allo stato primigenio. Viaggiando da queste parti si ha infatti la strana sensazione di percorrere la nostra Terra prima ancora che vi fosse comparso l’uomo.
L’antichissima giungla, che copre circa una metà del Brasile e parzialmente altri otto Stati sudamericani, è per lo più contenuta in un immenso bacino fluviale che defluisce all’oceano creando il più grande corso d’acqua del mondo: il Rio delle Amazzoni. Sgorga da un piccolo ruscello sull’altipiano andino in Perù, a circa 5000 metri e a soli 180 chilometri dal Pacifico, ma va a sfociare nell’Atlantico, esattamente sul lato opposto del continente dopo un percorso di 6280 chilometri. Per lunghezza è il secondo fiume del mondo, viene dopo il Nilo, ma per portata d’acqua non ha rivali: dalla sua foce, ampia 320 chilometri, defluisce circa un quinto di tutte le acque pluviali dei continenti, e quest’acqua si apre il varco fra quella salata dell’oceano senza mescolarvisi, fino a più di 160 chilometri al largo. Il suo letto è così profondo che le grosse navi oceaniche possono risalirlo e penetrare all’interno del continente per ben 3680 chilometri. Il secondo fiume del mondo in ordine di portata d’acqua è il Congo, e tuttavia due dei maggiori affluenti del Rio delle Amazzoni – il rio Negro e il Madeira – riversano ciascuno quasi lo stesso volume d’acqua del grande fiume africano. I tributari dell’immenso Amazzoni sono 1100, diciassette dei quali misurano ciascuno oltre 1600 chilometri, parecchio più del Reno. In questa parte del mondo non si viaggia sulla terra, ma sull’acqua; sono dunque i fiumi a costituire le vie di comunicazione della giungla: qualcosa come 80.000 chilometri di «rami principali» navigabili, e innumerevoli sono gli altri corsi secondari. Spesso le rive di questi fiumi scompaiono sotto uno strato d’acqua profondo da tre a dodici metri, e l’inondazione si estende di quaranta, persino cento chilometri dall’uno e dall’altro lato del letto del fiume. In effetti, l’intero bacino amazzonico può essere tuttora considerato quasi come uno sconfinato lago nell’interno del continente, un bacino che contiene costantemente, così è stato calcolato, i due terzi di tutta l’acqua dolce che scorre nei fiumi del resto del mondo.
Il carattere forse più sorprendente dei fiumi amazzonici è la loro diversità di colore. Sono prevalentemente di due tipi: i bianchi e i neri ma ve ne sono anche di verde-azzurri. I bianchi, in realtà di una tinta giallo sporco, sono ricchi di sedimentazione e sostanze nutritive solubili. L’Amazzoni ne immette annualmente nell’Atlantico un miliardo di tonnellate. I neri invece sono in effetti rossastri, o meglio del colore della Coca-Cola. L’effettiva colorazione di queste acque rosso-nere è dovuta principalmente a due ragioni: la prima è che sono relativamente prive di sedimentazione in quanto dilavano un terreno antichissimo – lo Scudo Guaianese – quindi ormai esaurito di sostanze solubili; la seconda, conseguente alla prima, è che a queste acque, nel loro drenaggio verso i fiumi, non rimane altro da dilavare che la macerazione vegetale della foresta, di cui asportano l’acidità e il colore. Queste acque nere, e anche quelle verde-azzurre, sono tuttavia fra le più pure e trasparenti, e spesso si possono bere tranquillamente. Nell’Amazzonia, dunque, nero non è affatto sinonimo di sporco, così come bianco non significa pulito. La codificazione cromatica delle acque rivela inoltre un modulo geografico che consente di capire meglio la geologia amazzonica. Innanzitutto bisogna tener presente che l’Amazzonia apparteneva in passato a un continente assai più grande dell’odierna America meridionale. Centinaia di milioni d’anni fa le sue formazioni rocciose e le sue catene montuose erano unite a quelle dell’immenso continente primigenio, la terra di Gondwana, che aveva come centro vitale l’Antartide, e comprendeva oltre al Sudamerica, l’Africa, l’India e l’Australia. La costa orientale convessa del Sudamerica si congiungeva allora con la costa occidentale, concava, dell’Africa; e quella che adesso è la foce dell’Amazzoni era una regione interna confinante con l’attuale Costa d’Avorio. Esisteva già un Amazzoni, ma fluiva a ovest, nel Pacifico. La geografia primordiale dell’Amazzonia fu sconvolta circa 200 milioni di anni or sono, quando la terra di Gondwana venne gradatamente distrutta da poderose forze endoterrestri e le sue parti si allontanarono, diventando gli attuali continenti. Nel corso di decine di milioni d’anni, le forti correnti all’interno magmatico del pianeta gonfiarono, screpolando sia lo strato basaltico della terra di Gondwana sia lo strato granitico dello stesso continente primordiale. A mano a mano che le correnti sotterranee premevano verso l’alto, crearono un crinale nel sostrato basaltico costringendo le parti che si trovavano sui due versanti a spostarsi. Il Sudamerica si allontanò lentamente verso ovest come un’enorme isola, lasciandosi dietro un gigantesco crepaccio che si allargava via via e che divenne l’Atlantico meridionale. La deriva continuò, fin quando il continente urtò e incominciò a passare sopra gli strati più duri del nucleo terrestre, un fenomeno tuttora in atto. A questo punto la crosta terrestre si raggrinzì in una serie di pieghe e contorcimenti giganteschi formando le Ande, le quali bloccarono la foce del vecchio Amazzoni. Dapprima si produsse un lago d’acqua dolce a ridosso dell’appena sorta catena di montagne, un vasto lago il cui drenaggio avverrà soltanto grazie a un nuovo movimento continentale. Negli ultimi cinquanta milioni di anni il Sudamerica subì infatti uno sbandamento, un cedimento a oriente e le sue acque, quindi anche quelle amazzoniche, trovarono lo sbocco nell’Atlantico attraverso la breccia fra l’altipiano della Guayana e l’altipiano del Brasile. È così che si svuotò il grande lago interno e si formò l’odierno bacino fluviale.
Le specie ittiche del Rio delle Amazzoni non si contano: pirañhas, gimnoti che producono scariche elettriche da 220 volt, pesci gatto giganti del peso di alcune centinaia di chili, e ancora innumerevoli altre, molte delle quali di origine marina ma adattate a vivere in queste acque dolci interne. Si sa per certo che nel sistema fluviale amazzonico si trovano più di 1500 specie ittiche.
In quanto agli insetti, questa terra sembra esserne un regno incontestato, ve ne sono di ogni tipo e dimensione. Di sole zanzare, per esempio, se ne contano 218 specie già identificate, e sembra che tutte vivano per un unico scopo: riuscire a cacciare il proprio pungiglione nella pelle di chi si avventura da queste parti.
Anche per l’avifauna le cifre sono impressionanti: 4300 specie di uccelli, vale a dire che sono qui presenti la metà di tutte quelle note esistenti al mondo, e moltissime altre non sono ancora state scoperte. Di soli colibrì se ne contano 319 specie.
In queste foreste pluviali e torride, dove i processi vitali si svolgono rapidamente e senza interruzione, non può che prodursi una vegetazione mostruosa sia per tipo sia per dimensione. Vi sono liane, per esempio, che si elevano dal suolo e si avvinghiano ai tronchi come grosse gomene, insediandosi ovunque e raggiungendo limiti incredibili, anche 180 metri di lunghezza. Su mezzo ettaro di superficie si possono trovare fino a sessanta specie arboree diverse. Le specie di orchidee amazzoniche sono addirittura 15.000.
Viene da chiedersi come sia possibile che una foresta tanto lussureggiante possa esistere nonostante il suo sterile suolo, che per effetto della percolazione è quasi del tutto privo di minerali, batteri e organismi in genere. La risposta ci viene essenzialmente dalla massa di miceti che rivestono gli alberi, soprattutto da quelli che vivono in stretta simbiosi con le radici secondarie. Naturalmente entrano in gioco anche altri fattori complessi, ma semplificando un po’ le cose si può dire che le sostanze necessarie a questa vita vegetale circolano non attraverso il terreno, bensì da pianta a pianta. Questi funghi dunque, ossia i miceti che rivestono gli alberi, trasferiscono direttamente alle radici vive i sali nutritizi delle foglie e del legno in putrefazione che vi si posano sopra, sicché soltanto una minima parte dei minerali solubili raggiunge il suolo. Ma anche qui le termiti, le muffe, e ancora miceti e parassiti utilizzano al completo tutto ciò che cade dall’alto trasformandolo, assimilandolo e finendo poi, con il loro rigoroso comportamento, per rimandarlo là da dove era venuto, nell’altissimo padiglione verde che è la superficie vera e propria della foresta.
Arrivando da queste parti si scopre in definitiva di compiere un viaggio nel tempo prima ancora che nello spazio; è un viaggio a ritroso di oltre cento milioni di anni.
Il fiume più grande del mondo, il Rio delle Amazzoni appunto, fu scoperto nel 1500 e quarantun anni più tardi venne percorso per la prima volta, da un europeo, in tutta la sua lunghezza. Lo fece uno spagnolo, Francisco de Orellana, che partito da un piccolo affluente ai piedi delle Ande ecuadoriane, dov’era giunto con i suoi uomini via terra dal Pacifico, discese il tortuoso rio Napo, entrò nell’Amazzoni e continuò per oltre 3000 chilometri fino all’Atlantico. Orellana fu il primo a parlare delle terribili donne guerriere – versione sudamericana delle amazzoni greche – dalle quali il fiume ha preso il nome.
Due secoli più tardi, nel 1743, è la volta di Charles-Marie de La Condamine a navigare fino all’Atlantico il Rio delle Amazzoni, dopo esservi entrato dal più a monte rio Marañon. In quell’occasione La Condamine disegna una carta in cui avanza l’ipotesi che l’Amazzoni e l’Orinoco potrebbero trovarsi fra loro collegati da un canale naturale. Un’ipotesi, la sua, che verrà confermata cinquantasette anni più tardi dai naturalisti Humboldt e Bompland. È il 1800 e quel canale appena accertato, il Casiquiare, già raccontato in un capitolo di questo libro, rappresenta una autentica mostruosità geografica poiché collega fra di loro due grandi e distinti bacini fluviali.
Si ritiene che l’uomo si sia insediato nell’Amazzonia da almeno 15.000 anni. Forse non superò mai i tre milioni di unità, oggi comunque questa terra immensa conta una popolazione che forse non arriva a 200.000 indigeni. Il declino degli aborigeni è dovuto non certo alla difficile foresta bensì a un tipo di calamità che è risultato di gran lunga peggiore: l’uomo bianco. Più ancora che le armi di noi bianchi invasori, furono le nostre malattie a decimare questo popolo incontaminato: il vaiolo, la sifilide, il morbillo, persino il banale raffreddore. Ma insieme alle malattie fisiche giunsero, anche più insidiosi, il pensiero e la presunzione di noi, popoli civili, che abbiamo finito per distruggere le loro culture autoctone. Così, chi sopravvisse fisicamente, non di rado morì poi spiritualmente.
Purtroppo, ogni qual volta ci siamo messi in contatto con una popolazione cosiddetta selvaggia, abbiamo concorso a distruggere quanto di meglio essa possedeva, prima di tutto il suo equilibrio sociale. La cosa migliore, per gli indios, sarebbe stata che i bianchi non avessero mai invaso l’Amazzonia; ma gli avvenimenti storici sono irreversibili. Un giorno forse rimpiangeremo di non essere andati fra loro per apprendere oltre che per insegnare, e per ricevere dalla loro cultura oltre che per imporre la nostra.
La sorgente scoperta
Per quanto strano possa sembrare, ancora non si è fatto il punto sull’effettiva sorgente del fiume più grande del mondo: il Rio delle Amazzoni. È indubbio che si formi dall’unione dei due maggiori corsi d’acqua che scendono dalle Ande peruviane, l’Ucayali e il Marañon. Se il primo nasce più lontano, il secondo è superiore per portata d’acqua; e «l’importanza di un animale» ha detto in proposito lo studioso italo-peruviano Antonio Raimondi «non dipende dalla lunghezza della sua coda». Tuttavia la misura dell’Ucayali supera di oltre 500 chilometri quella del suo antagonista. A originare quest’ultimo fiume sono il rio Urubamba e il più meridionale rio Apurimac le cui sorgenti – anch’esse tutt’altro che definite – sono in assoluto le più distanti.
Tali interrogativi mi hanno sempre appassionato e continuano a farlo. Ma ad affascinarmi sono anche questi angoli di mondo sperduti e silenziosi in cui si generano, mediante le escursioni termiche dell’aria rarefatta, i primi timidi ruscelli destinati a riunirsi e a formare quell’alveo, lungo oltre seimila chilometri, che raccoglie e trascina all’oceano, dall’altra parte del continente, il diciotto per cento di tutte le acque che scorrono nei fiumi del globo. Il mio nuovo viaggio nelle regioni dove hanno origine l’Urubamba, l’Apurimac e il Marañon, prenderà il via a fine maggio del 1978 e durerà circa tre mesi.
Dell’Urubamba ho preferito raggiungere le sorgenti meridionali, ritenute le più lontane e le meglio identificabili. Per l’occasione ho scalato il nevaio La Raya, un picco della cordigliera Vilcanota alto 5400 metri, dalla cui cima di sfolgorante candore il mio sguardo è poi scivolato giù per le sfuggenti chine nevose e le vaste crepacciate azzurrine, fin dove il ghiacciaio va a morire sciogliendosi tra un groviglio di detriti morenici. Questo è dunque il luogo da cui cominciano a divallare i primi sinuosi fili d’acqua dell’Urubamba, che accesi dal barbaglio del sole appaiono come lunghi nastri roventi. Ho voluto osservare l’Urubamba da questo alto pulpito perché è qui il limite estremo delle nevi che fondendo formano l’immenso fiume, ma anche perché dalla cima di un monte tutto appare più vasto, solenne.
Sono poi passato alle terre dell’Apurimac, una natura completamente diversa. In questo nuovo paesaggio infatti non svettano più le bianche catene ghiacciate dai cui fianchi, secondo l’immagine consueta, sgorgano copiose acque cristalline; domina invece lo spazio, il cielo avvolge ed è vivo e mobile per le gravide nubi che vi navigano senza tregua. Questa è la tipica puna dell’altipiano andino e si presenta come una sconfinata distesa di biondi incurvamenti al cui orizzonte le grandi montagne non sembrano che minime ondulazioni sfumate nel violetto. Ma i veri protagonisti onnipresenti sono qui il silenzio e la solitudine, resi ancor più severi dal gelo costante e dall’aria rarefatta delle massime altezze. Si direbbe un mondo che respinge la vita; sono questi invece i pascoli ideali degli alpaca, dei llama, il rifugio delle ultime vicuñe, l’universo dei pochi indigeni che da millenni seguono i loro immutati costumi, ignari del resto del mondo che li ignora a sua volta. La presenza pertinace di questi indios, nonostante le incredibili difficoltà, l’ostilità climatica, la privazione di ogni genere di soccorso, l’indifferenza e l’oblio degli altri, è sorprendente; e a conoscerli sale spontanea l’ammirazione per questa vera specie di superuomini, autentici vincitori nella lotta per la sopravvivenza.
La base da cui compirò le mie escursioni esplorative si chiama Cailloma ed è il centro di una zona mineraria, la più antica del Perù, già conosciuta dagli incas ancora prima che arrivassero i conquistadores. In quelle rocce a oltre 5500 metri di quota si sono sempre cercati l’oro e l’argento, ma ora, con sistemi più progrediti, si estraggono anche altri minerali pregiati. A sud-ovest di Cailloma, sull’altipiano propriamente detto e a soli 180 chilometri dal Pacifico in linea retta, si sviluppa un complicato sistema idrico, ancor più problematico per l’assenza di veri e propri ghiacciai che invece potrebbero evidenziarne l’origine. Per tradizione, nei testi di geografia si è sempre voluto identificare la «nascente» di queste acque – del rio Apurimac e quindi del Rio delle Amazzoni – con la laguna Vilafro. Ma dalle indagini fatte negli ultimi anni essa risulta, secondo il sarcasmo del geologo americano Richard Knapp, «la nascente di un bel niente». Si è dunque assodato che il grande fiume non deriva dalla laguna Vilafro; così permangono i molti dubbi sulle sue effettive origini.
Trenta chilometri più a sud, in linea retta, si eleva la cordigliera Chila, una catena di montagne dalle cime innevate il cui punto culminante supera i 5500 metri. Le sue acque di scioglimento, copiose e costanti, raggiungono l’Apurimac, che proviene invece dall’altro lato della valle principale, dove lo si vuole riconoscere nell’unione dei vari torrenti che discendono dal Nord. E così le sorgenti dell’Amazzoni continuano a essere controverse.
Nel 1973 una spedizione statunitense ha creduto di identificarne le origini in una delle valli a nord di Cailloma, dove ha cementato una targa di bronzo su cui è scritto che lì nasce il Rio delle Amazzoni. È apprezzabile l’intenzione di una simile iniziativa, ho però buoni motivi di dubitare della validità del messaggio consacrato, e presto ne vedremo il perché.
Il mio primo sopralluogo alle presunte sorgenti del grande Amazzoni è rivolto alla laguna Vilafro, dove, a detta di chi mi aveva dato alcune vaghe informazioni sui luoghi, pare trovarsi, a monte del lago, l’appena citata targa degli americani. È pomeriggio inoltrato quando raggiungo le rive meridionali della laguna Vilafro. Il cielo burrascoso si riflette cupamente nelle acque increspate dal vento, non un segno di vita all’intorno, non il minimo arbusto ad attenuare la desolazione di questo vuoto spazio. Fiocchi leggeri volteggiano nell’aria, a tratti sibilante e tagliente fino a far lacrimare gli occhi. È un paesaggio veramente spietato e incurante dell’uomo.
L’aggiramento del lago dura circa tre quarti d’ora. Per altrettanto tempo continuo poi la marcia verso un aspro vallone dove suppongo abbia origine il torrente e vi si trovi la famosa targa. Ma a risollevare lo spirito ecco inaspettatamente presentarsi una scena che definirei pastorale: un gregge di llama pascola teneramente punteggiando la scura rasata palude che precede il vallone. L’atmosfera desolante di poco prima si scioglie decisamente quando scopro l’esistenza di un paio di rudi capanni di pietra. Incredulo mi avvicino al tugurio più grande, dove ho appena scorto il profilo di una bimba sgattaiolare via. Il vivere di qualcuno in un simile luogo non può che infondere stupore e riguardo per chi vi abita. La curiosità mi spinge tuttavia ad accostarmi a questi esseri fenomenali, a carpirne possibilmente un segreto sul loro modo di vivere. A pochi metri dalla porta aperta dell’abituro, che è privo di una qualsiasi finestra, annuncio la mia presenza con discreti e ripetuti «Ola!» che restano però senza risposta per qualche minuto; e finalmente prende forma, dal caliginoso ingresso, la sagoma scura e goffa di una donna che avanza timidamente verso di me accennando un sorriso. È piuttosto anziana, veste l’ampia pollera, la tipica gonna i cui strati colorati hanno perso di vivezza per il costante contatto con la terra nuda e con il fumo del focolare. Porta in capo la caratteristica bombetta da cui scende uno scuro treccione di capelli neri, i piedi nudi affondano penosamente nella gelida fanghiglia che il maltempo sta formando intorno alla baita. La saluto con discrezione e le chiedo se può indicarmi il luogo dove è situata la famosa targa. «È una piastra di metallo bruno, grande cosi» le dico mentre con le mani disegno nell’aria un rettangolo per aiutarla a capire. Parlo in spagnolo scandendo bene le parole, con tono pacato e suasivo; ma come sospettavo lei non capisce, e a ogni mia pausa si limita a balbettare qualche breve suono incomprensibile, certamente in quechua, l’antico idioma incaico.
Insperatamente esce dal capanno un’altra donna più giovane, e la bambina, che già avevo intravista all’inizio, le corre subito accanto e le si afferra alla gonna con ambo le mani rimanendovi attaccata, immobile per tutto il tempo, a guardarmi. Devono essere madre e figlia che vivono con la vecchia nonna; nessuna traccia di uomini. In realtà la nuova venuta dimostra di conoscere qualche parola di spagnolo, però non prende alcuna iniziativa e si limita a fare da interprete alla vecchia nel nostro stentato dialogo, ancora insufficiente per capirci. Sono effettivamente troppe le barriere che ci separano. Lo stupore e il mistero c...