L'Italia non c'è più
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L'Italia non c'è più

  1. 336 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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L'Italia non c'è più

Informazioni su questo libro

Dal febbraio 1943, quando il Duce sfilò a Casale Monferrato, fino alla stagione di Mani pulite: testimone diretto di diverse Repubbliche ed epoche storiche fondamentali per l'Italia, Giampaolo Pansa tira le somme di un passato guardato con nostalgia per tracciare la direzione preoccupante che sta imboccando, o ha già imboccato, il nostro Paese. Il secondo Novecento raccontato da un cronista che ha assistito a grandi e piccole rivoluzioni, dal fascismo alla guerra civile, dal Vajont a Piazza Fontana, insieme a figure e personalità fondamentali della cultura e del giornalismo italiano, come Tobagi e Bocca.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2018
Print ISBN
9788817098441
eBook ISBN
9788858691809
Argomento
History

1

Carlotta

Si erano ignorati per anni, Paolo e Carlotta. Vivevano entrambi a Roma, ma tra loro non esisteva nessun rapporto. Lui, Paolo R., era un giornalista andato in pensione dopo aver lavorato per anni nelle testate più importanti e spesso con incarichi delicati: inviato speciale di prima fila o vice del direttore. Il lavoro l’aveva assorbito del tutto e soltanto adesso si accorgeva di sapere ben poco delle persone che lo circondavano.
Una di queste era Carlotta B., figlia di un suo vecchio collega. L’amico gli aveva parlato più volte della ragazza, vicina ai vent’anni. Diceva che la figlia, iscritta alla facoltà di Lettere, voleva fare la giornalista. Al liceo e poi all’università si era dimostrata un’allieva tra le più brave. Leggeva molto e non trascurava i quotidiani e i settimanali.
«Carlotta ha tantissima stima di te» gli garantì l’amico. «Mi ha fatto raccontare tutto quello che so del tuo percorso professionale. Un giorno mi ha confidato che le sarebbe piaciuto incontrarti. Non ho voluto accontentarla perché conosco il tuo carattere e non sapevo in che modo l’avresti presa. Mi sono limitato a dirle che, prima o poi, quel momento sarebbe arrivato…» E infatti l’occasione ben presto si era presentata.
Paolo rivelò un giorno all’amico: «Ho deciso di scrivere un altro libro. È dedicato all’Italia di ieri, penso che sarà un rimpianto per come eravamo allora. Migliori di oggi, nonostante la guerra mondiale e quella civile, la prosperità ancora lontana, i partiti politici troppo potenti. Sarà un racconto della decadenza italiana, di un paese che si sta perdendo e rischia di diventare una nazione finita.
«Forse tua figlia potrebbe aiutarmi. In che modo? Ascoltando passo dopo passo, tutti i giorni, quanto le dirò. Il suo sarà un lavoro impegnativo. Anche perché la pregherò di rivolgermi tutte le domande che vorrà. E poi di valutare le mie risposte. Ti garantisco che verrà ricompensata con generosità».
L’amico lo avvertì: «Se mia figlia accetterà il lavoro che le proponi, sarà bene che ti dica due o tre cose sul suo conto. Carlotta ha un carattere che assomiglia al tuo. È cocciuta. Rifiuta di sottomettersi, non vuole briglie sul collo, è spavalda e sempre pronta a contraddire chiunque. Ma è anche molto curiosa di un maestro del tuo calibro. Vorrebbe conoscerti meglio. Però non sa in che modo reagiresti se irrompesse nella tua vita».
Paolo decise di iniziare a scrivere il libro che immaginava. Con il passare dei giorni, si innamorò sempre di più del progetto. E dell’idea che Carlotta gli fosse necessaria come interlocutrice.
Spiegò all’amico: «Penso che tua figlia sia davvero la persona giusta per impedirmi di fantasticare. Ai signori anziani succede spesso. Me ne sono reso conto quando mi occupavo della politica italiana. Allora nei partiti le carriere duravano anni. Poteva capitare che un dirigente democristiano si convincesse che il Pci si fosse sciolto davanti alla strapotenza dello Scudo crociato. E un politico comunista sostenesse che l’Italia era una repubblica affiliata all’Unione Sovietica. Dove le cariche statali più importanti venivano decise al Cremlino».
Chi poteva evitargli di cadere in quei terribili vuoti di memoria e, al tempo stesso, aiutarlo a mettere insieme i tanti momenti della sua esistenza? Paolo non ebbe incertezze: questa ragazza che ancora non conosceva, se non attraverso la descrizione che ne aveva fatto il padre. E un giorno decise di convocarla per capire meglio che tipo fosse.
Paolo la prese alla larga: «Tu hai vent’anni e studi Lettere all’Università di Roma. So che sei diligente, ma non credere sia facile realizzare il tuo proposito di diventare una giornalista come tuo padre e me. Il giornalismo è in crisi: i giornali perdono lettori e non hanno soldi. Senza contare che le grandi testate sono già piene di donne, spesso affatto anziane e molto brave. Non sarà per niente facile trovare un impiego, anche precario, nella carta stampata.
«Io ho lavorato per molti editori» continuò Paolo. «E via via sono diventato un personaggio che i colleghi chiamano “maestro”. Ho sempre il sospetto che questo titolo sia beffardo. Ma ammesso che non lo sia, nessuno di loro sarebbe in grado di aiutarti. Per di più, mi sono sempre rifiutato di mettermi al servizio di un politico che conta. Dunque non posso fare niente per te. Mia cara ragazza, dovrai cercarti un’altra professione…»
Tuttavia Carlotta aveva davvero un carattere di ferro e non si lasciò intimorire da quella previsione. Quando Paolo le propose di assisterlo nella stesura dei propri ricordi, gli rispose subito di sì: «Resterò accanto a lei per il piacere di fare questa esperienza, ma anche per vantare un credito nei suoi confronti. Il giorno che questo libro sarà finito, non potrà più rifiutare di aiutarmi».
La ragazza cominciò a frequentare ogni giorno l’appartamento di Paolo, governato da una badante ucraina, Dina. La donna, sulla quarantina, l’accolse con entusiasmo. E le disse: «Finalmente potrò parlare con un’amica e non con quel musone del dottor Paolo. Non immaginavo che tu fossi così bella. Potrei perdere la testa per te. Ma purtroppo sono una femmina e mi è vietato avere pensieri proibiti sul tuo conto».
Anche Paolo rimase colpito da Carlotta. Aveva davvero una bellezza speciale che la faceva sembrare una zingara. Alta, snella, scura di pelle, capelli neri e ricci. Il suo corpo stava ancora maturando. Il seno sbocciava con una prepotenza che lasciava immaginare conflitti roventi con spasimanti maschi. I fianchi erano da giovane ben messa. Mentre il sorriso era quello di una birbantessa.
Paolo era stato un donnaiolo impenitente. Eppure non si era mai imbattuto in una ventenne tanto sexy. Si domandò se Carlotta fosse ancora vergine. O avesse già ceduto a qualche corteggiatore. Ebbe la tentazione di chiederlo. Ma riuscì a fermarsi, pensando che sarebbe stato sconveniente, anche per un signore della sua età.
Si limitò a domandarle: «Hai davvero voglia di aiutarmi a mettere nero su bianco i miei ricordi? Per esempio, rivolgendomi domande che mi spingano a rievocare il passato con precisione e senza truccare le carte? Ti avverto subito che ti aspetta una bella fatica. Dovrai frequentare questa casa di continuo. Accettare i miei scatti d’umore, le paturnie, i rimproveri. I vecchi signori non sono facili da sopportare. Soprattutto quando hanno di fronte delle bellezze rapaci…».
«Che cosa intende per rapaci?» domandò Carlotta, incuriosita. «Non pensavo di essere simile a un falco o a un’aquila!»
«Dammi del tu e non fare la scema con me!» ruggì Paolo. «Intendo sgenate, senza inutili pudori, capaci di non offendersi se un signore anziano si lascia andare a domande che la morale corrente giudica sconvenienti.»
«Ma tu sei un signore speciale, come mi ha garantito mio padre» obiettò Carlotta. «Non ti vedo rivolgermi domande di quel genere.»
Paolo sospirò: «Tu sei ancora molto giovane. E credo che non abbia esperienza di come la pensano i maschi, a cominciare da quelli tanto cresciuti da essere arrivati alla vecchiaia covando ancora dei desideri. Ti garantisco che sono i peggiori. Quando si trovano di fronte a una ragazza bella come te, vanno fuori di testa. Si illudono di avere ancora trent’anni. Diventano molesti, il desiderio li rende pericolosi, pronti a mettere in atto qualsiasi trucco pur di entrare nella sua intimità».
Carlotta lo ascoltò pensierosa, poi gli sparò una domanda: «Tu saresti capace di azzardare qualche idea strana sul conto della sottoscritta?».
«Strana in che senso?» chiese Paolo.
Carlotta non gli rispose.
La ragazza non era mai entrata nell’appartamento del dottor Paolo. Lo scoprì carico di libri, di un archivio pieno di ritagli di giornale, di quaderni zeppi di appunti. Dopo la morte della moglie, il vecchio giornalista si era chiuso in se stesso. Diventando un solitario che aveva pochi contatti con il mondo. Lo assisteva la badante ucraina, efficiente e scrupolosa.
La ragazza si domandò subito se la signora fosse anche la sua morosa. E non si trattenne dal chiederlo.
Lui si limitò a replicare: «Non sapevo di aver scelto come assistente una ragazza tanto impicciona. Un tempo si diceva: tra moglie e marito non mettere il dito. Oggi si dice: tra badante e assistito fingi di non vedere!».
Ma Carlotta ripeté la domanda. Paolo le rispose: «Figlia mia, non dimenticare che ho compiuto da qualche mese gli ottant’anni. Tu mi vedi mentre faccio del sesso con la Dina?».
Carlotta mostrò tutta la propria testardaggine: «Non devo dirlo io a te. Ma ci sono molti modi di sparare le ultime cartucce. Questa signora Dina mi sembra la donna giusta per aiutarti a farlo».
Paolo si stizzì: «Ti sei offerta di aiutarmi a mettere insieme questo libro. E non per indagare sul conto mio e della Dina. Ti prego di non rivolgermi più questo genere di domande».
La ragazza gli sorrise e si limitò a dire: «Obbedisco, illustre maestro».

2

Mussolini

La prima domanda che Carlotta rivolse a Paolo non poteva che sorprenderlo: «Tu hai mai visto Mussolini? Intendo dal vivo e non in qualche film Luce».
«Perché me lo chiedi?» replicò Paolo.
«Perché hai scritto molto di lui nei tuoi libri sulla guerra civile e sulla Repubblica sociale. Ne ho letti alcuni e mi sembra di aver capito che il personaggio in fondo ti piacesse. Non sei mai stato un suo tifoso, ma neppure tu hai saputo sottrarti al fascino, anche negativo, che il Duce accendeva in milioni di italiani.»
Sbuffando lui la interrogò a sua volta: «Tu che cosa sai di Mussolini?».
«Ben poco. Mi ha colpito molto un articolo pubblicato da una rivista femminile. Raccontava della grande energia sessuale del Duce. Lo circondava un numero impressionante di donne disposte a fare l’amore con lui. E Mussolini era sempre pronto a soddisfarle. Una volta prese una signora nel proprio ufficio a Palazzo Venezia. Sul pavimento. Sopra un tappeto. Quando viaggiava in treno, la polizia doveva impedire alle donne che lo aspettavano a ogni fermata di saltargli addosso per offrirsi.»
Paolo scosse la testa, scoraggiato: «Se una giovane e brillante studentessa come te conosce di Mussolini solo quello che ha letto su un rotocalco femminile, allora ho proprio ragione: il nostro è davvero un paese perduto e non ha nessun futuro. Noi anziani lo consegneremo a una massa di ignoranti che ne faranno strame. Ma non voglio pensare al domani. Devo ritornare al passato. E raccontarti dell’unica volta che ho visto il Duce. Però la tua domanda mi obbliga a prendere atto di una verità che non riguarda soltanto i giorni alle nostre spalle, bensì quelli che stiamo vivendo».
«Fammi capire meglio» lo invitò Carlotta.
«Oggi gli italiani non sono cambiati molto da allora. La grande maggioranza cerca un leader, un capo, che li comandi e sia disposto a guidarli. Il successo che ha avuto il nostro ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, si spiega soltanto in questo modo. E non dimenticare un media dal potere spaventoso: la televisione. Se fosse esistita negli anni Venti e Trenta, Mussolini avrebbe conservato il potere per un tempo infinito. Dunque, visto che sei tu a propormelo, iniziamo questo libro con i miei ricordi sull’Uomo di Predappio!»
«Era il febbraio del 1943 e il regime fascista stava vivendo il suo ultimo atto» iniziò a raccontare Paolo. «Come sai, sono nato e cresciuto nel Monferrato. Un giorno ci annunciarono che il Duce avrebbe fatto una visita lampo alla nostra città con una breve sosta in piazza Castello, di fronte al Po. La mia nonna materna, Teresa, una signora secca e sempre vestita di nero, era l’esatto contrario della militante fascista. Odiava il Duce, però non lo aveva mai visto e mi costrinse a scortarla sulla piazza dove lui si sarebbe fermato.»
A Paolo mancava poco a compiere otto anni. E da ragazzino aveva una gran passione per il Duce. Ogni volta che accompagnava la madre al cinema, se lo trovava di fronte nei film Luce e non gli sembrava un essere umano, un cristiano come tanti. Aveva il piglio del comandante in capo e l’oratoria di un grande leader politico. Lo affascinava anche il modo di muoversi di Benito. A scatti. Con il collo eretto e lo sguardo rivolto in avanti. C’era una posa che gli piaceva più di altre, il Duce scrutava il mondo con le mani sui fianchi. Come se gli dicesse: attento a quel che pensi e a quel che fai, perché adesso comando io!
Per l’esattezza Paolo aveva sette anni e cinque mesi. Ma sembrava un tantino più grande. Era magrissimo, con le gambe lunghe e dalle ossa forti, un volto sorridente. Indossava la divisa di Figlio della Lupa, in attesa di passare tra i Balilla. Però leggeva già il settimanale che si chiamava per l’appunto «Il Balilla». Gli piaceva molto una striscia di fumetti che sfotteva il capo del governo britannico Churchill, il presidente americano Roosevelt, sua moglie, «la terribile Eleonora», e Stalin, chiamato «Stalino, l’orco rosso del Cremlino». Insomma, era un perfetto figlio del regime. Papà e mamma lasciavano correre. Mettersi contro il Duce sarebbe stato un suicidio.
La nonna Teresa non poteva soffrire Mussolini da quando un suo nipote, ben più adulto di Paolo, era morto a ventun anni combattendo in Grecia. Da quel momento sperò che qualche malattia senza scampo si portasse via Benito il Macellaio. E quando seppe che avrebbe visitato la loro città, decise di vedere che grugno avesse e impose al nipote di accompagnarla.
Il Duce arrivò su una grande Aprilia scoperta e, come era previsto, si fermò in piazza Castello, dove si erano radunati tutti i gerarchi della città. Lì per lì Paolo rimase stupefatto. E si domandò se quello fosse proprio Mussolini. In piedi sull’auto c’era uno spettro. Un teschio sudato, dal colorito terreo. Due fosse nelle guance. Gli occhi di vetro nel pallore delle orbite, di un luccicore innaturale. La pelle cadente. E dal collo in giù un cappottone militare che nascondeva il vuoto. Il mantello di un burattino. Il sudario di un morto.
Ascoltò la nonna Teresa ringhiare a mezza voce: «Quel porco è ammalato. E di brutte malattie. Mali misteriosi. Hitler, il suo compare, gli ha mandato dalla Germania due maghe incaricate di guarirlo. Ma sono ritornate quasi subito a Berlino perché non c’è più niente da fare!».
Deluso, Paolo riprese a scrutare il Duce. Era tutto l’opposto dell’uomo descritto nel suo libro di lettura. In quelle pagine si leggeva: «Dai più importanti e delicati affari di Stato, la giovinezza di Mussolini passa alle più multiformi manifestazioni di sana e gioviale attività sportiva. Sempre fresco, sempre agile, con una vivacità sorprendente».
Quando disse alla nonna Teresa: «Forse il Duce è stanco», lei ruggì: «Non è stanco, è moribondo. È incapace di sopportare la più ridicola delle fatiche. Vedrai che adesso ripartirà subito. Deve visitare Mortara e Vigevano per far vedere alle sue bande che è ancora vivo!». Infatti, dopo un ultimo saluto, molle, sfibrato, senza pronunciare nessun discorso si accasciò sull’Aprilia e il macchinone ripartì.
Ma anche senza il Duce, l’adunata fascista doveva proseguire. Nell’umidore di un febbraio carico di nebbia e di cornacchie strepitanti, con un entusiasmo stentato, i gerarchi presenti in piazza Castello si misero in marcia verso il centro della città. In testa procedeva il federale Amedeo Migliavacca. Lo chiamavano «Il grande mutilato» poiché in Africa Orientale aveva donato alla patria il braccio destro. Ma non in battaglia, bensì durante una partita di pesca con le bombe a mano, su un lago strappato agli abissini nella guerra del 1935.
Quella maledetta bomba non si era limitata a liquidargli il braccio. Lo aveva anche stortato nella figura, marchiandolo di un che di malforgiato, di non riuscito. Per di più, con il passare degli anni, il corpo del federale si era ingrossato, specialmente sulle natiche. Con il risultato di regalargli un sedere enorme. I suoi denigratori sostenevano che quel fenomenale lato B avesse capovolto le preferenze del gerarchissimo: niente più ragazze in camicia nera, bensì nerboruti avanguardisti.
Ben più maschia del Migliavacca risultava la Cloe Battistoni, capa delle donne fasciste della città. Una quarantenne che si faceva precedere dal seno formidabile e d...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. L’Italia non c’è più
  4. Prologo. Il paese perduto
  5. 1. Carlotta
  6. 2. Mussolini
  7. 3. I baci della maestra
  8. 4. La ragazza dell’8 settembre
  9. 5. Il rifugio della Marchesa
  10. 6. Sacrificio
  11. 7. Un aprile da dimenticare
  12. 8. Povertà
  13. 9. La mendicante
  14. 10. Squillo con merenda
  15. 11. La lapide fantasma
  16. 12. Sant’Alcide
  17. 13. La Maialina e il chierico
  18. 14. La signora pallida
  19. 15. Lina, la sarta
  20. 16. La Festa delle Porcelle
  21. 17. Bella ciao
  22. 18. Torture
  23. 19. Gidibì
  24. 20. Un cinico al Vajont
  25. 21. La signora Fortuna
  26. 22. Il vomito del tassista
  27. 23. La profezia del Principe nero
  28. 24. La Vergine democristiana
  29. 25. Le tante Balene bianche
  30. 26. Il monarca rosso
  31. 27. Il compagno G
  32. 28. Il Garofano osceno
  33. 29. Indifendibili
  34. 30. L’Uomo di Cuneo
  35. 31. Un eroe malato
  36. 32. I milioni nel water
  37. 33. L’età della Decadenza
  38. Indice