Viva la revolucion
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Viva la revolucion

Il secolo delle utopie nell'America Latina

  1. 448 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Viva la revolucion

Il secolo delle utopie nell'America Latina

Informazioni su questo libro

Nel XX secolo l'America Latina è stata un laboratorio del cambiamento storico. Passando da una nazione all'altra si potevano osservare le tappe più significative di un'evoluzione politica e sociale di grande portata: dalle dittature militari al terrore di Stato fino alle torture; dalle rivoluzioni necessarie delle masse contadine ai sogni di guerriglia, alle speranze e alla visione di uno stato socialista. L'ispirazione messa in moto dagli eventi di Cuba portò a una scia di eventi storici che arrivano fino alla lotta armata di Che Guevara, ai movimenti contadini del Perù, al Cile di Salvador Allende e a quella Colombia sospesa tra le fantasie di Márquez e gli anni brutali del periodo della Violencia. In questo volume Eric Hobsbawm riporta quarant'anni d'esperienza sull'America Latina e di indagini su una ricerca d'indipendenza dopo il lungo secolo coloniale, e ci spiega perché lì "si era costretti ad accettare ciò che altrove sarebbe stato impensabile". Con un occhio al presente, perché strascichi e contraccolpi di quegli anni sono più vivi che mai.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2017
Print ISBN
9788817096294
eBook ISBN
9788858690611
Argomento
Storia

III

Contadini

10

I contadini come banditi sociali

I banditi sociali sono contadini fuorilegge che il signore e lo Stato considerano criminali, ma che rimangono all’interno della società contadina e vengono ritenuti dalla loro gente degli eroi, campioni, vendicatori, combattenti per la giustizia, magari anche leader di una lotta di liberazione e, in ogni caso, uomini da ammirare, aiutare e sostenere. In presenza di una società tradizionale che resiste alle usurpazioni e all’avanzata degli Stati e dei governi centrali, nativi o stranieri che siano, ricevono appoggio anche dai signori locali. Questo rapporto fra il comune contadino e il ribelle, il fuorilegge e il ladro è ciò che fa del banditismo sociale un fenomeno interessante e significativo. […]
Sul piano sociale, [il banditismo] sembra comparire in tutti i tipi di società che si trovano tra la fase evolutiva dell’organizzazione tribale, basata sui rapporti di sangue, e la moderna società capitalista e industriale, includendo però le fasi in cui la prima viene a disgregarsi e si verifica la transizione al capitalismo agrario. […] I moderni sistemi agrari, sia capitalista sia postcapitalista, non sono più quelli della società contadina tradizionale e cessano di produrre i banditi sociali, tranne che nei Paesi del cosiddetto «capitalismo dei coloni» (Stati Uniti, Australia, Argentina). […] Il banditismo sociale si ritrova in tutte le società basate sull’agricoltura (incluse le economie pastorali) ed è formato in gran parte da contadini e lavoratori senza terra governati, oppressi e sfruttati da qualcun altro: signori, città, governi, legali o anche banche. Può prendere l’una o l’altra di tre forme principali: il ladro nobile (o Robin Hood), il resistente primitivo o l’unità di guerriglia e a volte il vendicatore che semina terrore.
[…]
Il banditismo può essere il precursore o il compagno di grandi movimenti sociali, come le rivoluzioni contadine. In alternativa, può trasformarsi adattandosi alla nuova situazione sociale e politica, anche se in questo modo cesserà quasi certamente di essere un banditismo sociale. Nel caso tipico degli ultimi due secoli – la transizione da un’economia precapitalista a una capitalista – la trasformazione sociale può arrivare a distruggere del tutto quel tipo di società agraria che dà origine ai banditi, quel mondo contadino che li sostiene; e, nel far questo, pone fine alla sua storia. I secoli XIX e XX sono stati la grande epoca del banditismo sociale in svariate zone nel mondo, proprio come il XVI, il XVII e il XVIII lo erano probabilmente stati in gran parte dell’Europa. Tuttavia, oggi si tratta di un fenomeno perlopiù estinto, eccezion fatta per alcune aree.
[…]
Nella misura in cui i banditi hanno un «programma», esso consiste nella difesa o nel ripristino dell’ordine tradizionale delle cose «come dovrebbe essere» (che, nelle società tradizionali, significa come si crede che sia stato in un qualche passato reale o mitologico). I banditi raddrizzano i torti, rimediano alle ingiustizie e le vendicano, applicando così un generico criterio di rapporti giusti e corretti fra gli uomini in generale e fra i ricchi e i poveri, o i forti e i deboli, in particolare. Si tratta di un obiettivo modesto, per cui i ricchi possono sfruttare i poveri (ma non più di quanto venga tradizionalmente accettato come «corretto») e i forti opprimere i deboli (ma entro i limiti di ciò che è giusto e senza dimenticare i loro doveri sociali e morali). […] In questo senso, i banditi sociali sono riformatori, non rivoluzionari.
Tuttavia, riformista o rivoluzionario che sia, il banditismo in sé non costituisce un movimento sociale. Può essere un suo surrogato, come quando i contadini ammirano i Robin Hood come propri campioni per sopperire alla mancanza di una propria attività positiva diretta. Può anche essere un suo sostituto, come quando il banditismo diventa istituzionalizzato tra qualche fascia dura e combattiva della classe contadina e viene di fatto a inibire lo sviluppo di altri mezzi di lotta. L’effettivo verificarsi di casi di questo genere non è ancora stato stabilito con chiarezza, ma alcuni elementi indicano che è possibile. In Perù, per esempio, la pressione dei contadini per la riforma agraria era (e rimaneva ancora nel 1971) molto più debole nei dipartimenti di Huanuco e Apurimac, dove i problemi agrari non erano certo meno acuti ma dove c’era (e c’è) una tradizione profondamente radicata di furto di bestiame e di brigantaggio. Si tratta comunque di un problema che, come molti altri aspetti del banditismo, necessita ancora di serie ricerche.
Ci sono tuttavia due cose in grado di trasformare questo modesto (benché violento) obiettivo sociale dei banditi – e del mondo contadino a cui appartengono – in veri e propri movimenti rivoluzionari. Il primo è quando diventa il simbolo, o anche l’avanguardia, della resistenza dell’intero ordine tradizionale contro le forze che lo sconvolgono e lo distruggono. Una rivoluzione sociale non è meno rivoluzionaria per il fatto che ha luogo nel nome di ciò che il mondo esterno considera come una «reazione» contro quello che vede come il «progresso». […] La seconda ragione per cui i banditi diventano rivoluzionari concerne la società contadina. Anche coloro che accettano lo sfruttamento, l’oppressione e l’assoggettamento come la norma della vita umana, sognano un mondo di uguaglianza, fratellanza e libertà, un mondo del tutto nuovo e privo di male. Capita di rado che questo sia più di un sogno, più di una semplice attesa apocalittica. […] Tuttavia, ci sono momenti in cui l’apocalisse sembra imminente: quando l’intera struttura dello Stato e della società esistente, la cui fine totale è simboleggiata e predetta in termini apocalittici, sembra di fatto sul punto di crollare, e il barlume di speranza si trasforma nella luce di una possibile nuova alba.
In momenti del genere vengono spazzati via anche i banditi, come chiunque altro. […] Di fatto, nulla è più sorprendente di questa coesistenza subalterna del banditismo con una grande rivoluzione contadina, a cui spesso fa da precursore. […] Il sertão1 del Brasile nordorientale, tradizionale patria dei cangaçeiros, era anche quella dei santos, i leader messianici rurali. Erano fioriti insieme, ma i santi erano più grandi. Il grande bandito Lampião, in una delle innumerevoli ballate che celebrano le sue imprese,
Giurò che sarebbe stato vendicato di tutto
Dicendo che in questo mondo rispetterò
Padre Cícero e nessun altro.2
E, come vedremo, fu da padre Cícero, il messia di Juazeiro, che l’opinione pubblica prese le credenziali «ufficiali» di Lampião. Il banditismo sociale e il millenarismo – le forme più primitive di riforma e rivoluzione – vanno storicamente di pari passo. E nei grandi momenti apocalittici, le bande di briganti, ingrossate dai tempi di tribolazione e attesa, possono trasformarsi in qualcos’altro senza avvedersene. […]
Così, quando il banditismo confluisce in un grande movimento, diventa parte di una forza capace di cambiare la società e che, di fatto, la cambia. Dato che gli orizzonti dei banditi sociali sono ristretti e circoscritti (come quelli della stessa classe contadina), i risultati dei loro interventi nella storia possono non essere quelli che si aspettavano o addirittura essere l’opposto; tuttavia ciò non sminuisce il ruolo del banditismo come forza storica.
Tra i cangaçeiros del Brasile nordorientale ci sono quelli, come il grande Antônio Silvino (1875-1944, capo bandito nel periodo 1896-1914), che vengono ricordati soprattutto per le loro azioni positive e altri, come Rio Preto, il cui ricordo è legato specialmente alla loro crudeltà; in generale, comunque, l’«immagine» del cangaçeiro combina entrambi gli aspetti. Per illustrare questo punto, possiamo seguire il racconto di uno dei cantori del cangaçeiro più famoso, Virgulino Ferreira da Silva (1898?-1938), ovunque noto come «Il Capitano» o «Lampião».
Secondo la leggenda (ora è l’immagine e non tanto la realtà a interessarci), era nato in una famiglia di rispettabili contadini e allevatori, ai piedi delle montagne nell’arido entroterra rurale dello stato di Pernambuco «in quel momento del passato in cui l’entroterra era abbastanza fiorente»; era un ragazzo intellettuale e quindi, stando alla leggenda, non molto forte. I deboli dovevano potersi identificare con il grande bandito. Come scrisse il poeta Zabele:
Dove vive Lampião,
Anche i vermi diventano coraggiosi,
La scimmia lotta con il giaguaro
E la pecora tiene duro.
Suo Zio, Manoel Lopes, dichiarò che questo ragazzo doveva diventare un dottore, cosa che faceva sorridere la gente perché
Non si era mai visto un dottore
In quell’immenso sertão;
Lì gli uomini conoscevano solo mandriani,
Bande di cangaçeiros
O cantanti di ballate.
In ogni caso, il giovane Virgulino non voleva fare il medico bensì il vaqueiro (mandriano), anche se imparò a scrivere e a far di conto in appena tre mesi di scuola ed era un esperto poeta. Quando aveva diciassette anni, i Ferreira vennero scacciati dalla loro fattoria dai Nogueira con la falsa accusa di furto; fu così che iniziò la faida che lo avrebbe portato a diventare un fuorilegge. «Virgulino» gli disse un tale, «abbi fiducia nel giudizio di Dio», ma lui rispose: «La Bibbia dice di onorare tuo padre e tua madre e, se non difendessi il nostro nome, non sarei più un uomo». Così,
Comprò un fucile e un pugnale
Nella città di São Francisco.
e formò una banda con i suoi fratelli e altri ventisette combattenti (noti al poeta – e ai loro vicini di casa – con dei soprannomi, spesso tradizionali per chi intraprendeva la carriera del bandito) per attaccare i Nogueira nella Serra Vermelha. Passare dalla faida familiare al banditismo fu un passo logico e – data la superiore forza dei Nogueira – necessario. Lampião divenne così un bandito nomade, più famoso perfino di Antônio Silvino, la cui cattura nel 1914 aveva lasciato un vuoto nel pantheon del banditismo rurale:
Non risparmiava la pelle
Del soldato, né quella del civile,
Il suo amore era il pugnale,
Il suo dono la pistola […]
Lasciava i ricchi in miseria,
I coraggiosi cadevano ai suoi piedi,
E altri fuggivano dal Paese.
Ma nel lungo periodo (dal 1920 circa al 1938) in cui fu il terrore del Nordest, non smise mai – racconta il poeta – di deplorare la propria sorte, che lo aveva reso un ladro anziché un onesto lavoratore e che lo aveva destinato a una morte certa, tollerabile solo se avesse avuto la fortuna di cadere in uno scontro leale.
Lampião era ed è un eroe per il popolo, ma un eroe ambiguo. Una normale cautela potrebbe spiegare perché il poeta si inchina alla moralità formale e registra la «gioia del nord» alla morte del grande bandito nel 1938. (Di certo, non tutte le ballate prendono questa posizione.) La reazione di un contadino nella giurisdizione di Mosquito è probabilmente più tipica. Quando i soldati si avvicinarono portando le teste delle loro vittime dentro dei vasi pieni di kerosene, in modo da convincere tutti che Lampião fosse davvero morto, disse: «Hanno ucciso il Capitano, perché nell’acqua una forte preghiera non serve a nulla».3 Il suo ultimo rifugio, infatti, era nel letto asciutto di un torrente; e come si sarebbe potuta spiegare la sua caduta, se non per il fatto che la sua magia non aveva funzionato? Ciò nonostante, per quanto fosse un eroe, non era un eroe buono.
È vero che era andato in pellegrinaggio dal famoso messia di Juazeiro, padre Cícero,4 chiedendone la benedizione prima di diventare un bandito, e che il santo, pur esortandolo invano ad abbandonare la vita da fuorilegge, gli aveva dato un documento in cui nominava lui capitano e i suoi due fratelli tenenti. Tuttavia, la ballata da cui ho tratto la maggior parte di questa storia non accenna a tentativi di comporre i torti (se non quelli fatti alla banda stessa) né di prendere ai ricchi per dare ai poveri o di portare giustizia. Racconta battaglie, ferite, assalti a città (o a ciò che, nell’entroterra rurale brasiliano, si considerava una città), rapimenti, rapine ai danni dei ricchi, avventure con i soldati e con le donne, con la fame e con la sete, ma nulla che in qualche modo richiami la figura di Robin Hood. Al contrario, riporta diversi «orrori»: come Lampião assassinò un prigioniero sebbene sua moglie avesse pagato il riscatto, come massacrò dei lavoratori, come torturò una vecchia che lo aveva maledetto (ignorando con chi aveva a che fare) facendola danzare nuda con un cactus fino alla morte, come uccise con sadismo uno dei suoi uomini che lo aveva offeso facendogli mangiare un chilo di sale, e altri episodi simili. Per questo bandito, incutere terrore ed essere spietato più che amico dei poveri sono attributi davvero connotativi.
[…]
Gli esempi di assoluta crudeltà, d’altro canto, di norma non sono ascrivibili ai banditi tipici. È forse un errore classificare come banditismo l’epidemia di violenza sanguinaria che sconvolse il dipartimento peruviano di Huanuco da intorno al 1917 fino alla fine degli anni Venti, dato che, anche se i furti ne costituivano certo una parte, il suo motivo non era «proprio questo ma, piuttosto, l’odio e le faide». In realtà, stando ai fatti, si trattò di una faida sfuggita di mano, che instillò «negli uomini una febbre di morte» che li spingeva a «bruciare, stuprare, uccidere, saccheggiare e distruggere con freddezza» ovunque eccetto che nella loro comunità o villaggio d’origine. In modo ancora più evidente, lo spaventoso fenomeno della Violencia colombiana degli anni dopo il 1948 va molto oltre il comune banditismo sociale. In questa rivoluzione contadina abortita e sfociata dall’anarchia, l’elemento della violenza patologica fine a se stessa raggiunse vette mai viste, anche se si presume che alcune delle pratiche più orribili, come quella di tagliare i prigionieri in minuscoli frammenti «per il divertimento dei combattenti in preda a una folle barbarie» (pratica in seguito diventata nota come picar a tamal), fossero avvenute nel corso di precedenti campagne di guerriglia combattute in quel sanguinario Paese. A proposito di queste epidemie di crudeltà e massacri, va osservato che sono immorali anche per gli standard di quanti vi prendono parte. Se il massacro di intere vagonate di passeggeri inermi o degli abitanti dei villaggi si può inquadrare nel contesto di una feroce guerra civile, altri episodi ben documentati, come strappare via il feto di una donna incinta e sostituirlo con un gallo, possono essere soltanto «colpe» consapevoli. Tuttavia, alcuni degli uomini che perpetrano tali mostruosità sono e rimangono «eroi» per la popolazione locale.
Senza dubbio, la coscienza politica può fare molto per cambiare il carattere dei banditi. Tra i guerriglieri contadini comunisti della Colombia ci sono alcuni combattenti (anche se, quasi di certo, non più di una modesta minoranza) che arrivano dalle schiere degli ex briganti saccheggiatori della Violencia. «Cuando bandoleaba» («Quando ero un bandito») è una frase ricorrente nelle conversazioni e nei racconti del passato che riempiono gran parte del tempo di un guerrigliero. L’espressione stessa indica la consapevolezza della differenza tra il passato di un uomo e il suo presente. Tuttavia, anche se i singoli banditi possono facilmente integrarsi in unità politiche, la loro assimilazione collettiva all’interno di gruppi di guerriglia di sinistra si è dimostrata alquanto ardua, perlomeno in Colombia.
In ogni caso, come banditi il loro potenziale militare era limitato e quello politico ancora di più, come dimostrano le guerre del brigantaggio nell’Italia meridionale. La loro unità ideale contava meno di venti uomini. […] Nella Violencia colombiana, dopo il 1948, le più grandi unità di insorti erano quasi sempre comuniste più che non formate da semplici ribelli popolari. […] Le grandi forze venivano suddivise, come nella banda di Lampião, in sottounità, o coalizioni temporanee di formazioni separate. Sul piano tattico si trattava di una scelta sensata, eppure indicava la fondamentale incapacità della maggior parte dei capi popolari di equipaggiare e rifornire unità numerose, o di gestire gruppi di uomini oltre il diretto controllo di una personalità forte. Per di più, ogni capo proteggeva gelosamente la propria sfera di potere. Anche il più fedele luogotenente di Lampião, il «diavolo biondo» Corisco, pur rimanendo sentimentalmente legato al vecchio capo, litigò con lui e gli portò via amici e seguaci per formare una nuova banda separata. […]
Dal punto di vista politico, i banditi, come abbiamo visto, non erano in grado di offrire una reale alternativa ai contadini. Inoltre, la tradizionale ambiguità con cui si collocavano tra gli uomini di potere e i poveri, come uomini del popolo che però nutrivano un disprezzo per i deboli e i passivi – come una forza che, in tempi normali, avrebbe operato all’interno o ai margini della struttura politica e sociale esistente, ma non contro di essa – limitava il loro potenziale rivoluzionario. Potevano magari anche sognare una società libera di fratelli, ma la prospettiva più scontata per un bandito rivoluzionario di successo era quella di diventare un proprietario terriero, come la piccola nobiltà. Pancho Villa finì per diventare un hacendado,5 la rimunerazione naturale per un aspirante caudillo6 latino-americano, anche se le sue origini e le sue maniere lo rendevano senza dubbio più popolare degli aristocratici creoli. E, in ogni caso, la vita eroica e indisciplinata del ladro non preparava molto bene un uomo per la rigida, grigia organizzazione dei combattenti rivoluzionari o per la legalità della vita postrivoluzionaria.
[…]
Il contributo dei banditi alle rivoluzioni moderne fu ambiguo, discutibile e breve. Fu questa la loro tragedia. Come banditi, erano al massimo in grado di scorgere, come Mosè, la terra promessa, senza potere raggiungerla. […] Inoltre, nella rivoluzione messicana ci furono due grandi componenti contadine: il tipico movimento banditesco di Pancho Villa a nord e le agitazioni agrarie di Zapata, perlopiù lontane dal mondo dei banditi, nel Morelos. In termini militari, Villa ebbe un ruolo immensamente più rilevante nel quadro nazionale, ma la sua azione non seppe rimodellare il suo Nordovest né tantomeno il Messico. Dal canto opposto, il movimento di Zapata era del tutto regionale, il suo leader venne ucciso nel 1919 e le sue forze militari non avevano un grande peso; tuttavia, fu questo movimento a iniettare l’elemento della riforma agraria nella Rivoluzione messicana. I briganti produssero un potenziale caudillo e una leggenda: non ultimo, la leggenda dell’unico leader messicano che abbia tentato di invadere la terra dei gringos nel XX secolo.7 Il movimento contadino del Morelos, invece, produsse una rivoluzione sociale, una delle tre che meritano questo appellativo nella storia dell’America Latina...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Viva la Revolución
  4. Prefazione
  5. Introduzione. Eric e l’America Latina di Leslie Bethell
  6. I. PRIME IMPRESSIONI
  7. II. STRUTTURE AGRARIE
  8. III. CONTADINI
  9. IV. RIVOLUZIONI E RIVOLUZIONARI
  10. V. RIVOLUZIONARI MILITARI IN PERÙ
  11. VI. LA «VIA CILENA » AL SOCIALISMO
  12. VII. ULTIME RIFLESSIONI
  13. Note
  14. Fonti
  15. Indice