Fatto a mano. Il diario di un falegname filosofo
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Fatto a mano. Il diario di un falegname filosofo

  1. 264 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Fatto a mano. Il diario di un falegname filosofo

Informazioni su questo libro

Non considero la polvere sporcizia. La polvere è polvere. Posso riempirmi di polvere, al punto di essere completamente grigio, oppure posso sporcarmi. Sono due situazioni differenti. La storia la racconta, in prima persona, un esperto falegname e carpentiere norvegese cui la famiglia Petersen commissiona la ristrutturazione di una mansarda. Siamo così condotti in un mondo che appare distante, l'universo del lavoro manuale, dell'artigiano, di chi disegna progetti su misura e lo fa con passione autentica e dedizione. Niente a che vedere con una spedizione domenicale all'Ikea. Dal momento dell'incontro con il futuro cliente fino al trasferimento della famiglia nella nuova «ala» della casa, ecco un originale diario che dà conto, con un linguaggio essenziale e rigoroso, qua e là venato di nordica impudenza, di ogni più piccolo e fondamentale passaggio: la delicata trattativa fra le parti per accordarsi sul progetto, il calcolo del preventivo, l'organizzazione del cantiere, l'amorevole cura con cui il bravo artigiano sa e deve trattare i suoi preziosi attrezzi. Un resoconto agile e ricco di spunti sul lavoro e sul suo valore identitario, sull'orgoglio del mastro artigiano, su cosa significhi piantare chiodi in un pezzo di profumato legno di pioppo. Sono il sudore, la fatica, i tagli sulla pelle, insieme alle frustrazioni e alle piccole esplosioni di gioia pura a fondare un lavoro ben fatto. Perché lavorare con le mani, in fin dei conti, è un ottimo modo - anche - per pensare.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2017
Print ISBN
9788817096980
eBook ISBN
9788858691441

1

Lavoro il legno. Ho fatto il mio apprendistato e ora sono un artigiano qualificato, insomma, quello che la gente chiama un falegname.
Da apprendista ho imparato il mestiere e ora che sono un professionista so tirare avanti un’azienda. Il lavoro pratico mi coinvolge assai più degli aspetti manageriali, ecco perché sono così orgoglioso del mio diploma di formazione.
Nel lavoro manuale non ci sono misteri. Lo svolgo su commissione, dipende dalla domanda, dalle richieste.
Fornisco un servizio, sono un imprenditore, un uomo d’affari. Ecco quel che sono. O meglio un falegname, né più né meno, titolare di un’impresa individuale.
Le piccole ditte effettuano quelli che potremmo definire lavori meno importanti, a cui le aziende più grandi non sono interessate, troppo impegnate a costruire complessi residenziali, ospedali, scuole, ogni tanto un asilo o nuovi spazi commerciali.
Le imprese più piccole si occupano delle stanze da bagno; sostituiscono gli infissi e sistemano i garage. Ma tirano anche su un sacco di case nuove, e sono sempre loro a fornirti la struttura per agganciare le cassette delle lettere. Gran parte dei lavori di manutenzione e ristrutturazione dei due milioni e mezzo di abitazioni norvegesi è opera di piccoli appaltatori.
Siamo in tanti, ci trovate ovunque, perciò è inutile puntualizzare che siamo diversi. Lavoriamo nello stesso settore, siamo artigiani, e come tali sappiamo meglio di chiunque altro che ognuno svolge il lavoro a modo suo. Possiamo essere veloci, lenti, bravi o meno bravi, scontrosi, gioviali, cari o a buon mercato, onesti e sì, anche disonesti, qualcuno lo è. Ogni definizione si addice alla categoria e alle rispettive capacità.
Vivo nel quartiere di Tøyen, a Oslo, e il grosso del lavoro lo sbrigo in città, specialmente nella parte Est. Qualche volta in quella Ovest, e me ne è capitato qualcuno perfino più a sud, a Ski e ad Ås, per esempio, o anche ad Asker, a ovest. Non sono nato a Oslo, per cui quello che faccio mi è utile per conoscere la città. Succede che mentre passeggio con qualcuno d’un tratto mi fermo, indico qualcosa e: «Qui ho sostituito una porta» dico, «Là ho convertito un sottotetto in mansarda», «In quella casa ho rifatto un bagno». Per uno come me, totalmente privo del senso dell’orientamento, è un modo molto pratico di prendere confidenza con la città, considerato che non mi dimentico mai di un lavoro portato a termine.
Non ho dipendenti, né un ufficio, né una sede. Gli attrezzi li tengo in una stanza dell’appartamento dove vivo, insieme con i materiali che non possono stare fuori perché bisogna proteggerli dal gelo, tipo colle e simili. Viti, chiodi e tutto il resto li tengo su in mansarda. Gli attrezzi sono un’estensione della mia persona; trattarli bene è un segno di rispetto verso il mio mestiere, verso il lavoro in generale, e verso di me.
Il mio mezzo di trasporto, un furgoncino alquanto malmesso, lo parcheggio di volta in volta nel primo posto che trovo sulla strada. A fine giornata porto tutta la roba su in casa. Lasciare gli attrezzi in bella vista non è una buona idea. Se qualcuno sbircia dai finestrini, deve rendersi conto che nel furgone non c’è niente e dunque non vale la pena scassinarlo.
Abito al terzo piano, il che implica che devo trascinarmi un sacco di roba su e giù. La cosa migliore è fare mente locale ogni volta sul materiale che mi serve, e caricare sul furgone solo quello, evitando di portare avanti e indietro troppa roba.
Il salotto mi fa anche da ufficio. L’appartamento non è grande, perciò infilo documenti e scartoffie in un armadietto, non li lascio certo in giro. Non posso trascurare la parte burocratica del mio lavoro, ma avere l’ufficio a casa è stancante. È come avere sempre sulle spalle uno zaino bello pesante, anche quando l’escursione è finita. Non c’è mai un momento in cui puoi veramente riposare, prendere fiato e goderti il paesaggio. Non faccio in tempo a finire il lavoro vero e proprio che devo aprire l’armadietto, tirare fuori i documenti del caso, accendere il computer, occuparmi dell’IVA, scrivere mail, archiviare file, compilare moduli e valutare le offerte. Le ore dedicate a questa roba mi sembrano interminabili, molto più lunghe di quelle che passo sul campo.
La mia è un’azienda costituita da una sola persona, che sarei io, per cui niente separazione tra vita privata e professionale. Sono a stretto contatto fisico con gli arnesi e le cose che uso, e ho sempre ben presenti quali sono i conti e i risultati delle mie fatiche. In pratica sono tutt’uno con il mio trapano, il mio furgone, il pavimento che sto posando, la casa che sto costruendo, e anche con il mio stato patrimoniale.
Talvolta tutto questo è spossante, ma non necessariamente in senso negativo. Mi aiuta a capire quanto sia importante il mio lavoro non solo per i clienti che mi chiedono di dare una sistemata alle loro case, ma anche per me. Sono molto esposto, in tutti i sensi, privo delle garanzie su cui può contare la maggior parte dei lavoratori.
Mi guadagno da vivere costruendo oggetti effimeri che possono essere demoliti o sostituiti. Il mio mestiere è anche questo. Le cose di cui ci circondiamo sono per noi tanto fondamentali quanto inconsistenti, e del resto è per questo motivo che possiamo dire «Sì, tutto bene, non ci sono vittime» quando la casa è andata a fuoco.
Al momento ho un lavoro a Kjelsås, ma ho quasi finito; nel giro di tre settimane mi ritroverò a fissare le pagine bianche della mia agenda. È sempre così: si va avanti con il lavoro in corso e intanto si tiene d’occhio se ne salta fuori un altro.

2

Me ne sto seduto in salotto. Captain Beefheart nello stereo, fuori fa freddo, è un’umida sera di novembre. Ieri notte ho fatto tardi, e il Capitano sta cantando di me: «Tutto il giorno in giro con la luna appiccicata agli occhi». Musica buona per lavare via tutto, ecco perché l’ho messa su, lo squillo del telefono però interrompe la terapia. Non conosco il numero.
«Pronto?»
«Salve. Mi chiamo Jon Petersen. Ho avuto il numero da Helene Karlsen.»
«Ah, Helene e i suoi amici, a Torshov. È per un lavoro, giusto?»
Per Helene ho convertito una mansarda un paio d’anni fa. Un bel lavoretto per una famiglia simpatica. Helene aveva un marito e due figli, ecco perché «Helene e i suoi amici», come la celebre sit-com francese degli anni Novanta. Sì, li chiamavo così, e loro lo trovavano divertente, o almeno credo, ma a pensarci bene forse Jon Petersen non sa niente di tutto questo.
«Sì, abitiamo a Torshov e stiamo pensando di trasformare un sottotetto, e cerchiamo qualcuno in grado di fare un buon lavoro. Ci sono un sacco di incapaci qua in giro» dice con un tono da sottinteso. «Vogliamo affidarci alla persona giusta, perciò quando Helene ci ha detto che loro sono rimasti molto soddisfatti e ci ha consigliato di rivolgerci a lei…»
Mi racconta un po’ di come Helene e i suoi hanno sfruttato il nuovo spazio, mi dice che vorrebbero fare qualcosa di simile anche loro. L’assemblea condominiale ha finalmente dato il permesso di trasformare parte del sottotetto in uno spazio abitabile. È tutt’altro che facile spuntarla coi condòmini, in quel tipo di realtà abitative: la gente è sempre diffidente e considera ogni opera non necessaria, loro comunque sono riusciti ad acquisire quello spazio e sono pronti a partire.
«Avrei bisogno di qualche informazione veloce. Il sottotetto è collegato direttamente al vostro appartamento?»
«Sì, tramite una scala che sale dal soggiorno. Cioè, abbiamo già buttato giù una parete, abbiamo fatto un unico open space, salotto e cucina.»
«Avete dei disegni, avete richiesto la licenza edilizia? E la relazione strutturale è stata fatta?»
Andiamo avanti per un po’ e Petersen mi dice che il progetto è pronto, e che l’ingegnere ha fornito tutte le specifiche e i disegni dettagliati. Hanno fatto domanda per i permessi edilizi, che dovrebbero essere in dirittura di arrivo. Gli dico che, nel caso accettassi, mi farò carico di tutto, e per gli altri lavori mi rivolgerò a persone con le quali collaboro da anni. C’è una distinzione molto importante da fare, per quello che riguarda noi piccoli imprenditori: c’è chi impiega i propri dipendenti e chi subappalta. E c’è una bella differenza tra fare l’artigiano e fare l’agenzia di collocamento, ovvero essere un fornitore di manodopera.
Viene fuori che per questo lavoro siamo in lizza in quattro. Un numero accettabile; fossimo stati anche solo in cinque non presenterei nemmeno un preventivo, le probabilità sarebbero troppo scarse.
Per Petersen, un numero del genere avrebbe significato dover scegliere una ditta da una lista di cui non facevano già più parte le ditte migliori, dato che non sono il solo a pensarla così – indipendentemente dal fatto che io figuri o meno tra i migliori. Un bravo imprenditore sa come valutare le probabilità in casi simili e come approcciarsi al cliente. I clienti che si limitano a quattro preventivi hanno più possibilità di veder realizzato un lavoro di qualità rispetto a quelli che vogliono esaminare troppe offerte e, così facendo, mettono in fuga gli artigiani più capaci.
Ci sono quelli che vogliono scegliere tra una decina di ditte. Il cliente esamina la lista delle referenze, la situazione finanziaria, o qualsiasi altra cosa ritenga opportuno esaminare, prima di chiedere alle ditte che gli sembra facciano al caso suo di sottoporgli un preventivo. Fornire un elenco di referenze è una cosa abbastanza agevole da fare, ma per preparare un preventivo serve tempo.
Se le ditte chiamate in causa sono quattro, a me va bene. Ho buone probabilità di aggiudicarmi il lavoro.
La ristrutturazione che ho fatto per Helene vale come ottima referenza – e, detto per inciso, anche quella volta le ditte chiamate in causa erano poche.
Nel corso della conversazione vengo a sapere che Jon lavora per le ferrovie dello Stato – come impiegato, precisa. Sua moglie, Kari, nell’amministrazione comunale, settore cultura. Butta lì che nessuno dei due ne sa granché, di come si riconverte un sottotetto. Me lo dice per farmi capire che sono praticamente digiuni dell’aspetto pratico di un progetto del genere, e per mettere in chiaro che dovranno affidarsi completamente a chi farà il lavoro.
Hanno due figli e gli serve più spazio. Avevano cominciato a guardarsi intorno in cerca di un’altra casa, poi è venuta fuori l’opportunità di allargarsi nella loro e l’hanno colta al volo. Gli piace il palazzo dove stanno, e la zona di Torshov, così alla fine hanno deciso di mettere mano al sottotetto.
Finora hanno avuto a che fare con i condòmini e con l’architetto. Poi, tramite lui, con l’ingegnere e l’ufficio tecnico. La parte teorica del progetto ricalca, in un certo senso, quello che la vita d’ufficio mette loro davanti nel quotidiano, perciò la capiscono meglio rispetto al passo successivo – il lavoro vero e proprio. Ormai è più di un anno che Petersen si occupa delle questioni burocratiche. Si capisce che sia impaziente di procedere. Questo significa che, da parte mia, non devo aggiungere problemi, non devo appesantire il carico con altri mattoni, che nel mio caso sono tavole 2x4.
Il vantaggio dei disegni è che puoi sempre rifarli; non hanno un gran valore, finché non li applichi alla realtà; ciò nonostante, io devo farci riferimento come se fossero una realtà concreta. Non posso costruire qualcosa solo per verificare se funziona, nel caso non funzioni disfarla, dopo di che rifarla di nuovo. Potrei anche, caso mai il cliente se ne assumesse i costi, ma si tratta di una circostanza assai improbabile.
La teoria, per quanto mi riguarda, è qualcosa da tradurre in un’immagine del lavoro completato. Conto le viti, i chiodi, i metri di materiali, calcolo le ore. Mi faccio un film di come voglio che proceda il cantiere, e i disegni e le specifiche sono la sceneggiatura. I clienti sono per lo più interessati al risultato finale, a quello che vedono quando li informi che hai finito il lavoro, ma in un certo senso sono più bravi a capire i disegni.
A lavoro ultimato progetti e specifiche non contano più nulla, nessuno se ne ricorda più. Sono solo il filo che lega com’era lo spazio prima e com’è adesso.
Io devo occuparmi del da farsi, mentre in larga misura il cliente, l’architetto e l’ingegnere danno la parte pratica per scontata. Attitudini diverse, che spesso danno luogo a una distanza tra architetto e ingegnere da un lato, e me, il maestro artigiano, dall’altro.
Credo che i miei colleghi la pensino più o meno allo stesso modo: soffriamo l’assenza dell’architetto in loco, vorremmo avere un confronto diretto con lui, o con lei, in modo da trovare le soluzioni migliori nell’interesse del cliente.
Nella maggioranza dei casi, invece, l’architetto è uccel di bosco, e l’ingegnere non mette piede in cantiere prima di aver fatto i calcoli. Talvolta mi ingegno per trascinarli fuori dei loro uffici, o almeno questa è l’impressione che do. Quando succede, di solito le soluzioni che escogitiamo rispetto ai problemi che saltano fuori sono migliori di quelle cui saremmo giunti altrimenti. Migliori in termini di risparmio, di qualità del lavoro e, nel caso di un sottotetto da convertire, di comfort.
Negli ultimi venticinque anni, ovvero da quando faccio il falegname io, il grado di collaborazione tra il braccio teorico e quello pratico di chi lavora nel mondo delle costruzioni è andato deteriorandosi. L’edilizia è diventata un’attività più astratta. Se in precedenza gli artigiani ci tenevano a mettere la loro esperienza al servizio dell’opera in costruzione, ora quest’abitudine va scomparendo. Prima, questo modo di fare era parte integrante della pratica professionale. Ma d’altro canto, chi ha più voglia di offrire idee e suggerimenti qualificati, se nessuno li ascolta?
Chi non ha avuto modo di apprendere un modo di lavorare più collaborativo non sa cosa si perde. Credo che molti architetti e ingegneri vorrebbero che ci fosse una cultura diversa, credo sarebbero felici di lavorare fianco a fianco con noi, il problema è che l’attuale cattiva pratica si autoalimenta. Questo vale per tutte le parti in causa: siamo tutti talmente abituati a questo modo di lavorare – ognuno per sé – da non metterlo nemmeno più in discussione.
Ma non si tratta di un modello professionale codificato, e ognuno di noi deve essere abile a trattare con tutti gli altri, clienti, architetti, ingegneri. L’espressione «due facce della stessa medaglia» è molto appropriata, a tal proposito.

3

Mi piace trasformare sottotetti.
Mi piace l’atmosfera di quei posti, mi piacciono le strutture di supporto, le cose che riguardano la sicurezza contro gli incendi, le finiture, i materiali coinvolti e il contatto diretto con il cliente. Mi piace il fatto che le soluzioni che adotti debbano valere nell’immediato e nel lungo termine. I risultati sono evidenti, cominci su qualcosa di vecchio, ovunque metti le mani tocchi la storia, e quando finisci ecco che hai dato vita a qualcosa di diverso e completamente nuovo.
Ogni volta mi immagino lì, come se mi passassero il testimone, a completare il lavoro che qualcun altro ha eseguito centotrent’anni fa. Come se ogni singola fase di costruzione, a distanza di tanto tempo, facesse comunque parte di un unico processo. Un solaio dove fare essiccare le cose era utile in passato, ma oggi un impiego del genere non ha senso, oggi uno spazio simile serve soprattutto come ripostiglio. Oggi abbiamo tutti un sacco di roba da sistemare da qualche parte. Io in un sottotetto riesco a trovare tracce di centotrent’anni di lavorio, e mentre me ne sto lì a fare il mio, di lavoro, mi sento a stretto contatto con la sua storia. Con i danni causati dall’acqua, i fili dove si stendeva la biancheria, i vecchi circuiti elettrici, i condotti dell’aria, e all’occorrenza con l’amianto.
L’edificio dove abitano i Petersen, in Hegermanns gate, è stato costruito intorno al 1890. Nei palazzi di questo tipo gli impianti elettrici hanno cominciato a fare la loro comparsa agli inizi del Novecento. Ogni tanto mi imbatto in quel che resta di quei primi circuiti, ormai scollegati ma non ancora rimossi: fili neri, passacavi di ceramica, isolatori a rocchetto di ceramica. L’eventuale presenza di amianto nei condotti di ventilazione risale probabilmente agli anni Trenta.
I giornali che saltano fuori sulle pareti e nelle soffitte dei vecchi edifici raccontano sempre qualcosa di chi ha vissuto lì. Nel 1930, il fatto di leggere un giornale invece di un altro era strettamente legato, ancor più di quanto non lo sia oggi, alle tue vedute politiche. «Aftenpo...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Fatto a mano: Il diario di un falegname filosofo
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  47. 44
  48. 45
  49. 46
  50. 47
  51. 48
  52. Glossario