'C'era una volta un principe che viveva in una bolla di spone. Nella bolla di sapone c'erano un letto, un lampadario di cristallo, un frigorifero, un fornello e una boccetta d'olio. La bolla di sapone se ne andava in qua e in là, sulle ali del vento.' Comincia così la storia di Aznif, che è una storia un po' magica, ci dice l'autore, e parla di una persona leggera, che abitava in una casa più leggera dell'aria, e in una città più leggera dell'acqua che si chiama Amsterdam.

- 90 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Aznif e la strega maldestra
Informazioni su questo libro
Scelto da 375,005 studenti
Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.
Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.
NOVE
E finalmente giunse la sera del gran ballo in maschera. Era notte di luna piena ma le stelle erano un po’ più splendenti che altrove. Aznif si era recato da Rodolfo perché Lobelia lo aveva pregato di farle da cavaliere.
Tac toc.
«Avanti» disse Rodolfo, e non appena il principe fatato varcò la soglia, aggiunse: «Lobelia non sta più nei suoi panni dalla gioia, sta travestendosi da fata turchina... Bevete un sorso di vino?»
Il principe annuì, e sedette accanto al ciabattino.
«E voi come vi travestirete?» chiese Rodolfo versando del vino caldo nel boccale del principe.
«Da venditore di risate» rispose Aznif, e tirò fuori dalla tasca la bottiglietta di vetro, che si era fatta un po’ grassoccia per via delle risate che premevano sulle sottili pareti trasparenti per uscire.
«Ma dovrete anche nascondere il volto in qualche modo» commentò Rodolfo, che nel vedere la bottiglietta cominciò a pensare che Aznif fosse un po’ toccato.
«Ualà» fece Aznif, e dalla tasca estrasse un lenzuolo (in quei tempi lontani le tasche dei principi erano profonde come il cilindro di un prestigiatore)... un lenzuolo, dicevo, lungo e bianco, con due buchi proprio nel mezzo.
Il principe si alzò e si gettò il lenzuolo sulla testa lasciando fuori solo diciotto stuzzicadenti di piedi.
«Aaah!» urlò Lobelia, che a differenza della maggior parte delle streghe non era troppo coraggiosa. «Uno spettro! Aiuto, babbo, aiuto!»
Aznif sollevò il lenzuolo sopra la testa e si lasciò sfuggire una sonora risata, poi, rivolto alla nuova arrivata, disse: «Uno spettro venditore di risate» e mostrò la bottiglietta rigonfia. «Se la stappo ne vedrete delle belle» e rise ancora.
E anche Lobelia che, come ogni fata che si rispetti, era tutta vestita di azzurro e aveva in testa un cono appuntito con tante stelle d’argento, sorrise. E come ogni fata che si rispetti fece una piroetta davanti al principe, per farsi ammirare, agitò in aria la bacchetta e... e si fermò, per paura che le sfuggisse un incantesimo un po’ sbagliato.
«Siete bellissima, Lobelia» disse Aznif, porgendole il braccio per condurla al ballo.
Non appena uscirono, Rodolfo, bevendo un ultimo sorso di vino di Borgogna, disse fra sé: “Ti metterai nei guai, figlia mia, quel principe è simpatico ma è anche un po’ toccato… come si fa a mascherarsi da spettro che vende risate? Questa gioventù senza testa…” e richiuse l’uscio, aggiungendo qualche borbottio.
lI borgomastro, dal canto suo, aveva pensato bene di vestirsi da canguro. I piedi cangureschi li aveva già e la maschera la fece fare dal sarto di corte, che non avendo mai visto un canguro gli fece la testa simile a quella del leone, pensando che il volto del re della foresta si addiceva comunque a un borgomastro.9

Vaniglia, invece, si era fatta confezionare un abito da gatto, che le sembrava un animale più aggraziato di quanto non fosse il leone, che aveva sempre creduto un simbolo un po’ troppo spocchioso e severo, perfino per lo Stato.
Nella grande sala del Palazzo, illuminata a giorno da migliaia di candele e di lumi a petrolio, si alternavano la giga alla pavana, la corrente al minuetto, l’allemanda alla bourrée e alla sarabanda.10
Aznif non ballava troppo bene, anche se non aveva trascurato di prendere lezioni, mentre Lobelia, che era forse l’unica in tutta la sala ad avere i piedi di sempre (tre stuzzicadenti circa), faceva mirabilie, piroettando in qua e in là con eleganza senza pari.
Ma se Lobelia aveva ragione di compiacersi della propria maestria di danzatrice, non aveva davvero motivo di essere fiera del suo cavaliere, perché Aznif aveva occhi solo per Vaniglia che, nel suo vestito da gatta, sedeva accanto al trono del padre.
Le danze proseguivano.
La notte, fuori, si faceva più fredda e più buia e la mezzanotte, che era l’ora in cui Vaniglia avrebbe scelto il miglior danzatore come sposo, si avvicinava.
La pendola nera che campeggiava alle spalle del trono batté undici rintocchi. Fu allora che Vaniglia, sforzandosi di riconoscere Aznif, più che di decidere chi fosse il danzatore più dotato, notò un lenzuolo con due buchi all’altezza degli occhi... e ballava con tanta grazia, tanta leggerezza e armonia che le fermò il cuore in gola.
“Che sia lui?” si chiese Vaniglia.
Lobelia, frattanto, si era fatta paonazza dalla gelosia, perché lo sguardo azzurro di Aznif era prigioniero di quella gattaccia in trono e in cuor suo già covava, la sciagurata, un sortilegio crudele.
Tralascio di descrivere nei particolari le danze che seguirono perché a causa dei piedoni erano goffe e nessuno, se si esclude quello strano figuro rivestito di un lenzuolo... Bong bong, fece la pendola. Bong, per dodici volte. E un tuono, in risposta, squassò il cielo.
Quando il borgomastro si alzò, la pendola nera alle sue spalle fece bing: quasi un ruttino, forse un intoppo nel meccanismo dell’orologio, un granello di imperfezione che sbeffeggiò la solennità dei dodici rintocchi di mezzanotte.
«Mia figlia, signori, sceglierà ora il suo sposo» disse il borgomastro, e sedette, riassettandosi in testa la maschera leonina che si era messa di sghimbescio.
Vaniglia si sfilò la testa di gatto e mostrò il volto bellissimo e pallido.
L’orchestra, e la sala tutta, erano avvolte in un silenzio che sapeva di nuvole e di neve.
Lobeli...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Dedica
- UNO
- DUE
- TRE
- QUATTRO
- CINQUE
- SEI
- SETTE
- OTTO
- NOVE
- DIECI