1
Previsioni meteorologiche
Diventare Claudio e tornare Lavinia significa parlare del tempo che fa.
Su questo binario numero 15 cerchiamo di salutarci. Non ci riusciamo.
Dopo un viaggio in treno diverso da tutti gli altri, da amanti, da complici, ci diciamo che fa molto caldo qui a Milano, forse più che a Firenze dove eravamo fino a un paio d’ore fa. Ma parliamo così per riempire un vuoto, ora che i baci e le carezze sembrano lontanissimi.
Siamo come due sconosciuti dentro un ascensore, ci guardiamo a malapena, evitiamo qualsiasi contatto fisico, è fuori luogo parlare d’altro che non sia il tempo.
Quello che è successo sul treno non è mai successo. Vuole dirmi questo?
I nostri corpi sono tornati distanti e per la prima volta in questo mio lungo giro per l’Italia mi sento insicura. Improvvisamente mi ritrovo inadatta a lui, incapace di reggere la parte anche solo fino all’uscita di questa stazione, di questa prigione.
Ho la sensazione che lui sappia troppe cose non solo sul mondo, ma anche su di me. Questo mi dà molto fastidio. Al contrario io non so niente di lui se non quello che sanno tutti: generalità, professione, meriti. Musicista di fama, seduttore. Mi sento piccola. Lo vedo grande. Gli anni e le esperienze che ci separano sono racchiusi nei suoi movimenti lenti e sicuri, nel suo atteggiamento impassibile, nel suo trolley di marca.
Sembra già un’eternità che siamo scesi su questa banchina, io faccio finta di controllare i bagagli, li tocco con le mani come se contassi dei bambini in gita, lui temporeggia allacciandosi la giacca, tirando su il manico della valigia. Ha il suo violino in spalla, io ancora il suo dono, il Vuillaume.
Gli altri passeggeri sono sciamati via, passandoci ai lati come un fiume intorno a una roccia e siamo rimasti soli. Forse adesso mi dirà qualcosa. Sono vulnerabile, sotto attacco, ho paura di sbagliare. Rimango zitta.
«Andiamo?» dice alzando un sopracciglio per indicare la direzione dell’uscita.
Non è quello che mi aspettavo.
«Sì.»
Lo seguo e mentre cammina penso che mi piacciono le sue gambe a parentesi, vorrei racchiudermici dentro, appendermici come una scimmia.
Penso a qualcosa di intelligente da dire, che lo colpisca. Ma non mi viene in mente niente, farei prima a tirare fuori un coltellino e a puntarglielo sul petto, non fino in fondo, solo un po’, per lasciargli un segno.
Ho mille pensieri che mi frullano in testa e neanche una parola da dire. Mi succede sempre quando sono agitata, la mente corre e la lingua non riesce a starle dietro, le frasi fanno tre volte il giro e nel momento in cui dovrebbero uscire dalla bocca sbagliano strada e si perdono.
Il cervello centrifuga e mischia tutto come in un lavaggio sbagliato. Penso al sesso in treno, che assomigliava all’amore, alla chiave trovata nell’album di mia madre, a Carloforte dove sento di dover andare, un altro treno e poi un traghetto... mi sento ingarbugliata, dislocata, e tutto per colpa di un violino e del suo padrone. Non dovrei essere qui. Questa doveva essere la mia estate spensierata, tre mesi per perdermi in ogni secondo, dimenticare chi sono, cancellare dalla mente quella lettera minacciosa che mi aspetta a Barcellona con il suo verdetto...
Eppure mentre seguo i passi di Claudio, mi rendo conto che in qualche modo non vorrei essere da nessun’altra parte. Resto ancorata a lui e al suo violino. Da quando l’ho incontrato la prima volta mi sono raccontata che volevo ritrovarlo solo per ridargli il suo strumento, ma ora che mi cammina davanti, che questo binario sta finendo e stiamo per salutarci, ora che ho ottenuto quello che volevo, in realtà non mi sta bene. E mi infastidisce questo sentimento che avverto sempre più forte, quest’onda che sale, perché io non voglio che lui mi piaccia. No. E poi porta la giacca, la camicia stirata, non fa per me.
Si ferma e mi posa una mano sulla spalla come ha fatto prima sul treno. È un istante infinito in cui ci guardiamo negli occhi, senza sapere bene cosa dirci. Lui mi sfiora la guancia, apre la bocca quasi a dire qualcosa, poi esita, cambia idea, guarda l’orologio.
Io comincio a tremare, perché anche se è ancora qui con me, anche se percepisco ancora il suo odore, sento che è già lontano. Forse basterebbe un mio gesto per trattenerlo, forse basterebbe dirgli: “Ti conosco appena, ma se non hai niente da fare vorrei passare con te i prossimi dieci anni almeno”, forse basterebbe che mi alzassi sulle punte e appoggiassi piano piano le labbra sulle sue, un bacio leggero, con i nasi che si sfiorano appena.
Ma non faccio nulla di tutto questo.
«Senti, c’è un taxi che mi aspetta qua fuori...»
Se ne sta andando, è chiaro. Non lo lascio nemmeno finire: «Io devo prendere un altro treno» e indico genericamente la direzione della biglietteria. Voglio fargli sapere che anch’io ho un posto dove andare.
Lo vedo ritrarsi, distoglie gli occhi.
Gli porgo il violino.
È nervoso, sposta il peso su una gamba, poi sull’altra. «Sei proprio sicura?» mi domanda.
Lo guardo di traverso.
«Va bene, ho recepito il messaggio» dice prendendo la custodia e mettendosela a tracolla. «Magari un giorno ci ripenserai. Sei giovane, hai ancora tempo.»
Sono giovane, sì; di tempo invece non sono sicura di averne. Posso contare solo su quello passato perché lo tengo al sicuro alle mie spalle, posso misurarlo sul calendario, rivedere i giorni, le notti, i Natali e i Capodanni.
Il tempo che verrà non lo possiedo: ha preso le sembianze di un mostro informe che si nutre dei miei giorni. A Barcellona mi aspetta il verdetto sul mio futuro, tra ospedali e visite. Mi limito a sfuggirlo, lo depisto con la lontananza, mettendomi al sicuro da quest’altra parte del mare, sperando che l’inquietudine non sappia nuotare.
«Dov’è che stai andando?» mi domanda Claudio.
«A Carloforte.»
«Da qui ti conviene andare a Genova, è la via più veloce. Posso comprarti il biglietto?»
«No, grazie, me ne hai già comprato uno sbagliato. A questo ci penso io.»
«Mi spiace averti fatto fare questa deviazione...» Poi ci ripensa: «Anzi, a dire la verità non mi dispiace per niente».
Deviazione. È questo che è successo tra noi? Mi mordo le labbra per non dire niente.
«Ti lascio il mio numero nel caso avessi bisogno.»
Sta aspettando che io tiri fuori il cellulare, ma non lo faccio. Forse se la prende, abbassa gli occhi, lo vedo stringere i pugni. Poi torna a guardarmi: «Allora, buon viaggio».
«Ciao.» E mi incammino verso la biglietteria sforzandomi di pensare a Genova, Carloforte, la chiave, a tutto il resto, ma Claudio rimane il punto fisso, ci resto attaccata come a una gomma americana. E come una gomma americana mi ha masticata e sputata.
Raggiungo lo sportello e mi metto in coda. Mi siedo sullo zaino per affrontare un’attesa che si preannuncia lunghissima.
Dopo pochi minuti sento bussarmi su una spalla, sarà il signore dietro di me che rompe. Mi giro con una faccia scocciata. Ma le parole mi muoiono in bocca e gli occhi quasi mi cadono dalle orbite.
Davanti a me c’è Claudio.
«Ho controllato le previsioni, ho visto che a Genova piove, qui a Milano invece sono previsti giorni di sole. Stai con me, resta.»
Di colpo parlare del tempo che fa è diventata una cosa bellissima.
Mollo la coda, afferro la mano di Claudio.
2
Retrobello
«Sei milanese, tu?» Mi sento come a un primo appuntamento, ho addosso quell’ebbrezza stupida da semisconosciuti che ti fa chiedere idiozie come il piatto preferito o che animale vorresti essere.
«Diciamo che mi considero tale, anche se ho origini piemontesi. Sono cresciuto qui, ho studiato qui.»
«Al conservatorio?»
«Sì, ma quello per me è stato solo un modo per ottenere un pezzo di carta. La musica l’ho imparata da un grande maestro portoghese. Sono stato suo allievo per quasi dieci anni. La moglie era italiana e avevano deciso di tornare a Milano a trascorrere la vecchiaia. Mi ha accolto sotto la sua ala, quello che so me l’ha insegnato lui e non solo per quanto riguarda la musica.»
Guardo dal finestrino del taxi gli edifici che si susseguono su questo ampio viale: hanno la facciata piatta, dura, non hanno balconi ridenti; sono imponenti e presidiano la strada con autorità, le loro finestre sono quadrate e precise, i colori sobri: grigio e panna.
«Non conosco Milano, non è una meta ambita dalle mie parti.»
«Per questo mi piace.»
Claudio osserva me che osservo.
«Questo è il mio viale preferito, quello che dalla stazione porta al centro. Allegro, no?»
Mi giro per capire se dice sul serio. «Hai dei gusti un po’ strani, tu.»
«Milano è strana. Hai presente il retrogusto? Cioè il gusto che viene dopo? Io credo che Milano sia retrobella.»
Lo guardo in attesa di spiegazioni.
«Retrobella vuol dire che in un primo momento sembra brutta, poi, in seconda battuta, quando la scopri, Milano è meravigliosa. Te la farò conoscere.»
Sono esaltata da quest’idea, ho come la sensazione che Claudio sarà un compagno di viaggio diverso rispetto agli altri che ho incontrato finora. Tutta la rabbia e l’odio che avevo nei suoi confronti sono svaniti, lasciati parcheggiati in stazione. Solo una curiosità mi pungola ancora: «A proposito, molto bello il pezzo che hai suonato alla fine del concerto a Firenze» butto lì con studiata nonchalance. Voglio vedere cosa risponde.
Lui mi guarda sorpreso, poi ride: «Quindi mi hai davvero seguito!».
«Non ti ho seguito!» arrossisco come se fossi stata scoperta a rubare. «Ero venuta per riportarti il violino ma all’uscita non ti ho incontrato. Comunque, questo non c’entra con quello che stavo dicendo.»
«E cos’è che stavi dicendo?»
«Che quel pezzo era mio» rispondo un po’ scherzando, un po’ no.
«Ero convinto che fosse di Manuel de Falla.»
«Va be’, insomma, hai capito: l’idea te l’ho fatta venire io.»
«Tu di idee me ne fai venire tante...»
In un attimo ha ribaltato la situazione e adesso mi sento inchiodata al sedile con lui che mi guarda come se potesse sbranarmi in un boccone. E io non ho nessuna voglia di mettermi in salvo. Avverto una sottile tensione in tutto il corpo, come un brivido che parte dalla base del collo e arriva fino alla punta delle dita dei piedi.
Mentre Claudio continua a fissarmi il taxi ferma davanti a un portone di legno intarsiato con dei grandi rombi in rilievo. Allora distoglie lo sguardo per spostarlo fuori dal finestrino.
«Eccoci arrivati. È tanto che non torno.»
La sua casa è all’ultimo piano, non c’è l’ingresso, e questa è l’unica cosa che ha in comune con la mia. Ha un grande soggiorno con un lungo divano rivolto verso le finestre che illuminano l’ambiente. Un tappeto di lana pesante ricopre gran parte del parquet, è un pavimento vissuto, calpestato da generazioni. I soffitti hanno stucchi elaborati e i lampadari sembrano molto antichi. L’appartamento pare avere una lunga storia da raccontare, ma il suo aspetto classico è in netto contrasto con gli arredi che, al contrario, hanno un taglio moderno, alquanto originale. Mi guardo intorno cercando segnali, sperando di scoprire qualcosa di più su Claudio dagli oggetti che popolano le stanze.
«Bello qui. Quanto tempo riesci a passarci?»
«Non più di qualche settimana di seguito, forse anche per questo ogni volta è un regalo enorme.»
Claudio sta frugando nella cucina a vista. «Fra dieci giorni sarò di nuovo via.»
Io intanto mi sono avvicinata alla libreria.
«Vuoi qualcosa da bere?»
«Grazie, sì, quello che bevi tu» commento distratta, già immersa nello studio dei soprammobili: un pianoforte di marmo in miniatura, un posacenere a forma di mano, dei binocoli da teatro. Dietro a questi oggetti i libri si nascondono fittissimi, enciclopedie dal dorso di pelle, romanzi, un sacco di volumi d’arte, qualche guida di Paesi lontani. Una foto con la cornice d’argento cattura la mia attenzione, una famiglia se ne sta al centro, sullo sfondo una spiaggia. Riconosco Claudio, appena adolescente, magrissimo sotto il cespuglio di riccioli ribelli.
«Sei tu con la tua famiglia?»
«Sì, tanti anni fa, sarà stata l’ultima volta che ho passato le vacanze al mare.»
«Non ti piace il mare?»
«Non quando ci sono gli ombrelloni.»
«Che bella, tua sorella» dico prendendo in mano la foto per osservarla meglio.
Accanto a Claudio una bambina, di forse sei anni, guarda imbronciata il gelato che le si sta squagliando in mano.
«Anche loro abitano a Milano?»
«Mia sorella è una giramondo. I miei genitori sì, abitavano qui. Sono morti in un incidente quando avevo quattordici anni. Questa era la loro casa.»
Rimetto la cornice al suo posto e indietreggio di qualche passo, come se avessi toccato il fuoco o fossi entrata in un campo minato a cui non dovevo neanche accostarmi.
«Non sentirti a disagio. È stato tanto tempo fa, il dolore ha lasciato spazio ai bei ricordi. In questa casa sono cresciuto insieme a loro.»
Ecco perché è così piena di storia e di vita, perché Claudio la tiene viva...