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Mi chiamo Selim
Mi chiamo Selim, sono nato in un villaggio di campagna a molti chilometri dall’Italia, migliaia di chilometri, in luoghi che non potete conoscere ma che facendo un piccolo sforzo potreste immaginare, perché lì non c’è deserto e il paesaggio è verde come qui. Non proprio qui, ma insomma, quasi.
Il deserto è più lontano.
Mia madre è cresciuta analfabeta, troppo povera per studiare, ma molto più intelligente di tante mamme che hanno studiato. La sua famiglia voleva solo che aiutasse in casa, niente scuola. Mia madre è la madre più dolce e affettuosa che abbia mai conosciuto. Mio padre invece è un uomo duro, severo, testardo, sacerdote e contadino, ha sempre parlato poco, perché lavora tutto il giorno e non ha tempo per parlare e per dedicarsi ai figli. Da noi i sacerdoti si chiamano “imam” o “sheikh”, sono molto rispettati dalla gente e si occupano di guidare i fedeli nella preghiera: cinque volte al giorno nelle moschee. Ho due sorelle e un fratello: Jasmine, la maggiore, è nata tre anni prima di me, poi sono venuti due gemelli, Nabila e Mohammed.
Io mi chiamo Selim, ma questo l’ho già detto: il mio nome in arabo significa “tranquillo” e io, se mi lasciano in pace, sono abbastanza tranquillo come il mio nome. Mio padre voleva che diventassi sacerdote anch’io e medico, però a me non andava di fare né il dottore né il sacerdote.
Abbiamo abitato per diversi anni dai miei nonni paterni, una vecchia casa di due piani, perché non potevamo permetterci una casa intera per noi: di sotto c’era la sartoria di mio zio, il salotto, la cucina e la camera dei nonni; sopra, la camera da letto in cui dormivamo noi quattro figli con mamma e papà.
Lì dentro, in sei, nella stessa stanza. Vicini, stretti, ammassati, ammucchiati.
Lì dentro, in quella casa, c’erano anche le camere degli altri zii con le loro famiglie. E la sera si mangiava insieme in una grande tavolata, figli, nipoti, madri, padri, zii, zie, nonni, cugini. Chi urlava, chi si alzava, chi si sedeva, chi parlava, chi si sbracciava, chi piangeva, chi rideva, chi beveva, chi masticava, chi mordeva il pane, l’aria di casa, le parole sue e degli altri. Mio nonno a sessant’anni era già vecchio, da noi si invecchia presto e a quarant’anni sei quasi un anziano, la vita, la povertà e il lavoro ti fanno invecchiare prima.
Mio padre è molto rigido, ma anche questo l’ho già detto. Era per precisare che non solo dovevo fare quel che diceva lui, ma dovevo anche pensare quello che lui pensava: non tutti sanno fare i genitori e capire i propri figli, ma è anche vero che non tutti sanno essere figli. Mio padre non capiva. Non è un tipo cattivo, ma è difficile vivere con una persona come lui, anche se ti fa crescere in fretta. I nostri desideri di figli non contavano niente, noi non avevamo il coraggio di chiedergli niente, e se avevamo desideri potevamo esprimerli solo alla mamma, che poi ne parlava con papà: forse la natura è così, le mamme sono più vicine ai figli e i papà sono più lontani.
La famiglia in Egitto non bisogna toccarla, è sacra.
Al mio paese i bambini spesso non vanno a scuola, essendo di famiglie povere cominciano subito ad abbassare la testa per lavorare la terra con i loro genitori. Per quanto mi riguarda, anche se non avevamo molti soldi, in Egitto ho fatto le scuole fino alle superiori: con papà le cose sono andate più o meno lisce fino a un certo punto, solo dopo si sono complicate. D’altra parte, ero un figlio normale, abbastanza ubbidiente, non aveva niente da dire o da rimproverarmi, anche se faceva di tutto per trovare un motivo buono.
La prima elementare l’ho fatta in una scuola che stava vicino a casa, bisognava percorrere qualche centinaia di metri tra erbacce, rifiuti e polvere grigia. Con il terremoto del 1995, la nostra scuola è quasi crollata e così ci siamo trasferiti, fino alla quarta facevamo le lezioni nella scuola media, poi hanno costruito un edificio nuovo di sette piani e la quinta l’ho frequentata lì: quando dico che hanno costruito un edificio nuovo non intendo che l’hanno costruito bene bene, con le porte, le finestre, i vetri, le mattonelle e i bagni. Semplicemente hanno tirato su i muri con i mattoni rossi e un po’ di cemento attaccato qua e là come lo sputo.
Al mio paese, anche nei villaggi di campagna, si costruiscono palazzi di tanti piani perché non c’è spazio e si sfrutta l’altezza. Se vedete il mio paese, Telbana, che si trova a nord est del Cairo nella regione di Sharkia, cioè sul delta del Nilo, rimanete un po’ meravigliati: è un villaggio fatto di tanti palazzi non finiti, di mattoni rossi, proprio come quello della mia nuova scuola. Niente è terminato, al mio paese, le case sono provvisorie, i pali della luce elettrica sono storti, i balconi sono senza ringhiere e le finestre senza vetri, le insegne dei negozi sono oblique, le strade per lo più sono coperte di polvere, bottiglie, plastiche, cacche di cani, di gatti, di muli e di persone, rifiuti.
Mia madre mi ha accompagnato a scuola soltanto il primo giorno, dopo mi lasciava andare da solo o con la gente che incontravo per strada. Al mio paese i bambini non possono perdersi, perché se si perdono c’è sempre qualcuno che li trova e li riporta a casa.
Io sono un timido e i miei compagni si divertivano molto a prendermi in giro: se portavo la camicia o se portavo una maglia, se mi grattavo la testa o se non me la grattavo, se tenevo ai piedi i sandali o le scarpe, trovavano comunque qualcosa da dire per prendermi in giro e indicarmi come un idiota o una pecora nera. Gente che non si faceva mai i fatti suoi e se la prendeva con me. A volte penso che Dio metta al mondo certi esseri umani apposta perché rompano altri esseri umani. Un modo di metterti alla prova e vedere fino a quando la tua pazienza riesce a resistere. Ce n’erano due o tre che si concentravano solo su questa bella attività e io non conoscevo la vera amicizia. Una volta gliel’ho fatta pagare, mi prudevano le mani, gliel’ho fatta pagare e ne ho mandato uno a casa per un paio di giorni. Così, da allora mi stavano tutti alla larga, e mi lasciavano solo con i miei pensieri. Tranquillo.
Stavo alla larga dai miei compagni e i miei compagni stavano alla larga da me. Ma i professori… La lezione cominciava con un quarto d’ora di esercizi fisici obbligatori, su le braccia!, giù le braccia!, un passo avanti!, un passo indietro!, giù la testa!, su la testa! Dicevano che soltanto se il corpo è sano, la mente è attiva. I professori venivano in classe con il bastone e se non rispondevi bene all’interrogazione ti facevano aprire le mani sul banco e picchiavano sul dorso con forza: tac, tac! Un male terribile, il peggiore. Forse anche per via di questi metodi ci chiamano Terzo mondo.
Io odiavo il professore di inglese e di scienze, che non spiegava mai niente e pretendeva di essere capito, seguito, ascoltato e obbedito. Ce l’aveva con me, puntava l’indice e diceva: «Allora, Selim, dimmi…», una domanda, poi un’altra, io non rispondevo e mi tirava una bastonata secca sulle mani. Dopo un po’ non aveva neanche bisogno di interrogarmi: mi chiedeva di aprire le mani senza farmi domande, così, tanto per il gusto di farmi male. Tornavo a casa con un dolore pazzesco e con le mani rosse di lividi, la mia mamma doveva medicarmi mettendoci sopra certe erbe bollite. Andavo a scuola con le ginocchia che tremavano, perché sapevo che se c’era inglese o scienze il professore ricominciava con quella mania del bastone che lo divertiva tanto.
Inutile dirlo a mio padre, non sarebbe andato a difendermi: il professore, nel nostro paese, è considerato come un padre, ha la stessa autorità indiscutibile di un padre o di un nonno. Nessuno deve toccare i padri e i professori, al nostro paese, e loro non si disturbano certo a vicenda, e poi anche papà con noi usava bastoni e mani e anche piedi per farsi obbedire. Però chi mi conosce bene sa che io sono un osso duro e siccome non sopportavo più quel dolore ho cominciato a studiare l’inglese ogni sera fino a fargli cambiare idea, al professore, ero diventato il migliore della classe e dalla quarta in poi ha finalmente cambiato idea, così ha dovuto usare il bastone con altri miei compagni e non più con me. Credo che gli sia dispiaciuto parecchio.
Purtroppo in quel periodo, per colpa sua, non ho smesso di odiare l’inglese. La scienza no, quella mi piaceva, nonostante il professore.
Al mio paese era meglio non avere desideri. Mi chiamavo Tranquillo e non ne avevo.
2
Ero libero e giovanissimo
Chiamatemi Raymon, anche se il mio nome è più lungo. Io sono partito all’Italia che avevo ventotto anni, nel 1990. Sono nato al Cairo, miei genitori contadini di altri paesi, provincia. Mio padre morto quando sono tre anni, e allora m’ha fatto crescere, me e le tre sorelle mie, m’ha fatto crescere nonno, cioè padre di mia madre. Poi una sorella è morta, e adesso sono rimaste dui: una fa direttore al ministero delle perizie e delle firme e l’altra restata vedova alla provincia dell’Egitto con sei figli, tre maschi e tre femmine. Parto perché epoca anni Novanta qua al Cairo non c’è soldi, io lavoravo in grande fabbrica d’Egitto ma mi pagavano poco e non potevo vivere. Però non era solo per soldi che sono partito, perché le cose della vita non è solo soldi, se era per soldi forse meglio che rimasto qua, e ora io sarebbe ricco. Ho capito dopo che in Italia si vive beni, vita bella, leggera, ma non si può fare soldi se sei onesto, e io purtroppo sono stato sempre onesto.
Io ero libero e giovanissimo, allora ho detto: voglio andare in America dove conoscevo tanta genti egiziani. Un signore mi informano che è esperto di visto dell’America, sono andato a casa sua e m’ha detto: ti costa 4000 pound ma prima dell’America devi andare a stare all’Italia e aspettare a Roma, io vengo lì e ti porto visto dell’Ambasciata americana, capito? Dopo qualchi mese sono andato a Roma con permesso turismo di quindici giorni, e quel signore è arrivato ma senza riuscire a portarmi visto americano, e così hai dovuto rimanere a Roma senza documento perché era settembre e in giugno era finita legge Martelli, perciò non hai avuto fortuna di fare permesso di soggiorno in quell’epoca e hai dovuto aspettare fino alla legge Dini, cinqui anni dopo, per diventare cittadino regolare, che quello era mio desiderio.
3
Allungare i piedi
Di desideri non ne avevo tanti, a dire la verità, ci bastava poco, a me e a mio fratello e alle mie sorelle. Anzi, non ne avevamo quasi, di desideri. Per fortuna. Si viveva senza desiderare. Solo all’inizio dell’anno scolastico, spesso, la mamma ci comprava qualche vestito, tutto qua: senza desiderare niente. Una maglia, un cappello o un paio di pantaloni.
Mio padre diceva: «Devi allungare i piedi fino a dove c’è la coperta». Mai guardare cos’hanno e cosa fanno gli altri, diceva, altrimenti ti viene un buco nella personalità e finisce che non ti accontenti mai di niente. Ottieni una cosa e ne desideri subito un’altra, ne ottieni un’altra e ricominci a desiderare senza fine, così sei sempre infelice. Per questo è meglio non desiderare, e se proprio desideri qualcosa è meglio non ottenerla o ottenerla con fatica. Mio padre diceva che è meglio faticare, perché solo la fatica ti insegna a vivere senza desiderare.
Sapevamo che la nostra coperta era molto corta, troppo corta, e non facevamo capricci, dovevamo accontentarci di quel poco e non ci lamentavamo. Ho capito che quello di mio padre era un insegnamento giusto, anche se lo diceva in modo un po’ nervoso e agitato. Aveva quel carattere strano. Mio padre coltiva mais, canna da zucchero, che da noi si chiama “asab”, cereali e un’erba, che chiamiamo “barsim”, per gli animali, un asino, pecore, bufali, galline. Ogni giorno, finita la scuola, raggiungevo papà per lavorare nella campagna e strappare il “barsim”, che ricresce tre-quattro volte l’anno a una velocità incredibile, è più testardo di me. E anche di mio padre.
Era impossibile andare d’accordo con lui: se mettevi un oggetto così, lui diceva che invece dovevi sistemarlo in un altro modo, lo mettevi nell’altro modo come voleva lui e ti diceva di rimetterlo come prima. Gli chiedevi il motivo e lui rispondeva: «È come dico io e basta». Questo fatto che non sapeva spiegare il perché delle cose ha un po’ cambiato la mia idea su di lui: se tuo padre non sa dirti il perché delle cose, perde autorità e rispetto. Non gli credi più: secondo me un padre, anche quando ha torto, deve riuscire a spiegarsi.
Ho imparato che credere nelle persone non è facile.
La parola “vacanza” non esiste nel nostro vocabolario. Non ricordo una sola vacanza, anzi ne ricordo una verso le piramidi, ma quel giorno era permesso entrare soltanto ai turisti e siamo tornati a casa senza vederle. Io ero piccolino e ho pianto per tutto il viaggio di ritorno, neanche mia madre riusciva a consolarmi.
Non si facevano vacanze ma si lavorava. In estate andavo con Jasmine a raccogliere il cotone nei campi, era un lavoro molto duro, cominciavi alle sette del mattino e faceva un caldo insopportabile. Piuttosto che raccogliere io e mia sorella preferivamo staccare le uova delle farfalle dalle piante giovani, in modo che non mangiassero la foglia. Era un lavoro un po’ più leggero.
Per convincerci ad andare a lavorare, mamma ci prometteva un buon pranzo, non il solito piatto con fave o falafel ma uova e patate fritte. Ogni mattina le madri portavano le scodelle e i cestini in una casa che si trovava vicino alla campagna, a metà giornata c’era un uomo incaricato di andare a ritirare i pasti e dopo un po’ lo vedevamo arrivare con un enorme vassoio strapieno di roba da mangiare per tutti. Riconoscevi il tuo pasto perché le mamme legavano un fazzoletto al cestino e dal disegno e dai colori del fazzoletto sapevi che lì c’era il tuo uovo.
Sono i momenti più belli che rimangono nel ricordo.
Il ricordo più bello era il mio fazzoletto arancione. Lo potevo individuare da lontano, annodato al cestino, e quel colore sapeva proprio di mamma, mia mamma. Nel ricordo ci sono anche i momenti più brutti: ricordo che se non lavoravi bene, il capo ti picchiava. E in una settimana guadagnavi la miseria di 2 o 3 tre euro, non certo di più. Eravamo piccoli schiavi: picchiati e pagati pochissimo.
Una volta ho detto a mamma che non volevo più andare a lavorare perché il padrone era violento e mi bastonava, allora mi ha promesso un pasto ancora più buono, così ho cambiato idea e sono rimasto anche se ricevevo certi colpi sulle spalle e sulle gambe. Lei non lo faceva per male, lo faceva perché quel guadagno serviva alla famiglia.
Al mio paese la carne si mangia una volta al mese, pollo, bistecca di cammello o di mucca. Niente maiale, vietato dalla religione. Per lo più si mangiano le fave, che fanno bene come la carne e ti saziano perché lo stomaco ci mette tanto tempo a digerirle. Per il ramadan, il periodo del digiuno, le fave sono l’ideale, ti tengono piena la pancia per una giornata intera. Nei giorni normali si mangiano anche carote, lenticchie, riso, piselli, patate, prezzemolo e spezie.
Giocare, pochissimo.
Non ricordo un gioco comperato in un negozio, neanche un pallone di plastica. Non ricordo un negozio per bambini. Si giocava a nascondino, questo sì. Ma non c’era spazio, perché nel mio quartiere le strade sono molto strette e ogni famiglia tiene davanti alla porta l’asino o il mulo con il carretto, e perciò non puoi muoverti tanto. Devi cercare di divertirti senza occupare spazio. Siccome al mio paese le strade non sono asfaltate, potevi fare il gioco del salto, che si chiama “hagla”: disegnavi per terra un rettangolo con un dito bagnato e ci facevi dentro quattro righe. L’abilità era saltare su una gamba spingendo un sassolino con la punta del piede senza fargli toccare la riga davanti o farlo uscire dal rettangolo, altrimenti venivi eliminato.
Giocattoli niente, sapevi che non dovevi chiedere niente per non pesare sulla tua famiglia. Neanche mio fratello, neanche le mie sorelle, nessuno chiedeva niente e se avessimo chiesto qualcosa, mio padre avrebbe fatto il discorso della coperta e dei piedi.
A parte andare a raccogliere il riso, con Jasmine litigavo: assomigliava a mio padre, voleva farmi fare le cose di testa sua, come e quando stava bene a lei, ma io avevo la mentalità di un maschio e non riuscivo a obbedirle, anche se lei era più grande di me. Quando eravamo in casa, mi diceva: «Devi dare da bere alle bestie», e io rispondevo: «Aspetta dieci minuti, sto facendo un’altra cosa», e allora si arrabbiava. Siccome ero più alto e più forte, mi veniva da picchiarla ma dovevo trattenermi, perché al mio paese ci insegnano che non si può picchiare una femmina.
Non potendo picchiare mia sorella, picchiavo il piccolo Mohammed, mi veniva più facile, perché al mio paese tra maschi ci si può prendere a botte senza problemi.
Jasmine ha smesso presto di andare a scuola per restare in casa ad aiutare la mamma. Da noi, avere una femmina in famiglia, oltre alla madre, è molto importante. La società è fatta così, le ragazze in casa, i maschi liberi, fuori. Le poche volte che usciva, Jasmine andava al mercato o dai parenti, ma senza superare certi orari e sempre in compagnia di Mohammed o delle cugine. Al mio paese le ragazze non possono circolare da sole, devono essere accompagnate, ma ai maschi, se non sono i fratelli o i padri, fa ugualmente piacere vederle in giro.
L’eccezione è quando c’è un fidanzamento, un matrimonio o un funerale. Allora anche le donne possono uscire. I fidanzamenti e i matrimoni si fanno spesso all’aperto, per strada, la coppia sta sopra un palco, seduta su un trono, e la gente può partecipare, festeggiare e mangiare a volontà riso, fagioli, piselli, patate, se capita pollo, e la torta. Il momento più bello è quando si sparano per aria i fuochi e quando l’uomo e la donna bevono dallo stesso bicchiere, con le mamme che urlano di gioia, i tamburi che tamburano e la gente che batte le mani, e si balla per tutta la notte con la musica romantica per gli adulti, hip hop per i giovani, il rock no, è vietato.
Sono le occasioni giuste per corteggiare le ragazze o per fidanzarsi. Le puoi guardare liberamente, da lontano, e scegliere quella che ti piace di più. A me non è mai capitato di scegliere nessuna ragazza. Loro mi guardavano, perché ero un bel ragazzino, almeno così mi dicevano tutti e me lo dicono ancora, alto e snello in effetti, mentre i miei coetanei spesso erano piccoli e un po’ grossi e tarchiati, storti, gonfi, sporchi.
A quell’epoca non mi interessavano le ragazze, ero troppo giovane e l’unica donna che mi piaceva era mia madre.
Mamma c...