1
La lettera
C’è stato un tempo in cui aspettavo che guarissi. Poi, ho aspettato che morissi. In tutto questo tempo ho sperato che fosse già domani, che fosse già tutto passato.
Morte, funerale, strette di mano, lacrime. Volevo non doverlo fare. Soffrire.
E adesso che sono già nel tempo che desideravo, adesso che domani è arrivato, suona il campanello di casa. Il postino mi consegna una raccomandata, devo firmare. Non ho la penna. Frugo nella borsa, fazzoletti, scontrini, mollettine, biglietti del cinema, un foglio con la lista della spesa, un guanto, delle cuffie, ecco due penne. Me ne basta una. Firmo e chiudo la porta.
Rimango con la busta in mano, il mittente è una clinica. Mi immagino questa clinica massiccia tutta bianca con due braccia enormi che mi scrive una lettera.
Piego la busta e me la metto nella tasca posteriore dei jeans, prendo le chiavi dell’appartamento di mia madre ed esco. Fuori fa caldo.
Sei mesi fa era gennaio e mia madre se ne è andata nella settimana più fredda dell’anno; “la settimana dei barbuti” la chiamano, perché ogni giorno è di un santo con la barba.
Lei era freddolosa come me. Adesso sarebbe a piantare fiori sul balconcino di casa, le piaceva mischiare i colori delle piante, era una donna colorata.
Le chiavi mi premono contro la coscia e, anche se sono leggere, pesano come se avessi raccolto dei grandi sassi sull’argine di un fiume. E non li sento sulla coscia, ma dentro di me. Non vado a casa sua dal giorno del funerale, non ci sono riuscita.
Attraverso la città a piedi. Barcellona ti distrae, è disseminata di persone ovunque, ogni angolo ha almeno due bar, i negozi si infilano uno dietro l’altro, i marciapiedi sono larghi e tutti sono in strada, non ti senti mai solo, è sempre un giorno di festa.
A noi piaceva, la domenica mattina, sederci in una terrazza della Barceloneta, proprio sul mare, a osservare i maratoneti del weekend o i ragazzi in skate, le coppie con il cagnolino, i surfisti, i temerari del bagno anche a dicembre. Ci mettevamo una a fianco all’altra per goderci quel panorama, ordinavamo delle olive, una birra con Fanta per lei e un Bloody Mary per me. Ora sono sei mesi che non è più domenica e mi sento in colpa perché evito di pensarci. Ma è l’unico modo per stare bene.
La busta che ho in tasca è un’altra cosa che vorrei evitare. So che se la apro sarò condizionata da quello che c’è scritto, mi laverò i denti e andrò a letto e farò tutto il resto in funzione di quel risultato. Quello che decido di aprire, per ora, è la porta di casa di mia madre. Entro furtiva, non sfioro le pareti, evito di calpestare i tappeti, di guardare i mobili, non tocco niente. Voglio sotterrare qualsiasi ricordo per non soffocare. Avanzo come se avessi i paraocchi. In cucina non c’è il rumore dei piatti, in bagno non c’è la radio accesa. Appoggio le chiavi e la busta sul tavolo. Tutto tace, ascolto il silenzio, mi manca mia madre.
Gli ultimi giorni, quando era in ospedale, mi ha dato le chiavi di casa sua dicendo che era mia. Io ho risposto che se non c’era lei non la volevo e che avrei buttato le chiavi nel primo tombino fuori per strada. Lei allora, comprensiva come sempre, mi ha detto: «Va bene, non andarci, però custodisci la mia casa. Quando non ci sarò più, le cose ti parleranno di me».
Io come al solito ho disobbedito. Non ci sono mai andata, a prendermi cura delle sue cose.
Ho fatto finta fino a questa mattina che il dolore si potesse trattenere con le briglie, che si potesse mettere a tacere come un cane che abbaia. La busta però mi ha dato due schiaffi, probabilmente quelli che mi avrebbe dato mia madre. E adesso mi manca così tanto, pure gli schiaffi, che sono qui, persa nel suo appartamento, a cercare risposte, a cercare lei. Le tapparelle della camera sono abbassate ma il sole entra dai piccoli occhietti traforati e disegna sul pavimento tanti sassolini uno vicino all’altro. Sembrano indicarmi un cammino senza direzione. E io mi sento così: senza direzione, una bussola rotta.
Di colpo la porta dell’appartamento vicino viene sbattuta così forte che mi fa trasalire. Alzo lo sguardo e noto nella libreria un volume che non avevo mai visto. È molto vecchio, strausato. Lo prendo in mano e mi accorgo che non è né un quaderno né un album né un diario, è tutto quanto insieme, è zeppo di fotografie, biglietti, frasi, appunti, fiori secchi e cartoline. Si intitola Italia e a me sembra un collage della memoria, dei viaggi che mia madre ha fatto al di là del mare, nel corso degli anni. Non l’avevo mai visto e ora che ce l’ho tra le mani sento che mi parla. È un tesoro, perché qui dentro c’è lei, c’è la risposta che cercavo. Lo stringo forte al petto, me lo voglio portare via, voglio farmi portare via. Prendo la busta e la guardo. Adesso sono sicura di non volerla aprire. Ho fatto questo test perché se ho lo stesso maledetto gene di mia madre devo saperlo, se avrò il suo stesso destino devo affrontarlo, almeno così dicono i dottori. Va bene, ma non ora. Ora voglio vivere il presente, attraversare il mare, godere del sole. Fuori c’è l’estate che mi chiama: via da questa casa, da questa città, dall’assenza di mia madre e dalla probabilità che anch’io possa assentarmi da questa vita per sempre. Prima di sapere, voglio dimenticare. La busta può aspettare, pure la morte, questa stagione no, è troppo bella per non essere afferrata e vissuta fino in fondo.
Sento che mi manca il respiro: il dolore che era chiuso dentro a questo appartamento sta per esplodere. Mi sta crollando tutto addosso, ci sono le crepe nei muri, sento la cristalleria che tintinna, cadono i cuscini dal divano, i vetri delle finestre tremano. Che cosa faccio, mamma? Apro il diario a caso, non la prima pagina, una in mezzo, perché voglio giocare alla lotteria, sfidare la sorte, sorprendermi.
Ed ecco davanti a me, sulla pagina che ho aperto, un’annotazione: “Il viaggio è un luogo dove tutto è possibile”. Sotto, appiccicata con due pezzetti di scotch, c’è una cartolina anni Ottanta di Ravello, Costiera Amalfitana. È la foto di un golfo visto da una terrazza. Voglio andare lì. Niente di predeterminato questa volta, nessun biglietto già fatto, nessuna busta già scritta, solo il caso che decide per me. Solo mia madre mi accompagnerà in questo viaggio. Dove si trova di preciso Ravello? Faccio per prendere il cellulare e cercare su Google ma mi accorgo che l’ho dimenticato.
Afferro la borsa ed esco di fretta, sbatto la porta di casa e corro giù dalle scale con l’album sotto il braccio, con la felicità di chi ha appena preso una decisione libera in modo sincero, senza filtri, senza nessun programma. Tre mesi, per fare i conti con me stessa. Tre mesi, fatti di libertà, senza paracadute. Tre mesi, cento giorni in cui mettere i miei desideri davanti a tutto il resto.
Poi, di colpo, mi blocco. Un dubbio. Mi fermo sul marciapiede, immobile, le persone mi sfiorano e proseguono per la loro strada senza rendersi conto che sono diventata parte dell’arredo urbano. Davanti a me la Sagrada Família, le guglie alte, il rumore del cantiere, quello del traffico, le voci dei venditori ambulanti a caccia di turisti. Un ragazzo pachistano mi chiede se voglio la maglia del Barça, ma quasi non lo sento. Mi tocco le tasche dei pantaloni. Sono vuote. Ho dimenticato la busta della clinica e le chiavi dentro l’appartamento e mi sono chiusa dietro la porta. Ho alcuni secondi di panico, poi ci penso bene e in fondo sento che l’ho fatto apposta.
La mia vita ora è solo in avanti. L’estate mi aspetta.
2
Plaça del Sol
Sono a casa e non ho voglia di fare la valigia. Vorrei che fosse già pronta, vorrei essere già in viaggio senza dovermi preoccupare degli aspetti pratici della questione. Di solito i giorni prima di partire mi appunto tutte le cose da portare via su diversi post-it o sul retro dei biglietti della metro e li semino in giro, dentro la borsa, sulla mensola del bagno, in una tasca. Il punto è che quando arriva il giorno della partenza non mi ricordo dove li ho messi e mi ritrovo davanti alla valigia, sconfortata; allora infilo dentro le prime cose che vedo. Giunta a destinazione spazzolino e pigiama sono i grandi assenti.
Questa volta l’album di mia madre è l’unica cosa che conta, se poi dimentico il pigiama poco importa. Scelgo qualche vestito, quelli che metto sempre e mi stanno meglio, e tutto il resto lo lascio a dormire nell’armadio.
Ora manca solo una cosa da fare: salutare i miei amici e Barcellona.
L’appuntamento è verso le nove a Gràcia, il quartiere a nord di Avinguda Diagonal, ma io esco di casa subito, voglio prima perdermi nel cuore della città! Il sole non è ancora calato e la luce arancione rende tutto più bello, più dolce. C’è un vento lieve, quasi impercettibile, che soffia caldo dalla strada, poi se ne alza uno più forte che fa svolazzare il mio vestito a fiori di cotone, così con una mano mi tengo la gonna facendola aderire al sedere. Lascio che una spallina scivoli giù. I capelli li ho raccolti in una coda alta e stretta che mi scopre tutto il viso, oggi non ho niente da nascondere a questa città. Prendo il rossetto rosa scuro dalla borsa a tracolla e aspettando il verde al semaforo mi fermo davanti a una vetrina per colorarmi le labbra. Mi accosto più che posso per vedermi bene, faccio una O con la bocca e mi passo il rossetto sulle labbra poi le stringo e le muovo appena per essere sicura di aver dato un colore uniforme. Attraverso la strada ed entro nel girone dei turisti: la fontana di Plaça Catalunya è accerchiata da persone sedute sul bordo in cerca di refrigerio. Hanno zaini e grandi buste piene di acquisti, qualcuno ha un cagnolino e lo accosta all’acqua per farlo bere. Indossano vestiti leggeri, pantaloni corti, scarpe aperte e canottiere, ma tutto è vano in questa sera d’estate: il caldo si posa come una coperta pesante sulla pelle nuda e impregna l’atmosfera di odori forti. Macchine, autobus e taxi circondano la piazza. Davanti alla Fnac, proprio all’uscita della metro, ci sono tante persone che aspettano altre persone, è uno dei punti di ritrovo più popolari. Osservo queste facce spaesate per alcuni secondi, poi visi che combaciano, che si trovano, che si amano, pacche sulle spalle, baci sulla guancia, sulla fronte, sulla bocca e quindi partono spediti verso direzioni sicure. Sembrano rivoli d’acqua che allagano i dintorni, i baretti che riempiono il Raval, le strade, le terrazze, e s’insinuano nei portoni.
La mia direzione invece è retta e lineare, discendo le Ramblas, la lingua che da Plaça Catalunya arriva al porto creando un distacco tra pieno, la città, e vuoto, il mare.
Da quassù vedo solo teste e cappelli. Mi faccio strada in mezzo a questo tappeto umano senza lasciarmi incantare troppo, cammino a passo sicuro e decido di virare a destra verso il mercato coperto della Boqueria. Un’insegna di ferro con uno stemma campeggia sulla facciata, in alto. Ho caldo e mi è venuta sete, entro prima che sia troppo tardi, il mercato chiuderà fra poco. Ci sono banconi pieni di frutta colorata, disposta per cromie, dal bianco del cocco al rosso violaceo delle fragole, le mele sembrano biglie ordinate, banane e ananas già tagliati abbagliano col loro giallo. Frutta esotica e frutta locale sono esposte, per creare un tripudio di odori e colori, che esalta i miei sensi. In prima fila, su un letto di ghiaccio, spremute gialle, viola, rosse, fucsia con la cannuccia già infilata. Scelgo quella alla papaya. Bevo velocemente e macchio la cannuccia di rossetto, il succo scende in gola e rinfresca il mio corpo accaldato. Il mercato è ancora gremito di persone, passo tra i banchi di verdura, ceppi di insalata duri si alternano a cavolfiori tondi e formosi e piccoli fagiolini morbidi disposti in orizzontale a creare righe nette e precise. Trecce di cipolle rosse e dorate scendono a grappolo dal soffitto. Mi appoggio a una colonna per sorseggiare il mio succo e da qui vedo un signore col cappello che compra delle spezie gialle e farinose, una donna elegante che paga un chilo di ceci e uno di olive, due ragazzine che fanno scorta di caramelle gommose al bancone dei dolciumi, in lontananza scorgo la salumeria con i prosciutti pata negra dal colore bruno, la tartare di carne alta e compatta, finemente tritata, decorata con rametti di prezzemolo. Il freddo del ferro si trasferisce dalla colonna alla mia schiena nuda dandomi sollievo, i soffitti altissimi creano uno spazio vuoto, dove campeggia l’ombra e il caldo di giugno non riesce ad arrivare. Folate di fresco mi arrivano dai frigoriferi e quando passo davanti alla pescheria che si estende per almeno cinque metri ho perfino un piccolo brivido. Sogliole, merluzzi, aragoste, granchi, ostriche e vongole, conchiglie lisce o dalle grosse striature, e in mezzo a questo mare il profumo aspro dei limoni. Il baretto sull’angolo in fondo propone grigliate di pesce e calici di vino bianco e io darei un braccio per sedermi al bancone e assaggiare un gambero un po’ bruciacchiato, addentarne la polpa calda. Il profumo e le risate dei commensali mi inebriano, sono tentata di accomodarmi su uno sgabello ma è già tardi e non voglio farmi aspettare, non oggi. Scarto l’idea di arrivare fino al mare, ci impiegherei troppo, e mi dirigo verso l’uscita tra le chiacchiere degli acquirenti e le grida dei venditori. Fuori, ancora, la frenesia della città. Percepisco però una nuova energia, diversa da quella del pomeriggio, ora che le ombre rubano terreno al sole, le saracinesche dei negozi si abbassano e quelle dei baretti si alzano, c’è nell’aria qualcosa di frizzante, di piccante e acceso, estremamente vitale e accelerato, le persone camminano svelte per strada con un passo che quasi le solleva da terra, le cravatte degli uomini hanno il nodo sciolto e il primo bottone della camicia è aperto, le scollature delle donne si fanno più audaci. La città vuole contagiarmi con un’allegria che so di avere ma che ho messo a dormire da un po’ di tempo, la sento ancora assopita ma leggermente scossa mentre risalgo verso l’alto e cammino sui marciapiedi ampi di Passeig de Gràcia. Gli edifici modernisti sembrano ridere con i balconi a forma di bocca e i tetti ondulati che serpeggiano in cielo.
Arrivo all’incrocio con Avinguda Diagonal, il punto in cui il quartiere Eixample – costituito da una griglia precisa di vie parallele e perpendicolari a formare quadrati uniformi – finisce, per dare inizio alla parte alta della città, fatta di vie piccole e irregolari. Gràcia è un’isola felice fatta di case basse e piazzette, dove i residenti sono una grande famiglia. La maggior parte del quartiere è pedonale e a qualsiasi ora del giorno brulica di persone. I bar sono sempre pieni e le piazze sono gremite di bambini e cani che scorrazzano allegri. Noi ci incontriamo qui dai tempi del liceo, la nostra panchina preferita si trova a Plaça del Sol, dove le case strette e lunghe si dispongono sulla pianta quadrata. Le facciate sono di diversi colori: verde, ocra, arancione o marrone e ogni finestra ha un balconcino pieno di fiori, alcuni sono riparati da tendoni verdi, altri hanno un piccolo tavolino e due sedie, altri ancora panni stesi ad asciugare o una bicicletta che aspetta di essere inforcata. Al piano terra spuntano baretti e ristoranti, tutti hanno i tavolini fuori e nella piazza c’è un rumore che è tanti rumori diversi: bicchieri che tintinnano, persone che ridono, portoni che sbattono, musica che esce dalle finestre, persiane che si alzano. Ma se tendi l’orecchio puoi sentire suoni più piccoli e segreti: una sigaretta schiacciata in un posacenere, i tasti di un cellulare, una parola sussurrata, una mano che sfiora un vestito, i tacchi sottili di una donna mentre sale le scale.
Mi sistemo sulla nostra panchina. Sono la prima, stasera sono tutti in ritardo. Su questo sedile di metallo freddo e scomodo ho passato interi pomeriggi e interminabili nottate a parlare con i miei amici. A loro ho raccontato avventure vere o immaginate, ho confidato i miei sogni, su di loro ho vomitato la mia rabbia e le mie opinioni, con loro ho riso e pianto per le mie storie d’amore, da loro ho ricevuto consigli che mi hanno fatto bene anche quando non li ho seguiti. Non passano cinque...