CAPITOLO OTTO
Stefano
Mi sveglio all’improvviso, pervaso da una strana sensazione. Non avrei dovuto addormentarmi! Mi rendo conto di essere coperto, i miei occhiali sono spariti e, cosa che mi preoccupa non poco, c’è qualcuno accanto a me. Vanessa sta dormendo beata con la testa sulle mie ginocchia. Che cazzo ci fa lei qua?
Sfilo un braccio da sotto la coperta e cerco di allontanare la donna quel tanto che basta per potermi alzare, ma lei emette un mugolio strano e posa la sua mano sul mio ginocchio. La mia mano, allora, decide di scostarle i capelli per poter guardare meglio il suo viso, ne sfiora la guancia con il dorso, beandosi di quel contatto così piacevole. Diventa più audace e scende a sfiorare le labbra carnose. Il suo respiro mi solletica la pelle. Non ricordo l’ultima volta che ho toccato una donna, goduto della sua compagnia. Ho sempre messo il lavoro al primo posto, sacrificando la vita privata. La mia ultima esperienza, negativa, risale a un anno fa. Mi ha lasciato perché pensava che non dessi troppa importanza alla nostra relazione. Forse aveva ragione, non mi sentivo molto coinvolto, preferivo passare tutto il mio tempo libero cercando di risolvere i casi assegnatimi. Da allora ho lasciato perdere, non ho voglia di prendere in giro nessuno: da solo sto bene e il lavoro mi basta.
Vanessa si sveglia all’improvviso, ansimante e tremante. Si mette seduta, portandosi una mano alla bocca, il suo viso è rigato dalle lacrime.
«Ha fatto un brutto sogno?» chiedo asciugandole una stilla solitaria con il pollice.
Annuisce evitando il mio sguardo.
«Scusi se l’ho svegliata, non volevo.»
«Ero già sveglio, non si preoccupi.» La osservo con attenzione e sembra triste e spaventata. «Posso fare qualcosa per lei?»
«Vorrei solo riavere la mia vita, ma non so se lei può aiutarmi» risponde passandosi nervosa una mano tra i capelli.
«Le manca il suo fidanzato?» Non so perché me ne sono uscito con questa domanda inopportuna, alle tre di notte per giunta.
Le sfugge una risata amara.
«Sa, credevo che mi sarebbe mancato. Qualcosa mi manca, ma non di certo lui. Mi ha delusa, profondamente, e non credo che riuscirei mai a perdonarlo. Vorrei solo che qualcuno mi credesse, ma a quanto pare non c’è nessuno disposto a farlo.»
Vorrei dirle che io le credo, che secondo me non ha ucciso il suo capo, vorrei poterla consolare ma purtroppo sono un ispettore di polizia impegnato a risolvere un caso di omicidio e so che non devo farmi coinvolgere, in nessun modo.
«La accompagno nella sua stanza» dico nascondendo i miei pensieri.
«Può anche dirmelo in faccia che non mi crede, ormai non mi stupisco più di niente» biascica con le lacrime agli occhi.
Mi alzo, spostando la coperta di lato e, con una mossa inaspettata, la prendo fra le mie braccia.
«Sono le tre, ha bisogno di dormire.»
Si aggrappa a me, stupita. La adagio sul materasso e la copro, rimboccandole le coperte. Spengo la luce del comodino ma lei mi blocca la mano.
«Non voglio restare sola» piagnucola.
Tentenno sul da farsi.
«La prego.»
Che cosa dovrei fare ora? Mi sento in trappola: una parte di me vorrebbe coricarsi al suo fianco, l’altra tornerebbe nella sala chiudendosi la porta alle spalle.
Le sue dita strette intorno al mio polso mi fanno decidere per la prima opzione. Mi sdraio accanto a lei, sopra la trapunta, meglio non tentare la sorte.
«Non ha freddo?» domanda con una dolcezza disarmante.
Ho freddo, parecchio, ma non cederò alla tentazione di stringermi a lei.
«Sto bene» rispondo.
Borbotta poco convinta, ma poco dopo si addormenta. Mi stropiccio gli occhi, bruciano. È la prima volta che mi trovo in una situazione così complicata. Non dovrei essere qui, nel letto di un’indagata. Continuo a guardare l’ora sulla sveglia sopra il comodino alla mia sinistra. Fanculo! Mi infilo sotto le coperte, sto morendo di freddo.
Le volto le spalle, girandomi su un fianco e mi addormento anch’io.
Quello che vedo al risveglio mi fa sussultare: Vanessa è di fronte a me, le nostre bocche quasi a sfiorarsi, la mia mano sul suo fianco. Ora come faccio a svignarmela senza che se ne accorga? Stacco le dita una a una, allontanando la mano. Non avevo fatto i conti con il suo braccio, però: mi sta tenendo stretto a sé, come se fossi il suo uomo. Trattengo il respiro quando i nostri occhi si incontrano, sembra confusa almeno quanto me. Sfioro le sue labbra con le mie, attratto da una forza invisibile.
Mi ritraggo. Che cazzo sto facendo?
Vanessa ha il respiro accelerato, lo sento, e aumenta anche di più quando mi avvicino di nuovo, incapace di resistere a quel richiamo.
«Io ti credo» le confesso un attimo prima di posare la mia bocca sulla sua. Sussulta per una frazione di secondo, schiudendo poi le labbra e lasciandomi godere del suo sapore. Ci baciamo con ardore, come se da questi dipendesse la nostra intera esistenza.
«Ti credo» continuo a ripeterle tra un bacio e l’altro. Mi ritrovo su di lei, eccitato sopra ogni limite e con la voglia di andare oltre. Scendo a sfiorarle il collo con la lingua, mentre le sue dita si insinuano sotto la mia maglia, accarezzandomi con lentezza la schiena. Credo che potrei impazzire: perché tutto questo desiderio?
Ansimo al suo orecchio e torno in me per una frazione di secondo.
«Non posso farlo» sussurro staccandomi e allontanandomi in fretta.
Mi chiudo in bagno e appoggio le mani sul lavandino. Fisso la mia immagine nello specchio e stento a riconoscermi. Le labbra sono gonfie per i troppi baci e ho un piccolo segno rosso sul collo. Per non parlare dell’erezione che prepotente preme attraverso la stoffa dei pantaloni. Apro l’acqua fredda e mi bagno il viso, cercando di ricompormi. Non doveva succedere, non dovevo perdere il controllo della situazione. Non posso mandare a puttane un caso di questa importanza per una scopata. Sarei un coglione se lo facessi. Non posso ripresentarmi in queste condizioni: rimango chiuso qui dentro finché non mi riprendo del tutto.
Quando mi decido a uscire, di lei non c’è alcuna traccia. La porta della sua stanza è spalancata, ma lei è sparita. Recupero i miei occhiali appoggiati sopra il tavolino e mi guardo intorno alla ricerca di Vanessa. La porta della cucina è ancora chiusa, sento dei rumori provenire da lì. Entro cercando di non spaventarla: sta armeggiando con la caffettiera, le mani le tremano e non riesce ad avvitarla. Vado in suo soccorso, mi accosto a lei, le prendo la moka dalle mani e la chiudo senza alcuna difficoltà. Tiene lo sguardo fisso davanti a sé, una lacrima scende a rigarle la guancia. La asciugo senza pensarci due volte.
«Mi dispiace per prima, non è stato professionale. Le prometto che non succederà più.» Le mie dita indugiano sul suo viso, le mie labbra non riescono a smettere di desiderare di poggiarsi alle sue. «Spero che non sia arrabbiata con me, Vanessa.»
Il suo nome mi esce involontariamente in un sussurro. Lei ha un sussulto e sfiora la mia mano con la sua, chiudendo gli occhi.
«Grazie di non avermi lasciata sola stanotte.» Pronunciate queste parole, mi volta le spalle, lasciandomi con il braccio in aria, con le dita desiderose di posarsi ancora sulla sua pelle morbida e vellutata. Lascio ricadere molle l’arto lungo il fianco, incurvando le spalle.
«Le manderò qualcuno a sistemare il vetro e un collega a tenere sotto controllo la situazione» la informo cercando di usare un tono degno di un ispettore di polizia, evitando quello del semplice uomo che vorrei essere in questo momento.
Ho voglia di afferrarla per le spalle, voltarla e stringerla a me, sussurrandole che quello che c’è appena stato tra noi è reale e che avrei tanto voluto approfondire. Invece, mi dirigo verso la porta ed esco dal suo appartamento, lasciandola nuovamente sola e indifesa.
L’aria fredda della mattina mi colpisce come un pugno in pieno viso, mi stringo nel mio ...