CAPITOLO TRE
Valentin era spacciato. Era uscito con lei sul balcone per poi sparire nel giardino dove non aveva potuto seguire le loro mosse. Solo che, ora, Artemisia rientrava da sola. Il fratello era già da un pezzo tra un gruppetto di donne. Sapeva di non avere mai avuto la stessa apertura emotiva verso il mondo. Ma il mondo lo aveva fregato per bene. Sorseggiò lo champagne. Avrebbe gradito qualcosa di più forte. Una vodka liscia per bruciare l’inquietudine che si portava dietro da tempo. Artemisia era fuoco liquido. Dannata come l’abito rosso che portava, bruciante come lo sguardo degli occhi neri che sapevano crocefiggere. Dolce quando gli chiedeva di farla godere ancora. E il suo corpo reagì al solo ricordo della bocca, dei gemiti, della supplica. La seguì attraversare il salone. Aveva perso l’alterigia iniziale e le guance rosse la rendevano più bimba. Più ingenua di quello che era.
Se l’ha turbata lo ammazzo, pensò. Come se fosse possibile turbare la padrona di Villa Eden. Avevano scelto lei perché esperta. Non si sapeva di preciso quante relazioni avesse intrecciato all’interno del club. Si vociferava che avesse avuto rapporti con ogni singolo membro del club. Per testarne la capacità, per saggiare le novità. Nessun uomo aveva mai smentito quella voce.
La carezzò con gli occhi mentre gli dava le spalle e il sorso gli andò di traverso vedendola voltarsi e spillarlo alla parete, neanche fosse un moscerino e non il figlio di un magnate russo. Sostenne il suo sguardo e sperò che i suoi occhi la gelassero con lo stesso potere con cui lei lo bruciava.
Le inviò un brindisi silenzioso e la guardò beffardo mentre la vedeva avvicinarsi. «Artemisia» la salutò lasciando nella voce un accenno di neutralità. Carezzò con lo sguardo il labbro carnoso, la curva deliziosa delle ciglia, l’iride così scura da essere nera come la pupilla. La delicatezza del mento. La carezzò e la adorò mentre il profumo di lei lo avvolgeva.
«Ivan.»
Aveva imitato alla perfezione il suo tono freddo, quasi annoiato. La ammirò. La annusò. La desiderò più che mai. Ritrovò in lei la forza dei muschi schiacciati dal gelo, dei licheni testardi della steppa leccata dal ghiaccio.
«Questa sera. Tra un’ora. Nella mia suite.»
«Perché non ora?» La sfidò, la costrinse alla lotta.
«No, ho delle cose da sistemare.» La testa dritta a ribadire chi era la regina di Villa Eden. La vide smarrita, guardare i presenti nella sala e fermarsi per un istante su una coppia. La donna aveva lo stesso sguardo perso, ma la mano dell’uomo sapeva come toccare i punti giusti e farla rabbrividire. Dovevano essere amici ai quali si aggrappava per trarre forza.
Anche lui aveva capito che le piaceva da impazzire quando la bocca di un uomo le baciava il collo, sotto la punta del mento, dietro l’orecchio. La sua pelle formicolava e il respiro si spezzava.
«Potete salire tra un’ora. Oppure, se non vuoi, puoi dire a Valentin di venire da me. Da solo.»
Si prese tutto il tempo per riflettere sulla sua affermazione. Tensione ce n’era in lei. Poteva tirare ancora un pochino. «Valentin non verrà senza di me.»
«Ne sei sicuro?»
«Sì.» Leccò una goccia sul bordo del cristallo e vide gli occhi di Artemisia diventare languidi. Ma nulla nella sua determinazione si ammorbidì.
«Potresti venire tu, da me. Da solo.»
Sapeva picchiare duro, quella donna. Faceva male e non se ne rendeva conto. «No. I patti erano diversi. O così o nulla.» Raccolse lo smarrimento e si detestò per averla confusa. Ma il suo mondo faceva schifo da un pezzo, non poteva importargli se anche il mondo di qualcun altro diventava un porcile.
«Va bene. Vi aspetterò.»
In lei riconobbe la naturalezza nei movimenti, anche quando era turbata. Aveva la possibilità di tirarsi indietro, niente era obbligato a Villa Eden. Ma non gli aveva detto di no. Aveva preso tempo per fare le sue cose, probabilmente per prepararsi. Non gli importava granché. Tra un’ora loro avrebbero bussato alla suite di Artemisia ed entrambi avrebbero avuto la loro parte di godimento. Artemisia era il suo lichene spappolato dagli elementi, ma con le radici solide e vive.
«L’hai turbata, Ivan.» Anche Valentin aveva in mano un flûte. Lo beveva assaporando il liquido come faceva con la vita. Prendeva ciò che arrivava. Con semplicità.
«Tu no? Siete usciti insieme e rientrati distanti.» Non lo guardò, continuò a tenere d’occhio i movimenti nella sala. I gruppi di uomini della società bene che intessevano chiacchiere a strategie, e le donne, prese a volteggiare tra le braccia dei loro uomini o a ignorare la corte dei pretendenti.
«Siamo andati nella serra a vedere gli esemplari rari di fiori di cera.»
«Sì, e io sono nato prima di te.»
«No, tu sei il secondogenito. Sono uscito prima io. Lo dicono i documenti, Ivan. Ben sei minuti prima di te. Nostra madre lo ricorda alla perfezione.»
L’allegria e la leggerezza dovevano essere andate a finire tutte nel gemello perché a lui non erano restate che malinconiche elucubrazioni sulla vita e la capacità di attirare le persone marce del mondo.
«Voleva che andassi da lei, da solo» confidò Valentin.
Salutarono il sindaco che si spostava per il salone con la moglie al braccio. «E tu cosa le hai detto?»
«Ho accettato.» Valentin buttò giù tutto il contenuto del flûte e lo guardò in faccia.
Chissà se anche lui si vedeva riflesso nel suo stesso volto. Ivan aveva imparato a conoscere le piccole differenze. Valentin aveva il mento più gentile, un piccolo neo sulla guancia. Ivan aveva tutto più spigoloso, a cominciare dalla mandibola affilata, dall’arco delle sopracciglia più nette. Oltre ai segni che l’esperienza aveva lasciato sul suo carattere. «Ma figurati se ci credo.»
Anche la risata di Valentin era più limpida della sua. «Infatti, fratello. O insieme o niente.»
«Be’ è un peccato perché ha chiesto la stessa cosa a me e io le ho detto che andrò da lei, da solo.»
Così come era venuto il sorriso si era congelato sul volto di Valentin. «Davvero?» Perché l’incredulità era un sentimento che mal si accostava alla personalità del fratello?
«No. O insieme o niente. Così come abbiamo pattuito.»
«La bruceremo, lo sai, vero?»
«Da quando ti preoccupi per la sorte delle tue amanti?»
«Ivan, non è solo la mia amante. È anche la tua.»
«Io non l’ho sfiorata.»
«Non con le mani. Ma l’hai desiderata. Se solo provassi a…»
«No. Lo sai che non posso.»
«È finito quel tempo, Ivan. Lei non ti toccherà più. Fiorina è andata dove era giusto che andasse.»
Il gelo russo si faceva sentire anche nel salone ultra caldo. Di colpo aveva il potere di invadere tutta la sua mente. Di far rinascere suoni e sensazioni che sapeva sottopelle, come un tatuaggio non ancora del tutto accettato. Rivide i finestroni lunghi, le stanze deserte e quasi buie, e le mani della donna. Mani delicate e lunghe. Mani che avevano danzato sui tasti bicolori suonando le più belle melodie. Mani che sapevano spezzare con delicatezza. «Non è finito per me» disse col dolore nella voce.
«Non lo sarà mai se non ci metti una pietra sopra. Non è colpa tua.» Anche negli occhi di Valentin vi era lo stesso freddo siberiano che entrambi conoscevano. Ma ciò che accendeva il fratello era la miccia della rabbia, cosa che Ivan non sapeva più trovare in sé.
I toni cominciavano a salire. Ivan si concesse di allontanarsi di un passo. I fatti personali restavano tali e nessuno, a Villa Eden, avrebbe dovuto immaginare quanto sporca fosse la sua pelle.
Entrare nelle iridi del gemello gli faceva sempre uno strano effetto di intimità. Chi lo conosceva meglio di Valentin? Chi aveva convissuto con lui fin dentro l’utero materno? Chi aveva avuto occhi per vedere più in là dell’apparenza? «Se si lascerà bruciare saranno fatti suoi.»
«A me piace, Ivan.»
Si fermò sul posto. «Se la vuoi solo per te, sono disposto a cedere. Vai da lei, allora.»
«No, no. Dico solo che ci siamo andati giù pesante con Artemisia.»
«Mi sembra che sia ancora in piedi e tra poco ci ospiterà nella sua suite.» Sapeva essere duro, quando voleva. Ivan poteva ignorare i sentimenti altrui quando lo desiderava. Cosa pensasse e cosa provasse Artemisia non erano affari suoi. «Devo fare delle telefonate, a dopo.» Lasciò il fratello col flûte vuoto in mano. Il suo lo pose su uno dei vassoi in giro per la sala. Non aveva nessuno da chiamare. Né impegni da assolvere. Aveva solo bisogno di restare da solo per un attimo. Lontano dagli occhi di Valentin che sapevano vedere a fondo.
Quella donna aveva un maledetto buongusto. La sicurezza economica le permetteva tutto e di più. La camera aveva perso i tocchi scuri e carichi della prima volta e ora appariva quasi luminosa e gentile.
«Benvenuti.»
Poteva odiarla, bruciarla, amarla, quello che non poteva fare era ignorarla.
«Dio Artemisia, sei un incanto.» La voce di Valentin mostrava tutta l’ammirazione possibile.
Se avesse potuto, anche lui avrebbe detto qualcosa di vezzoso, ma non ne era in grado. Ivan la fissò puntando ostentatamente gli occhi sul corpo di lei avvolto da una sottanina di seta chiara. Nuda, la pelle perlata dalla luce cangiante della stoffa. Era stesa sul letto dal copriletto rosso. L’ambiente rischiarato dai toni del bianco, dai centrini di pizzo e dai tappeti crema su tutta la superficie della stanza.
«Ero sicura che avresti gradito Valentin.»
Non si sottrasse agli occhi neri di lei. Attendeva un complimento, una critica. «Una nuova poltrona?» disse guardando quella di velluto panna che aveva preso il posto del divanetto dal quale aveva osservato l’amplesso tra Artemisia e Valentin.
Era disorientata, lo capiva, ma non era nei patti che fosse rassicurante con le donne. Aveva sancito un semplice accordo di sesso. Nulla che riguardasse la complessità emotiva delle parti.
«Ha delle rotelle, puoi muoverla e osservarmi dalla postazione che vuoi» gli disse, e questa volta fu lui a incassare. Sorrise vedendola come un degno avversario e attese che Valentin capisse che il gioco li aveva legati ancora più stretti. Tutti e tre, vincolati a una sfida, un bisogno, un capriccio.
Si mosse e lasciò scivolare la giacca di seta nera sul bracciolo della poltroncina. Si slacciò il primo bottone della camicia e allentò la cravatta. Artemisia aveva seguito ogni movimento con la bocca socchiusa, ignorando Valentin e tenendolo al laccio con quello sguardo notturno che incendiava ogni molecola del suo corpo, frustrandolo oltre ogni dire. «Siedi, Artemisia» la invitò ad alzarsi dal letto e lei ubbidì come se fosse una serva. Lo eccitava più di quanto avesse potuto immaginare la stoffa che velava, ma non nascondeva, la curva del seno, i capezzoli scuri, il pube nascosto dal velluto di peli neri. Niente in lei gli ricordava Fiorina, e il cipiglio voglioso e dittatore con cui lo concupiva. «Non spogliarti Valentin, lasciamo che ammiri il tuo corpo nascosto.»
«Spogliati, Valentin» intimò Artemisia sfottendo il tono di comando che lui aveva assunto dal momento in cui era entrato nella stanza. Sorrise, lui comandava e lei non poteva farci nulla.
Il fratello si limitò ad annuire, ma non si mosse.
«Puoi avvicinarti, che sia lei a spogliarti.» Ivan si rilassò contro lo schienale, una gamba sull’altra e un braccio su cui poggiò il mento, pronto a guardare, a carpire i momenti di intimità altrui, pronto a sanare le ferite della mente.
Valentin si mise al lato del letto ma l’immobilità di Artemisia era un chiaro segno di ribellione. Continuava a fissarlo, ignorando del tutto Valentin. No, così non andava. Non era un amplesso tra lui e lei. Era un incontro a tre, dove Ivan era l’unico a tenere le fila del piacere di tutti.
«Fratello, non vuole collaborare» gli disse Valentin in modo del tutto superfluo.
«Allora dobbiamo darle un assaggio di ciò che succederà. Puoi accarezzarla. Ma solo sul viso.»
Volse la poltroncina per avere la visuale migliore dell’attimo in cui Valentin si sporse sul letto e, ancora del tutto vestito, pose i palmi sulle guance di Artemisia. Solo in quel momento lei lasciò i suoi occhi e pose l’attenzione verso l’amante. I visi erano vicini, la bocca ...