Per la mia «tutta blu»
Il nostro amore è l’amore della vita, il disprezzo della morte.
PAUL ÉLUARD
(In fondo al cuore in Donner à voir)
Anselme scaraventa Céleste sul materasso, ogni volta lo stesso gesto che la rovescia sulla pancia, la testa sprofondata nel cuscino, la chioma arruffata a portata di mano. Detto fatto le solleva la gonna. Lei non oppone resistenza, non lo fa più. Lui si aggrappa allo chignon, le stringe forte la massa di capelli. Poi si mette in posizione, piantato tra le sue cosce, e inizia. Le gambe del letto di ferro cigolano. Né Anselme né Céleste sentono il gemito del letto che sopporta quell’amore forzato. È faticoso, sempre. È lungo. Lei si chiede perché quegli istanti passino così lentamente, perché non perdere i sensi e non sentire più niente.
Una volta ha cercato di parlarne a Huguette sulla scala di servizio. In preda allo spavento, ha balbettato: «Il signor de Boisvaillant…».
Le ginocchia hanno cominciato a tremarle. Huguette ha capito subito. Le ha detto di tacere, le ha ripetuto: «Zitta, e non azzardarti a parlarne con la signora!».
Ha guardato in silenzio le sue ginocchia vacillanti. Poi, volgendole le spalle, ha aggiunto: «A testa alta, non possiamo fare altro, noi! Andare a testa alta per far credere che non ci vergogniamo».
Céleste ha alzato la testa, stretto i denti e irrigidito le gambe per bloccare quello stupido tremito delle ginocchia. È riuscita a dire: «Va bene, Huguette».
L’ha detto con un tono di voce pacato, quasi calmo. D’un tratto, si rende conto che la solitudine in cui è nata la costringe a dire sempre di sì. Se avesse potuto scegliere – ma questa parola non esiste nella sua condizione, e nemmeno nel suo vocabolario – avrebbe detto: «No». L’avrebbe urlato.
Quando Anselme si ostina ad andare su e giù dentro di lei, Céleste pensa ad altro. Alla lunga è diventato semplice. Con una preferenza per la radura. Mentre lui fa i propri comodi, lei passeggia nel bosco in cui da bambina andava a giocare con i fratelli e le sorelle. Sono talmente tanti che non saprebbe dirne il numero esatto, non li ha mai contati. Lei è una di loro. Non le dimentica, quelle passeggiate: sono i suoi ricordi più preziosi. La spensieratezza di correre, di respirare l’humus e la resina dei pini, di giocare a nascondino, di assaporare quei momenti prima di far ritorno alla tetra fattoria dove all’improvviso ci si incurva, ci si piega fino a sparire per sfuggire alle urla del padre.
Anselme stringe un po’ più forte la massa di capelli, prova piacere nel farsi male con le forcine; sentirle affondare nel palmo, goderne quasi – e far durare quel quasi più che può; tirare a sé lo chignon, così che lei si inarchi. In quell’istante Céleste non esiste più, è soltanto un corpo e lui vorrebbe che quel corpo gridasse, che partecipasse un po’, invece è solo silenzio. Quando sta per godere, strattona lo chignon che gli si disfa tra le mani. È allora che confonde capelli e criniera, credendosi padrone di una cavalcata senza fine.
Si accascia di peso sulla sua giumenta. Céleste non sente i bulbi staccarsi dalla testa a uno a uno. È seduta nella radura. Il suo luogo preferito. Lì non c’è niente da fare, basta aspettare che il tempo passi. E lei aspetta.
La passeggiata magica s’interrompe bruscamente quando il corpo di lui le crolla addosso. Com’è pesante! si stupisce ogni volta. Pesante e senza forza, pesante e svuotato. Torna allora alla realtà del cuscino che morde fino a soffocarsi, ai cigolii del letto di ferro che sono cessati, alla minuscola camera nel sottotetto dove fa troppo freddo o troppo caldo.
Rialza la testa, la tiene ben alta com’è giusto che sia. Anselme, già in piedi, si rassetta gli abiti. Céleste non lo guarda, mai. Aspetta che lui sbatta la porta per rannicchiarsi e piangere un po’.
Victoire si sveglia lentamente. Al mattino, mentre il suo corpo ancora intorpidito dal sonno si stiracchia sotto le lenzuola di lino, cerca sotto il cuscino il sacchetto di seta che racchiude con garbo la lavanda raccolta l’anno precedente. Ama iniziare le sue giornate inspirando a lungo quel profumo rilassante.
Dalla luce che filtra dalle imposte e dalle pesanti tende di taffettà, intuisce che sono le nove. Huguette non dovrebbe tardare a servirle la colazione. Chiude gli occhi e assapora ancora un po’ quel momento che precede lo scompiglio della giornata. Porta alle narici il sacchetto profumato, lo annusa più volte e poi, all’udire i passi di Huguette che risuonano nel corridoio, lo ripone alla svelta sotto il cuscino. Alcuni istanti più tardi, dopo i consueti saluti, il vassoio le viene posato sul letto. Il tè è fumante, le fette di pane tostato sono infilate in un cestino rivestito di stoffa con i lembi ripiegati per conservare meglio il calore evanescente.
Huguette si dà da fare nella camera, apre imposte e tende e riferisce: «Il signore è nel suo ufficio».
La stessa frase tutte le mattine. E dove potrebbe essere, se non nel suo ufficio? pensa Victoire.
È sposata con Anselme da cinque anni e, tutti i giorni – il pensiero si sofferma su quel tutti i giorni –, domenica compresa, suo marito non può fare a meno di scendere al pianterreno per immergersi nelle pratiche di eredità e matrimoni che gli affollano la scrivania. Tutti quei contratti che, secondo Victoire, regolano la sua vita in maniera assurda. «Do soltanto una rapida occhiata e torno!» ribatte instancabilmente Anselme quando lei tenta di ribellarsi allo spazio occupato da quelle scartoffie. Un muro di carta innalzato tra lui e gli altri.
È richiamata alla realtà da Huguette, che prosegue: «Mi permetto di ricordarvi che dovete recarvi al pranzo di beneficenza dell’ospedale».
«Grazie, Huguette, l’avevo proprio dimenticato.»
In un attimo, la giornata di Victoire è rovinata. Nei primi tempi del matrimonio le piaceva partecipare alle opere pie, in special modo visitare i malati. Perpetuando la tradizione delle generazioni precedenti, all’inizio di ogni anno suo marito donava all’ospedale un cospicuo assegno. Un gesto che comportava calorosi ringraziamenti, la stima pubblica e il privilegio di prendere parte alle riunioni trimestrali delle mogli dei benefattori. Come si era sentita fiera, Victoire, le prime volte! Per giorni interi pensava agli abiti da indossare. Davanti allo specchio, mimava le espressioni che avrebbe rivolto alla moglie del direttore dell’istituto. Umiltà nelle parole, va da sé, ma anche sicurezza: non era forse la signora de Boisvaillant, la moglie del notaio? Quante volte, appena sposata, si era ripetuta il suo nuovo cognome, quella sua nuova, affascinante identità? Scriveva all’infinito, su un foglio: Victoire de Champfleuri, signora de Boisvaillant. Com’era bello, come suonava bene, e quanto la annoiava adesso.
«Che vestito vi devo preparare, signora?»
«Non lo so, Huguette…»
Victoire soffia nella tazza di tè bollente e beve qualche sorso prima di aggiungere: «Direi quello lilla che ho indossato l’altro giorno, ma tornate più tardi per darmi una mano…».
«Molto bene, signora.»
Huguette spalanca la finestra. Il caldo di giugno entra con violenza. Victoire allontana il vassoio mentre la sua cameriera esce dalla stanza. Huguette è più di una cameriera. È anche una cuoca, una domestica tuttofare, o meglio ancora una padrona di casa tuttofare.
Quando Victoire si è sposata, Huguette era già al servizio di Anselme da molti anni, praticamente da sempre, visto che già si occupava di lui quand’era bambino, e che abitavano tutti insieme nella grande casa di famiglia. L’aveva seguito in città dopo il primo matrimonio. Ci aveva messo del tempo ad abituarsi ai rumori, alle strade strette di Saint-Ferreux-sur-Cher, ma aveva accettato la proposta di Anselme di trasferirsi, con Pierre, nella dépendance in giardino. Come avrebbe potuto rifiutare, conoscendolo da sempre?
Victoire era entrata in una casa tenuta alla perfezione. I primi tempi aveva avuto qualche problema a dormire nel letto coniugale, sapendo che era stato occupato da un’altra – che ci era morta dentro, ma non aveva lasciato figli, e che suo marito aveva fatto in fretta a rimpiazzare. Huguette aveva capito subito che Victoire le avrebbe lasciato in mano le redini della casa, l’aveva quindi accolta a braccia aperte e, nonostante il lieve disprezzo che affiorava nelle sue parole, si rivolgeva alla nuova signora de Boisvaillant con benevolenza. Ognuno se ne stava al proprio posto e interpretava il ruolo alla perfezione.
Victoire non beve più il tè e non mangia più le fette di pane imburrato preparate con cura. Le visite all’ospedale la disgustano. Passare tra i letti e sorridere, commiserare le pazienti, chiedere come stanno, dimostrare interesse. Più di ogni altra cosa detesta andare a trovare le giovani partorienti. Non solo bisogna estasiarsi alla vista della pelle avvizzita dei neonati, e sopportarne gli strilli assordanti, ma anche e soprattutto le tocca ascoltare le interminabili considerazioni delle ricche mogli a proposito della prole. Tutti figli di nobile famiglia, uno più vigoroso dell’altro, ed ecco che salta fuori sempre la solita domanda: «Ebbene, signora de Boisvaillant, cosa aspettate ad avere un bambino? Tutti questi piccoli non vi fanno venire voglia?».
Al solo pensiero, Victoire si nasconde sotto il lenzuolo, rovesciando in un sol colpo il contenuto del vassoio.
Victoire suona il campanello con tutte le sue forze. Dopo qualche istante, Huguette e Céleste entrano nella sua stanza. Victoire si è alzata e, guardando dalla finestra, si pizzica nervosamente il lobo dell’orecchio.
Céleste raccoglie dal pavimento il piatto e la tazza. Huguette la incalza: «Sbrigati e cambia le lenzuola!».
Céleste ubbidisce agli ordini e cerca di fare in fretta.
Intanto, Huguette prepara il vestito lilla.
Victoire tace e continua a tormentarsi l’orecchio. Ho rovesciato tutto, che stupida! Possibile che non riesca a controllare niente?
Huguette comincia ad allacciarle il corsetto.
Com’è fiorito e sontuoso il giardino, come le piacerebbe tuffarsi là dentro e sentirsi inebriata dalla carezza del vento sul viso, sulle labbra. Victoire interrompe i propri pensieri per dire: «Stringete più forte. Non ho mangiato nulla stamattina, e poi oggi ho bisogno di essere sorretta».
Lo dice con tono sognante, in un sussurro, e non riesce a trattenere un piccolo gemito quando la stretta vigorosa di Huguette tira, con un colpo secco, il laccio che la comprime.
«In ospedale sentirete caldo, signora.»
Victoire fa spallucce.
Huguette pensa che fare la domestica sia proprio un vantaggio, perché non c’è l’obbligo di indossare quei ridicoli corsetti. Inoltre – si dice – la signora è fortunata ad avere una vita così sottile. Su una donna robusta come me bisognerebbe stringere e poi stringere ancora, per ottenere un risultato soddisfacente.
Céleste non pensa a niente. Non le capita molto spesso di trovarsi nella camera di Victoire quando c’è anche lei. È turbata poiché, di solito, ci entra soltanto per fare le pulizie. Con la coda dell’occhio osserva il modo in cui Huguette allaccia il corsetto. Non l’aveva mai visto fare prima. Vede il corpo di Victoire assottigliarsi, inarcarsi. Lo trova strano e bello allo stesso tempo.
«Ti sei imbambolata? Céleste! Sbrigati!»
Huguette la richiama all’ordine, e così Céleste prende le lenzuola tra le braccia ed esce in fretta e furia dalla stanza. Victoire non ha nemmeno notato la sua presenza.
Qualche ora più tardi, Pierre accosta il calesse alla scalinata della casa. Victoire è pronta, scende i gradini. La sua figura ondeggia sui blocchi di tufo. Per proteggersi dal sole, ha completato l’abbigliamento con un grande cappello di paglia ornato di fiori in tessuto abbinati al vestito e all’...