CAPITOLO SETTE
Moon
Sono nel mio ufficio e già sono stanca di questa giornata. La sveglia non ha suonato. Per fortuna, il mio orologio biologico non mi ha tradito. Ho rischiato di arrivare in ritardo, ma con enorme dispiacere di Mary non è successo. Aspetta un mio passo falso per farmi fuori, me lo sento. Come vorrei assoldare un killer professionista per restituirle il favore. O magari potrei dire a Johnny di fare visita al suo appartamento e ripulirlo per bene!
Johnny… sono passati sei giorni dall’ultima volta che ci siamo visti. Ho ancora il suo numero, è sul mio comodino. I famosi venti dollari li ho messi dentro Il cavaliere d’inverno, il mio libro preferito. Ogni sera, immagino Tatiana, la protagonista, che mi sussurra in russo «Chiamalo». Ovviamente, la ignoro. Johnny non è come Alexander, il bel soldato del libro, anzi sono su due pianeti diversi. Non mi sembra coraggioso, romantico o fantasmagorico come lui. Okay, lo ammetto, sono innamorata di Shura. Ho riletto questo libro centinaia di volte e ogni volta riesce a stupirmi. Ormai, ho preso il vizio di leggere il mio nome al posto di quello della protagonista. Alexander è mio e nessuno potrà mai eguagliarlo. Però Johnny ha un punto a suo favore: lui è reale.
Sbuffo con tutto il fiato che ho nei polmoni e i fogli sulla mia scrivania si spostano un po’. C’è poco lavoro in questi giorni, così ne approfitto per aggiungere idee alla cartella che c’è nel mio computer.
«Moon, il cliente della settimana scorsa ha poi deciso come procedere?» salto dalla sedia per lo spavento. Mary è piombata nel mio ufficio come al solito. Aggira la mia scrivania e mi affianca. Mi affretto a chiudere il file su cui stavo lavorando e la cartella con tutte le mie bozze, sperando che non abbia visto niente. Non voglio darle spiegazioni e nemmeno le mie idee.
«Scusa, non ti avevo sentita arrivare. Sì, ha fissato la data, ti ho mandato un’e-mail con i dettagli e ho aggiornato il calendario principale.»
Mary sposta lo sguardo da me al PC. Mi scruta con sospetto e poi incrocia le braccia al petto.
«Cosa stavi facendo?»
«Niente, lavoravo» mento, anche se non so farlo.
«Okay, non voglio perditempo qui dentro. Sei pronta per il signor Green e la sua proposta in riva al mare?»
«È tutto pronto, restano gli ultimi dettagli da sistemare, ma ho ancora quattro giorni. Per il venticinque sarà tutto pronto.» Mary mi lancia un’occhiataccia e raggiunge la porta.
«No, oggi è il ventidue, quindi mancano tre giorni. Svegliati, Moon, non ti pago per avere la testa tra le nuvole!»
Il mio capo esce dall’ufficio. Io sono ancora immobile e senza fiato, ma non perché mi abbia urlato contro. Oggi è il ventidue febbraio, il giorno dell’anniversario della morte di mia madre. Pensavo fosse domani, pensavo di avere più tempo per affrontare questo giorno. Volevo darmi malata, piangere per mezza giornata e poi andare al cimitero a trovarla. Volevo mangiare un chilo di gelato al cioccolato e rannicchiarmi sotto le coperte. Non volevo di sicuro essere qui, a subire le ire e gli sbalzi d’umore di quell’arpia.
Una lacrima rotola sulla mia guancia, ma io la scaccio via. Non posso farlo, devo resistere fino a stasera. Respiro a fondo e proprio in quel momento sento il trillo del cellulare. È un messaggio di Autumn. In questi ultimi giorni, abbiamo comunicato solo al telefono. Stranamente, è troppo presa da Lucas. Spero solo che non rimanga ferita, tengo troppo a lei.
Apro WhatsApp e sorrido mentre leggo quello che mi ha scritto: TI VOGLIO BENE, PICCOLA MOON. Poche e semplici parole, seguite da diverse emoticon: un abbraccio, un cuore, la luna, una stella, una foglia autunnale e un angelo. Sono i nostri simboli, quelli che rappresentano noi e la nostra amicizia che dura da anni.
Autumn c’è sempre stata per me, con lei non mi sento mai sola. E anche se le sue giornate sono piene di euforia e distrazione, si è ricordata di me e di mia madre. L’angelo è proprio lei, che veglia su noi con tutto il suo amore.
Il mio sorriso e i miei pensieri vengono interrotti dall’arrivo di Aly.
«Mary mi ha mandata per ricordarti di telefonare al fiorista. Cento rose rosse per il venticinque.»
«Lo so, non c’è bisogno di ricordare niente. Ho tutto sotto controllo» replico secca, aspettando che ritorni sui suoi passi. Quando lo fa, sospiro esasperata. Non vedo l’ora che questa giornata finisca. Ho bisogno di dimenticarla, il più in fretta possibile.
Johnny
Fisso il cellulare e trattengo un ghigno. Devo smetterla di illudermi, tanto non mi chiamerà. Sono passati troppi giorni. Se avesse avuto l’intenzione di rivedermi, l’avrebbe già fatto.
Devo togliermela dalla testa, nemmeno entrare nell’appartamento che tenevo sott’occhio mi è servito. È stato un colpo incredibile, una refurtiva mai vista prima. Ho fatto bene ad aspettare qualche giorno. Tutto è andato secondo i piani, nessuno mi ha interrotto. I due proprietari avevano di tutto, le classiche persone che comprano l’affetto reciproco con oggetti inutili. Nel cassetto della biancheria ho trovato sei orologi da uomo, tra cui un Rolex d’oro. Che cosa se ne fa un uomo di tutti quegli orologi? La risposta per me è semplice, un bel mucchio di soldi, visto che stasera vado da Logan, il mio amico ricettatore.
Ho finito di lavorare al bar da un’ora. Sono a casa a fare niente, sto aspettando la mezzanotte. L’ora dei ladri, come la chiama Logan. In TV non c’è nulla, sempre la solita spazzatura. Di solito, guardo i telefilm, quelli con delinquenti e poliziotti. Sto aspettando che comincino le nuove puntate, mi divertono troppo. Alcuni episodi sembrano reali, infatti ho preso alcuni spunti per dei colpi futuri. Mai smettere d’imparare, anche se chi ti sta insegnando qualcosa è al di là di uno schermo televisivo.
Lo squillo del telefono mi fa scattare in piedi. Afferro il cellulare, ma non riconosco il numero.
«Pronto?»
«Eccolo qui, il mio ladro preferito!»
Spalanco gli occhi e deglutisco la saliva in eccesso. È una donna, ma non riconosco la voce. Non ho proprio idea di chi possa essere.
«Pronto, ci sei? Johnnyyy!»
Quando pronuncia il mio nome capisco chi è. Un sorriso compare sul mio volto.
«Moon, dove sei?»
«Mi hai riconosciuta. Allora è vero che sei un galantuomo. Dove sono? A casa. Lo stesso appartamento che hai squadrato in ogni angolo… scusa, ti ho rovinato il San Valentino. Non volevo interromperti.»
Straparla ed è chiaramente ubriaca. M’infilo la giacca ed esco di casa, pronto a raggiungerla.
«Non mi hai interrotto e non hai rovinato nulla. Io odio la festa degli innamorati, forse perché nessuno mi ama?» la assecondo, cercando di tenerla in linea. Fermo un taxi e indico al tassista l’indirizzo di casa sua. Sono pochi isolati, ma non potevo parlare e correre in contemporanea.
«Anch’io odio San Valentino, è per gente sfigata. Anzi no, io odio tutto il mese di febbraio. Però, pensandoci bene, non è che aprile, settembre, dicembre o gli altri mesi siano tutto ‘sto carnevale di Rio!»
Scoppio a ridere, non riesco a trattenermi. Moon ubriaca è molto divertente, ha un’ironia strana che capisce solo lei.
Dieci minuti dopo, sono sotto casa sua. Pago il tassista e, prima di salire sulla scala antincendio, mi guardo intorno. Approfitto di un attimo d’isolamento per arrampicarmi fino al suo piano.
«Non ridere… sono seria.»
«Quanto hai bevuto?» le chiedo, sbirciandola da dietro al vetro del suo appartamento. Le tende non sono tirate, ma la finestra è chiusa. Moon sta camminando avanti e indietro, accarezzando il bordo del divano. Ha lo sguardo basso, così non si accorge della mia presenza.
«Non lo so… una bottiglia di vino, forse due. Ma non chiedermi di dire l’alfabeto al contrario, perché tanto lo ammetto, sono ubriaca.»
Rido ancora. È ubriaca ma anche lucida, si ricorda tutto.
«Niente alfabeto, promesso. Perché mi hai chiamato?»
«Perché sono ubriaca. Perché volevo compagnia. Perché voglio commissionarti un furto. Ti bastano tutti questi perché?»
Un furto? Ma di che diavolo sta parlando? Okay, è totalmente fuori di testa.
«Mi hai chiamato solo perché sei ubriaca? Sono giorni che aspetto davanti al telefono. Non si trattano così i ragazzi che ti lasciano il numero e anche venti dollari di mancia» la prendo in giro, ho bisogno di sentire la sua risata, che non tarda ad arrivare.
«Non avevo il coraggio… ma mister Chardonnay me l’ha fatto ritrovare.»
«Moon, piccola, vuoi veramente compagnia?»
«Certo, io non dico mai bugie.»
«Allora apri la finestra, così smetto di congelarmi il sedere qui fuori» attacco e aspetto la sua mossa.
Moon alza lo sguardo, e quando mi vede scuote la testa. Si avvicina, con ancora il cellulare all’orecchio, e fa scattare la serratura. La aiuto a sollevare il vetro e sguscio in casa, richiudendolo alle mie spalle.
È impietrita davanti a me, non ha ancora detto nulla.
«Scusa, ti devo lasciare. Ha un ospite improvviso» dico verso il cellulare, pur sapendo che non c’è nessuno dall’altra parte. Lo tolgo dalle sue mani fredde e lo appoggio sul tavolo. Mi avvicino a lei, è una calamita.
«Sei qui… perché?» sussurra sbattendo le palpebre più volte. L’alcool sta evaporando e Moon sta recuperando il pieno possesso delle sue facoltà mentali.
«Hai detto di volere compagnia. E sento che c’è qualcos’altro sotto. Sono qui. L’impulso mi ha gridato di precipitarmi da te. Ho sbagliato?»
Non risponde, si getta tra le mie braccia e scoppia a piangere. La stringo forte, come avrei voluto fare fin dall’inizio. Le accarezzo i capelli e la consolo. Vorrei assorbire il dolore che sta provando in questo momento. Continua a versare lacrime colme di qualcosa che ignoro. Lacrime amare, lacrime che ha cercato di nascondere con l’alcool, lacrime che sicuramente si è tenuta dentro per troppo tempo.
«Ssh, va tutto bene» la cullo contro il mio petto e i suoi singhiozzi si placano lentamente.
«Scusa…» mormora allontanandosi da me. Si siede sul divano e io la seguo. Mi tolgo la giacca e mi accomodo al suo fianco. La sento inspirare più volte mentre si asciuga il volto. Inizia a parlare e io ascolto ogni sillaba, assorbendola nel profondo. Mi racconta tutto, di sua madre, delle loro vite, della malattia che l’ha strappata a lei troppo presto, di questo giorno che le ricorda la sua morte, di come ha continuato la sua esistenza senza riuscire a colmare quel vuoto… Finalmente, lo capisco. Riesco a comprendere il motivo per cui Moon è diversa dalle altre: lei è come me.
Siamo così simili che la cosa mi spaventa. Ecco perché sono attratto da lei. Non sono solo il suo bel viso e le sue forme che mi attirano. Non è solo una questione di sesso, di ormoni o di impulsi animali. È la sua aurea, così limpida e semplice. Un dono prezioso che non pensavo esis...