Fammi volare (Youfeel)
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Fammi volare (Youfeel)

Stare tra le nuvole è un'emozione che crea dipendenza

  1. 100 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Fammi volare (Youfeel)

Stare tra le nuvole è un'emozione che crea dipendenza

Informazioni su questo libro

Stare tra le nuvole è un'emozione che crea dipendenza Il giorno del giudizio si avvicina. Hope ha lavorato sodo, sopportando ogni umiliazione, per prepararsi alla fatidica riunione che potrebbe segnare la svolta per la sua carriera. Si è concentrata sul lavoro bandendo dalla sua vita ogni altra cosa, ma proprio quando intravede la meta compare nella sua vita Nash Reed, un ragazzo con un lavoro semplice che ama gli sport estremi e si sposta da un Paese all'altro in cerca di avventure. La sua filosofia di vita, libera e rilassata, è esattamente l'opposto di quella di Hope, tutta incentrata su rigore e ritmi incalzanti. Qual è la ricetta vincente: tenere i piedi a terra o provare a volare? La tanto attesa riunione per Hope si conclude nel peggiore dei modi; tutto sembra senza un domani, ma è proprio quando si tocca il fondo che poi si risale, sempre più in alto. E in due il volo è più dolce. "Fammi volare" è una favola moderna, in cui la carrozza di Cenerentola non è una zucca, ma un parapendio. Mood: Romantico - YouFeel è un universo di romanzi digital only da leggere dove vuoi, quando vuoi, scegliendo in base al tuo stato d'animo il mood che fa per te: Romantico, Ironico, Erotico ed Emozionante.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2016
eBook ISBN
9788858685334

CAPITOLO QUATTRO

-19 al Giorno del Giudizio
Mi sveglio con i capelli arruffati e devo lottare per togliermeli dal viso. Credo che stiano cercando di soffocarmi nel sonno per vendicarsi di come li tratto. Li pettino con poca delicatezza e li fisso in una matassa sulla nuca. Mi verso il caffè, ma ho lo stomaco talmente chiuso che non ci passa nemmeno un goccio d’acqua.
Mi soffermo un secondo e mi rendo conto che la tensione deriva dal pensiero di dover prendere il treno. Vedrò Nash? Come mi comporterò? Ufficialmente sono ancora arrabbiata per quello che ha detto, perché anche se so che ha ragione non avrebbe dovuto infierire così su di me dopo aver ascoltato il resoconto della mia giornata. È stata una mancanza di sensibilità. Contemporaneamente ho anche paura di non rivederlo, poiché i momenti che ho passato con lui mi hanno dato un grandissimo sollievo. Avrei forse dovuto ringraziarlo, invece l’ho insultato, e probabilmente sarà lui a tenersi lontano d’ora in poi; questa prospettiva mi ferisce. Non mi resta che sperare in un altro blackout.
Forse per la prima volta mi guardo attorno consapevolmente mentre attendo il treno, ma c’è troppa gente: anche se Nash fosse lì in mezzo non lo vedrei. Mi lusinga pensare che per tanto tempo lui mi abbia individuata tra la folla. Chissà come mai gli suscito tanta curiosità, al punto da azzardare un gesto forte come quello di ieri. Eppure, carino com’è, non deve certo aver difficoltà a trovarsi qualcuna. O forse fa così con tutte. A ogni microscopico passo che mi avvicina al treno, aumenta il senso di colpa per come l’ho trattato. Spero di salire e trovarlo seduto accanto a me, poi all’improvviso mi ricordo della sua gita alla spiaggia.
L’avevo completamente rimossa, nonostante mi avesse invitata due volte a unirmi a lui. Rischiando il linciaggio, inverto la marcia e mi faccio largo nella calca, camminando faticosamente nel senso opposto alla folla. La parte razionale del mio cervello è in allarme. Pericolo trasgressione! Pericolo! Tornare a incolonnarsi immediatamente e salire sul treno! Ma il mio cuore sta esultando e si fa sentire con forza. La sua voce, assopita per anni, sovrasta quella della ragione. Evviva! Non è un robot!
Mi fermo spaesata davanti al tabellone delle linee dei treni: utilizzo i mezzi pubblici solo per andare al lavoro, non ho idea di come si arrivi a Long Island. Guardo l’orologio, è ancora presto. M’incammino verso casa a passo spedito e busso alla porta di Brittany ansimando. Devo averla buttata giù dal letto, è ancora in pigiama.
«Ehi, cos’è successo? Stai male?»
«No, scusa il disturbo.»
«Mi sono appena alzata, entra.»
Indugio sulla soglia. L’ultima volta che sono entrata in quella casa ho visto suo marito mezzo nudo. Britt mi afferra per un braccio.
«Mike è già andato al lavoro, vieni. Mi stai facendo preoccupare, cosa ci fai qui a quest’ora?»
Evito i preamboli.
«Mi presti la tua macchina?»
«Oh, c’è sciopero dei treni? Non ne hanno parlato alla tv.»
Mi sta già porgendo le chiavi, devo ricordarmi di essere più gentile con lei. Merita di sapere la verità e prevedo già la sua reazione entusiasta.
«Non vado al lavoro. Ieri Nash mi ha invitata a trascorrere una giornata sulla spiaggia. Ho rifiutato, ma me ne sono pentita. Lo raggiungerò a Cooper Beach sperando di trovarlo e che abbia ancora voglia di parlarmi.»
Britt, entusiasta, s’infila la giacca sopra il pigiamone con gli orsetti.
«Ti accompagno io, così poi tornate insieme.»
«Non occorre che ti disturbi tanto, davvero, posso cavarmela.»
«Sono mesi che non guidi una macchina, e scommetto che non sei mai stata a Long Island. Io mi destreggio meglio nel traffico. Andiamo.»
Mi scorta fuori dall’appartamento.
«Esci così?»
«Già, speriamo che non ci vedano insieme, potrei farti sfigurare.»
L’utilitaria di seconda mano di Britt divora l’asfalto. Lei suona il clacson a chiunque le ostruisca la strada, impreca e fa gestacci. Stritolo la maniglia e a tratti chiudo gli occhi pregando che non sia il mio ultimo viaggio. Frena bruscamente per posteggiare.
«Eccola qui, Cooper Beach. Buona fortuna.»
«Grazie mille, Britt, ti devo un favore.»
«Non dirlo nemmeno, mi ripagherai raccontandomi ogni dettaglio del tuo secondo appuntamento.» Mi fa l’occhiolino e riparte prima che possa completare la frase.
«Cerca di andare piano!»
Guardando la macchina fare inversione e sparire all’orizzonte mi rendo conto che se non dovessi riuscire a trovare Nash dovrò organizzarmi per tornare a casa. Muovo due passi incerti verso la spiaggia, consapevole di indossare delle décolleté tacco sette che sulla sabbia non sono proprio indicate. Controvoglia me le sfilo e poso i piedi sulla sabbia, che non è fredda come immaginavo. È umidiccia, ma tutto sommato gradevole.
La borsa che custodisce il mio pc e che tengo a tracolla rallenta i miei passi. Ho fatto tre risvolti ai pantaloni a sigaretta e con sole due dita della mano destra tengo su entrambe le scarpe. Devo sembrare molto buffa alle persone che incrocio, prevalentemente sportivi che fanno jogging. Mi domando come farò a trovare Nash in un posto così grande e ogni onda che sento infrangersi sul bagnasciuga porta con sé un dubbio sulla mia scelta sconsiderata. Ne varrà la pena? Quali conseguenze ci saranno?
Il trillo del telefono mi spaventa. Istintivamente perdo le scarpe per recuperare il cellulare nella tasca del cappotto. La chiamata proviene dalla mia scrivania. Oh cazzo. Non ho ancora messo a punto la bugia per giustificare la mia assenza. Mi trema la mano, ma non rispondere potrebbe essere peggio. Assumo un tono rauco, cercando di sembrare ammalata.
«Pronto?»
Sentire la voce di Katy allenta la tensione. Lei non è acuta come Marie, sarà più semplice ingannarla.
«Hope? Non vedendoti arrivare mi sono preoccupata, non hai mai saltato un giorno di lavoro da quando sei qui!»
«Non sto bene, ho un fortissimo mal di testa. Mi spiace, puoi avvisare…?»
«Gordon è a Philadelphia, oggi, avviso solo l’ufficio del personale.»
Che culo. Mi solleva pensare che il mio perfido capo non saprà della mia assenza.
«Conto di tornare domani. Grazie, Katy.»
«Di niente, a domani.»
Sospiro di sollievo e decido di andare alla ricerca di un posto nel quale fare colazione. Indosso di nuovo le mie scarpe, piene di fastidiosi sassolini, ed entro nel primo bar che trovo. Un uomo abbronzato mi accoglie festosamente, senza badare al mio abbigliamento fuori luogo. Forse non ci vede bene.
«Buongiorno, signorina.»
Mi abbarbico su uno degli sgabelli vicino al bancone, occupandone un altro per la borsa. Ordino latte al cioccolato e una ciambella, e mentre il barman si volta noto accanto a me una tazza vuota e un piatto con qualche rimasuglio di uova strapazzate.
Ho un’intuizione. Questo non è un posto di passaggio e siamo fuori stagione. Le persone che ho incrociato sembravano tutti salutisti, non ce li vedo ingurgitare uova, bacon e caffè e poi mettersi a correre. Lancio un amo sperando di ottenere la risposta che desidero.
«Credevo di essere la prima cliente della giornata.»
L’uomo si volta porgendomi una tazza bombata.
«No, un ragazzo è andato via da poco. Non era uno del posto, e nemmeno tu lo sei.»
Do un morso alla ciambella. Voglio una conferma, penso mentre mastico, anche se so che è senza dubbio lui.
«Era alto e castano?»
Il barman annuisce.
«Per caso ha visto da che parte è andato?»
«Dalla parte opposta da cui sei venuta.»
Estraggo dieci dollari dal portafoglio.
«Tenga il resto.»
Esco come una scheggia, dispiacendomi per l’ottimo latte al cioccolato lasciato a metà. Non so quanto vantaggio ha, avrei potuto chiederlo al barista. Vorrei correre, ma più che altro arranco. Maledico la borsa che mi trascino dietro; dovevo lasciarla da Britt.
Mantengo un ritmo decente per dieci minuti, poi inizio a rallentare. Sono una schiappa. La sabbia si sta asciugando e ciò mi ostacola maggiormente. Ne sollevo quantità vergognose camminando, ma non mi lascio distrarre e tengo gli occhi fissi davanti a me in attesa di scorgere la sagoma di Nash. Supero un tizio seduto e forse non mi allontano abbastanza perché lo sento gridarmi dietro: l’ho sommerso di sabbia, ma non ho tempo per fermarmi, perciò mi scuso continuando la mia marcia. Odo appena i passi dello sconosciuto che mi rincorre. Sono obbligata a fermarmi quando mi si para davanti. È stupefatto quanto me.
Lascio cadere scarpe e borsa e gli getto le braccia al collo. Nash ricambia l’abbraccio. Passata l’emozione di averlo trovato, mi ritraggo.
«Scusa, è solo che iniziavo a temere che non sarei riuscita a raggiungerti.»
Mi guarda con i suoi grandi occhi spalancati.
«Sei venuta! Non ci speravo!»
Mi stringo nelle spalle, ho già recuperato la mia postura rigida insieme alla borsa e alle scarpe.
«Volevo scusarmi per come ti ho mandato via ieri.»
«Tutto qui? Hai saltato il lavoro e sei venuta a cercarmi per questo?»
«Così mi fai sentire scema.»
Sorride e si avvicina.
«Accetto le scuse e spero che tu voglia a...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Copyright
  3. Frontespizio
  4. FAMMI VOLARE
  5. ANGELA VOLPE
  6. PROLOGO
  7. CAPITOLO UNO
  8. CAPITOLO DUE
  9. CAPITOLO TRE
  10. CAPITOLO QUATTRO
  11. CAPITOLO CINQUE
  12. CAPITOLO SEI
  13. CAPITOLO SETTE
  14. CAPITOLO OTTO
  15. CAPITOLO NOVE
  16. CAPITOLO DIECI
  17. CAPITOLO UNDICI
  18. CAPITOLO DODICI
  19. RINGRAZIAMENTI