CAPITOLO DUE
Spesso s’incontra il proprio destino nella via che s’era presa per evitarlo.
Jean de La Fontaine
L’indomani ero seduto e guardavo la panchina di fronte che mi aveva tenuto compagnia per così lungo tempo. Quando mi sono girato per vedere se stessi arrivando, quasi non mi strozzavo con la saliva: eri divina. Un vestito rosa avvolgeva il tuo splendido corpo e dei sandali alti esaltavano le caviglie perfette, ancora più bello era il sorriso che quasi mi aveva fatto dimenticare il mio nome. Il modo in cui camminavi era impeccabile, avrei giurato fossi una modella. I capelli erano alzati in una coda mettendo in evidenza le curve del collo e delle spalle. Mi hai chiesto tante volte come ho fatto a ricordare il tuo modo di vestire e le tue acconciature. In effetti, non ho mai memorizzato nulla nella mia vita se non le date delle partite, ma di te, oh, di te sarei incapace di dimenticare qualcosa.
«Ciao “guardone”» hai esordito ridendo.
Io mi sono coperto la faccia, avrei preferito sprofondare! «Quindi ti sei accorta che ti osservavo, e chissà cosa avrai pensato» ero in imbarazzo e tu ne eri terribilmente rallegrata.
«Ebbene sì, lo ammetto. Per quanto io possa essere stata concentrata nella lettura, sentivo sempre due occhioni puntati su di me.»
«Accidenti…» che vergogna. «Perché non mi hai detto niente? Avresti potuto buttarmi un sasso, una scarpa, un libro! Mi dispiace…»
«La situazione mi intrigava, in realtà» hai risposto pacata.
«Oh…» la mia titubanza era evidente.
«Sì, intendo… venire qui, vederti di fronte a me e sapere che mi dedicavi la tua attenzione. Ne ero lusingata.»
E io che mi facevo una miriade di seghe mentali sul come e quando avvicinarmi a te! «Sul serio? Perché?»
«Devo proprio essere onesta? Allora, da dove comincio… sì, ci sono: sei alto da far paura, le tue braccia e le tue gambe gridano pausa dalla palestra, il colore dei tuoi occhi è… è… pazzesco» non smettevi di ridere, mi volevi morto. Ne ero certo.
«C’è qualcosa che potrei interpretare come un complimento?»
«Il tocco finale è questa macchia marrone nell’azzurro degli occhi di cui mi sono accorta soltanto ieri. Mi chiedevo quando ti saresti dato una mossa per presentarti. Sì, puoi considerarli tutti complimenti, Andrea.» Sembrava che i ruoli si fossero invertiti: tu l’uomo fanfarone e io la donna timida.
«Quindi non pensi che io sia un maniaco? L’ho ipotizzato più volte» era vero, ma, al diavolo, dovevo vederti!
«Mi camuffavo dietro agli occhiali da sole ma ti fissavo anche io, sono sincera.»
«E io che pensavo non ti avvedessi di niente.»
«I primi giorni sì. Allora, Andrea, parlami un po’ di te.»
Ecco… immaginavo una domanda del genere, lecita ma difficile per me. «Magari davanti a un caffè? Prima che inizi il turno in libreria.»
«Oggi sei fortunato, non devo lavorare.»
«Perfetto. C’è una caffetteria proprio qui, ti va?»
«È la mia preferita.» Ci siamo avviati, io ti stavo appiccicato nonostante pensavo potesse infastidirti.
Per tutto il tragitto non c’è stato uno e dico un solo uomo che non ti abbia guardato, io intanto fumavo dalla gelosia! Tu non prestavi attenzione, ascoltavi quello che ti raccontavo, come se non ci fosse stato nulla attorno a noi: ero io il tuo libro, ecco. Quando ci siamo seduti al bar, mi hai chiesto di nuovo della mia vita e non ho potuto deviare il discorso come avevo già fatto in precedenza.
«Cosa posso dirti… il mio nome già lo conosci, ho trentacinque anni, sono nato e cresciuto qui a Firenze, ma nelle mie vene scorre anche sangue romano, perché mia madre è di lì. La mia più grande passione è il tennis. Tu, invece? Cosa si nasconde dietro la cultrice se non divoratrice di testi?» avevo troncato il discorso così, di botto.
Da una parte, avrei voluto che ti interessassi di sport, perché così avresti saputo già tutto di me, senza doverti spiegare il motivo per il quale non gareggiavo più e avevo ridotto di molto il mio cerchio di amicizie, ero stanco di dover dare giustificazioni. Di te mi sono fidato sin da subito, ma mi vergognavo di rivelarti lo schifo che ero diventato.
«Io ho un anno meno di te, vivo a Firenze da quando mi sono laureata, ho iniziato subito a lavorare e da due anni io e la mia coinquilina Stella, ormai come una sorella per me, abbiamo rilevato la libreria investendo lì tutti i nostri risparmi. La mia e la sua famiglia ci hanno dato un grande sostegno.»
«Cosa hai fatto dopo la laurea? Hai detto che hai lavorato subito.»
«Mi occupavo dell’archivio in una biblioteca.»
«E ti sei laureata in?»
«Filosofia. I libri sono la mia vita, capire il pensiero degli autori è un’esperienza unica e arrivare a fare tue alcune delle loro teorie è il massimo. Tu, sei andato all’università?»
«Sì, mi sono laureato in Economia e Commercio, ma ho sempre giocato, il tennis era la mia vita» appena finito di pronunciare, avevo capito di essermi buttato la zappa sui piedi.
«“Era”, ora non lo è più?» ecco la domanda che mi atterriva.
«È una storia lunga, ti annoieresti troppo» bel modo di iniziare una conoscenza, non ci eravamo neanche scambiati i numeri e già omettevo le cose.
«Abbiamo tempo e poi sono curiosa. Direi che il fisico da atleta ce l’hai e non è trascurato» volevi farmi parlare a tutti i costi. Ho tirato un sospiro, non sapevo davvero cosa fare. Ti sarebbe bastato il mio cognome e forse lo avresti associato a quel chiacchiericcio che è andato avanti per mesi qui in città, e non solo. Ancora oggi e ovunque.
«Non sveliamoci già al primo appuntamento» avevo azzardato. Tu, così semplice e pura, non era giusto coinvolgerti nello schifo della mia vita. Per un attimo mi ero anche pentito di averti chiesto quell’appuntamento, ma stare in tua compagnia significava dissetarmi, cancellare il marcio che mi portavo dentro.
«Giochi per hobby o lo fai come lavoro?» che testa dura, la tua!
Ti ho guardato dritto negli occhi, che completavano il quadro bellissimo che era il tuo viso: dolce, spensierato e rassicurante. «Sei proprio sicura di voler sapere ogni cosa di me?»
«Che sei un maniaco già lo so e mi va bene. Sei per caso anche un assassino? Tolto questo credo di voler ascoltare la tua storia. Avanti, sono tutta orecchi.» Avevi accavallato le gambe e aspettavi che iniziassi il mio racconto.
Purtroppo, però, ti ho mostrato in fretta la parte negativa di me e mi vorrei prendere a pugni per come ho reagito: «Non sono un assassino, ma tu sei davvero insistente per i miei gusti». Tu insistente? E io che dovrei dire che per due settimane non ho fatto altro che seguirti e squadrarti? Che odio verso me stesso, anche perché la tua espressione disorientata non la scorderò mai. Mi sono alzato e sono andato via. Non ti avevo dato nemmeno la possibilità di ribattere o di mandarmi a quel paese.
Non ero stupito che il giorno dopo tu non fossi al parco, del resto al posto tuo avrei pensato a uno squilibrato, a uno del tutto fuori di testa. Però non mi ero arreso, dovevo parlarti e chiederti scusa per quella reazione insensata, così sono venuto in libreria.
Quando mi hai visto, la tua espressione sorridente rivolta a un cliente è sparita in men che non si dica, e il tuo sguardo rivelava tutt’altro che serenità.
«Scusami, non volevo disturbarti al lavoro.»
«Sei davvero strano» mica potevo darti torto e non sapevi ancora nulla di me!
«Quando hai la pausa?»
«Se hai intenzione di fare lo stronzo come ieri, resto chiusa qui anche durante il pranzo» mi hai sorriso nonostante la tua determinazione.
«No, vorrei scusarmi e spiegarmi. Sul serio» ti avrei raccontato ogni cosa, non aveva senso nasconderti la verità dal momento che speravo di poterti frequentare. E lo volevi anche tu, lo percepivo.
«Finisco tra mezz’ora. Ci vediamo al bar o puoi farti un giro tra i libri nel frattempo, decidi tu» il tono risoluto sì, ma il tuo viso esprimeva altro.
«Ti aspetto qui, magari vado al piano di sopra. Il cartello indica che lì c’è il reparto dei libri dedicati allo sport.»
«Sì, esatto. A tra poco.» Sei andata dietro al bancone dove Stella, la tua amica, ti scrutava in modo sospettoso. Io stavo per salire le scale, a pochi metri dalla cassa, quando vi ho sentito discutere e mi sono fermato. A quanto pareva lei ne sapeva qualcosa in più di te, sul tennis.
«Oddio, è lui l’uomo della panchina!?» l’uomo della panchina, l’appellativo scelto da voi.
«Sì, è proprio lui. Non potremmo chiamarlo per nome, dato che almeno questo lo so?»
«Gioia, per favore non vorrai farmi credere che non sai chi è quel ragazzo!?» lei mi aveva riconosciuto, ho sperato solo che non ti rivelasse di più. Sarebbe stato vergognoso.
«Avanti, Stella, te l’ho detto che mi sembra un tipo a posto, tranne per il fatto di ieri» nella tua voce c’era stizza e anche molta… curiosità? Non sapevo come interpretarla.
«Si vede che di sport non te ne intendi affatto. Lui è Andrea Amato, figlio del grande Stefano Amato, uno dei più famosi giocatori di tennis. Il padre è morto qualche anno fa, ma aveva già smesso di giocare non so per quale motivo. Sia lui sia l’allenatore avevano ripiegato su Andrea per la possibilità di continuare a far comparire il cognome di famiglia sui giornali. Erano convinti che avrebbe seguito le orme del padre, e invece adesso non gareggia più. Si dice che avesse solo tre anni quando ha preso una racchetta in mano.»
«Ma tu come fai a sapere tutte queste cose?» non sapevo se intervenire o arrabbiarmi con Stella per quanto ciarlasse. E non capivo se ti stava mettendo in guardia, così alla fine ho deciso di continuare ad ascoltarvi.
«Tu lo sai che quando si tratta di sport e bei ragazzi io sono in prima fila. Cioè, lo hai visto? Alto, spalle larghe, occhi irresistibili, i vestiti gli si incollano addosso, sembrano realizzati su misura per i suoi muscoli. E devi vedere quanto è sexy mentre gioca. O giocava.» In libreria alcuni clienti scrutavano attenti i titoli di manoscritti appena arrivati, altri erano seduti sulle poltrone a leggere chissà quali storie. Io, invece, ero lì, ancora sul primo scalino, a origliare le vostre chiacchiere sulla mia vita. Ora sorrido a questo ricordo, ma allora sentirvi conversare in quel modo mi aveva fatto salire una rabbia pazzesca. Purtroppo, non eravate le prime, anzi. Proprio per questo motivo, mi ero rinchiuso in un mondo tutto mio.
«Be’, rotocalco o meno, sei pregata di togliere gli occhi da Andrea. Intesi?» queste parole mi avevano divertito e alleggerito. Non avevi chiesto perché non giocassi più, eri solo… gelosa? Oh, sì che lo eri. E lo sei!
«Wow, mia cara, allora ti piace seriamente!» ecco delle parole intelligenti.
«Ho aspettato che si facesse avanti sin dal secondo giorno in cui ci siamo incontrati al parco e più passava il tempo e più mi piaceva. Era buffo il suo atteggiamento: osservarmi, attendermi ogni pomeriggio, darci appuntamento senza parlarci, come se i nostri pensieri comunicassero senza farci sapere nulla, noi, succubi della loro volontà. Non mi rivolgeva la parola, ma percepivo i suoi occhi su di me, li sentivo ovunque» ti immaginavo confessare quelle cose alla tua amica con fare sognante.
«D’accordo, d’accordo. Quanto sei romantica. Solo, sii cauta, ok? Le cosiddette “voci di corridoio” sul suo ritiro dal tennis non sono sicuramente a suo favore» a questa constatazione avrei buttato giù l’intera parete. Stella non aveva colpa, si era lasciata abbindolare dalle stronzate che scrivevano i giornalisti. Volevo che mi conoscessi, perché era l’unico modo per farti capire quanto ci fosse di vero in quegli stupidi articoli scribacchiati da persone che avrebbero venduto l’anima al diavolo pur di rifilare qualche copia in più.
«Signorina, mi scusi. Potrebbe dirmi il prezzo di quella trilogia?» non mi scorderò mai la richiesta di un ragazzino che aveva troncato, senza saperlo, un pericolosissimo discorso mettendo a riposo la lingua lunga di Stella.
Circa una mezz’ora dopo, gli ultimi clienti si stavano recando all’uscita. «Allora, sei pronta?» ti ho chiesto mentre prendevi la tua borsa.
«Sì» eri in imbarazzo. Avrei potuto sguazzare nell’immens...