Il responso
Mercoledì, 1° luglio
1
Bruno Capotosti sedeva fissando la porta chiusa davanti a sé. Era arrivato in anticipo all’appuntamento; Sandrina, l’infermiera che svolgeva anche funzioni di segretaria, lo aveva guardato stupita. Aveva lanciato un’occhiata all’orologio, e stava per far notare al giovanotto che stava in piedi di fronte a lei che aveva sbagliato l’ora, quando quello aveva alzato una mano.
«Lo so, sono in anticipo, ma non pensavo di metterci così poco ad arrivare. Aspetterò.»
L’infermiera gli aveva indicato una sedia e lì Bruno si era accomodato, in attesa. Nella borsa che teneva stretta in grembo c’era la busta. Ancora chiusa.
Era stato lui a offrirsi di andare a ritirare gli esami del padre e portarli poi al medico. «Tu non ti puoi muovere» gli aveva detto, «la mamma sarebbe troppo agitata. Andrò io.» Era l’ultimo passo, quello decisivo, di un lungo tragitto che era iniziato qualche mese prima. Dalla consueta visita di controllo alle gambe, Giovanni Capotosti aveva avuto brutte sorprese. I risultati degli esami erano peggiorati, quasi che il fisico avesse deciso di ribellarsi alla sua progressiva infermità e stesse sperimentando nuove strade per risolvere i suoi problemi, alterando i consueti valori in modo del tutto imprevedibile. Le prime cure, decise di concerto con il suo medico, non avevano dato i risultati sperati e nuovi controlli con esiti ancora peggiori avevano preoccupato il dottore, che aveva prescritto altri e più approfonditi esami.
E così, quel primo mercoledì di luglio, Bruno Capotosti attendeva, con i referti in mano, il verdetto finale. Erano giorni che non aveva pace. Al timore per il progressivo peggioramento delle condizioni di salute del genitore si era aggiunta la notizia, imprevista e drammatica, comunicata a cena quasi due mesi prima. Per fortuna era riuscito a convincere il padre a pensarci sopra, a non affrettare decisioni che avrebbero poi avuto conseguenze inimmaginabili, ma proprio quella mattina il vecchio era tornato alla carica. «Ho chiamato il dottor Manetti» gli aveva detto. «E ho preso l’appuntamento per quello che sai.» Il dottor Manetti era il notaio di Omegna. Un amico, certo, ma anche gli amici in quei frangenti non potevano fare nulla.
La porta di fronte a lui si aprì e ne uscì una signora seguita da un uomo in camice bianco. Quest’ultimo vide Bruno e, dopo aver stretto la mano alla donna, gli fece un cenno con il capo. «Vieni» lo invitò.
Il dottor Roberto Persichetti non era solo il medico di famiglia dei Capotosti, ma anche un vecchissimo amico di Giovanni. Coetanei, si erano conosciuti sul campetto da calcio del paese e avevano ben presto formato una coppia indivisibile. Un allontanamento, improvviso e di cui nessuno era riuscito a capire le motivazioni, era avvenuto soltanto nel periodo in cui Giovanni aveva rotto con Dolores, ma quello era stato un momento assai complicato nella vita di entrambi, e quindi era comprensibile che pure la loro amicizia avesse subito degli scossoni. Poi, un paio d’anni più tardi, Roberto era ricomparso nel paese d’origine dopo una non felice esperienza in città e il rapporto tra i due era tornato normale. Non era più stato quello di una volta, però, perché quando un legame si rompe è difficile che possa riprendere come se nulla fosse.
A Novara, dove si era trasferito, il dottor Persichetti aveva cercato di trovare la sua strada presso una struttura ospedaliera di qualità, ma, forse perché non era stato all’altezza delle aspettative dei suoi superiori, o forse perché la vita in città non si addiceva a uno come lui che si era sempre trovato a suo agio in un piccolo paese di provincia, sta di fatto che aveva ben presto abbandonato l’aspirazione a diventare un medico di grido ed era tornato a Orta San Giulio, accontentandosi di un piccolo studio dove, senza infamia e senza lode, svolgeva al meglio la sua professione. I primi tempi erano stati duri, ma un po’ le amicizie del luogo e un po’ l’ala protettrice del medico condotto di allora, che si era stesa benevola sulla sua persona, lo avevano tolto dagli impicci iniziali. Ora, raggiunta l’età della pensione, continuava a lavorare, in parte per piacere e in parte per avere qualcosa da fare. Rita, l’unica figlia, si era sposata e la moglie, dalla quale aveva divorziato moltissimi anni prima, era rimasta solo un lontano e non piacevole ricordo.
Seduto alla scrivania, guardò a lungo le carte che Bruno gli aveva presentato, controllò qualcosa al computer, tornò a osservarle mentre il dito scorreva la fitta fila di numeri che vi era riportata, quindi le impilò davanti a sé, riponendole poi con cura nelle loro buste. Sospirò. Era quello che temeva. Anzi, più che temere ne era sicuro. Era troppo pensare che quei sintomi che Giovanni gli aveva descritto non significassero la sola cosa che un medico avrebbe potuto diagnosticare: un tumore. Aveva taciuto, quella volta, taciuto perché voleva saperne di più, capire la gravità della situazione e, soprattutto, se ci sarebbe stata una prognosi meno infausta di quella che aveva ipotizzato. Aveva mostrato i primi risultati a un collega e lui non aveva potuto che confermare i suoi sospetti. Per un ulteriore scrupolo aveva chiesto nuovi esami, ma ora basta, non c’era più tempo per tergiversare. Il giovane Bruno lo guardava in silenzio, con uno sguardo preoccupato. Cosa poteva fare? Dire la verità, si rispose; per quanto dolore avrebbe potuto provocare, era meglio sapere sin dall’inizio quello che il futuro avrebbe riservato al padre: tra i 24 e i 30 mesi di vita. Se fosse riuscito ad arrivare a tre anni sarebbe stato un miracolo.
Si passò una mano sugli occhi mentre cercava di trovare le parole giuste. «Vedi, Bruno...» cominciò.
2
Nonostante le peripezie che aveva dovuto affrontare nella sua carriera, il dottor Persichetti non era un cattivo medico, anzi. Non aveva forse quei lampi di ingegno che ti fanno trovare straordinarie soluzioni per problemi in apparenza insolubili; non era quello che si inventava cure dai risultati insperati, ma era affidabile, un ottimo diagnostico e sapeva leggere i dati come pochi. Era il carattere che l’aveva tradito nella sua corsa alla fama e al successo. Era pigro, eccessivamente pigro per dedicare alla sua professione qualcosa di più delle tradizionali ore di lavoro. E amava le donne, forse troppo, per rinunciare al piacere della conquista. E, quando l’alternativa si presentava, tra donne e lavoro non aveva dubbi: sceglieva immancabilmente le prime.
Se la vita professionale era stata avara di soddisfazioni, anche quella sentimentale aveva avuto più ombre che luci. Molti amori di poco conto e nessuno davvero importante. In realtà uno c’era stato, negli anni lontani della sua giovinezza. Una ragazza del posto, la classica vicina di casa che, nonostante i molti tradimenti, ogni volta rispuntava al suo fianco. Bianca – si chiamava così – era carina, accomodante e, come la sua storia aveva dimostrato, sapeva perdonare. Tutti, lei per prima, la davano come la futura signora Persichetti; poi un giorno, al ritorno da una vacanza in montagna in compagnia degli amici, la coppia si era sciolta e questa volta, incredibile a dirsi, era stata lei a prendere la decisione.
Poco male, perché il dottor Persichetti non era affatto tagliato per il ruolo di marito, e forse nemmeno per quello di padre. Rita, la figlia avuta dall’unica donna che aveva sposato, era stata infatti più un incidente di percorso che un vero e proprio desiderio di paternità. La bimba non aveva ancora compiuto tre anni che già i genitori se n’erano andati ognuno per la propria strada, per cui nessuno dei due si stupì quando, raggiunti i 18 anni, la ragazza stabilì che era arrivato il tempo di affrontare la vita. Trascurata dal padre e ossessionata dal morboso affetto della madre, le era sembrato che buttarsi nelle braccia del primo corteggiatore di bell’aspetto che aveva incontrato fosse la soluzione migliore.
A quel punto la famiglia Persichetti si poteva considerare definitivamente dissolta e nulla sarebbe cambiato quando, pochi mesi più tardi, anche Rita avrebbe sperimentato il primo inevitabile trauma di un amore finito.
A onor del vero bisogna dire che, nel corso degli anni, i rapporti tra padre e figlia erano migliorati. Da una totale reciproca indifferenza erano passati a una serena cordialità e infine a un rispettoso affetto quando, grazie a un tempestivo intervento professionale, quelli che erano stati frettolosamente ritenuti da un altro medico dei banali dolori intestinali erano stati diagnosticati dal padre come principio di peritonite, salvando la povera Rita dal rischio di una morte assai prematura. E in quel frangente, per una volta, Roberto Persichetti aveva agito non solo da quel bravo medico che era, ma anche da padre, un mestiere che fino ad allora aveva con cura evitato di svolgere.
Tuttavia, dopo la visita di Bruno Capotosti, il dottor Persichetti non stava certo a rimuginare su come si sarebbe potuta svolgere la sua vita se si fosse comportato in maniera diversa, né valutare se il tatto con il quale aveva comunicato la terribile notizia fosse stato o meno sufficiente. Era dispiaciuto, sì. Conosceva Giovanni Capotosti da sempre e non era certo felice della sua malattia. Del resto, la vita era fatta così. Ti prendeva a tradimento quando meno te lo aspettavi e a nulla serviva imprecare o lamentarsi. Anche lui era nato con una malattia genetica. Che poteva farci? Ci aveva convissuto ed era ancora lì.
Il bussare alla porta lo distolse dai suoi pensieri. «Avanti!» disse e si accinse a incontrare il paziente successivo.
3
Pochi minuti dopo essere uscito dallo studio del medico, seduto al tavolino di un bar, Bruno rifletteva. Non aveva nemmeno riposto nella borsa l’incartamento che il dottor Persichetti gli aveva consegnato che aveva sentito il bisogno impellente di bere qualcosa.
«Tuo padre, è bene che tu lo sappia, ha una diagnosi infausta.»
Diagnosi infausta.
Quelle parole continuavano a tornargli in mente. Non per lo spaventoso significato che avevano, ma per l’asetticità dei vocaboli usati. Conosceva Persichetti da una vita, poteva risparmiarsi quella formula antiquata.
Comunque, al di là dei termini, la verità era che suo padre sarebbe morto: con ogni probabilità di lì a due anni, forse tre se avesse avuto fortuna.
Aveva fatto bene a considerare una tragedia la comunicazione che il vecchio aveva fatto a cena un paio di mesi prima. E pensare che si era trattato di una serata davvero ben riuscita. Anche Giovanni, che di solito era immerso nei suoi pensieri e partecipava poco alla conversazione, quella volta era stato di insolito buon umore. Alla fine, quando anche il caffè era stato servito, aveva tolto una lettera dalla tasca della giacca e aveva intimato il silenzio. «Ho una cosa importante da dirvi» aveva annunciato e tutti si erano zittiti, in attesa.
Era stato in quell’occasione che Bruno aveva scoperto di avere un fratello. Moltissimi anni prima il padre, quando era ancora un giovane di belle speranze, aveva avuto una storia d’amore con una ragazza, «la più bella del paese» aveva precisato con un certo orgoglio. Questa storia era finita male per sua stupidità. Un giorno c’era stato un furioso litigio e Dolores – così si chiamava la giovane – se n’era andata, lasciandolo. Sta di fatto – il padre lo aveva scoperto solo pochi giorni prima di quella cena, ricevendo una lettera – che Dolores era incinta e, anche se la storia tra i due era finita da poco, e quindi poteva ancora essere ripresa, la ragazza aveva deciso non solo di non dirgli niente, ma anche di tenere il bambino, che era cresciuto ignorando il nome del padre e convinto di essere rimasto orfano ancor prima di venire al mondo. Dolores non si era mai sposata – nonostante la sua bellezza, la presenza di un figlio illegittimo era stata un ostacolo insormontabile per tutti i possibili interessati – e così, a costo di parecchi sacrifici, aveva cresciuto da sola il bimbo. Non che non ci fossero stati altri uomini nella sua vita, ma nessuno aveva voluto fare da padre a quel ragazzo e regolarizzare il suo status. Tuttavia, Dolores era una donna caparbia e intelligente e ce l’aveva fatta. Vittorio, era questo il nome del giovane, aveva avuto l’educazione che meritava e aveva percorso tutto l’iter di studi fino al diploma. Non era, però, mai riuscito a trovare la sua strada e ancora oggi, a 36 anni, si barcamenava tra mille lavoretti. Non era ciò che la madre avrebbe desiderato per lui, e il passare degli anni la preoccupava sempre di più.
Un po’ di tempo prima a Dolores era capitato di imbattersi in una vecchia conoscenza di gioventù e, come spesso succede in questi casi, i due avevano ripercorso antiche e comuni amicizie e si erano reciprocamente aggiornati. Era stato così che era venuta a sapere che Giovanni Capotosti era diventato un uomo di successo, che dall’iniziale tintoria si era allargato fino a mettere su una vera e propria impresa e allora aveva pensato che, in nome della vecchia amicizia (“del vecchio amore” aveva scritto lei, ma Giovanni aveva preferito non citare le esatte parole) forse avrebbe potuto dare una mano a quel loro figliolo. Avrebbe fatto alla “sua Dolly” quell’unico piacere?
Quella lettera era stata un colpo al cuore per Giovanni. Il passato che tornava, il grande amore della sua vita che si riaffacciava, la scoperta di un figlio fino ad allora sconosciuto avevano causato un gigantesco trauma nella sua testa. Da quando aveva ricevuto la missiva, continuava a pensare che doveva fare qualcosa per quel giovane sconosciuto. Si sentiva in colpa: per anni aveva vissuto una vita di agi e ricchezze senza farsi mancare nulla; ogni più piccolo capriccio suo e della sua famiglia era stato esaudito e ora trovava giusto riparare ai torti commessi nei confronti di Dolly e di Vittorio.
«Ma non era stata lei ad andarsene senza nemmeno dirti che aspettava un bambino?» aveva obiettato Bruno, interrompendo il racconto del padre.
«Sì, certo, ma lei se n’era andata per causa mia e ora è giusto che io ponga rimedio al mio operato di allora.»
La discussione era andata avanti a lungo, ma il padre non aveva voluto sentire ragioni. Alla fine, temendo il peggio, Bruno aveva chiesto: «Ma insomma, cosa intendi fare per quel tuo... quel tuo nuovo figlio?».
«Semplice: riconoscerlo davanti alla legge, trasformandolo da figlio naturale a figlio legittimo.»
4
Mentre Bruno era immerso nelle sue riflessioni, sul lungolago di Orta San Giulio un uomo passeggiava, nervoso, su e giù. Iniziava all’altezza dell’albergo Orta e percorreva tutta la piazza fino ad arrivare al ristorante Venus. Lì faceva dietrofront e tornava sui suoi passi. I capitani delle imbarcazioni della cooperativa che facevano servizio da Orta all’isola e poi a Pella lo...