TERZA PARTE
L’ascesa e la caduta degli imperi moderni non dipendono dagli eserciti, dall’ideologia o dalla violenza, bensì da un flusso istantaneo di capitale.
BORIS KARPOV
38
«Si riprenderà» disse la dottoressa McGuire.
Sara posò gli occhi su Amira, sdraiata sul tavolo chirurgico improvvisato in casa della dottoressa McGuire. «È pallida come la luna.»
La dottoressa annuì sotto le potenti luci del soffitto riflesse sulle lenti spesse dei suoi occhialini dalla sottile montatura metallica. «Ha perso molto sangue. È stata una fortuna che ci fosse lei, cara Rebeka. Altrimenti…» La sua voce spettrale si affievolì. Posò lo sguardo sulla paziente e sorrise: i denti bianchissimi brillarono sul viso aperto, quel tipo di viso che tutti amano, in cui tutti credono, di cui tutti si fidano. Nessuno avrebbe sospettato che Martha McGuire non fosse una chirurga di primo livello. «Non c’è da preoccuparsi, cara. Starai da pascià, e in men che non si dica.» Quella donna aveva l’abitudine di utilizzare vecchi modi di dire, soprattutto con i suoi pazienti più giovani. A suo dire, li aiutava a placare l’ansia.
«E come?» Sara avrebbe voluto far spostare la dottoressa dalla parte opposta della sala per poterle parlare in privato, ma la mano di Amira stringeva la sua con tanta disperazione che non ebbe il coraggio di lasciarla. «Ha bisogno di trasfusioni.»
«E le avrà!» La faccia della dottoressa McGuire si aprì in un sorrisino scaltro. «Fortunatamente, Amira è del gruppo AB positivo, il tipo di sangue ricevente universale. La mia assistente ha gentilmente accettato di donarglielo.»
L’assistente di Martha McGuire, che aveva appena finito di curare le ustioni sulla schiena di Sara, era un’egiziana grassottella dal sorriso perenne, anche quando ci dava dentro con i fornelli o con le pulizie. La dottoressa McGuire la fece accomodare su una sedia accanto al tavolo. Si era già denudata il braccio. Era chiaro che lo aveva già fatto altre volte.
Una scheggia di legno, trasformata in arpione dall’esplosione, aveva perforato il fianco di Amira, nell’area molle sotto la gabbia toracica e poco sopra il rene. Sarebbe potuta andarle peggio, dunque, ma l’emorragia era stata di grave entità. Mentre manovrava la barca seguendo la corrente, Sara aveva telefonato a Martha McGuire – il nome in codice del medico chirurgo del Mossad al Cairo – e le aveva descritto la ferita in dettaglio. A guidarla era stata la lunga esperienza sul campo: sapeva cos’era importante per un chirurgo e cosa avrebbe potuto invece attendere fino al momento in cui avesse visto Amira con i propri occhi.
La dottoressa McGuire infilò l’ago e stava per connettere le due donne e per mettere in movimento l’apparecchio. Sara, senza mollare la presa sulla mano della ragazza, fissò in profondità quegli occhi grandi e lucenti.
D’un tratto divennero bianchi e la ragazza giacque immobile, immobile come fosse morta.
Svetlana giunse al Cairo e si sentì sopraffare immediatamente dal caldo soffocante, dall’affollamento davanti agli arrivi, dagli spintoni, dal frastuono delle grida, dal pianto dei bambini e dalle imprecazioni di ambulanti e mendicanti orrendamente menomati.
Rimase paralizzata per qualche istante da quel turbinio di emozioni, con la valigia in mano, sbattuta di qua e di là come una barca con il motore in panne in un mare sempre più agitato. Fu più o meno in quel momento, mentre si guardava intorno alla ricerca di qualcuno che la aiutasse a superare quel caos, che scorse un uomo che le parve di conoscere. Un terribile brivido parve spaccarle le ossa. La valigia le cadde dalla mano improvvisamente priva di forza. Quell’uomo era russo, quell’uomo apparteneva all’FSB, quell’uomo la stava guardando, ne era sicura, con gli stessi occhi con cui un falco guarda un coniglietto.
Svetlana non aveva mai difettato di coraggio, non si era mai fatta spaventare o intimidire dagli uomini. Era uno dei tratti che Boris preferiva in lei. Aveva imparato che, per affrontare al meglio una situazione, doveva prendere l’iniziativa. L’attesa – l’indecisione – significava forte subalternità. Agire sull’onda di una scelta – anche se si fosse rivelata quella sbagliata – era meglio che non fare nulla.
Ma tutto ciò valeva a Mosca, in una città che conosceva con la stessa intimità che ci lega a un amante di lunga data. Un amante di cui non ci si stanca mai. Ora, invece, si trovava al Cairo, una metropoli del tutto sconosciuta, dove le frasi in arabo le scorrevano incontro e intorno come tanti missili scagliati a mano. Sono russo-ucraina, pensò. E sono perduta.
Non solo perduta, ma pure sul punto di essere cacciata ed eliminata. Ne aveva avvertito la sensazione nel momento in cui Savasin aveva insistito perché lei si imbarcasse in quella crociera. Ne aveva avvertito la sensazione in maniera ancor più intensa quando era giunta sul molo di partenza. Aveva cambiato programma senza dirlo a nessuno, a parte l’amico di Boris, Jason Bourne, e ora si ritrovava il passato avvinghiato addosso come un cagnaccio di strada, con le mascelle strette sui risvolti dei pantaloni. La vista di quell’uomo che la osservava chiarì ciò che sospettava dal principio: ovvero che Savasin le aveva messo qualcuno alle calcagna per vederla salire a bordo della nave e poi per farla fuori nel corso della crociera. Spinta in acqua durante una crociera romantica: un modo inedito per morire, questo glielo doveva riconoscere.
Ma che fare adesso? L’agente dell’FSB, barba incolta e via discorrendo, stava venendole incontro seguendo le correnti di passeggeri più cariche. D’istinto Svetlana arretrò, poi si ricordò la valigia, fece un passo per prenderla e vide un adolescente emaciato afferrarla e svanire tra la folla prima ancora che lei potesse dare l’allarme. E, comunque, in quel trambusto, che genere di allarme sarebbe stato in grado di far fermare la gente e di richiamarne l’attenzione? Con quanta forza avrebbe dovuto gridare? E per quanto tempo?
Pensando che il ragazzino avesse bisogno di ciò che la valigia conteneva più di quanto ne avesse bisogno lei, seguitò a rinculare. Ma procedeva più lenta dell’uomo dell’FSB, che sembrava non aver difficoltà ad aprirsi un varco tra la folla mentre lei pareva intrappolata tra i tentacoli di una piovra che seguitava a rallentarla, a impedirle di avanzare. Percepì il respiro farsi più frequente, più corto, e questo non fece che amplificare la sua ansia. Si rendeva vagamente conto che il suo stato mentale stava puntando nella direzione sbagliata. Più ansiosa era, peggiori sarebbero state le decisioni che avrebbe preso. Eppure, mentre il tizio dalla barbetta azzurra continuava a guadagnare terreno non riuscì a trattenersi. E non era la prima volta che, dall’orribile notte delle sue nozze, rimpiangeva l’assenza di Boris accanto a lei. Desiderò essersi confidata con lui al tempo, invece di aver cercato di ingannarlo. Sarebbe stato meglio ripetergli che lo amava. Soprattutto, sarebbe stato meglio prendersi il tempo per apprezzare quell’uomo. Invece non aveva fatto nessuna di quelle cose e, in quel momento, le lacrime le offuscarono gli occhi e lei pensò: Santo cielo, e ora cos’altro succederà?
Ciò che stava per succedere la pietrificò. Seguitando ad arretrare, andò a sbattere contro un muro di pietra, o meglio, contro il petto roccioso di un uomo. Si ritrasse subito, con una smorfia, ma era troppo tardi. Le braccia possenti dell’uomo la strinsero intorno alla vita.
«Zdravstvuyte, Svetlana» le disse all’orecchio una voce maschile, una voce sconosciuta. «Dobro pozhalovaty v vash nova dom.» Ciao Svetlana. Benvenuta nella tua nuova casa.
«Sta’ indietro!» disse la dottoressa McGuire.
Con riluttanza, Sara mollò la mano di Amira. Le labbra della ragazza avevano assunto una colorazione bluastra. Sembrava non respirasse più.
«Martha, che sta succedendo?»
«Sincope vasovagale» rispose il chirurgo, all’apparenza imperturbabile. «È abbastanza comune, sai. Uno svenimento alla vista del sangue o di un ago o qualcosa del genere. Il corpo reagisce in modo eccessivo a determinati stimoli. La frequenza cardiaca e la pressione sanguigna registrano un crollo drastico.»
«Fa’ qualcosa» disse Sara, angosciata.
La dottoressa McGuire sorrise. «Non c’è niente da fare. Ne uscirà da sola.» Fece un gesto mentre il petto di Amira si gonfiava e la ragazza iniziava a muoversi. «Vedi? Esattamente come ti ho detto.»
Le palpebre sbatterono alcune volte, per poi aprirsi. Sara le sorrise. «Va tutto bene. Non preoccuparti. Va tutto bene.»
«Continua a parlarle mentre io inizio la trasfusione» disse la dottoressa McGuire. «Prima riceve il sangue, meglio è.»
Amira sollevò l’avambraccio dal letto e Sara le prese nuovamente la mano. Le dita della ragazza si strinsero immediatamente intorno alle sue. Erano umide, sudate. Dopo essersi sporta in avanti, Sara le deterse il sudore dalla fronte.
«Cos’è successo?» chiese Amira.
«Hai perso i sensi.» Sara ampliò il sorriso, mascherando la preoccupazione. Era fuori pericolo? Martha le stava dicendo la verità? Non poteva far altro che fidarsi del medico. «È una cosa comune» le disse, ripetendo ciò che le era stato detto poco prima.
Ora che la macchina era collegata, il sangue iniziò a fluire dall’assistente al braccio di Amira. La faccia del chirurgo si rilassò mentre monitorava il flusso. Sara lo prese come un buon segno e anche lei si rilassò notevolmente. L’espressione di Amira, però, si era incupita.: «Che c’è? Hai dei dolori?» le chiese, nuovamente preoccupata.
La ragazza scosse la testa. «Avvicinati» le sussurrò.
Si sedette sul bordo del tavolo, con il volto vicino al suo. Negli occhi grandi e scuri parve fluttuare un mondo intero. Domande, risposte, incognite, soluzioni e, soprattutto, delusioni. Suo padre, pensò Sara.
«Rebeka» disse Amira, con voce roca. «Ho fatto una cosa terribile.»
«In tal caso devi perdonare te stessa.»
«Non posso… non…» Dagli occhi sgorgò qualche lacrima.
«Rebeka, la sua pressione sanguigna ha dei picchi» le disse ad alta voce la dottoressa McGuire dal lato opposto del tavolo. «Ti prego di tenerla calma.»
Sara, asciugando le lacrime della ragazza, disse: «Hai ucciso qualcuno?».
«No» disse Amira, con voce debole.
«Be’, io l’ho fatto e ho trovato un modo per perdonare me stessa.» La baciò su una guancia. «Per cui, devi trovare la forza in te stessa per fare altrettanto.»
«Ma ho mentito a zio Samson…» Si riferiva a Bourne. Un nodo allo stomaco, ma Sara non mostrò nulla di quell’improvviso tumulto interiore e si limitò a sorridere. «Non può essere nulla di tanto brutto.»
«Invece lo è.»
Amira iniziò a divincolarsi per staccare tubi e aghi, come se volesse alzarsi e scappare da quella sala, sfuggire alla sua stessa slealtà. Posando con forza le mani sulle spalle della ragazza, Sara la trattenne.
«Perché mai avresti mentito a zio Samson?»
«Ho avuto paura, Rebeka.»
«Di cosa?»
«Ho avuto paura che zio Samson mi odiasse.»
«Sarebbe stato impossibile. Lo sai, vero? Zio Samson ti vuole bene, incondizionatamente.»
Parole che suscitarono altre lacrime. «Mi vergogno tanto…»
«Ssh» sussurrò Sara, premendo brevemente le labbra sulla fronte della ragazza. «Calmati, Amira.»
«Non ci riesco!» gemette la ragazza.
«In tal caso, dimmi la verità. Dimmi quello che non sei riuscita a dire allo zio Samson.»
Amira la fissò. Le stava tornando un po’ di colorito in faccia. «Non mi odierai, vero?»
«Non posso odiarti» le disse lei, sorridendo. «Non ti conosco abbastanza.»
Dalla bocca di Amira uscì una bolla che voleva essere una risata. Per un istante, le due donne si r...