La cena romana è "un organismo ipertrofico che cresce e monta attorno alla tavola, finché non ricordi più chi era invitato e chi no". Antonello Venditti è diretto proprio a una di queste cene quando, parcheggiata l'auto su un Lungotevere inspiegabilmente deserto e privo delle immancabili buche, si imbatte in una sconosciuta, Laura, appena rimasta vittima di una tempesta di guano dai tratti mitologici. Prestarle soccorso e dare vita a una complicità basata sulla totale casualità dell'incontro è quasi tutt'uno. Anche perché è bello potersi trovare "prima che domani ricominci tutto. Roma lo fa, Roma lo concede questo senso di immobilità e di rinascita". Inizia così un viaggio a tappe dentro la città e dentro la sua notte, e dialogando con Laura, che romana non è, Venditti individua sette vizi capitali di Roma, non biblici ma peculiari, alcuni atavici, altri di nuova generazione. Dal vizio di Unicità (peccato originale che vede l'Urbe essere il centro del potere temporale e spirituale) a quello di Impero (retaggio dell'antica volontà di potenza sintetizzata oggi nello slogan da stadio 'Ndo' annamo dominamo); dal vizio di Illusione (ma quale futuro, "il futuro è tutto nel passato, e allora recupero, riconversione, ampliamento, adattamento") e di Memoria (corta) a quello di Neopaganesimo che porta a mettere sul trono imperiale calciatori ormai simili a semidei e infine ad accoltellarli, secondo il destino di ogni Cesare. Fino a due vizi paradossali, i più scandalosi, i più imperdonabili: quello di Bellezza e quello di Purezza. Nella notte di Roma è un'immersione nelle ricchezze (molte) e nelle bassezze (almeno altrettante) della capitale, alla quale Venditti rivolge il suo odi et amo senza risparmiarle niente. E, con lo stile ironico e incisivo con cui è abituato a pronunciarsi nel dibattito pubblico, non esita a prendere posizione su questioni politiche, di cronaca, di costume: dal destino del prossimo sindaco a quello di Totti, dalla candidatura di Roma alle Olimpiadi 2024 alle infiltrazioni criminali di Mafia capitale.

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Nella notte di Roma
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II
Del vizio di Bellezza
Stare in macchina, in una città come Roma, è il lungo decorso di un trauma di cui gli Altri scorgono solo i sintomi superficiali… Tutto il repertorio di gesti irosi, accessi cacofonici e pittoresche esternazioni emotive che denotano la spontaneità di carattere e propensione al dialogo tipicamente nostrani. Non vedono, gli Altri, il fondo oscuro di quel trauma, i detriti che si accumulano giorno dopo giorno su mente e cuore, disorientati da troppi caffè, dall’occhio isterico che corre all’orologio, dalle sigarette che domani, senz’altro domani riusciremo a gettar via.
C’è una lieve incrinatura, una piccola valle impercettibile sul quadro comandi di ogni automobilista romano. Se la luce ci piove sopra nel modo giusto, e tu ti abbassi un po’, puoi vederla: quella fossetta sulla plastica nera della plancia, proprio sopra il volante, lì dove ogni mattina il pugno batte, mentre l’altra mano incoraggia col clacson, è la tua impronta. Sei tu. È la traccia che lasci mentre lotti per la sopravvivenza al semaforo tra via Cilicia e via Latina se arrivi da Piramide, o in via Cernaia, se sei diretto in uno dei milioni di uffici di piazza Fiume e arrivi dal centro. Il Golgota della Tangenziale, le quotidiane apocalissi del traffico urbano. Gli snodi e i punti critici sono tanti, grancasse di cruscotti pestati duro, cellulari impazziti, urla insensate, clacson e sirene bitonali. Uno dice l’ironia… sì, l’ironia ti può salvare, fa scivolare addosso le cose. Ma quanta ironia ci vuole? Ce l’abbiamo, a Roma, tutta questa ironia? La voglia di guardarci intorno e vedere gli Altri inscatolati davanti, dietro e di fianco a noi, vittime e avversari in questo tetris micidiale che giochiamo ogni giorno sulle strade?
Forse. Forse potremmo pure trovarla, grattarla da questo asfalto cariato, un po’ di ironia, ma il caso ci deve aiutare, non possiamo fare da soli; il caso deve darci una mano, proporci lì per lì un finestrino abbassato, un incrocio di sguardi tra noi e il tizio della Clio accanto che ci sta sulle palle già da un quarto d’ora, un’autoradio dalla voce roca che per un attimo sembra dire: «Ahó, parlo con te!» e canta… con gli altri insieme a me per fare la città / … gli altri siamo noi ma qui sulla stessa via / vigliaccamente eroi… ma tanto prima o poi gli altri siamo noi.
Qualcuno magari ne è convinto davvero. E chi non si lascia convincere, peggio per lui.
Ma trovarsi in macchina in una città come Roma può anche essere bellissimo. Semplicemente bellissimo. Come adesso. Non è per la macchina, non è per questo tempo quasi estivo, non è nemmeno per Roma. Ammettilo, su: questo vuoto leggero che senti, questa voglia di fare, muoverti, parlare, vedere, è per lei: per Laura.
Questa ragazza è come un’improvvisazione. Una volta che c’è, è troppo tardi; ti ha già avvolto, mentre il fiume laggiù si biforca accarezzando dolce l’isola Tiberina. Se dico che starmene con le gambe rattrappite nella Smart è bellissimo dipende da lei, da ciò che la sua presenza è già in grado di fare della notte che verrà, trasformandola in un presentimento tenero e allarmante.
Ritagliata dalle luci di posizione, in piedi, pochi metri davanti all’auto, Laura piega la testa di lato col cellulare incastrato sulla spalla, le mani sciolgono la cintura del trench, il lembo bianco di una camicetta occhieggia sotto il cardigan, poi si avvita il trench addosso, meglio di prima, e continuando a parlare al telefono stringe di nuovo, più forte, la cintura.
È infreddolita, e questo semplice pensiero mi riscalda.
Quando mi arriva l’sms, è come il segnale di un mondo remoto che avevo dimenticato.
Mentre leggo, Laura rientra in macchina insieme a una ventata di aria fresca. Respira veloce.
«Come è andata?» le chiedo.
«Niente, tutto saltato. Devo andare a San Lorenzo, il mio ragazzo mi aspetta lì, deve lavorare…» si interrompe. «E tu? Tutto bene?»
Percepisco il suo sguardo, timido ma curioso. Sto rileggendo il messaggio, indeciso se rispondere o meno, perché mi ha quasi fatto incazzare. «Ti accompagno…» le dico digitando un inizio di risposta che dopo un attimo cancello.
Laura non vuole disturbarmi. Sa che sono atteso a una cena, ma quello che non sa è che io a quella cena non andrò. L’ho deciso in questo istante.
L’sms era di un amico alla Taverna Trilussa, per avvertirmi che la presunta serata tranquilla e intima si è trasformata in una vera e propria riunione allargata a chiunque. Mannaggia a quando ho detto sì. Si impone ancora una volta la regola della “dilatazione” che governa la cena romana.
La cena romana è un organismo ipertrofico che cresce e monta attorno alla tavola, finché non ricordi più chi era invitato e chi no, ma ricordi bene perché tutte quelle persone si sono materializzate lì: sono lì per te; sono lì per il cantante famoso, o per l’attore, per il parlamentare, il conduttore televisivo, il giornalista, l’imprenditore, lo scrittore… Il rischio di ritrovarsi con gente che spunta da sotto il tavolo è sempre altissimo. È l’utilitarismo romano: risale all’epoca di Cicerone & C., rapporti di protezione e favore, a quei tempi la chiamavano la “clientela”. Oggi gli aspiranti clientes prima ti rompono le palle per fare un selfie davanti a un’amatriciana, poi cercano di scoprire se conosci qualcuno più utile di te, carpiscono informazioni, vogliono essere introdotti, nel caso… Ognuno è il pierre di se stesso, effetto Facebook, con una punta di cinismo cellulare: molta faccia tosta e zero grazia. Non sono i fan, i fan sono tutt’altra meraviglia, loro il selfie te lo chiedono senza secondi fini: un abbraccio, un sorriso, clic, e hai fatto felice una persona. Invece la cena romana è l’archetipo dell’incontro d’affari camuffato, da Trimalcione dei giorni nostri: strategie fin troppo scoperte, lusso pesante quando c’è, lo sgangherato savoir-faire degli squali dell’informazione.
Manco a dirlo, la miglior difesa in questi casi è la fuga.
Cala di nuovo il silenzio tra me e Laura, una corrente fragile e tesa che ho quasi paura di sciupare quando giro la chiave e metto in moto. Lei sembra pensierosa, non parla. Mentre accelero sul Lungotevere, la scruto con la coda dell’occhio.
Mi piaci, Ginetta. Sai, mi piaci perché non fumi. Le ragazze che fumano hanno tutte qualche complicazione…
Ogni tanto mi torna in mente questa frase da La bella estate di Pavese, nonostante l’anacronismo che gli ho sempre rimproverato. Quanto, quanto tempo è passato da quando una sigaretta tra le labbra di una donna era un tocco noir? Eppure, anacronistiche o no, oggi queste parole mi inseguono, si dilatano come cerchi nello stagno di una serata che doveva essere come tutte le altre e che adesso s’increspa per effetto di questo incontro, di questa cosa caduta dal cielo, merda. E… e però anche un’occasione.
Siamo questo io e te, Laura? Un’occasione?
Davanti a ponte Sisto, oggi, c’è meno gente del solito. Sono rade le squadriglie di motorini che assediano piazza Trilussa, e l’Alfa della polizia ferma più avanti sembra sonnecchiare, mentre getta secchiate di luce bluastra sull’asfalto umido. Supero l’incrocio con un colpo di gas, per poi rallentare bruscamente all’altezza di Freni e Frizioni. Guardiamo entrambi alla nostra destra, il locale è semivuoto, facciamo in tempo a scansionare qualche volto di passaggio, poi via, di nuovo agili, l’insegna timida della John Cabot University già alle spalle, ben lontana dall’immagine palladiana del tipico campus americano. E qui dico addio definitivamente alla Taverna Trilussa. Ponte Garibaldi, eccolo, giriamo qui, stiamo qui, sempre appiccicati al Tevere, godiamocelo da quest’altro lato, San Lorenzo hai detto, giusto?
A Laura piace come guido.
Lo dice con una nota allegra, uno squillo da bambina nella voce. Ma tu non dar retta, concentrati e rallenta, che stai già esagerando con ’sta macchinina, mica sei in Ferrari.
Lungotevere dei Vallati, Lungotere dei Tebaldi, Lungotevere dei Sangallo, sfilando accanto agli arabeschi di luce che giocano sul fiume… Ma non potevamo andare direttamente all’isola Tiberina e passeggiare un po’? Eh no, perché bisogna andare a San Lorenzo, vi aspetta il fidanzato di Laura, che sei perfino curioso di vedere un attimo.
Un saluto veloce ci aspetta, altroché. I nostri «ciao» e «ci vediamo» esitanti, e ho paura che poi chi s’è visto s’è visto. Allora acceleriamo, dai, facciamo in fretta, tanto vale lasciarci alle spalle questo scorcio romantico che fa un po’ male… Ma che t’è venuto in mente, lo sai, no?
Ci si arrampica per il Muro Torto, sopra al “cimitero dei disperati”, fra gli spiriti inquieti di carbonari con la testa mozza e prostitute del Settecento finite in un trogolo di sangue. Secoli fa lo chiamavamo il Muro Malo, ancora oggi attira aspiranti suicidi con la testa sprofondata in un buio depresso, tanto da non accorgersi che il Comune nel frattempo ha piazzato le reti di protezione. Si attraversa Villa Borghese di notte, una mappa da fiaba punteggiata di fantasmi, come voli di farfalle, e pensi a quanto è tenuta male. Avanzi e svolti e giri, borbottando come un ragazzino viziato, e quando arrivi vicino alla Sapienza ogni sfumatura di pregio e orgoglio accademico è annerita dal tuo personale “allarme-baroni”, dalla sicura automatica contro i clientelismi, dal tuo sistema-anti-sistema.
«Hai presente Gordon Gekko?» fa lei, «l’ode all’avidità…»
«Wall Street?»
«Ecco, secondo me se qualcuno facesse un’ode al populismo sarebbe più divertente e ci annoieremmo tutti di meno.»
Macché populismo! Questa è pura malinconia, Laura! È un languore figlio della Bellezza. Il romano si lamenta, batte i piedi e frigna, punta il dito e accusa… Dura un secondo però, perché subito si volta di nuovo verso un lido sicuro, riposa i suoi occhi abituati bene, e la Bellezza di Roma lo culla fino al prossimo risveglio. Finché resta rivolto al passato, a ciò che è stato e che in parte resta, il romano non sarà mai deluso. Poi, certo, c’è la vita, che, perfidia della sorte, va vissuta in avanti… Eccola qua, dunque, la Bellezza di Roma, l’altro grande peccato capitale. Il vizio più profondo, perché riguarda la carne viva della città.
Ora, c’è bellezza e bellezza…
«Prendi Parigi. A chi non piace Parigi? Arrivi lì e trovi questa Bellezza costruttiva, che ti coinvolge, che non ha paura del futuro, e tu hai subito voglia di curarla, di partecipare, di darti da fare.»
Laura annuisce con aria divertita. «Ma io già lo vedo, il romano capoccione che dà confidenza al turista parigino per raccontargli la storia che sì, Parigi è bella, ma sono stati Roma e i romani a dare un nome e una prima mano di civiltà alla loro Lutetia Parisiorum, un pezzo di palude abitato da una tribù gallica.»
«È vero…»
Ma sì, perché la Bellezza in cui il romano è nato, quella che vive e che respira, è un blocco monolitico, un Vierchowod più bello e roccioso che dice a tutti: «Qui non si passa». E il romano lo sa: questo non si supera. E scusate la presunzione.
Questa Bellezza l’ha allattato e reso spavaldo, ma non orgoglioso. L’orgoglio è impegnativo, va difeso. L’orgoglio è per chi pensa di essere fatto per quel mestiere, per quella maglia, per quella città, e che lavorare, giocare, vivere lì sia un onore. Il romano, però, non pensa di essere fatto per Roma, ma che Roma sia fatta per lui, che esista per sua soddisfazione, come più o meno è sempre stato. In fondo, se qualcosa cambia, il romano ci resta male, e quello che scatta è sempre un inconfessato, istintivo giudizio estetico. È come per le ganasce…
«Che c’entrano le ganasce?»
Ogni tanto, spiego, c’è qualcuno che prova a smuovere le acque con “interventi spot”. Mettiamo che l’intervento spot del mese sia: lotta dura al parcheggio selvaggio! Di punto in bianco, là dove hai parcheggiato negli ultimi vent’anni, ti ritrovi la macchina con le ganasce. E il romano prima si incazza per lesa maestà, e poi dice… «Sai cosa dice?»
Ridacchio… Laura ride con me e scuote la testa. Penserà che sono matto.
«Dice: “… e poi ’ste ganasce so’ pure brutte! Nun se possono vede’”.»
Laura ride ancora, e perfino la Smart sembra gradire, giuro che ieri non ce l’aveva ’sta ripresa.
La guardo per un secondo, e penso che San Lorenzo è troppo vicino.
«Non c’è scampo, insomma» proclama allegra. «E allora come si fa?»
Allora niente, continuiamo a star fermi, incazzandoci perché il tempo passa invece di starsene fermo insieme a noi, e intanto però la Bellezza si sgretola.
Eccoci a piazza del Verano. E infine San Lorenzo, lì davanti.
Una volta mi ci sono perso, a San Lorenzo. Neanche tanto tempo fa, ho imboccato una via e non riuscivo più a uscire dal quartiere. Ricordo che dopo un po’, p...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Prologo
- I. Del vizio di Unicità, o vizio capitale
- II. Del vizio di Bellezza
- III. Del vizio di Neopaganesimo
- IV. Del vizio di Impero
- V. Del vizio di Illusione
- VI. Del vizio di Memoria (corta)
- VII. Del vizio di Purezza
- Epilogo
- Indice