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Camminiamo nel vento

  1. 364 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Camminiamo nel vento

Informazioni su questo libro

La verità è che ci siamo amati tanto, ma ci siamo amati male. "È passato più di un anno da quella sera. Da quando Hunter è stato portato via da me, sbattuto in prigione, il mio cuore è andato in mille pezzi, perché quello per cui ho sempre lottato mi è scivolato dalle mani come sabbia, portato via dal vento. E ho dovuto arrendermi all'evidenza: non esiste un modo giusto per amarsi, e spesso le persone, soprattutto quelle che ti amano, ti feriscono. Io ho fatto l'unica cosa possibile: ricominciare. La Cher di una volta non esiste più, e ora con Trenton mi sento protetta da un amore rassicurante quando lui mi guarda con i suoi occhi verdi. Finalmente posso vivere la normalità che avevo tanto desiderato ed essere felice. Il passato, le gare clandestine e i brutti giri di un tempo me li sono lasciati alle spalle, insieme a Hunter, per fare spazio alla mia nuova vita al college, circondata da amici, e a Trenton, che illumina le mie giornate. Ma oggi lui, il mio bacio senza fine, il miglior brivido della mia vita, è tornato e le mie certezze sono crollate, ancora una volta. Io e Hunter siamo un intreccio impossibile, un paio di auricolari che si aggrovigliano un secondo dopo essere stati sistemati, un errore che non puoi evitare di ripetere. Io, però, non voglio più sbagliare… posso rinunciare a un ragazzo d'oro come Trenton per un cuore nero come Hunter?"

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2016
Print ISBN
9788817089814
eBook ISBN
9788858685174

1

Alcune dipendenze sono più forti di altre. Si è dipendenti dal gioco d’azzardo, che ti trasporta in un mondo in cui scommettere vale più della tua stessa casa. Alcuni sono dipendenti dal fumo e giorno dopo giorno tentano di bruciare la propria anima fino a renderla cenere. Poi ci sono loro, i classici, quelli dipendenti da una sostanza stupefacente. Quelli che senza una dose giornaliera non riescono a sopravvivere, quelli che pur di averne rischiano di impazzire.
Non sono mai stata un genio dell’informatica, soprattutto dei siti internet. Mi è difficile distinguere un pop-up dalla cache o da un cookie, per me è come se fosse aramaico. Quindi è impossibile spiegare quanto sia stato difficile cercare di comprare un paio di biglietti per una partita di football americano. Washington Redskins contro Cincinnati Bengals.
I Washington Redskins sono la squadra del cuore di Trenton, ne parla tutto il giorno. Purtroppo il suo lavoro lo tiene impegnato costantemente e gli è impossibile trovare del tempo per assistere a una loro partita.
Ho pensato che regalargli dei biglietti per il suo compleanno fosse un’ottima idea, ma le speranze di riuscire nell’intento sono crollate nell’esatto istante in cui ho aperto la pagina internet dal mio laptop.
«Sei ancora qui?» Missi entra in camera mia con una tazza bollente stretta tra le mani e non appena si siede sul materasso accanto a me, spia lo schermo del computer. «Ma quante finestre hai aperto?» si acciglia.
«Non riesco a chiuderle.» Faccio una smorfia, cliccando prepotentemente su una piccola X rossa. «Continuano ad aprirsi, avvisandomi che sono la loro milionesima cliente e che sono pronti a regalarmi smartphone in quantità.»
«Lascia fare a me» sorride, passandomi la tazza piena di quella che scopro essere cioccolata, mentre prende il laptop dalle mie gambe. Lo posa sulle sue e inizia a chiudere tutte le finestre, lasciando aperta solo quella di navigazione. «Allora, cosa stavi cercando?»
Rubo un sorso di cioccolata fumante dalla sua tazza, guardandola con un sorrisetto colpevole. «Dei biglietti per una partita di football americano.»
«Da quando ti interessi di football americano?» Cerca di trattenere una risata, e avvia una nuova pagina di internet digitando qualcosa. «Wembley Stadium?»
«Sì» annuisco. «Washington Redskins, Cincinnati Bengals.»
«Quanti biglietti?» corruga la fronte, vedendo le tante offerte. I prezzi oscillano tra le sessanta e le ottanta sterline, a seconda della fila.
«Due.»
«Con chi vuoi andarci?» Solleva un sopracciglio. «Trenton ti accompagna?»
«I biglietti sono per Trenton, sarà lui a decidere chi portarci.» Con una scrollata di spalle, mi sollevo dal materasso e poso la tazza di Missi sulla mia scrivania.
«Perché gli compri dei biglietti per una partita di football americano?»
«Perché la prossima settimana è il suo compleanno e io con i regali faccio schifo» mi lamento, accostando il fondoschiena alla scrivania e incrociando le braccia al petto. «Trenton continua a parlarmi dei Washington Redskins e di come gli sia impossibile assistere a una loro partita, visto che ogni volta che acquista i biglietti, il suo capo puntualmente gli dà da sbrigare una marea di pratiche.»
Missi pare confusa. «Cosa ti dice che questa volta invece avrà del tempo libero? E, sempre ammesso che ne abbia, cosa ti fa credere che non abbia già pensato di comprarseli da solo?»
Faccio un mezzo sorriso, spingendomi in avanti. «Ultimamente è così impegnato che non si è reso conto che il suo compleanno è vicino. Ha da consegnare il lavoro entro venerdì mattina, quindi per domenica, il giorno della partita, sarà libero di sicuro. Come vedi ho pensato a tutto.»
«Non ti ho mai vista impegnarti così in una relazione, Cherie.» Missi sembra incupirsi mentre digita il codice per acquistare i biglietti, poi posa il laptop accanto a sé e si alza per afferrare nuovamente la sua cioccolata calda.
Sollevo una spalla. «Probabilmente perché non ne ho mai avuta una.»
La vedo fermare la tazza con l’unicorno a mezz’aria, osservarmi con la fronte aggrottata e poi ribattere: «Hai già avuto una relazione prima di Trenton. Odio sentirti parlare come se prima di lui non ci fosse stato nessun altro».
Sospiro, mi trascino verso il letto al centro della camera e poi mi siedo. «Non intendevo dire questo.» Sposto lo sguardo sulla parete della mia stanza coperta di foto in bianco e nero, che si confondono con il bianco dietro alla scrivania di legno chiaro.
Io e Missi dividiamo quest’appartamento da quando entrambe abbiamo iniziato il college, più di un anno fa, e siamo diventate amiche per la pelle. Le cose con lei continuano ad andar bene, non mi sono mai fidata di una ragazza tanto quanto di Missi. Dal primo istante in cui l’ho conosciuta, un anno e qualche mese fa, fuori dall’ospedale in cui Mitchell era ricoverato, ho sempre saputo che tra noi sarebbe nata una splendida amicizia.
Purtroppo in tutto questo arco di tempo la nostra amicizia non è stata novità nella mia vita. Ci sono stati cambiamenti che mi hanno sconvolta e altri, invece, che mi hanno resa più forte e distaccata di prima.
Ho imparato a fare a meno di chi sa fare a meno di me.
«Cosa intendevi dire, allora?» Questa volta è Missi a spingersi con il fondoschiena alla scrivania; è impossibile non notare quanti libri, quanti classici, occupano la libreria appena sopra. Dostoevskij, Kafka e Fromm fanno da sfondo alla ragazza che sorseggia cioccolata imprigionata nella sua enorme felpa in ciniglia.
«Non ho mai avuto una relazione in cui occorreva impegnarsi, in cui era normale uscire la sera e fare un giro in città.»
Riuscire a comprendere le mie parole, per Missi, è un’impresa ardua. Per lei ciò che ero prima era normale, perché, secondo lei, era ciò che mi rendeva felice.
Prima di Trenton non avevo mai avuto una relazione stabile, nella quale scambiarsi dei regali e uscire la sera a vedere un film. Non c’era tranquillità, non c’era routine. Era tutto affidato al caso.
«Andare la domenica a una partita di football americano non significa impegnarsi» solleva i suoi grandi occhi verso di me. «Significa riempire i vuoti.»
Corrugo la fronte, trattenendo il respiro per non sbuffare. «Ma di quali vuoti stai parlando? Non ho nessun vuoto da riempire. Anche tu e Ray uscite la sera, il pomeriggio… State insieme tutto il giorno!» Sollevandomi dal letto, mi avvio verso il mio armadio e lo spalanco, prendendo un cappellino di lana scuro. «Eppure nessuno viene a dirti che hai dei vuoti da riempire.»
«Quando ne parliamo, scappi sempre, scappi» mi accusa di rimando. «Devi svegliarti, accettare il fatto che questa non è la tua normalità.»
Voltandomi verso di lei, stringo forte il cappellino in una mano e con un colpo d’anca chiudo le ante dell’armadio. «Questa è la normalità che ho sempre immaginato, con un ragazzo che amo e che mi ama.»
«Anche lui ti amava!» ribatte, quasi furiosa.
Missi odia essere contraddetta, soprattutto quando sa di avere ragione. Ogni volta che affrontiamo questo argomento, cerco di portarla nel torto, ma finisco per darle ragione e dover scappare dalla verità.
«No!» Scuoto la testa, indossando il cappello di lana fino a coprirmi buona parte della fronte. Lancio un’occhiata veloce allo specchio: i miei occhi azzurri risaltano e i capelli castani mossi e setosi mi cadono lungo le spalle. Mi muovo in tutta fretta fuori dalla mia camera mentre sento la tv accesa su un canale sportivo, l’unico sottofondo alle urla di Missi che si ostina a riprendere l’argomento.
«Cher, parliamone!» mi raggiunge, stringendosi nella sua felpa. «Voglio solo che tu mi dica ciò che senti, ciò da cui stai scappando da più di un anno.»
Afferro il mio parka dall’appendiabiti, e lo indosso senza incontrare il suo sguardo. Chiudo la cerniera fino alle clavicole, poi mi piego e calzo degli stivaletti bassi e comodi. «Missi.»
Ciò che sento dentro da più di un anno è una nausea assurda. Da quella sera sono presa da attacchi d’ansia, dal continuo senso di colpa per aver lasciato che mi sfuggisse dalle mani. Ho pensato che fosse colpa mia, e saperlo dietro le sbarre mi fa male.
«Cher.» La mia migliore amica mi guarda, ansiosa, mentre apro la porta d’ingresso afferrando le chiavi dell’auto. «Scusami» scuote la testa. «Non avrei dovuto riaprire il discorso.»
Annuisco. «Non importa. Ti chiamo più tardi, se ceno da Trenton, così non resti ad aspettarmi.»
Missi preme le labbra in una linea sottile, poi mi segue fino al pianerottolo affacciandosi alle scale mentre io le scendo una a una velocemente. L’appartamento è tranquillo, quasi tutti gli inquilini hanno la nostra età, frequentano l’università o hanno uno stage pagato.
Londra a novembre è fredda e quasi sempre triste. E poetica. È una di quelle giornate in cui ogni foglia che cade al suolo, ogni goccia che ti sfiora il viso e ogni ramoscello spostato dal vento… è da immortalare. È uno di quei luoghi che, nonostante tu l’abbia visto un centinaio di volte, riesce sempre a darti lo stesso brivido della prima.
Entro nella mia auto e mi siedo al volante, chiudendo lo sportello alla mia destra. L’aria all’esterno è cupa, c’è una tenue nebbia che mi permette a malapena di vedere al di là del parabrezza. Ho le mani gelate, ma non per l’atmosfera, è come se ultimamente fossi sempre fredda.
Giro la chiave, aspettando nervosa che parta. L’auto sbuffa, si avvia, poi si spegne ancora. Stringo tra le mani il volante di pelle, rovinato in alcuni punti. «Forza, forza» la incito, come se potesse sentirmi.
Ci mette un po’ prima di decidersi a partire, purtroppo è un rottame: una Volkswagen Golf 1.4 nera, usata, pagata meno di mille sterline. Ottimo regalo dei miei genitori per l’inizio dell’università, peccato che mi sono resa conto di quanto facesse schifo solo dopo il primo giro.
Ho preso la patente prima di quest’estate, in modo da non essere un peso per i miei amici. Avere un’auto tutta mia si è rivelato più utile del previsto: muovermi per andare al campus, in palestra o dal mio ragazzo non è mai stato così facile.
Subito dopo essermi messa alla guida mi dirigo verso casa di Trenton. Quasi sicuramente non sarà in casa, ma ho un doppione delle sue chiavi e posso entrare tranquilla. Uno dei vantaggi di essere la sua ragazza è avere un posto libero dove rilassarmi quando ho voglia di isolarmi dal mondo intero.
Trenton abita in uno dei quartieri più belli della città, nei pressi del Tamigi. È una via che si affaccia sul verde degli alberi, delle siepi, popolata dalle caratteristiche case inglesi. Le strade sono molto ampie, una vera fortuna per me che, con le strade strette, mi trovo spesso in difficoltà.
Subito dopo aver parcheggiato nel suo vialetto scendo, dall’auto e socchiudendo gli occhi noto quanto la nebbia, nei pressi del fiume, sia ancora più fitta. Mi stringo nel parka e salgo le scale dell’abitazione, giro le chiavi nella serratura ed entro in casa.
Chiudo la porta alle mie spalle e, appoggiandomici contro con la schiena, mi lascio andare in un sospiro di sollievo. Il climatizzatore di Trenton, come al solito, è impostato su venticinque gradi. È perfetto, soprattutto quando fuori ce ne sono meno della metà.
Faccio scivolare a terra l’impermeabile e mi butto sul soffice divano di fronte al televisore. Con la faccia tra i cuscini, mi lascio andare nell’ennesimo sospiro di frustrazione.

2

Mi rendo conto di essermi addormentata solo quando, riaprendo gli occhi, sento le tempie che pulsano e il corpo paralizzato. Sollevo lentamente le palpebre mettendo a fuoco il televisore di fronte a me, e distinguo a malapena il profilo dell’attrice che si muove sinuosa lungo un corridoio scuro. Non ricordo di avere acceso la televisione.
Ho la gola secca e non riesco a parlare, sulla lingua un sapore fastidioso. Provo a muovere le braccia, le gambe, le mani… è impossibile, non controllo il mio corpo. Sono caduta nuovamente in una paralisi del sonno.
Sullo schermo vedo ancora la donna che cammina, a rilento, con in mano una lunga pila di fogli bianchi. Si avvicina a un uomo, gli porge le pratiche e sorride con fare da gattamorta. Richiudo gli occhi. Li riapro, ho la vista offuscata. La donna adesso è a cavalcioni sull’uomo e prova a baciarlo.
Per quanto tempo ho chiuso gli occhi? Non saprei dirlo. Probabilmente quando mi sono svegliata il film era appena iniziato, mentre ora è quasi giunto al termine. La stessa donna di prima ha le guance piene di lacrime e ride, mentre afferra l’anello che le è stato offerto e lo fissa con ammirazione. Un’altra scena, ciò sta a significare che ho dormito di nuovo.
La testa è in procinto di esplodermi, la sento rimbombare fin dentro le orecchie. Ho voglia di urlare, ma non ci riesco. Sono nel caos totale.
Sto per riaddormentarmi, ma un’ombra a pochi passi dalla tv richiama la mia attenzione. Guardo verso la finestra socchiusa e vedo il ragazzo piegato lungo il davanzale che fissa fuori dalla finestra. Indossa una camicia bianca e dei pantaloni grigi. Chiudo gli occhi, tornando a dormire. Trenton è a casa.
«Cherie» una voce mi chiama. «Cherie, amore» insiste.
Apro gli occhi, completamente, bloccandoli in quelli verdi di Trenton. Avverto un peso all’altezza del petto quando lo guardo. Sul suo viso si allarga un sorriso, scoprendo una fossetta sulla guancia sinistra. «Buongiorno, Cherie.»
Mi passo una mano sul volto, mugolo e mi metto seduta. Sono ancora un po’ frastornata dal lungo sonno, nonostante non sappia per quante ore ho dormito, ho l’assoluta certezza che fossero troppe. «Da quando sei qui? Potevi svegliarmi prima.»
«Stavi riposando così bene che sarebbe stato un peccato interrompere i tuoi sogni.» Capisco che mi sta prendendo in giro dal suo sorrisetto divertito, mentre si alza e va a sedersi sul divano di fronte a me.
Non ho la minima idea di quali sogni stia parlando, dato che non ricordo l’ultima volta che ho sognato qualcosa di bello o di brutto. Sogno quasi sempre, ma quando apro gli occhi la mattina seguente, non ricordo più nulla. Cado spesso nella paralisi del sonno e, quando succede, mi procura uno stato d’ansia indescrivibile. Nessuno oltre Missi e Ray sa di questo mio piccolo problema dovuto alla mancanza di riposo e allo stress.
Non ne parlo con Trenton perché non voglio che si preoccupi inutilmente. È molto protettivo nei miei confronti e, per non agitarlo, evito di parlargliene. Se glielo raccontassi, dovrei confessargli anche la causa: ho questo stato d’ansia da quando lui non è più qui e non riesco a liberarmene, mi capita cinque o sei volte al mese. Sicuramente fuori dalla...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Over 2
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27
  31. 28
  32. 29
  33. 30
  34. 31
  35. 32
  36. 33
  37. 34
  38. 35
  39. 36
  40. 37
  41. 38
  42. 39