1
Ecco come Kyle Keeley finì in punizione per una settimana.
Innanzitutto prese una scorciatoia attraverso il cespuglio di rose preferito di sua madre.
Okay, certo, le spine pungevano, ma farsi strada tra i rovi e calpestare qualche petunia gli aveva fatto guadagnare ben cinque secondi su Mike, il fratello maggiore.
Sia Kyle che il fratellone sapevano bene dove trovare ciò che gli serviva per vincere: dentro casa!
Kyle aveva già recuperato la pigna per completare la fase “fuori casa”. Ed era piuttosto sicuro che Mike si fosse già procurato il “fiore giallo”. In fin dei conti era giugno, i denti di leone si trovavano ovunque.
«Arrenditi, Kyle!» urlò Mike, mentre i due si precipitavano lungo il vialetto di casa. «Non hai speranze.»
Mike superò Kyle con uno slancio e puntò la porta d’ingresso, polverizzando il momentaneo vantaggio di Kyle.
Ovvio che lo avrebbe fatto.
Il diciassettenne Mike Keeley era uno sportivo di prima categoria, la star del liceo. Football, basket, baseball. Se c’era una palla di mezzo, Mike spaccava.
Kyle, che di anni ne aveva dodici, non era una star in niente.
L’altro fratello di Kyle, Curtis, che aveva quindici anni, era ancora intrappolato nel cortile dei vicini, alle prese con il loro cane. Curtis era il Keeley più sveglio. Ma per il suo turno “fuori” aveva pescato la carta più sfortunata, quella del Giocattolo-del-Cane-del-Tuo-Vicino. Pescare una carta “cane” era come beccarsi Salta un Turno.
Quanto al perché i tre fratelli Keeley si trovavano a scorrazzare per il quartiere una domenica pomeriggio, correndo come schegge impazzite a raccogliere gli oggetti più assurdi, be’, quello era colpa della mamma.
Era stata lei a dire: «Se vi annoiate tanto, fate un gioco da tavolo!».
Così Kyle era andato nel seminterrato e aveva scovato il suo preferito di sempre: la Caccia al tesoro dentro-fuori di Mr Lemoncello, il più grande ideatore di giochi esistente. Kyle e i suoi fratelli ci avevano giocato a non finire quando erano più piccoli; la signora Keeley aveva perfino scritto all’azienda di Mr Lemoncello per chiedere un mazzo di carte con indizi aggiornati. Le nuove carte elencavano gli oggetti più strampalati da trovare, come “un paio di mutandoni di lana”, “un piatto sporco”, “una buccia di banana marcia”.
(Alla fine del gioco i perdenti dovevano rimettere ogni cosa nello stesso identico punto in cui l’avevano trovata. Era una regola ufficiale, stampata sul retro del coperchio della scatola, e faceva sì che vincere fosse ancora più importante!)
Mentre Curtis si era arenato dai vicini nel tentativo di convincere il loro dobermann, Twinky, a privarsi del suo pupazzetto preferito, Kyle e Mike stavano entrambi cercando gli stessi due oggetti, perché nella fase finale a tutti i giocatori veniva data la stessa carta Indovinello.
L’indovinello di quel giorno era stato fin troppo facile da risolvere, anche se era una carta che Kyle non aveva mai visto prima.
“Trova due monete del 1982 che insieme ammontino a trenta centesimi e di cui una non sia un nichelino.”
Elementare. La risposta era un quarto di dollaro e un nichelino, dato che l’indovinello diceva che solo “una” delle due monete non poteva essere un nichelino.
Perciò per vincere Kyle doveva trovare un quarto di dollaro del 1982 e un nichelino del 1982.
Facile.
Il padre teneva un vecchio boccale da sidro pieno di spiccioli nella sua officina casalinga nel seminterrato.
Ecco perché Kyle e Mike stavano facendo a gara per arrivare primi laggiù.
Mike sfrecciò in casa dalla porta d’ingresso.
Kyle sogghignò.
Adorava competere con i fratelli. Essendo il più piccolo, quella era l’unica possibilità di batterli in modo leale. I giochi da tavolo livellavano il campo. Certo, un buon lancio di dadi, una pesca fortunata delle carte e un po’ di astuzia aiutavano, ma se le cose giravano nel modo giusto e ci mettevi tutto te stesso, potevi farcela come chiunque altro.
E quel giorno più che mai, dal momento che Mike aveva perso il vantaggio acquisito scegliendo la via tradizionale per il seminterrato. Aveva imboccato la porta d’ingresso per poi precipitarsi sulle scale e scendere nell’officina del padre.
Kyle, invece, avrebbe preso una scorciatoia.
Scavalcò con un balzo una siepe squadrata e con un calcio aprì la finestrella al livello del suolo. Udì uno schianto quando la scarpa da tennis impattò sul vetro, ma non poteva pensarci in quel momento. Doveva battere il fratello.
Strisciò nel piccolo varco, si lasciò cadere a terra e cercò a tentoni sul tavolo da lavoro finché non trovò la brocca; rovesciò le monete e iniziò a cercare con scrupolo tra i penny, i nichelini, i dieci centesimi e i quarti di dollaro.
Evvai!
Trovò subito un nichelino del 1982. Lo infilò nel taschino della camicia e si concentrò sui quarti, buttando per terra le monete da uno, cinque e dieci centesimi. 2010. 2003. 1986.
«Forza, forza» mormorò.
La porta del seminterrato si spalancò di colpo.
«Ma che…?» Mike rimase di stucco nel vedere che Kyle era arrivato alla brocca degli spiccioli prima di lui.
Mike si era appena messo in ginocchio per cercare le sue monete quando Kyle urlò: «Trovata!» e tirò fuori dal mucchio un quarto di dollaro del 1982.
«E il nichelino?» domandò Mike.
Kyle lo tirò fuori dal taschino.
«Sei passato dalla finestra?» domandò una voce dall’esterno.
Era Curtis. Inginocchiato sulle aiuole.
«Già» rispose Kyle.
«Stavo per farlo anch’io. La distanza più breve tra due punti è una linea retta.»
«Non ci credo che hai vinto!» borbottò Mike, che non perdeva mai.
«Be’» dichiarò Kyle, alzandosi in piedi con aria tronfia, «credici fratello. Perché adesso voi due perdenti rimetterete tutta la roba a posto.»
«Io non lo riporto questo a Twinky!» esclamò Curtis, e sollevò un pezzo di corda annodato ricoperto di bava.
«Oh, sì che lo farai» rispose Kyle. «Perché hai perso. Oh, certo, anche tu avevi pensato di passare dalla finestra…»
«Ehm, Kyle?» mormorò Curtis. «Forse è meglio se chiudi il becco…»
«Che cosa? Oh, dai Curtis, non fare così. Solo perché sono stato io a prendere la scorciatoia e ad aprire la finestra con un calcio…»
«Sei stato tu, Kyle?»
Un altro viso comparve nella cornice della finestra.
Quello del padre.
«Ih ih ih» ridacchiò Mike alle spalle di Kyle.
«Hai rotto tu il vetro?» L’uomo sembrava su tutte le furie. «Ebbene, vediamo se indovini chi pagherà le spese della finestra nuova.»
Fu così che Kyle si vide ridurre la paghetta di cinquanta centesimi per il resto dell’anno.
E finì in punizione per una settimana.
2
Dall’altra parte della città, la dottoressa Yanina Zinchenko, bibliotecaria rinomata in tutto il mondo, camminava a passo svelto nel vasto edificio che di lì a pochi giorni avrebbe visto il suo Gran Gala d’Inaugurazione.
I lavori di costruzione della nuova biblioteca pubblica di Alexandriaville erano durati cinque anni. E si erano svolti nella massima segretezza e sotto la più stretta sorveglianza possibile. Una squadra si era messa al lavoro sulla facciata esterna, quella che un tempo era appartenuta al palazzo più imponente della piccola cittadina dell’Ohio, la Gold Leaf Bank. Altre squadre (carpentieri, muratori, elettricisti e idraulici) avevano lavorato all’interno.
Nessuna delle squadre era stata impiegata per più di sei settimane.
Nessuna squadra aveva saputo a che punto dei lavori erano arrivate le altre (o cosa avrebbero fatto da quel punto in poi).
E una volta ultimati i lavori, diverse altre squadre segretissime e sotto copertura (lavoratori molto ben pagati che avrebbero negato fino alla morte di essersi mai trovati nei pressi della biblioteca, di Alexandriaville o perfino nello stato dell’Ohio) avevano con il massimo riserbo aggiunto i tocchi finali.
La dottoressa Zinchenko aveva supervisionato il progetto di costruzione per il suo datore di lavoro, un eccentrico (ma qualcuno avrebbe detto svitato) miliardario. Soltanto lei conosceva tutte le immaginifiche meraviglie che l’incredibile nuova biblioteca conteneva (e nascondeva) tra le sue mura.
La dottoressa Zinchenko era una donna alta con i capelli rosso fuoco. Indossava un costoso tailleur sartoriale, eleganti scarpe col tacco a spillo, auricolare Bluetooth e occhiali dalla spessa montatura rossa.
Con i tacchi alti che ticchettavano sul pavimento di marmo e le dita che picchiettavano sul tablet di ultimissima generazione, la dottoressa Zinchenko varcò a falcate decise la porta rossa del centro di controllo, superò un arco e si ritrovò infine nella Rotonda, un’ariosa sala di lettura circolare alta tre piani.
La banca, l’edificio originario che aveva fornito la struttura per la nuova biblioteca, era stata costruita nel 1931. Con le sue torreggianti colonne corinzie, l’ingresso ad arco, le finiture elaborate e una gigantesca cupola d’oro scintillante sembrava molto più in linea con i monumenti commemorativi di Washington D.C. che non con le pittoresche strade della piccola cittadina dell’Ohio.
La dottoressa Zinchenko si fermò e alzò lo sguardo sull’installazione più sbalorditiva della biblioteca: la Volta delle Meraviglie. Dieci megaschermi ad alta definizione, a forma di cuneo e brillanti come quelli di Times Square, erano disposti lungo la parte inferiore della cupola come spicchi di arancia. Ogni schermo poteva operare indipendentemente o come parte di uno spettacolare insieme. La Volta delle Meraviglie poteva rappresentare le costellazioni nel cielo notturno; un volo tra le nuvole che desse agli spettatori sottostanti l’impressione che l’edificio si fosse sollevato da terra; oppure, secondo la classificazione decimale Dewey, le dieci sezioni raffiguranti immagini vivaci e in continuo movimento associate alle categorie del sistema di catalogazione della biblioteca.
«Ho i numeri finali per il terzo settore della Volta delle Meraviglie in modalità Dewey» comunicò la dottoressa Zinchenko nel suo auricolare Bluetooth. «364 punto 1092.» Scandì bene ogni parola per assicurarsi che il videoartista sapesse bene quali numeri dovessero scivolare di tanto in tanto sul terzo schermo, quello delle scienze sociali, nel turbinio d’immagini tra cui apparivano un martelletto da giudice sospeso in aria, la mela di una maestra che ruzzolava a terra e una gentile nevicata di immagini natalizie. «Ma i numeri non dovranno comunque apparire prima delle undici di mattina di domenica. Tutto chiaro?»
«Sì, dottoressa Zinchenko» rispose la voce metallica nell’auricolare.
Poi la dottoressa Zinchenko passò in rassegna le statue olografiche, proiettate nelle nicchie bordate di crespo nero dei massicci pilastri che sorreggevano le vetrate ad arco dalle quali si innalzava la Volta delle Meraviglie.
«Perché Shakespeare e Dickens sono ancora lì? Non sono sulla lista della serata di inaugurazione.»
«Chiedo scusa» rispose il direttore di arti visive della biblioteca, anche lui in teleconferenza. «Rimedio subito.»
«Grazie.»
Uscendo dalla Rotonda, la bibliotecaria entrò nella Sala dei Bambini.
Era immersa nella penombra, rischiarata soltanto da qualche lampada di servizio, ma la dottoressa Zinchenko aveva memorizzato l’esatta posizione dei tavoli in miniatura e riuscì a procedere senza urtarli con gli stinchi fino all’Angolo delle Storie, per un controllo finale sulle oche installate da poco.
Un gruppo di sei papere animatroniche, robot piumati con gli occhi a palla da ping-pong (creati per la nuova biblioteca da sviluppatori che avevano lavorato a Disney Worl...