Il giorno più lungo
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Il giorno più lungo

6 GIUGNO 1944: IL D-DAY

  1. 200 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Il giorno più lungo

6 GIUGNO 1944: IL D-DAY

Informazioni su questo libro

Bestseller internazionale fin dalla sua pubblicazione nel 1959, Il giorno più lungo è oggi diventato un classico della storiografia, il testo di riferimento per chiunque voglia capire cosa accadde durante il D-Day. L'operazione Overlord cominciò quindici minuti esatti dopo la mezzanotte del 6 giugno 1944: alcuni uomini sceltissimi delle divisioni aviotrasportate americane 82a e 101a si lanciarono dai loro aerei nel chiaro di luna della notte di Normandia. Cornelius Ryan, che partecipò allo sbarco come cronista, parte da quell'assalto notturno per ricostruire gli eventi di quelle interminabili e decisive ventiquattr'ore. La sua è una cronaca travolgente, appassionata, ricca di suspense e insieme precisa e veritiera, basata anche sulla consultazione degli archivi segreti americani ed europei e sulle interviste a oltre duemila testimoni. Una storia di uomini, che tocca non solo i soldati delle forze alleate, ma anche i nemici sconfitti della Wehrmacht e i civili travolti nel caos sanguinoso dell'invasione.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2016
Print ISBN
9788817089487
eBook ISBN
9788858685877
Argomento
History
Categoria
World History

Parte Terza

Il giorno

I

Non si era mai vista un’alba come quella. In una luce triste, grigia, con maestosa, paurosa grandezza, la sterminata flotta alleata si spiegava al largo delle cinque spiagge della Normandia da invadere. Il mare pullulava di navi. Le insegne di combattimento sbattevano nel vento per tutto l’orizzonte, dal limite della zona di Utah, nella penisola di Cherbourg, fino a Sword Beach, alle foci dell’Orne. Stagliate nel cielo si vedevano le navi da battaglia, gli incrociatori minacciosi. Dietro di loro le tozze navi di collegamento, irte di una foresta di antenne. E più dietro ancora venivano i convogli di cargo pieni di truppe e i mezzi da sbarco, bassi e lenti sull’acqua. Intorno ai cargo, in attesa del segnale per sbarcare sulle spiagge, c’erano sciami di dondolanti motozattere, zeppe di uomini che sarebbero scesi a terra con le prime ondate.
La grande massa di navi, pronte a scattare, ribolliva di rumore e di attività. I motori vibravano e borbottavano mentre le imbarcazioni di pattuglia andavano e venivano in mezzo alla flotta da sbarco, affaccendata nei preparativi. Gli argani vibravano facendo dondolare sull’acqua i veicoli anfibi. Risuonavano le catene delle gru mentre le piccole imbarcazioni da assalto venivano messe in acqua dalle navi più grosse. I mezzi da sbarco, carichi di uomini pallidi, urtavano risuonando contro le pareti d’acciaio dei cargo. Dai megafoni i comandanti urlavano: «State allineati! State allineati!» mentre i marinai cercavano di mantenere in formazione la ondeggiante massa delle imbarcazioni da assalto. Sulle navi da carico gli uomini aspettavano il loro turno per scendere nelle imbarcazioni spruzzate dal mare, lungo scale sdrucciolevoli o aggrappandosi alle reti di corda. E su tutta questa confusione tuonavano i messaggi e le esortazioni della propaganda: «Combattete perché le truppe sbarchino, combattete per salvare le vostre navi, e se avete ancora abbastanza forza combattete per salvare voi stessi»... «Andate giù, Quarta divisione, e rendetegli la vita un inferno»... «Non dimenticate, vi guida il grande Uno Rosso»... «Rangers, a posto»... «Ricordate Dunkerque! Ricordate Coventry! Dio vi benedica tutti»... «Nous mourrons sur le sable de notre France chérie, mais nous ne rétournerons pas (Noi moriremo sulla sabbia della nostra cara Francia, ma non torneremo indietro)»... «Ci siamo, gente: avete soltanto il biglietto di andata e siamo all’ultima fermata. Ventinovesima, andiamo!». E poi i due messaggi che molti ricordarono a lungo: «Via le imbarcazioni» e «Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il nome Tuo...».
Lungo le murate, molti uomini lasciavano il loro posto per salutare amici che scendevano su un’altra barca. Soldati marinai, che erano diventati amicissimi dopo le lunghe ore passate insieme sulle imbarcazioni, si auguravano l’un l’altro buona fortuna. E centinaia di uomini ebbero il tempo di scambiarsi l’indirizzo di casa, per dopo, «se ce l’avessero fatta». Il sergente Roy Stevens della 29a divisione si fece largo sul ponte affollato per cercare suo fratello gemello. «Lo trovai finalmente» raccontò poi. «Mi sorrise e mi stese la mano. Gli dissi: “No, ce la stringeremo in Francia come avevamo progettato”. Ci salutammo e da allora non l’ho più rivisto.» Sulla nave inglese Prince Leopold, il tenente Joseph Lacy, cappellano del 5° e del 2° battaglione Rangers, girava tra gli uomini in attesa e il soldato Max Coleman lo udì dire: «Pregherò io per voi d’ora in poi. Quello che farete oggi sarà per se stesso una preghiera».
Su tutte le navi gli ufficiali infioravano i loro discorsi con frasi colorite e memorabili che sentivano più adatte alle circostanze, e qualche volta con risultati inaspettati. Il tenente colonnello John O’Neill, i cui genieri dovevano sbarcare sulle spiagge di Omaha e di Utah con la prima ondata per distruggere i campi minati, pensò di dare una conclusione ideale ai suoi discorsi quando tuonò: «Venga l’inferno o l’alta marea, dovete far fuori quei dannati ostacoli!». Da qualche parte gli rispose una voce: «Penso che anche quei figli di buona donna saranno spaventati». Il capitano Sherman Burroughs della 29a divisione disse al capitano Charles Cawthon che voleva recitare L’uccisione di Dan McGrew mentre si avvicinava alla spiaggia. Il tenente colonnello Elzie Moore, capo di una brigata di genieri diretti alla spiaggia di Utah, era senza parole. Avrebbe voluto recitare un pezzo molto appropriato dalla storia di un’altra invasione della Francia, una scena di battaglia dell’Enrico V di Shakespeare, ma tutto quello che poteva ricordare era il verso iniziale: «Ancora una volta sulla breccia, cari amici...». Rinunciò all’idea. Il maggiore C.K. «Banger» Ring della 3a divisione britannica, che doveva sbarcare con la prima ondata a Sword Beach, voleva leggere qualcosa dalla stessa opera. Si era preso la briga di scriversi i versi che voleva ricordare. Terminavano così: «Colui che sopravviverà a questo giorno, e tornerà salvo a casa, starà in punta di piedi quando questo giorno sarà ricordato...».
Il tempo stringeva. Al largo delle spiagge americane un numero sempre maggiore d’imbarcazioni piene di soldati andava a ingrossare la flotta d’assalto che circondava le navi-madre. Bagnati, col mal di mare, miserevoli, gli uomini di quelle imbarcazioni si sarebbero aperti la strada della Normandia, attraverso le spiagge di Omaha e di Utah. Ora lo sbarco dai cargo era in piena azione. Era un’operazione complessa e piena di pericoli. I soldati portavano un equipaggiamento così pesante che potevano a malapena muoversi. Ognuno di loro aveva un salvagente, che avrebbe potuto gonfiare in caso di bisogno, e, oltre alle armi, uno zainetto, arnesi per trinceramento, maschera antigas, medicinali, viveri, un grosso pugnale; e in più, ciascuno aveva una quantità extra di granate, di esplosivi e di munizioni, duecentocinquanta colpi. Molti erano affardellati con lo speciale equipaggiamento che il loro compito richiedeva. Alcuni affermarono di pesare almeno centoquaranta chili al momento di attraversare il ponte e di prepararsi a scendere nei mezzi da sbarco. Tutto questo equipaggiamento era necessario ma al maggiore Gerden Johnson, della divisione di fanteria, sembrava che i suoi uomini «camminassero come tartarughe». Il tenente Bill Williams della 29a pensava che i suoi uomini fossero così sovraccarichi che «non avrebbero potuto quasi combattere» e il soldato Rudolph Mozgo, guardando giù dal cargo verso i mezzi d’assalto sbattuti dalle onde contro il fianco della nave, era convinto che se lui e il suo equipaggiamento riuscivano a imbarcarsi «metà della battaglia era già vinta».
Molti uomini, che tentavano di stare in equilibrio con tutto il materiale mentre scendevano per le reti di corda simili a ragnatele, rimanevano vittime di qualche incidente prima ancora che fosse cominciato il fuoco. Il caporale Harold Janzen, di un’unità di mortai, carico di due rotoli di filo e di diversi telefoni da campo, cercò il momento adatto per saltare nel suo mezzo da sbarco calcolandone l’alzarsi e l’abbassarsi per le onde. Si lanciò in quello che lui stimava il momento giusto. Aveva calcolato male: fece un volo di tre metri e mezzo e si mise fuori combattimento con il calcio della carabina in pieno viso. Vi furono anche feriti più gravi. Il sergente Romeo Pompei udì qualcuno urlare sotto di lui: guardò e vide un uomo agonizzante sulla rete perché il mezzo d’assalto gli aveva letteralmente maciullato il piede contro il fianco della nave. Lo stesso Pompei saltò dalla rete nell’imbarcazione e finì a testa in giù rompendosi tutti i denti davanti.
Le truppe che si imbarcavano sui mezzi d’assalto già sulle navi e poi scendevano in mare utilizzando piccole gru, non se la cavavano meglio. Il maggiore Thomas Dallas, un comandante di battaglione della 29a, e i suoi ufficiali rimasero sospesi a mezz’aria sul loro mezzo d’assalto quando la gru che li faceva scendere s’inceppò. Restarono appesi per una ventina di minuti sotto il tubo di scarico delle immondizie della nave. «Durante quei venti minuti» egli sostenne, «il tubo non cessò un momento di funzionare.»
Le onde erano così alte che molti mezzi d’assalto rimbalzavano come mostruosi yo-yo attaccati alle catene delle gru. Un’imbarcazione piena di Rangers era a mezza strada lungo la fiancata della Prince Charles quando un’enorme ondata la sollevò e la scagliò di nuovo quasi sul ponte. L’ondata si ritrasse e l’imbarcazione ricadde pesantemente sui suoi cavi, buttando a gambe all’aria i suoi occupanti, col mal di mare, come fossero dei fantocci.
Mentre scendevano nei mezzi d’assalto i veterani informavano le reclute di quel che li aspettava. Sulla Empire Anvil, il caporale Michael Kurtz, della 1a divisione, riunì la sua squadra intorno a sé. «Cercate di tenere tutti la testa sotto la sponda del mezzo» li avvisò: «non appena saremo avvistati il nemico comincerà a sparare. Se ce la fate, va tutto bene. Se no, quello sarà un maledettissimo posto per morire. Ora andiamo.» Quando Kurtz e i suoi uomini scesero nell’imbarcazione agganciata alla gru udirono urlare sotto di loro. Un’altra imbarcazione si era capovolta rovesciando i suoi uomini in mare. Il mezzo di Kurtz venne abbassato senza danni. In mare videro gli uomini dell’altra imbarcazione nuotare vicino alle fiancate del cargo. Mentre la barca di Kurtz si stava avviando verso la costa, uno degli uomini che nuotavano urlò: «Addio, non scoraggiatevi!». Kurtz guardò i suoi uomini. Su tutte le facce egli vide lo stesso sguardo, fisso, senza espressione.
Erano le 5,30 del mattino. Già le truppe della prima ondata si stavano avviando verso le spiagge. Per il grande sbarco dal mare, che il mondo libero con tanta fatica aveva organizzato, solo tremila uomini incominciavano l’attacco. Erano i gruppi da combattimento della 1a, della 29a e della 4a divisione, insieme con altre unità collegate, le squadre di demolizione sottomarina dell’esercito e della marina, alcuni gruppi di carristi, e i Rangers. Ogni unità di combattimento doveva sbarcare in una zona assegnata. Per esempio, il 16° reggimento della 1a divisione, comandata dal generale Clarence R. Huebner, avrebbe attaccato una metà della spiaggia di Omaha; il 116° reggimento della 29° divisione, comandata dal generale Charles H. Gerhardt, l’altra metà.a Queste zone erano state suddivise in settori, ognuno con un nome in codice. Gli uomini della 1a divisione sarebbero sbarcati a Easy Red, Fox Green e Fox Red, la 29a divisione a Charlie, Dog Green, Dog White, Dog Red e Easy Green.
I tempi di sbarco sulle spiagge di Omaha e di Utah erano stati studiati con un orario che doveva essere mantenuto minuto per minuto. Nella metà della spiaggia di Omaha assegnata alla 29a divisione, all’ora H meno cinque minuti – le 6,25 del mattino – 32 carri armati anfibi dovevano raggiungere Dog White e Dog Green e prendere le posizioni di combattimento sulla spiaggia per coprire con il loro fuoco la prima fase dell’assalto. All’ora H – le 6,30 – otto LTC avrebbero portato altri carri armati, sbarcandoli direttamente a Easy Green e a Dog Red. Un minuto dopo – alle 6,31 – le truppe d’assalto avrebbero invaso la spiaggia in tutti i settori. Due minuti dopo quest’operazione – alle 6,33 – sarebbero arrivati i genieri per le demolizioni sottomarine: dovevano aprire fra le mine e gli ostacoli sedici passaggi larghi una cinquantina di metri ciascuno. Avevano esattamente 27 minuti per finire il loro lavoro. A sei minuti di intervallo l’una dall’altra, a partire dalle sette, cinque ondate di truppe d’assalto, il nucleo principale delle forze da sbarco, avrebbero cominciato a scendere a terra.
Questo era lo schema di sbarco per entrambe le spiagge. L’organizzazione era stata così accuratamente preparata che il materiale pesante, come l’artiglieria, doveva scendere sulla spiaggia di Omaha dopo un’ora e mezzo, e le gru, i bulldozer e i veicoli di riparazione per i carri armati dovevano essere a terra per le 10,30. Una tabella di marcia laboriosa; complessa, tanto che sembrava impossibile da mantenere, e probabilmente quelli che l’avevano preparata avevano considerato anche questa eventualità.
Le prime truppe d’assalto non potevano ancora vedere le coste nebbiose della Normandia. Erano a una decina di miglia al largo. Alcune navi da guerra stavano già duellando con le batterie costiere tedesche, ma l’azione per il momento era ancora remota e impersonale per gli uomini dei mezzi da sbarco: nessuno sparava direttamente su di loro. Il mal di mare era ancora il nemico peggiore. Pochi ne erano immuni. I mezzi da sbarco – carichi ognuno di trenta uomini con tutto l’equipaggiamento – erano così bassi sull’acqua che le ondate li coprivano tutti. A ogni ondata le imbarcazioni venivano sbattute di qua e di là, e il colonnello Eugene Caffey, della 1a brigata speciale di genieri, ricordò che alcuni uomini della sua imbarcazione «giacevano in mezzo all’acqua che li investiva, più morti che vivi». Ma per quelli che non erano paralizzati dal mal di mare, la vista della grande flotta pronta all’invasione era qualcosa di spaventoso e di splendido. Nella barca del caporale Gerald Burt, piena di genieri destinati alla demolizione degli ostacoli tedeschi, uno degli uomini rimpiangeva di non avere portato con sé la macchina fotografica per scattare una bella foto.
A una trentina di miglia di distanza il capitano di corvetta Heinrich Hoffmann, sulla motosilurante ammiraglia della 5a flottiglia, vide una strana nebbia, quasi irreale, coprire il mare davanti a sé. Osservando attentamente, Hoffmann vide un aeroplano emergere da quel biancore. Ciò confermò il suo sospetto: doveva trattarsi di una cortina fumogena. Hoffmann, seguito dalle altre due motosiluranti, entrò nella nebbia per indagare ed ebbe il più grave colpo della sua vita. Dall’altra parte si trovò faccia a faccia con un’enorme quantità di navi da guerra, quasi l’intera flotta britannica. Da qualsiasi parte guardasse c’erano corazzate, incrociatori e cacciatorpediniere che torreggiavano su di lui. «Mi sentii come se mi fossi trovato in una barca a remi» Hoffmann raccontò in seguito. Quasi nello stesso momento cominciarono a cadere proiettili intorno ai suoi battelli dondolanti sull’acqua. Senza un attimo di esitazione, il coraggioso Hoffmann, nonostante l’incredibile sproporzione di forze, ordinò l’attacco. Pochi secondi dopo, – e fu il solo attacco navale condotto dai tedeschi nel D-Day – diciotto siluri sciabolarono l’acqua verso la flotta alleata.
Sul ponte del cacciatorpediniere norvegese Svenner, il tenente di vascello Desmond Lloyd li vide arrivare. E li videro gli ufficiali sui ponti della Warspite, della Ramillies e della Largs. La Largs fece subito macchina indietro, a tutta velocità. Due siluri passarono fra la Warspite e la Ramillies. Lo Svenner non riuscì a defilarsi. Il capitano urlò: «Tutta a sinistra! Tribordo avanti tutta. Babordo indietro tutta», nel vano tentativo di girare il caccia in modo che i siluri passassero paralleli alla nave. Il tenente Lloyd, guardando al binocolo, vide che i siluri stavano arrivando e avrebbero colpito proprio sotto il ponte. Tutto quello che poté pensare fu: «Volerò molto alto?». Con una lentezza mortale lo Svenner cominciò a girare verso sinistra e per un momento Lloyd pensò che ce l’avrebbero fatta. Ma la manovra non ebbe successo. Un siluro scoppiò nella caldaia. Lo Svenner sembrò alzarsi dall’acqua, poi ricadde e si spezzò in due. Il capo fuochista Robert Dowie, sul dragamine Dunbar, fu sorpreso di vedere il caccia scomparire sott’acqua «con la prua e la poppa che formavano una V perfetta». Vi furono trenta morti. Il tenente Lloyd, illeso, nuotò per circa venti minuti, trascinando con sé un marinaio con una gamba rotta, finché entrambi vennero raccolti dal caccia Swift.
Per Hoffmann, salvo di nuovo al di là della cortina fumogena, la cosa importante, adesso, era di dare l’allarme. Lanciò la notizia a Le Havre, non sapendo che la sua radio era andata fuori uso nella breve battaglia che si era svolta.
Sulla nave ammiraglia Augusta, al largo delle spiagge americane, il generale Omar N. Bradley mise un po’ di cotone nelle orecchie e puntò il cannocchiale sui mezzi da sbarco che si stavano dirigendo verso le spiagge. Le sue truppe, gli uomini della la armata americana, procedevano regolarmente. Bradley era molto inquieto. Fino a poche ore prima egli aveva creduto che una divisione «statica» tedesca, di categoria B per intendersi, la 716a, presidiasse la zona costiera, grosso modo dalla spiaggia di Omaha a est, fino alla zona inglese. Ma proprio prima che egli lasciasse l’Inghilterra il servizio di spionaggio alleato aveva dato la notizia che un’altra divisione tedesca era avanzata verso la zona di sbarco. La notizia era arrivata troppo tardi a Bradley perché egli potesse informare le sue truppe, che avevano già avuto istruzioni e ordini «sigillati». Ora gli uomini della 1a e della 29a divisione andavano verso la spiaggia di Omaha, senza sapere che l’agguerrita 352a divisione tedesca li aspettava.b
Il bombardamento navale che Bradley sperava avrebbe reso più facile il loro lavoro stava per cominciare. A poche miglia di distanza, il contrammiraglio Jaujard, sull’incrociatore leggero francese Montcalm, parlò ai suoi ufficiali e ai marinai. «C’est une chose terrible et monstrueuse que d’être obligé de tirer sur notre propre patrie» disse con voce gonfia di emozione, «mais je vous demande de le faire aujourd’hui.» (È una cosa terribile e mostruosa dover sparare sulla propria patria, ma oggi vi chiedo di farlo.) E a quattro miglia dalla spiaggia di Omaha, sul caccia americano Carmick, il comandante Robert O. Beer premette il bottone dell’interfono e disse: «Ascoltate! Questa è probabilmente la più grande festa cui voi siate stati invitati. Allora, entrate in pista e danzate!».
Erano le 5,50 del mattino. Le navi da guerra inglesi sparavano sulle loro spiagge da oltre venti minuti. Ora incominciava il bombardamento nella zona americana. Tutta l’area di invasione fu sconvolta da una valanga di fuoco. Un tuono di uragano scuoteva la costa normanna mentre le navi da guerra continuavano regolarmente a rovesciare le loro salve sugli obiettivi assegnati. Il cielo grigio s’illuminava al lampo incandescente dei cannoni e lungo le coste grandi nuvole di fumo nero cominciavano ad alzarsi in aria.
Al largo di Sword, di Juno e di Gold le corazzate Warspite e Ramillies rovesciavano tonnellate di acciaio sulle potent...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Premessa
  4. Parte Prima. L’attesa
  5. Parte Seconda. La notte
  6. Parte Terza. Il giorno
  7. Appendice
  8. Nota sulle perdite
  9. Ringraziamenti
  10. Bibliografia