CAPITOLO DICIASSETTE
Eva
«Buongiorno, Edoardo. Siamo in ritardo, stamattina?»
Lui guardò l’orologio da polso, stupendosi della mia puntualità.
Ero già seduta in cattedra, appello fatto, fotocopie distribuite.
Tutto praticamente pronto.
Salutò i bambini e con lo sguardo colpevole e colmo di stupore si avvicinò a me.
«Io sono in ritardo di due minuti e» guardò di nuovo l’orologio «venti secondi. Ma tu, piuttosto, ti sei ripresa dalla sbornia colossale dell’altra sera?»
Lo guardai come se volessi fulminarlo.
«Se provi ad alzare la voce» sussurrai, «sappi che ti distruggo.»
Appoggiò la sua borsa per terra, di fianco la cattedra. Prese una sedia da un banco libero e la posizionò accanto alla mia.
«Cosa fai, scusa?» La sua vicinanza mi faceva sentire a disagio, mi metteva in imbarazzo.
«Mi siedo. Perché?»
Ci fissammo tre secondi negli occhi, poi abbassai lo sguardo.
«Ti dà fastidio?»
«No, ma potrebbe, se provi a fare il bastardo.»
Ignorò abilmente le mie parole.
Sotto il tavolo, il suo ginocchio premeva forte contro il mio, e quel contatto mi procurò un brivido.
«Allora, bambini, oggi si canta. Ho portato un cd che inserirò nel mio portatile, con due canzoni dello Zecchino d’oro. Sui fogli avete il testo. Le ascolteremo due o tre volte, poi cominceremo a cantarle insieme. Siete pronti?»
Un coro di sì si alzò dai banchi. Erano su di giri per quelle lezioni musicali.
Martina si sbracciava per far vedere che voleva parlare. «Dimmi, che c’è?»
«Maestra, lo sai che Babbo Natale mi ha regalato questo disco a Natale? Io le so tutte!» Il suo entusiasmo la divorava e non vedeva l’ora di dimostrare la sua bravura.
«Ma che bello, allora sarai un’ottima cantante!»
Mi girai verso Edoardo sorridendo. Non so perché lo feci, forse per la necessità di condividere con qualcuno quel momento. Mi stava osservando a pochi centimetri di distanza. I nostri occhi si incrociarono, poi i miei caddero sui suoi avambracci. Aveva le maniche della camicia tirate su fino al gomito e mi sembrava più bello di come me lo ricordavo.
«Che c’è?»
La sua domanda mi interruppe. Mi resi conto che aveva spinto il tasto play ed era partita la prima canzone. Le note erano un lontano sottofondo e non mi accorgevo nemmeno degli sguardi dei bambini.
«Non c’è nulla, perché?»
«Mi sentivo osservato.»
In effetti lo avevo guardato, pensando alle parole di Laura. Avevo notato un piccolo neo, minuscolo, sotto l’occhio. E mi ero convinta che fosse proprio quel piccolo difetto, se così potevo chiamarlo, a renderlo così attraente. I denti bianchissimi risplendevano sulla carnagione olivastra, e le sue mani, con cui giocherellava tra il tasto play e il tasto stop, erano lunghe e affusolate.
Fu il primo uomo, dopo quello che mi era successo, a risvegliarmi. A costringermi, mio malgrado, a guardarlo.
O almeno lo fece parzialmente. Odiavo il suo carattere. E in fondo non sapevo nulla di lui, ma immaginavo che fosse un grande amante delle donne, e la conferma mi giunse quando qualcuno bussò alla porta dell’aula.
«Avanti.»
Edoardo stoppò la canzone.
Una donna alta, bionda e affascinante fece capolino.
Aveva una gonna longuette aderente bordeaux e un dolcevita nero.
«C-cecilia. Cosa ci fai qui?»
La donna non accennò un sorriso. Sembrava infastidita da qualcosa.
«Puoi uscire?»
«Mi scusi, signora, stiamo facendo lezione» dissi con un tono piuttosto infastidito.
«Lei è una mia collega, ha aderito al progetto del conservatorio. Scusami un secondo.» Edoardo si affrettò a giustificarla e sgattaiolò fuori dall’aula.
Eppure non mi sembrava la stessa dell’altra sera al pub. Doveva per forza essere uno di quei single con una schiera di donne al seguito, pronte a prostrarsi ai suoi piedi. Cosa che io non avrei mai fatto.
Restò fuori dall’aula per tutta la lezione.
Non uscii mai a controllare e mantenni la mia dignità, senza mai mostrare il fastidio che effettivamente mi aveva dato questa intrusione.
Fastidio ingiustificato, tra l’altro. Perché in fin dei conti non avevo alcun motivo perché quella donna potesse mettermi di malumore.
Continuai a cantare con i bambini, e quando rientrò non lo degnai nemmeno di uno sguardo.
Fu lui a prendere la parola e a tentare un contatto con me.
«Se vuoi ti aspetto, quando hai finito tutte le lezioni.»
«Come scusa?» Lo guardai di traverso.
«Ripeto: se vuoi ti aspetto, quando hai finito la giornata di lavoro.»
«E perché mai dovresti?»
«Potremmo pranzare insieme e studiare qualche lezione più divertente per i bambini.»
«Oh no, i bambini sono contenti così.»
«Mio Dio, Eva, non ti mangio mica. È solo lavoro!»
«È solo lavoro, appunto. E al termine delle lezioni il mio lavoro termina.»
«E va bene, non ti supplicherò. Non lo faccio con nessuna donna.»
«Non devi, infatti. Odio le suppliche» risposi inacidita, e lo invitai a uscire per lasciarmi proseguire con la lezione successiva.
Tre ore più tardi suonò la campanella e dopo aver fatto un salto in presidenza uscii finalmente da scuola. Avevo un fortissimo mal di testa. Di nuovo. Così non vedevo l’ora di tornarmene a casa per riposarmi un po’.
Voltai l’angolo del palazzo e lo vidi appoggiato a un albero.
«La mia cara maestrina… ti stavo aspettando!»
«Stai scherzando, spero. Non hai di meglio da fare? Ti avevo detto di no.»
«Io non accetto i “no”.»
«Male, dovresti cominciare a farlo.»
«C’è un posticino qui vicino dove possiamo mangiare un boccone e parlare della prossima lezione.»
Ignorai le sue parole e mi avviai sulla strada del ritorno.
«Sei davvero così scorbutica?» Mi chiese, mentre mi inseguiva.
«Sono così scorbutica, sì.»
«Cosa ti ho fatto?»
«Niente. Ho da fare!»
Lo piantai in asso, praticamente.
Camminavo velocemente e sentivo il peso del suo sguardo addosso. Ma si era fermato e non mi stava più inseguendo.
Mio Dio, mi aveva aspettata. Non potevo crederci. Forse era davvero uno stalker.
Quando tornai a casa telefonai a Laura per invitarla a cena.
Lunedì la accolse scodinzolante. Le saltò addosso quasi abbracciandola e come ricordino le attaccò sulla maglia bianca tutti i suoi peli neri.
Per una come lei era inaccettabile, ma cercò di contenersi senza farmi capire che dentro stava scoppiando di rabbia.
«Buono, Lunedì, buono. Vai a cuccia, piccolo, ti ho messo la pappa nella ciotola.»
Aveva imparato da qualche giorno a rispondere ad altri comandi. Ora rispondeva a «seduto», «cuccia» e «pappa». Mi resi conto che era straordinariamente intelligente e che...