Donnissima
eBook - ePub

Donnissima

Certi amori sono come la frittura, il loro odore ti rimane addosso per moltissimo tempo.

  1. 200 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Donnissima

Certi amori sono come la frittura, il loro odore ti rimane addosso per moltissimo tempo.

Informazioni su questo libro

«Mi chiamo Enza Caruso, ho trentaquattro anni e dell'amore non ho mai capito niente»: così si descrive la protagonista di questo libro, che a un punto cruciale della propria vita si ritrova a dover gestire un matrimonio agli sgoccioli, una madre con la fobia delle zitelle, e un gruppo di amiche ansiose di sistemarla con altri uomini. Lei però non è pronta a voltare pagina e preferisce dedicarsi anima e corpo al lavoro dei suoi sogni, quello che desiderava quando, ancora criaturella, viveva a Napoli: fare le pulizie in un elegante condominio Liberty di Milano. Per lei è più di un mestiere o di una vocazione: combattere lo sporco è il suo modo per ristabilire l'armonia nel mondo e per prendersi cura degli altri. Il "Palazzo" di via Sabina 42, con le sue cinque scale e i cinquantaquattro appartamenti, si regge tutto sulle sue spalle larghe e sulle sue zeppe alte. È a lei che si rivolgono gli inquilini il giorno in cui si verifica uno strano, inquietante fatto: Augusto, il carlino dell'anziana signora Galli, è scomparso nel nulla, forse rapito dal temibile Cartello delle colf sudamericane che si sta prendendo il quartiere. Ma niente può mettere paura a una come Enza. Abilissima a raccontare tutta la fragilità e la bellezza delle donne, Daniela Farnese ha dato vita a un personaggio che regala sorrisi, perle di saggezza popolare, parole di fuoco e qualche lacrima. Un inno all'orgoglio di sé, delle proprie forme e ambizioni.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2016
Print ISBN
9788817088879
eBook ISBN
9788858685907

1

La signora Anzalone divarica le cosce e comincia a farsi aria con il ventaglio sotto la gonna, tra i due moncherini di carne flaccida strizzati nei gambaletti color castoro.
L’elastico stringe il polpaccio venoso come uno spago arrotolato intorno alla porchetta, mentre rivoli di sudore scivolano giù dalle ginocchia livide.
Il caldo è insopportabile. Un calore che nemmeno all’inferno, in questa camera da letto trasformata in purgatorio affollato di avemaria e glorialpadre.
È la veglia funebre di zio Gaetano, spentosi serenamente all’età di novantadue anni, nel letto del suo appartamento in via Fonseca, quartiere Stella, nel centro di Napoli.
Lascia due figlie zitelle, in menopausa dalla notte dei tempi, abbonate a vita alla panca in prima fila della parrocchia di padre Giuseppe, e un figlio emigrato in Argentina di cui si sono perse le tracce, partito all’inizio degli anni Settanta dopo la severa diagnosi del fresco defunto: «Ricchione: incurabile!».
La processione degli anziani del vicinato al capezzale della buonanima continua da ieri sera. Tutti hanno versato una lacrima. Tutti hanno sfiorato il corpo gelido. Tutti hanno avuto una parola di conforto per la famiglia. E tutti hanno ringraziato il Padreterno di essersi preso lui prima di loro.
… ora e sempre, nei secoli dei secoli, amen.
Iuliana, gigantesca rumena finta bionda di mezza età, assunta con regolare contratto in nero come badante dello zio, piange senza sosta appoggiata alla parete in un angolo della stanza.
«Ci teneva proprio assai, quella guagliona» bisbigliano le prefiche acchittate a lutto, sedute in gruppo al lato del letto, snocciolando il rosario.
Si scambiano occhiate maliziose, le pettegole, alludendo a un presunto inciucio tra l’ossigenata e la salma.
Ma Iulianona non si dispera per la dipartita del grinzoso, e pure un po’ razzista, don Gaetano. Lei piange per quella mazzetta di banconote da cinquecento e per i due libretti postali al portatore che le figlie hanno scoperto nel materasso mentre vestivano il morto e che lei non aveva mai notato, nell’ultimo anno passato a pulire il culo della mummia.
Con decenza parlando.
I coniugi Gargiulo del piano di sotto, con l’espressione affranta e le labbra strette, sono chini da un pezzo sul corpo inerme. Per evitare di sfiorare le lenzuola durante la loro lunga contemplazione, lei resta aggrappata al braccio del marito, mentre lui si mantiene in equilibrio con una mano raggrinzita sul bastone e l’altra sulla testiera in noce scuro. È forse la prima volta che restano così tanto tempo in compagnia del deceduto. Non si potevano proprio sopportare. Mai una sceneggiata o un diverbio acceso – per carità! – ma coltivavano da più di trent’anni una cordiale antipatia da condòmini, fatta di disattenzioni, piccole cattiverie e astuti gesti di elusione: nascondere i calzini caduti dal balcone dello zio e fingere di non averli visti, correre come Mennea per non dover prendere l’ascensore insieme, strisciare a testa bassa lungo i muri dell’androne del palazzo come zoccole spaventate per evitare di ritrovarsi occhi negli occhi ed essere costretti a scambiarsi il buongiorno.
Stamattina, però, nessuno sembra sorpreso di vederli indugiare nel cordoglio. Gli unici ventilatori della stanza sono puntati a massima velocità sui cari resti e non c’è soluzione più elegante di fingere sincero e tardivo rammarico per ottenere qualche attimo di sollievo dal bollore.
L’orologio sul comodino è fermo da più di un anno sulle sette e quindici minuti. La buonanima aveva usato la pila per sostituire quella del telecomando del piccolo televisore appoggiato sul comò di fronte al letto.
«A che mi serve sapere l’ora?» ripeteva farfugliando con la dentiera traballante. «Ormai, l’unica che aspetto è l’ora ’e muri’!» E la morte l’ha preso in parola, arrivando esattamente un quarto d’ora dopo le sette di ieri mattina.
Mi sembra di essere sveglia da sempre.
L’ultima volta che ricordo di aver chiuso gli occhi è stato pochi minuti prima che il treno si fermasse a piazza Garibaldi, ventiquattr’ore fa. Vai a prendere la metropolitana, scendi, corri, prova almeno a fingere qualche lacrima, fai questo e quello, chiama il compare, avvisa la dirimpettaia, ritira la corona di fiori, passa in salumeria e prenota mozzarella e provola per domani, che se no non c’è niente da mangiare…
«Hai bisogno di un bel viaggio a casa, per rinascere» ha detto Mila, e io ho preso qualche giorno di ferie e sono venuta giù.
Adesso che sono qui, però, vorrei capire se è segno di buon auspicio o di grande scalogna iniziare questa rinascita proprio con un funerale.
La schiena mi scricchiola come la sedia sgarrupata sulla quale sono riuscita a riposare questi pochi minuti. Nemmeno vicino alla finestra riesco a intercettare un filo d’aria.
Le dita della mano destra continuano a carezzare, per un istinto che non posso controllare, l’anulare sinistro, spoglio, leggero. C’è ancora il segno dell’anello, un solco pallido nella pelle. Forse rimane a tutti, apposta, come un marchio che ricorda che sei appartenuto a qualcuno.
Nell’angolo della stanza vicino alla porta, accanto alle costose scarpe di Liborio Junior, erede dell’impero paterno della vendita di pregiati tabacchi di contrabbando, un piccolo grumo di polvere, una soffice nuvoletta grigia di schifezza si è attaccata al battiscopa. La sto fissando con la coda dell’occhio da quando mi sono seduta. Mi sforzo di restare indifferente, di fingere che non ci sia, di resistere alla tentazione di afferrarla e correre a gettarla nella monnezza.
Chiudo le palpebre, inspiro ed espiro profondamente, una, due, tre volte.
Le persone invidiose dicono che sono compulsiva. Compulsiva, che fesseria! Da quando, essere puliti è un demerito? E poi io so distinguere perfettamente lo sporco che non è di mia competenza.
«Enza, ma non ti senti bene?»
Mia sorella Ottavia, una mano infilata nella scollatura della maglietta per asciugarsi il sudore tra le zizze e la chioma malamente sopravvissuta a uno shatush sbagliato raccolta in una pinza, mi sfiora una spalla.
«Solo un po’ di stanchezza…» rispondo, con le pupille fisse in quelle di lei per non dare nemmeno la minima confidenza alla sozzeria sul pavimento.
«Il caffè» dice, indicando verso la cucina con un cenno della testa scolorita.
«Sì, grazie, un goccino.»
«E certo, è arrivata la contessa!» bisbiglia, seccata. «Devi andare a farlo tu!»
«Ancora?»
«Sì. E fai presto. La gente sta aspettando.»
«Ma mi avete scambiata per un barista di via Toledo?»
Sono ore che ci passiamo la moka da sei tazze, riempita e svuotata in continuazione, come in una staffetta. Decine di bicchierini di plastica sono stati serviti ininterrottamente dall’alba a chiunque abbia messo piede nell’appartamento, anche solo per consegnare un telegramma. Un fiume di caffè bollente e già zuccherato su cui Caronte trasporterà l’anima di don Gaetano nell’aldilà.
Salute degli infermi, prega per noi…
L’odore pungente dell’Arabica invade la casa e copre le corone di fiori già appassite per l’afa, il sudore delle anziane schierate per le litanie e l’acqua di colonia economica, gettata a litri sul collo rugoso dei vecchi in visita di cortesia.
Rifugio dei peccatori, prega per noi…
Mi alzo controvoglia, con i muscoli pesanti, la stoffa dei pantacollant incollata alle gambe come una seconda pelle e il lembo invasivo della mutanda infilato dove non dovrebbe essere.
Consolatrice degli afflitti, prega per noi…
Con il massimo della discrezione possibile libero il solco dal pizzo, mi fiondo verso la porta e, prima di uscire dalla stanza, mi chino ad afferrare la pallottola di polvere che voglio lasciar affogare senza pietà nel gabinetto.
Ottavia mi dà il cambio sulla sedia di legno appoggiata al muro, si fa l’ennesimo segno della croce e si inserisce nel coro con la sua voce squillante.
Regina dei Martiri…
«… prega per noi!»
Le stanze del vecchio appartamento, soffitti alti e carta da parati stinta, sono piene di gente che bisbiglia, fruga, piagnucola e si scambia chissà quali segreti sul morto. Il corridoio è un campo minato fitto di condoglianze e paceallanimasua, un groviglio di umanità sconsolata, curiosa o annoiata, riunitasi per osservare da vicino la più grande fregatura della vita, la sua fine.
Lo zio non riceveva mai nessuno. Da quando era rimasto vedovo, le uniche persone estranee che avevano accesso alla sua corte erano il medico, il ragazzo del barbiere inviato per la rasatura a domicilio e il tecnico che, di tanto in tanto, veniva a sistemare la parabola per vedere le partite col satellite.
«Questa è la libertà!» diceva. La libertà, intendeva, di poter finalmente mandare tutti quanti a fare in culo.
Mi fermo davanti al vecchio specchio nel corridoio, con le foto scolorite infilate nella cornice, per controllare che eye-liner e mascara non si siano squagliati in viso. Un brivido leggero si arrampica tra le scapole fino alla nuca sudata. Chi è questa ragazza che mi fissa al di là del vetro? Che vuole da me?
Ho passato così tanti giorni a fingere di stare bene che non riesco più a riconoscermi sotto la maschera. Allora è vero che con l’età si diventa più bravi con l’apparenza, più esperti nel fare finta, più veloci a rispondere tuttapposto quando una ruga sulla fronte tradisce il fuoco che ti sta bruciando dentro.
Provo a ignorare la ghirlanda di ditate intorno alle vecchie Kodak girando i tacchi e proseguendo per la mia strada, ma poi torno sui miei passi, afferro un lembo della maglietta, alito sul vetro e cerco di far sparire tutte quelle impronte.
Dalla finestra della cucina, la voce nasale del neomelodico del momento canta la storia esemplare di una guagliuncella tradita che, per vendicarsi del fidanzato, decide di vestirsi da bagascia e girare con le amiche in motorino per attirare l’attenzione dei maschi. Gli acuti del ritornello mi fanno desiderare di essere la prossima a trapassare.
Il tavolo è occupato per metà da tazzine, cucchiaini e zuccheriera, e per l’altra metà da una dozzina di melanzane tagliate a fette, messe a spurgare sotto il sale.
«State preparando la parmigiana? Cu ’stu cavero
«Ma quale caldo?» risponde mia madre, svuotando mezza bottiglia di olio in una grande padella.
«Ma’, ci sono 35 gradi!» e mi avvicino braccia in alto e ascelle in mostra al ventilatore piazzato alla massima velocità accanto ai fornelli.
«E che ci possiamo fare?» Mamma stringe le spalle. «La gente adda magna’
Abita al piano di sopra e ha passato le ultime ore ad aiutare le due zitelle orfane, mettendosi a capo dell’Operazione Esequie ed eleggendo la Scavolini d’antan come sua cabina di comando.
«Ma non pare brutto cucinare a una veglia?»
«Perché? Cucinare per i sofferenti è carità cristiana.»
«Hai studiato il catechismo con Gualtiero Marchesi?»
«E io ti sto pure a sentire! Non ho tempo per ’ste fesserie… Passami le fettine sciacquate. La faccio veloce veloce e poi la conservo per stasera, dopo la tumulazione.»
Riposi in pace.
Amen.
Si fa un rapido segno della croce e torna a controllare la frittura.
«Secondo me, però, era meglio fare un po’ di verdurina» insisto, sempre davanti alla ventola.
«Eeeeeeh.» La voce cavernosa di nonna Amelia, seduta a un lato del tavolo a ridurre in cubetti una quantità di fiordilatte che potrebbe sfamare l’Abruzzo, copre il cantante chiavica che continua a urlare dal vicolo. «Perché, la melanzana non è verdura?»
«Vabbuo’, io dicevo un’insalatina» bofonchio.
«Come ti sei fatta milanese, a nonna! Ci vuole un poco di sostanza!» Infilza il latticino con la punta del coltello e affonda. «E comunque l’insalata non è mangiare.»
Sentenza di cassazione. Caso chiuso.
«Enza sta fissata con la dieta. Al Nord le femmine piacciono secche» dice mia madre, affogando le prime fette nell’olio bollente.
«Siccome ho detto che la parmigiana il 4 luglio fa schiattare dal caldo, sono fissata con la dieta?»
«Eh, povera criatura, ma io ti vedo sciupata assai.» Nonna solleva gli occhiali che le pendono da una catenella sul seno e mi fissa attraverso le lenti unte.
«Nonna, peso ottanta chili…»
«Ma che c’entra! Quelle sono le ossa pesanti. Tutti in famiglia abbiamo lo scheletro grosso. Tu devi guardare la siluè!» Mamma mi punta una forchetta ai fianchi.
«Che devo guardare?»
«La forma, la siluètta…»
«Non dare retta a quei lumbard. Sei p-e-r-f-e-t-t-a. Le vere femmine devono avere le curvy, come dicono gli americani.» Gennaro Cecere, detto Rino, nostro parente di grado sconosciuto, entra in cucina, mi pizzica affettuosamen...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Donnissima
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13