CAPITOLO VENTI
Non ho mai smesso di crederci
Un anno dopo
Il venerdì si respira aria di weekend, riposo e relax. Quando quel giorno rientrai in casa mi tolsi subito le scarpe a punta con il tacco alto. Il completo blu mi stava stretto più del solito, la gonna mi fasciava completamente ma, guardandomi allo specchio, mi trovai assolutamente affascinante nonostante i segni lasciatimi sul corpo dalle cure ormonali di quegli anni.
Mi gettai sul divano, non avevo intenzione di fare nulla per tutta la serata e prevedevo di trascorrere così anche i successivi giorni fino al lunedì successivo, quando sarei regolarmente ritornata in ufficio a occuparmi dei miei soliti numeri. Mi gustai il soave silenzio della casa, non accesi nemmeno la TV. Mi sentii in pace col mondo, finsi che tutto andasse bene e che il mio animo fosse in armonia con se stesso. Mentivo.
Presto sentii dei familiari rumori alla porta, Leonardo stava tornando a casa. Guardai l’orologio e mi accorsi che anche lui quel venerdì aveva finito di lavorare prima del solito.
«Tesoro sei a casa? Ho visto la tua auto in garage. Dove sei?» gridò davanti alle scale con il muso rivolto verso l’alto. Chissà come mai si aspettava che fossi in camera da letto! Mistero.
Gridò ancora mentre saliva le scale, fui tentata di dirgli dove fossi, ma tacqui, volevo vedere cosa avrebbe fatto. Si trovava a un passo da me, la porta era aperta e lui, invece di cercare nel posto più vicino, si avventurò per le stanze del nostro appartamento alla ricerca della moglie scomparsa. Tipico dei film polizieschi: “Quando fanno irruzione nell’appartamento del presunto assassino, non guardano mai nella prima stanza che gli capita vicino, no, prima devono perlustrare tutta la zona e magari farsi sparare addosso” pensai. Glielo dicevo sempre che guardava troppa TV.
Aspettai.
«Amore sei qui! Ma che ci fai in silenzio al buio? Stai bene?»
Non mi piacque quella domanda, avevo imparato a odiarla, tutti sempre lì, a chiedermi come mi sentissi. “Ma che domanda è?” pensavo ogni volta.
Dopo averlo tanto desiderato avevo perso l’unico figlio che ero riuscita a ospitare dentro di me e avevo sofferto profondamente durante i tanti tentativi falliti dimostratisi solo sogni durati un batter d’ali. Fissai mio marito in attesa di scoprire che cosa avesse in serbo per me.
«Sono solo un po’stanca, tutto qua» risposi gelida.
«Amore, vai subito in camera e prepara le valigie: si parte!» “Che fine ha fatto il mio fine settimana all’insegna del relax, divano e di attività nulla?” pensai.
«Dove dovremmo andare? Leo sono stanca e non ho nessuna intenzione di partire, non mi sento dell’umore adatto. Per andare dove poi?» domandai titubante.
«Indovina?»
Non sopportavo quando faceva così. Odiavo gli indovinelli, anche da bambina era un’arte che lasciavo volentieri praticare ad altri. Io ero per le cose certe e chiare, non mi piacevano gli enigmi. Attesi in silenzio.
«Ok, te lo dico io. Ho pensato di farti una sorpresa. È da tanto tempo che non facciamo una vacanza, una di quelle vere intendo. L’ultima volta siamo andati in Spagna, ma quella non era una vera vacanza, sì, insomma…» Lo vidi incartarsi. Non ne avevamo mai parlato, avevamo deciso entrambi di adottare un tacito silenzio al riguardo. I nostri sogni erano stati gettati nel water del mio ufficio in un pomeriggio di lavoro.
«Vai avanti» lo incalzai, non mi piaceva vederlo in difficoltà.
«Qualche settimana fa ero al mio solito bar vicino allo studio, quando vedo un opuscolo sul bancone. Ho avuto un’illuminazione, è stato folgorante!» Quell’entusiasmo era la prova che qualcosa di catastrofico stava per abbattersi su di noi. Tremai per quanto stava per dire.
«Il volantino diceva: “Salvati e impara anche tu l’arte della sopravvivenza”. Bello vero?»
Che cosa gli facesse pensare che per me potesse essere qualcosa di bello, non lo capii mai. Era mio marito, ero convinta che avesse imparato a conoscermi. Mi sbagliavo. Non c’era altra spiegazione: qualcuno o qualcosa si era impossessato di lui, forse un alieno era sceso sulla Terra ed era entrato nel suo corpo, doveva essere così. Quello non poteva essere l’uomo che aveva giurato amore eterno nel bene e nel male e di rispettarmi fino a che morte non ci separi.
Era impensabile che mi stesse proponendo un corso di sopravvivenza in mezzo al nulla, in un campo sconosciuto nelle nostre care Alpi che amavo vedere solo in cartolina e a debita distanza. A me, che ero sempre stata l’antiscout per definizione, mai una notte in campeggio, mai dormito sotto le stelle. Nemmeno durante il raduno della scuola in quinta elementare accettai l’idea di passare una notte in tenda nel cortile della scuola. Io, un corso di sopravvivenza… delirava! Non poteva essere vero! E invece. Aveva già organizzato un tranquillo weekend di paura.
«Adesso mi dirai che Jon Voight e Burt Reynolds si uniranno alla banda?» commentai a denti stretti, sperando che fosse tutto un equivoco, uno scherzo di cattivo gusto.
«Vedrai sarà bellissimo.»
“No, col cavolo che lo sarà” gridai dentro di me.
«Ci serve un po’ di distrazione. Siamo sempre chiusi in casa, in attesa di qualcosa che forse non accadrà mai, non facciamo mai nulla che scateni la nostra adrenalina. Il volantino parla chiaro: “Se anche tu hai bisogno di dare una svolta alla tua vita, unisciti a noi per vivere due giorni mozzafiato”.» Parlava a ruota libera. Non sapevo come fermarlo e soprattutto, non seppi come smorzare tutta quella voglia di avventura, mi sembrava un adolescente alla sua prima gita scout senza un adulto. Non seppi cosa dire.
Dovevo dire di no e basta. Quella cosa non faceva per me, che ci andasse da solo in mezzo agli insetti e agli altri esseri orripilanti. Odiavo il campeggio, figuriamoci se potevo sorbirmi due intere giornate di un corso di sopravvivenza. Mai.
«Amore mio. Abbiamo perso il nostro bambino. Il dolore è lacerante e, ancor oggi, ogni notte questa sofferenza alimenta i miei incubi, e so che è lo stesso per te. Se solo avessimo un figlio, forse questo strazio potrebbe cessare, ma non è così. Io e te, però, siamo qui, insieme, uniti più che mai. Forse abbiamo perso la battaglia più ardua della nostra vita, ma la guerra è lunga e non importa se vinceremo. Nulla può dividerci. Se non facciamo qualcosa per noi due, rischiamo che questo mostro che ci perseguita da anni ci trascini nel baratro. Ti amo troppo per lasciare che ciò accada. Dimmi di sì, un’altra volta, come quel sabato mattina di maggio di tanti anni fa, quando un prete ci disse che eravamo uniti in matrimonio, che in salute e in malattia, nel bene e nel male, saremmo stati legati per sempre. Abbiamo promesso di prenderci cura l’uno dell’altro: facciamolo ora, adesso.»
Come avrei potuto dirgli di no dopo quella dichiarazione d’amore?
Contro ogni mia volontà, la voce pronunciò un timido «Sì».
La partenza era prevista per le ventidue. «Che orario assurdo» commentai. Ovviamente pensò lui a tutto: preparai qualcosa per me, ma Leonardo aveva già comprato tutto l’occorrente indicato nel dépliant. Parlò col personale per prenotare il corso di sopravvivenza e si fece ripetere cosa servisse. Mentre lo ascoltavo, brividi di terrore percorsero la mia schiena.
Partimmo.
Corso di sopravvivenza. Quale nome migliore per descrivere quell’esperienza? Fu davvero un miracolo essere usciti indenni da quel massacro. Zanzare e insetti di ogni genere ci diedero il tormento per tutto il tempo, a nulla erano serviti gli spray e i rimedi degli esperti.
Ovviamente il meteo non fu clemente, piovve durante tutta la giornata del sabato, con tutte le conseguenze del caso, ma la domenica mattina, alle prime luci dell’alba, le guide insistettero per avventurarsi nella boscaglia. Loro erano infervorate per quella condizione, un bel brivido da scrivere negli annali del corso; per me e per gli altri sventurati partecipanti non lo fu sicuramente. Cercammo di farli ragionare, volevamo tornare indietro, ma quelli non mollavano, sembravano i figli di Indiana Jones, solo che qui non c’era un tesoro da scoprire, ma solo la pelle, la nostra, da salvare.
Con noi vissero quell’atroce esperienza anche altre tre coppie di disperati, sì, perché bisognava davvero essere disperati per accettare di fare una cosa del genere, pagando la modica cifra di mille e cinquecento euro nel vano tentativo di uccidersi, perché si trattava di questo, un suicido in piena regola, diversamente dichiarato. Avrei voluto trucidare mio marito con le mie stesse mani quando riuscii a fargli confessare il costo pagato per vivere quell’incubo. Alberi e piante erano in ogni dove, ovunque mi girassi vedevo solo quella che mi sembrò essere la Foresta del Bengala, animali compresi.
«Amore, sono solo un po’ di alberelli.»
Lo fulminai con uno sguardo infuocato. Una delle guide ci tenne a elencare i nomi delle piante che ci circondavano, eccitato ed euforico. Ci credo che lo fosse, con i miei mille e cinquecento euro in tasca. Era un ragazzo giovane, figlio dell’organizzatore di quel bizzarro corso, raccontò di altri persone che come noi avevano vissuto la stessa esperienza; mi chiesi che fine avessero fatto e se fossero riusciti a tornare a casa sani e salvi. Era domenica, presto quel supplizio sarebbe terminato, questo pensiero mi aiutò a superare le ore successive.
Quando finalmente tornammo in città, in mezzo alla civiltà, e vidi l’uscio di casa, non mi sembrò vero. “Un miraggio nella savana!” pensai.
«Casa dolce casa» fu l’unica cosa che riuscii a dire. Eravamo distrutti e lasciammo tutto in disordine, le valigie ancora chiuse abbandonate a se stesse appena superata l’entrata dell’appartamento. Avevamo bisogno di riposare e di dormire per almeno dieci ore filate.
La mattina seguente suonò la sveglia. Ancora intontita, sentii il richiamo dell’ufficio con tutti gli impegni di una intensa mattinata di lavoro ma l’unica cosa che desideravo in quel momento fu la colazione. Dovevo alzarmi e scendere in cucina, avevo bisogno di cibo.
Erano le sei e trenta del mattino: ancora devastata e provata dal nostro avventuroso week end, mi ripromisi di oppormi con forza alla prossima idea geniale di mio marito. Nessuna dichiarazione d’amore mi avrebbe riportato in un inferno simile. Avevo prurito in tutto il corpo, mi grattavo a sangue, punture d’insetto ovunque, per non parlare degli effetti della pioggia che ci aveva completamente inzuppati.
I miei bellissimi capelli erano ridotti in uno stato pietoso, la pelle, graffi e bolle ovunque. Mi gettai sotto la doccia nel vano tentativo di cancellare...