Il patto con il diavolo
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Il patto con il diavolo

Come abbiamo consegnato il Medio Oriente al fondamentalismo e all'Isis

  1. 208 pagine
  2. Italian
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Il patto con il diavolo

Come abbiamo consegnato il Medio Oriente al fondamentalismo e all'Isis

Informazioni su questo libro

Sono ormai venticinque anni che i Paesi occidentali vivono il dramma del terrorismo islamico, ma nonostante guerre, alleanze sancite e instaurazione di regimi "amici", la situazione resta incandescente. Ma è davvero impossibile fermare gli islamisti? E per quale motivo i popoli del Medio Oriente ci appaiono irriducibilmente ostili, anche quando ci presentiamo con le migliori intenzioni? Nella prima inchiesta che ha il coraggio di affrontare a fondo le responsabilità dell'Occidente, Fulvio Scaglione - che ha vissuto da inviato tutti i conflitti che hanno generato l'attuale crisi mediorientale, dalla Cecenia all'Afghanistan fino all'Iraq - racconta i clamorosi errori di valutazione, gli affari non sempre limpidi, le alleanze sbagliate o tradite, e mette a nudo ciò che potevamo fare e che invece non abbiamo fatto contro il terrorismo islamico. Dalle fratture ereditate dalle politiche coloniali ai danni causati con la rovinosa "guerra al terrore", dalla visione superficiale e sbagliata sull'Isis e la sua organizzazione all'unione tossica di politica e interessi che ha determinato le strategie in Medio Oriente, Scaglione passa in rassegna la lunga lista di disastri in cui ci siamo impantanati. E mette in discussione le basi su cui abbiamo fondato le nostre scelte, a partire dall'illusione di poter "esportare la democrazia" e imporre in ambiente islamico usi e costumi occidentali: perché, al di là della propaganda e della retorica, "i tentativi di travasare i riti della nostra democrazia parlamentare hanno sempre prodotto dei mostri politici". Un'indagine lucida e coraggiosa che mostra come, e perché, l'Occidente ha lasciato che accadesse il peggio, un'inchiesta senza sconti che pone tutti noi davanti alla domanda più scomoda: vogliamo davvero eliminare l'Isis?

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2016
Print ISBN
9788817088282
eBook ISBN
9788858684849
Argomento
Storia

1

Vizio, disordine e malattie

Il Medio Oriente somiglia a un personaggio di Pirandello: è uno, nessuno e centomila. A che cosa pensiamo, infatti, quando diciamo Medio Oriente? Alle terre dove si parla l’arabo, anche se poi nella regione un terzo della popolazione parla altro, il turco e il farsi? O a quelle dove vivono i musulmani? O a tutto ciò che sta, grosso modo, tra l’India e l’Oceano Atlantico? Ammettiamolo: quando diciamo Medio Oriente sappiamo solo a spanne che cosa intendiamo, o che cosa potrebbe intendere chi ci ascolta. Ma non facciamocene una colpa, la ragione è semplice: il Medio Oriente in natura non esiste, è un’invenzione.
Il primo in assoluto ad aver usato il termine Medio Oriente pare sia stato l’ammiraglio Alfred Thayer Mahan (1840-1914), grande teorico della dottrina navale americana, che lo impiegò in un articolo scritto nel 1902 per il rotocalco inglese «National Review».1 L’articolo invitava gli inglesi a rafforzare il presidio militare del Golfo Persico per mettere al riparo l’India, colonia britannica, da un’eventuale avanzata dei russi. «Il Medio Oriente, se posso introdurre un termine finora mai usato» scriveva Thayer, «un giorno avrà bisogno della sua Malta, come della sua Gibilterra.» Erano gli anni del Great Game, la partita tra Regno Unito e Impero Russo per il controllo dell’Asia centrale, e nella visione di Mahan Medio Oriente voleva dire tutto ciò che si trovava tra la Penisola Arabica e l’India.
Il debutto ufficiale del termine Medio Oriente sullo scenario della grande politica internazionale avvenne invece nel 1957, nella fase di turbolenza seguita alla crisi di Suez (1956). Il 5 gennaio 1957, il presidente americano Dwight Eisenhower inviò al Congresso un messaggio per annunciare la propria «dottrina» e chiedere ai parlamentari di autorizzare un vasto programma di aiuti economici e militari ai Paesi della regione che l’avessero richiesto, oltre a prevedere l’impiego «delle forze armate degli Stati Uniti per rendere sicure e proteggere l’integrità territoriale e l’indipendenza politica delle nazioni che avessero richiesto tale aiuto, contro l’aggressione armata di qualunque nazione controllata dal Comunismo Internazionale» [le lettere maiuscole sono nell’originale].2 Il suo segretario di Stato John Foster Dulles spiegò quindi che il Medio Oriente era «l’area che si estende e include la Libia a ovest, il Pakistan a est, Siria e Iraq a nord e la Penisola Arabica a sud, più il Sudan e l’Etiopia».
E noi, quando usiamo o leggiamo o ascoltiamo la dizione Medio Oriente pensiamo all’Etiopia e al Pakistan? Davvero immaginiamo il Sudan e l’Afghanistan? Noi magari no, ma altri sì. La National Geographic Society, una delle più grandi istituzioni scientifiche al mondo, fondata a Washington nel 1888, avverte che come Medio Oriente dovremmo intendere solo l’insieme formato dai Paesi della Penisola Arabica più Cipro, Egitto, Iraq, Iran, Israele, Giordania, Libano, Palestina e Turchia. Mentre i funzionari del governo di George Bush junior nel 2004, durante i lavori di preparazione del G8 svoltosi a Sea Island, disegnarono un Grande Medio Oriente che cominciava a ovest col Marocco e arrivava a comprendere Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, fermandosi cioè soltanto davanti alla Cina.
Tutto questo, come si diceva, perché in natura il Medio Oriente non esiste. È un’invenzione. Per dirla tutta: un’invenzione dell’Occidente.
L’anno di questo parto forzoso è il 1915, quando Sir Mark Sykes, sesto baronetto di Sledemere (in quanto tale, erede di una tenuta di centoventi chilometri quadrati nello Yorkshire), illustrò la propria idea per la sistemazione di territori in quel momento ancora facenti parte dell’Impero Ottomano. La platea era d’eccezione: ad ascoltarlo c’erano il primo ministro Herbert Henry Asquith, il ministro delle Munizioni David Lloyd George, il ministro della Guerra Horatio Herbert Kitchener e il primo Lord dell’Ammiragliato Arthur James Balfour. Gli uomini, cioè, che decidevano la strategia britannica nel pieno della Prima guerra mondiale. I politici che, presentendo la fine dell’Impero Ottomano schierato con le potenze dell’Europa centrale, stavano vagliando le diverse ipotesi di espansione nello spazio che il tracollo del sultano avrebbe offerto ai vincitori.
Resta ancora un mistero come avesse fatto il giovane Sykes, che aveva allora trentasei anni e sarebbe morto a Parigi nel 1919 dopo aver contratto la spagnola, a conquistarsi tanto credito presso i vertici del governo. Le nobili origini l’avevano aiutato ma certo non gli faceva difetto una spiccata brillantezza d’ingegno. Aveva studiato dai gesuiti senza conseguire alcun titolo, ma a venticinque anni aveva già pubblicato quattro libri.3 Aveva servito nell’esercito durante la guerra boera senza vedere il fronte ma si era comunque fatto notare da Lord Kitchener, che in quella guerra era capo di Stato maggiore. Più tardi, e non senza qualche fatica, era riuscito a entrare in Parlamento e, come primo segretario del segretario per l’Irlanda George Wyndham, aveva stretto rapporti con l’allora primo ministro Balfour.
L’Impero Ottomano nel 1914, alla vigilia della Prima guerra mondiale.
L’Impero Ottomano nel 1914, alla vigilia della Prima guerra mondiale.
Da nobile e ricco rampollo, Sykes aveva viaggiato molto nell’Impero Ottomano: prima con il padre, che l’aveva iniziato a quelle sortite esotiche portandolo con sé quando aveva solo sette anni, e poi da solo. Una passione di famiglia che spinse i due a far persino costruire nella casa avita di Sledemere una «stanza turca» decorata da ceramisti fatti venire dall’Armenia. Era un tipo vivace, il giovane Sykes, un talento disordinato che amava esprimersi nei modi più diversi: anche disegnando bandiere, per esempio quella che con qualche piccola variazione è poi diventata il vessillo di Stati come Giordania, Egitto, Iraq, Kuwait, Libia, Sudan, Siria, Emirati Arabi Uniti e Yemen, oltre che lo stendardo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina.
Le cronache raccontano che restò sempre un viaggiatore snob, curioso ma pretenzioso, accompagnato da una irrinunciabile schiera di facchini, domestici e guide. Non certo un esploratore. Una sua collega del servizio coloniale britannico, Gertrude Bell, che aveva incontrato lui e il suo corteo a Gerusalemme, scrisse di aver dovuto cambiare itinerario per non incorrere nel raddoppio del prezzo di cavalli e guide provocato dalla sbadata prodigalità del baronetto.
In The Caliphs’ Last Heritage, il suo libro più famoso uscito nel 1915, Sykes racconta l’Impero Ottomano come un corpo incancrenito e condannato. Gli scenari che offre al lettore, da Aleppo a Mosul, hanno sempre come sfondo «mercati con canali di scolo pieni fino alla caviglia di budella e frattaglie putrescenti», «edifici in rovina», «corruzione, vizio, disordine e malattie». Persino la costruzione di una moderna rete ferroviaria, che gli ottomani avevano intrapreso con l’aiuto dei tedeschi e che di lì a poco sarebbe diventata la spina dorsale della resistenza delle truppe imperiali, è letta in questa chiave: i binari, per come la vede lui, non fanno altro che portare «nuovi vizi» sotto forma di «alcol, immagini sconce e pornografia». Un quadro deformato e alquanto sommario, ma assai bene accetto dai governi europei ansiosi di allargarsi in quelle terre. Non era difficile, per una generazione di politici cresciuti e arrivati al potere in piena epoca coloniale, convincersi che anche da quelle parti popolazioni umiliate e offese non aspettassero altro che ricevere in dono un po’ di civiltà europea.
In realtà Sykes era uno dei pochissimi che a Londra potevano vantare una qualunque esperienza di prima mano dell’Impero Ottomano. Il che, vista la crescente importanza della questione mediorientale agli occhi del governo di Sua Maestà, bastò a proiettarlo nella commissione istituita dal primo ministro Herbert Henry Asquith proprio per progettare le future mosse inglesi. Commissione in cui Sykes figurava come rappresentante personale di uno dei membri più autorevoli del governo, Lord Kitchener, il che gli permise di esercitare un’influenza senz’altro superiore alle sue reali esperienze e conoscenze.
In quella veste, dunque, Mark Sykes lanciò ad Asquith e agli altri ministri un’idea che sembrava risolvere il problema specifico e allo stesso tempo andava incontro alla più generale necessità di trovare un accordo con la Francia, il principale alleato dei britannici nella Triplice Intesa in guerra con gli imperi centrali. «Bisognerebbe» disse Sykes, «tirare una linea diritta dalla seconda k di Akko [San Giovanni d’Acri, oggi Israele] alla seconda k di Kirkuk [oggi Iraq].»
Il progetto di spartizione era più o meno consciamente ispirato, però, ad alcuni precedenti. Il più vicino nel tempo era l’Entente cordiale, accordo stipulato a Londra nel 1904 dopo che la Gran Bretagna, per scoraggiare un tentativo francese di piantare la bandiera sulle sorgenti del Nilo, aveva mobilitato l’esercito (il corpo di spedizione africano era guidato da Kitchener) e la flotta. Dopo qualche tensione, le due potenze avevano risolto la questione con la reciproca assegnazione di patenti coloniali: alla Francia il controllo del Marocco, alla Gran Bretagna l’Egitto e il Sudan. Prima ancora, nel 1884, c’era stata la Conferenza di Berlino, convocata dal cancelliere Von Bismarck per mettere ordine nelle ambizioni dei diversi Paesi (Gran Bretagna, Francia, Germania, Portogallo, Paesi Bassi, Belgio, Spagna e Stati Uniti) che miravano a imporre la propria sovranità su questa o quell’area dell’Africa.
In gioco c’erano ora i vasti territori che presto sarebbero stati sottratti al controllo ottomano. Al tavolo delle trattative Sykes avrebbe incontrato l’uomo destinato a entrare a braccetto con lui nei libri di storia: François Georges-Picot, un avvocato diventato diplomatico di carriera, prozio di quel Valéry Giscard d’Estaing che dal 1974 al 1981 sarebbe stato presidente della Francia.
Sykes e Picot, anime politicamente gemelle, educate a considerare il colonialismo non solo un’esigenza per la competitività dei rispettivi Paesi ma anche un veicolo di progresso per le popolazioni locali, non avrebbero potuto essere più diversi. Arruffato e intuitivo ma con un fondo amatoriale l’inglese, rigido e grigio ma professionale il francese. Georges-Picot era stato console a Beirut prima della guerra, aveva visto la città farsi florida grazie all’espandersi delle attività commerciali, ed era entrato in contatto con i gruppi di pressione arabi che cominciavano a immaginare la costituzione di uno Stato panarabo. Gli stessi gruppi che – non a caso proprio a Parigi nel 1913 – avevano tenuto un embrione di congresso in cui si era accanitamente discusso dei modi per garantire agli arabi almeno una maggiore autonomia all’interno dell’Impero Ottomano. Si ritrovarono in tutto venticinque delegati, quasi tutti siriani e libanesi, più alcuni osservatori del movimento sionista. Le idee non erano chiarissime, come dimostrarono le prese di posizione di Naoum Mokarzel, uno dei personaggi di spicco del congresso. Libanese, scrittore e editore, Mokarzel disse che «la rivoluzione araba dev’essere letteraria e riformista», aggiungendo però che «i sistemi politici delle nazioni libere sono stati costruiti dal sangue dei martiri e non dall’inchiostro da stampa». Facile per lui, che viveva negli Stati Uniti. Insomma, il congresso finì con una gran quantità di litigate.
Anche Picot veniva da ambienti in cui era convinzione comune che l’azione civilizzatrice di un grande Paese europeo non potesse che arrecare vantaggi alle popolazioni dell’Asia e dell’Africa. Suo padre, Georges Picot, era stato tra i fondatori del Comité de l’Afrique Française, costituito all’epoca della Conferenza di Berlino per difendere l’interesse francese in Africa. E lui stesso, insieme con il fratello Charles, militava nel Comité de l’Asie Française, analoga lobby nazionalista e colonialista che godeva di una certa influenza tra gli organi di informazione, in Parlamento e negli ambienti del ministero degli Esteri. Fu questa lobby a solleticare l’opinione pubblica orientandola favorevolmente sull’opportunità di una presenza francese in Medio Oriente, e senza risparmio di argomenti: si fece appello all’interesse economico degli industriali francesi e al patrocinio delle scuole cattoliche, alla leadership francese durante le crociate e al mito della Siria e del Libano come «Francia del Levante». Quest’ultima era una trovata retorica del deputato Pierre-Étienne Flandin, più tardi anche primo ministro e ministro degli Esteri ma in quel momento leader di un altro gruppo di pressione, il Mouvement pour la Syrie Française, e come tale autore di un rapporto, molto dibattuto all’epoca, che rivendicava su basi «storiche» il diritto della Francia su quella parte di mondo.
La campagna di sensibilizzazione funzionò, e la mobilitazione che ne nacque fornì ai lobbisti del Comité la leva giusta con cui agire sul governo affinché il compito di trattare con gli inglesi venisse affidato a uno dei loro. Alla fine, fu proprio Picot a essere inviato a Londra, prima come consigliere d’ambasciata e poi come responsabile dei colloqui sulla futura sistemazione dei territori da sottrarre all’Impero Ottomano. Il tutto a scapito di una classe più stagionata di diplomatici, tra i quali l’ambasciatore francese in Gran Bretagna, Pierre-Paul Cambon, che era stato in precedenza ambasciatore a Costantinopoli e attribuiva poca o nessuna importanza a un eventuale dominio francese sul Libano o sulla Siria. Agli occhi di Cambon quella parte di mondo era solo «il rifugio di un branco di ladri e banditi».
Narrano i resoconti dell’epoca che il primo round di trattative vide il solo Picot sul lato francese del tavolo, mentre su quello inglese sedevano sette funzionari di tre diversi ministeri. Poi toccò a Sykes, al suo primo e a ben vedere unico vero incarico diplomatico, passare le giornate all’ambasciata francese e le serate nell’ufficio del tenente-colonnello Oswald Fitzgerald, attendente, portavoce e alter ego di Kitchener, per riferire l’andamento della trattativa.
Gli incontri durarono dal 23 novembre 1915 al 3 gennaio 1916, quando fu raggiunto il consenso su quello che sarebbe passato alla storia come l’accordo Sykes-Picot, firmato il 16 maggio di quell’anno. A costituirne l’ossatura fu la formula programmatica «tirare una linea diritta dalla seconda k di Akko alla seconda k di Kirkuk» ideata da Sykes. A nord di quella linea c’era la zona «blu» destinata alla Francia, che si estendeva su Libano, Siria, la parte nord dell’Iraq e quella meridionale della Turchia. A sud della linea c’era invece la zona «rossa» destinata alla Gran Bretagna, che si estendeva sulla Giordania e su gran parte dell’Iraq. Quel che restava fuori al di sotto della zona «rossa» avrebbe dovuto essere spartito tra staterelli arabi ancora da inventare ma destinati ad affidare a funzionari e ufficiali europei i ruoli cruciali dell’amministrazione e delle forze armate e a essere più o meno direttamente gestiti da Francia o Gran Bretagna. Da quale delle due si sarebbe deciso in seguito, dato che l’accordo non diceva dove, quando, come e perché quegli Stati sarebbero nati. A ovest restava la Palestina, che sarebbe stata soggetta a un’amministrazione internazionale, anche questa da inventare, con l’eccezione delle città portuali di Akko e Haifa, assegnate agli inglesi per accontentare la loro richiesta di avere uno sbocco sul Mediterraneo.
L’idea della «linea diritta», in sé bizzarra e poco praticabile (come tutti avrebbero presto scoperto), aveva però il pregio di stabilire un principio d’ordine nella più totale confusione d’idee che negli ambienti politici dei due Paesi regnava a proposito delle realtà interne all’Impero Ottomano. Pochissimi uomini del personale politico francese e inglese sapevano davvero di che cosa stavano parlando. Gli stessi Sykes e Picot, che in virtù delle loro esperienze personali potevano comunque far la figura degli esperti, erano carichi di sufficienza e pregiudizi nei confronti delle genti di cui andavano decidendo le sorti. «L’indipendenza per loro [gli arabi] vorrebbe dire solo povertà e caos», «Persino gli ebrei hanno lati positivi mentre gli armeni non ne hanno nessuno», «I beduini sono animali», «Gli arabi di città sono viziosi fin dove gli è permesso dalla loro debole costituzione fisica»: ecco un campionario del pensiero reale di Sir Mark Sykes secondo testimoni e cronisti dell’epoca. Monsieur Picot, da parte sua, proprio mentre sottoscriveva patti che prevedevano l’eventuale nascita di Stati arabi, continuava a essere convinto che «non puoi trasformare un gruppo di tribù in un popolo».
La ripartizione del Medio Oriente secondo l’accordo Sykes-Picot firmato nel 1916.
La ripartizione del Medio Oriente secondo l’accordo Sykes-Picot firmato nel 1916.
A questa distorsione di sguardo andava ad aggiungersi la confusione strategica che regnava nelle cancellerie. In Gran Bretagna come in Francia, per esempio, resisteva un «partito turco» che cercava comunque di farsi valere. Per tutto l’Ottocento la politica inglese era rimasta fedele al dogma di aiutare l’Impero Ottomano a difendere la propria integrità territoriale dalle ambizioni dell’Impero Russo e dai suoi tentativi di allargarsi sui mari caldi. Per questo gli inglesi avevano duramente combattuto a fianco degli ottomani durante la guerra di Crimea (1853-1856), all’epoca non a caso chiamata guerra d’Oriente. La crisi era cominciata con lo scontro tra la cattolica Francia di Luigi Napoleone e l’ortodossa Russia di Nicola I per il controllo dei Luoghi santi di Gerusalemme e della Palestina che facevano parte dell’Impero Ottomano. Quando il sultano decise di accontentare la Francia, la Russia diede il via a una serie di «provocazioni» che a malapena nascondevano l’ambizione di espandere l’impero a spese dei domini ottomani. Alla Gran Bretagna della disputa sui Luoghi santi non importava nulla, mentre molto le importava dei successi che la Russia avrebbe potuto ottenere, e di un suo eventuale avvicinamento al Mediterraneo.
Vent’anni dopo, durante il conflitto russo-turco (1877-1878) seguito alla sollevazione degli slavi crist...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione ~ I confini dell’Isis
  4. 1. Vizio, disordine e malattie
  5. 2. Jihad! Jihad!
  6. 3. Il fucile di Hussein, le mani di Wilson
  7. 4. Il patto con il diavolo
  8. 5. Ma il diavolo vince sempre
  9. 6. Più arabi degli arabi
  10. 7. Giù le mani
  11. 8. Il pericolo della democrazia
  12. Indice