Il rumore delle perle di legno
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Il rumore delle perle di legno

  1. 192 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Il rumore delle perle di legno

Informazioni su questo libro

Un periodo cruciale per l'Italia tutta, la guerra, la sua fine, gli anni Cinquanta e Sessanta. Antonia Arslan racconta della casa di Padova dove per la prima volta ha ascoltato il nonno Yerwant raccontare le storie vitali e poi tragiche dei suoi fratelli armeni. Lì ha vissuto gli anni della guerra, con le bombe dell'aereo Pippo e i tedeschi in città, momenti drammatici, aneddoti talvolta divertenti, avventure di vita condivise sempre con la madre Vittoria, bizzarra e bellissima, che una volta infilò un maialino sotto il cappotto, fingendosi incinta, per nasconderlo ai nazisti, e con il nonno, che la tenne con sé a chiacchierare al buio durante l'ultimo bombardamento nel 1945. Dopo La masseria delle allodole e La strada di Smirne, Antonia Arslan aggiunge un nuovo tassello alla sua saga armena con un viaggio personale e contemporaneamente universale nella memoria della nostra storia recente.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2016
Print ISBN
9788817087124
eBook ISBN
9788858684542

Le luci del ’45

«Claclo-me» disse Gianni con un ampio sorriso sdentato (ma allora si chiamava ancora Giancarlo). Claclo suonava bene, mi pareva, ed era proprio il nome adatto a lui, che aveva una piccola testa rotonda coi capelli come piumette, e un visetto placido, quasi attonito, con degli occhi grandi, castani, sempre vaghi, come persi nell’infinito.
Eravamo sull’argine del canale, alle chiuse del Dolo. Portavamo, tutti e tre, i calzettoni belli: rossi, di lana grossa che pungeva molto, ed era una storia infinita ogni volta che ce li dovevano infilare. Ma la forte Teresa, la nostra bambinaia, era bravissima: ci prendeva in braccio tutti e tre, ci portava in giro per la stanza ballando, e ce li metteva in un battibaleno. Poi rotolavamo a terra tutti insieme, e spesso le si alzavano le gonne dal gran ridere. Si stava molto caldi, con lei.
Claclo: ieri sera l’ho guardato, il mio Gianni, seduto davanti a me mentre ascoltavamo un concerto. Ancora i suoi capelli sono come piumette, però solo una coroncina attorno al cranio ben rasato; e ho guardato la sua bella testa rotonda di profilo, e il naso ben disegnato, e improvvisamente siamo tornati indietro, oh quanto tempo fa, al febbraio del ’45.
Alle chiuse del Dolo. Il giorno prima, la nostra mamma Vittoria aveva detto, rivolgendosi a nonno Yerwant, il patriarca, che stava a capotavola come sempre: «Papà, non le pare che bisogna fare una fotografia ai bambini? Anche se siamo ancora in guerra, poi loro cresceranno, e cambieranno anche troppo in fretta. Chiamiamo il signor Lorenzo, il fotografo di Mira, che ne dice, oppure sentiamo quello bravo di Padova?».
Il nonno si era preso il suo tempo, come sempre. Adorava sentirsi interpellare dalla bella nuora romana, vigorosa e spavalda, brava in tutti gli sport, con le mani d’oro, e poi farla aspettare un poco; e lei adorava mostrargli rispettosa considerazione e cortesi maniere, fargli vedere di essere una ragazza moderna, ma anche una vera signora, consapevole di dovere a lui molte cose.
Lui l’ammirava incondizionatamente, da vero gentiluomo orientale, e la trattava con elaborata cortesia. Lei era alta, bella, capricciosa; e tutta italiana. Riceveva l’omaggio del capo di casa con allegria e gentilezza, e si chinava confidente a parlargli in francese, fiera dei suoi due anni di collegio, quindicenne, presso le Petites Sœurs des Oiseaux in Inghilterra, dove aveva imparato perfettamente l’inglese e il francese.
Proveniva da un buon ceppo robusto di agricoltori del Basso Polesine, aveva trenta cugini primi e una sterminata schiera di parenti dall’appetito gagliardo, altri parenti nelle Valli Veronesi, a Valeggio sul Mincio e a Giacciano con Baruchella, paesi dai nomi gloriosi che sgranocchiava come cioccolatini; gustava il buon vino e gli uccellini allo spiedo, e soprattutto, soprattutto non era macchiata dell’antica colpa: neanche una goccia di sangue armeno le scorreva nelle vene. Non era (come lui) colpevole per il solo fatto di esistere – e di essere sopravvissuto; non doveva fare i conti con quella voragine profondissima che nessuna gentilezza veneta era mai riuscita a sanare.
Fu il nonno in persona ad andare a chiamare il signor Lorenzo a Mira, in calesse, perché le comunicazioni col capoluogo non erano sicure. E così, in quello splendido pomeriggio d’inverno, noi tre bambini fummo vestiti a dovere e portati alle chiuse, con Teresa e la mamma. Avevamo degli stretti golf a quadretti, fatti di lana recuperata di tutti i colori, e le guance rosse dal freddo. Il sole era basso sull’orizzonte, e una foschia lieve stagnava sopra il canale. La luce scintillava sulla neve.
Ci misero in fila in ordine di altezza. Io ero ancora la più alta, e ci tenevamo per mano. Fu in quel preciso momento che Gianni parlò per la prima volta, e chiamò se stesso Claclo-me. Poi si guardò intorno soddisfatto, e sorrise, felice; si svincolò improvvisamente da Paola e si mise a correre verso la chiusa. Correva come corre un bambino piccolo, sbandando da una parte e dall’altra, e faceva piccoli gridi sussultanti con le braccine allargate. Il sole morente gli faceva intorno alla testa un’aureola intensa, lattiginosa, di piumette e barbagli.
Il fotografo trafficava con la sua macchinetta, concentrato. Aveva scattato alcune pose, e stava preparando un nuovo rullino. Mamma Vittoria guardava assorta verso il canale, forse pensava a dove andare quel giorno a cercare le uova, che era il suo compito quotidiano, perché le uova sono affare di donne, e lei conosceva tutte le contadine della riviera del Brenta, da Stra fino alla Malcontenta, e faceva affari con tutte.
Ma Gianni correva verso il canale, attratto dall’acqua. E fu Teresa che lo prese al volo, gettandosi a corpo morto sui larghi lastroni di pietra della riva, e lo afferrò per le gambette corte e robuste, facendo leva sui ruvidi calzettoni rossi. Finirono per terra in un groviglio di grida, mentre lui gorgheggiava urletti deliziati, eccitatissimo.
Per consolarci, fummo portati al Bar Commercio come eroi, e ci diedero un surrogato di cioccolata, buonissimo, mi parve. E fu così che la seduta fotografica si interruppe per sempre: ma ogni tanto mi capita di ricordare quel freddo intenso, e la neve che scintillava, intatta, intorno alle chiuse, e i calzettoni rossi, e la felicità del rosso e del bianco, del nero dell’acqua che aspettava sotto, fredda, quieta e invitante, e infine del marrone intenso della cioccolata, così calda che sulla superficie affioravano dense bolle.
C’erano tante persone, in giro per la vecchia casa del Dolo, quell’anno. Tutti sentivano che la guerra stava per finire; e tutti ormai sapevano che alla fine gli Alleati avrebbero vinto. Ma quanto distava questa fine? «L’animale ferito è il più pericoloso» sentenziava, poco originale, zio Francesco Marchiori, che arrivava in villa al Dolo ogni qualche giorno, alto robusto e bello, con le tasche piene di castagne secche e carrube, reduce dalle sue inesauribili avventure amorose, facili e frequenti in quell’epoca di confusione, che gli davano l’impressione di partecipare a una straordinaria, eccitante avventura. Noi lo stavamo a sentire incantati.
Zio Francesco di solito abitava con sua madre, zia Teresa. Ma in quell’ultimo inverno di guerra stava quasi sempre da noi, perché andava molto d’accordo con sua cugina, nostra madre. Entrambi mordevano il freno, lui con l’austera Teresa, lei con Khayël, nostro padre, che l’amava sì fin troppo, ma anche – un poco – la considerava con indulgente superiorità. In fondo, aveva dieci anni più di lei, ed era un po’ più basso. In quell’atmosfera irreale di fine di civiltà, di racconti terribili, di ascolto notturno di Radio Londra, di vendette e di rappresaglie, si sentivano giovani e pieni di energia.
Ogni notte si aspettavano i bombardieri. Il loro rombo pesante si cominciava a sentire da lontano, ma noi al Dolo non avevamo la contraerea, per quanto tutti dicessero che era poco efficace, né altre difese. Dovevamo soltanto aspettare. Alla sera, prima arrivava Pippo, l’aereo solitario che faceva le ricognizioni e sganciava un paio di bombe, apparentemente a casaccio, qua e là, e faceva impazzire di ansia gli adulti, che non sapevano mai se annunciava un vero bombardamento o se – quella sera – faceva soltanto un giro. Poi seguivano gli stormi di fortezze volanti, dal suono rombante, buio e compatto.
Dissi, una volta: «Ma Pippo non è cattivo. Sgancia una bomba o due per sera, e manda giù anche le cartine luccicanti». Mi sgridarono molto, per questo. «Fa morire gente che non se l’aspetta» disse severamente papà. «Come fai ad essere così senza cuore?» Ma io pensavo che invece tutti lo aspettavamo con ansia, ogni sera, e sapevamo benissimo che arrivava, tanto è vero che l’indomani non si parlava d’altro; e che comunque una bomba sola non uccideva che poca gente, mentre nei grandi bombardamenti che ci avevano fatto scappare dalla città moriva un sacco di persone. E poi, dopo che Pippo se n’era andato, se non faceva ancora buio del tutto, noi correvamo fuori, e per terra era pieno di quei fogliettini rettangolari di alluminio luccicante che Pippo lanciava dopo la sua bomba quotidiana, e nessuno sapeva a cosa servissero. Ma a noi parevano bellissimi e li mettevamo via con passione. Erano la nostra moneta di scambio.
Zio Francesco e la mamma inventavano mille pericolose avventure, e avevano lo stesso gusto perverso di farne successivamente il racconto al marito e cugino, così probo e morigerato e prudente, nonché – di nascosto – a noi bambini, avidissimi di storie terrificanti. Qualche volta però le vivevano davvero, lui con le sue ragazze, scambiando e trafficando notizie, e lei col suo inesausto scorrazzare per le campagne, lei che parlava con tutti nel suo strambo gergo veneto-romano, portando aiuti e ascoltando confidenze, specialmente riguardo ai tedeschi, ancora presenti in tutto il territorio, ma ormai privi di speranza, molti incattiviti, molti desiderosi soltanto di salvare la pelle.
Poi tornava a casa accaldata e felice, coi bei capelli arruffati, e sapeva di caldo e un poco di stalla, ma forniva a tutta la famiglia notizie fresche, spesso sorprendentemente più esatte di quelle che papà portava dalla città. Dislocazione e forza dei reparti tedeschi, carattere dei loro comandanti, dove stavano le SS, dove i soldati della Wehrmacht, chi di loro sognava solo di tornare a casa, chi invece voleva battersi fino in fondo e farla pagare cara agli italiani traditori. C’era di tutto, diceva Vittoria, anche fra loro; alcuni non erano vigliacchi e cattivi, ma tutti cominciavano a conoscere l’odore della sconfitta.
A febbraio capitò l’avventura del maialino. C’era fame, in giro, caffè e zucchero non si trovavano quasi più. La carne era scarsa e poco buona, e così Vittoria decise di mettersi in caccia per le campagne, e mi prese con sé. Quel po’ di cibo che c’era, spesso veniva imboscato, per far lievitare il prezzo a livelli proibitivi per la gente normale. Ma lei sapeva dove cercare, e alla fine scovò un mezzo maialino, se lo fece dare con mille contrattazioni, e se lo caricò in macchina tutta felice.
La sua macchina si chiamava Gelsomina, ed era piuttosto ammaccata, però funzionava ancora. Non era stata requisita perché papà era medico. La guidava Antonio l’autista, uomo notoriamente poco coraggioso e sempre pieno di mille paure. Così, quando improvvisamente sulla strada, un po’ più avanti, comparve una pattuglia tedesca che fermava tutte le automobili, Antonio cominciò a gemere, ben consapevole che venire sorpresi con roba di contrabbando, addirittura con mezzo maiale, poteva voler dire prigione e campo di lavoro in Germania.
«Ho moglie e figli, signora Vittoria» cominciò a piagnucolare (in realtà figli non ne aveva, ma al momento la frase gli venne bene). Lei lo fulminò dal sedile posteriore: «Continui a guidare con calma e lentamente» sibilò fra i denti, «e stia zitto, ci sono qua io. Si fermi quando glielo chiedono, e guardi fisso davanti a sé. Se apre bocca la uccido». Nessuno dubitava delle minacce della mamma, e in quel momento io l’ammirai molto. Mi pareva degna di uno degli eroi di quei giornalini a fumetti che il cugino Simone, quello grande con gli occhiali, mi aveva fatto vedere, spiegandomi le nuvolette (io non sapevo ancora leggere).
Antonio ubbidì, con le mani aggrappate al volante, poi si fermò di colpo davanti ai tedeschi. «Attento, Antonio» gridò la mamma dal sedile posteriore, «non vorrà che scodelli il bambino qui.» Si era cacciata il mezzo maialino sotto il cappotto, che si era macchiato abbondantemente di sangue, e subito dopo si sporse dal finestrino e disse imperiosamente al giovane ufficiale della Wehrmacht che si era affacciato all’interno della macchina: «Mi faccia proseguire, per favore. Non vede che sono sul punto di partorire? Sto andando all’ospedale, non vorrà mica assistermi lei!».
Il giovane tedesco la guardò allibito, e un velo passò nei suoi occhi, forse un ricordo lontano di madri e di spose, di cose della vita reale. Si passò una mano sul viso e disse, stancamente: «Proseguire, prego, signora. Vadi ospedale». E il maialino così duramente conquistato arrivò indenne nella nostra cucina.
La sera seguente, l’indomita Gigia lo rosolò intero, con l’aiuto di tutti, e ce lo mangiammo in gruppo fino all’ultima costicina. Per l’occasione vennero a festeggiare i contadini della cascina vicina, quelli che avevano il famoso vialetto di uva moscata. Ma quell’uva aveva un prezzo. Tutti i bambini, per il proprietario signor Alfredo, dovevano raccogliere le lumache, che poi venivano messe a purgarsi nella grande botte nell’angolo del cortile, alla quale era severamente proibito avvicinarsi. A me però una volta capitò, presa in braccio proprio da lui, che mi sollevò sopra la botte aperta, dove centinaia di lumache strisciavano disperatamente le une sulle altre, cercando di arrampicarsi sui bordi. Quello fu per me un incubo orrendo, che durò molto a lungo; ma non ebbi mai il coraggio di parlarne, perché la mamma ne era golosa, e le mangiava spesso e volentieri.
Teresa la bambinaia amava molto i soldati. «Sono così bisognosi di affetto, poverini» ci diceva sempre, «e io li consolo.» Questo a noi bambini pareva molto bello, e non capivamo perché non piacesse alla mamma. «Attenta, Teresa» le ripeteva sempre, «un giorno o l’altro ci resti di nuovo.» Dove doveva restare Teresa?, mi domandavo. A noi piaceva, e con noi doveva restare, non andar via. Ma in un triste giorno di marzo Teresa se ne andò davvero. Lei piangeva, la mamma piangeva, ma papà fu irremovibile, e ci spiegò confusamente che poteva ammalarsi, e contagiare noi bambini. «Ma se è sana come un pesce, guarda le sue guance rosse» ripeteva la mamma. Ma le guance della nostra amata Teresa erano rosse per la febbre, e questa volta papà aveva ragione: aveva preso la tubercolosi, e fu spedita lontano, in un sanatorio della Valsugana, da dove ci scriveva disperate lettere d’amore, e ci raccomandava di non dimenticare le sue canzoni.
«Piutosto che ’na bionda / me togo ’na Gilera, / la va in moto matina e sera / e la bionda invesse no» cantava a gola spiegata. Mai tubercolotica apparve meno tale di lei, la nostra dolce Teresa generosa e gentile, che tutti i soldati e tutti i bambini amavano appassionatamente. Aveva anche lei un figlio da qualche parte, affidato a sua mamma; ma il suo cuore tenero si era affezionato a noi tre, anche se calmava volentieri sul suo petto accogliente le nostalgie dei soldatini sperduti in quel terribile inverno di guerra.
Rimase con noi soltanto la Gigia, fiera dei suoi baffi grigi e dei suoi capelli lisci, annodati in una crocchietta stretta. Bugno Luigia di Noventa Padovana («mi no so miga de quei de Noventa Vicentina» era uno dei suoi intercalari preferiti, quando si arrabbiava) era la custode dei Lari domestici, e reggeva la casa con polso fermo. Era andata a servizio a dodici anni, ed era stata, diceva sempre con molto orgoglio, solo in due famiglie, prima dai Carraro, poi dagli Arslan. «Avete avuto fortuna, voi, che i Carraro si siano trasferiti a Milano. Da casa loro non me ne sarei mai andata via, altrimenti.» La bella Vittoria ascoltava preoccupata: «Ma con noi stai bene, vero, Gigia?» le chiedeva. «Non vorrai mica tornare dai Carraro? Milano è lontana, sai.»
Ma Gigia sapeva benissimo dov’era Milano, perché le piaceva viaggiare, anche se leggeva con fatica, e non sapeva scrivere che il suo nome, in grandi caratteri a stampatello. Parecchi anni dopo la fine della guerra cominciò infatti ad andarsene in giro per vedere il mondo, i grandi santuari, le cattedrali di Francia, e Loreto e Lourdes e Fatima. Diceva che la gente si capisce attraverso le sue chiese, e che in ogni chiesa d’Europa lei si trovava a suo agio. «So dov’è l’altare e il Santissimo, e tutto intorno riconosco i santi, nelle loro belle pitture. Che altro c’è da cercare?»
Per non perdersi, lei e le sue tre amiche del cuore avevano grandi spille di sicurezza, che usavano per agganciare insieme le loro sottane, in modo che nessuna potesse rimanere indietro da sola per le strade delle città straniere, in balia della confusione e dell’angoscia. Quando ce lo raccontò, tutta fiera della trovata, io rimasi però molto perplessa. Volevo chiederle come facevano a fare pipì se erano legate tutte insieme, e ne parlai con zia Henriette l’armena, con cui avevo più confidenza. Era un po’ gelosa della mamma, e di sicuro non gliel’avrebbe raccontato, perché lei mi avrebbe preso in giro spietatamente, come faceva sempre.
La zia non lo sapeva, e neanche lei osava chiedere, così rimanemmo entrambe all’oscuro. Ma io ci pensai a lungo. Gigia portava sempre sottanoni larghi di stoffa scura, pesante, a minuti fiori chiari, e io mi immaginavo le quattro amiche in un bagno di chissà quale luogo ignoto, tutte e quattro chiuse dentro insieme, pigiate nello spazio piccolissimo davanti al water, con un gran fruscio di movimenti per rispettare il turno.
Quando lei morì, tanti anni dopo, trovammo nella sua stanza a casa nostra, nel primo cassetto del comò, cinque buste bianche con sopra i nostri nomi, in una scrittura minuta, educata (forse quella di una delle sue amiche, che era maestra): e in ognuna c’era una banconota da centomila lire, che era un suo dono per noi, la sua er...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Copyright
  3. Dedica
  4. Prologo
  5. Le luci del ’45
  6. Dietro la tendina di perle di legno
  7. La morte dei nonni
  8. La casa nuova
  9. Raccontare e leggere
  10. Susin
  11. Tutto è preghiera
  12. Ringraziamenti
  13. Indice