CAPITOLO DICIANNOVE
I mesi passarono in fretta, l’uno dopo l’altro, Virginia si dedicò interamente allo studio e riuscì a sostenere un numero incredibile di esami, superandoli tutti col massimo dei voti. Era diventata, senza dubbio, la studentessa più brillante dell’intera facoltà, i docenti la conoscevano e la stimavano, alcuni di loro le avevano suggerito temi per la tesi finale, proponendosi di fatto come relatori, mentre altri pensavano già al dopo e avevano chiaramente espresso il desiderio di averla come assistente. Dal punto di vista dello studio, stava realizzando i suoi obiettivi, ma che avrebbe potuto dire dei sentimenti? Cercava di non soffermarsi troppo sui dettagli, per evitare di dover mentire a se stessa, ma i due unici eventi degni di nota, negli ultimi sei mesi, non deponevano poi così bene.
Aveva costantemente rifiutato le attenzioni e gli inviti di un giovane assistente della sua docente di Greco, non molto più anziano di lei e decisamente carino. Malgrado tutti i suoi tentativi di scoraggiarlo, il giovane non aveva occhi che per lei, aveva smesso di invitarla a uscire, ma era con ogni probabilità un cuore infranto. E questo la riportava ad Alessandro, almeno lui aveva recuperato alla grande.
Alla fine dell’inverno aveva scoperto, per caso, che si era fidanzato ufficialmente. Lo aveva appreso sfogliando una rivista di gossip mentre aspettava il suo turno dalla parrucchiera. Le foto della rivista lo ritraevano insieme a una ragazza bellissima, una stellina della TV, che lo guardava adorante, mentre lui sorrideva all’obiettivo e sembrava davvero felice. Era sinceramente contenta per lui e non provava alcun rimpianto, ma quando si rese conto che cercava un volto familiare, fra le persone sullo sfondo nelle foto, richiuse la rivista con stizza e, quando fu il suo turno, lasciò che la «stilista dei capelli» accorciasse i suoi molto più di quanto le avrebbe consentito prima di sfogliare quello stupido giornale.
Il tempo passava e a primavera inoltrata i capelli stavano già ricrescendo, gli esami erano quasi finiti e il rettore della facoltà la convocò nel suo studio, circostanza che le provocò una certa agitazione, perché era davvero insolita.
L’anziano rettore, un uomo arzillo e volitivo, l’accolse nel suo studio con un’aria allegra e soddisfatta e passò i primi minuti del loro incontro a elogiarla come fiore all’occhiello della facoltà, studentessa sulla quale l’ateneo puntava senza riserve, tanto da averla scelta per partecipare a un progetto nuovo ed esclusivo che prevedeva la collaborazione fra studenti dell’ultimo anno ed esperti esterni, autori più che riconosciuti nel settore degli studi umanistici e classici. Virginia non credeva alle proprie orecchie e si affrettò a ringraziare il rettore per avere scelto proprio lei. Naturalmente, era onorata e avrebbe dato il meglio di sé.
In realtà, nei corridoi della facoltà si vociferava già da tempo dell’evento che ne avrebbe decisamente movimentato la vita e, anche se non se ne conoscevano i particolari, c’era un gran fermento nell’attesa di saperne di più. Sarebbe stata lei, però, la prima fra gli studenti a esserne informata completamente.
Il progetto era strutturato per ripetersi ogni anno, per almeno un triennio, e lei sarebbe stata la protagonista dell’anno di sperimentazione, per così dire. Avrebbe avuto l’opportunità di scrivere a due mani con un autore affermato e veder pubblicata l’opera con anche il suo nome in copertina. Era davvero una grande occasione e fra gli studenti si erano sprecati i nomi di saggisti, storici e filologi, citati nei loro libri di testo, delle vere autorità in materia, che avrebbero potuto essere invitate a prendere parte al progetto.
Virginia era al settimo cielo, non avrebbe potuto sperare di meglio. Il rettore le sorrise soddisfatto: «Bene, mia cara, ero certo che l’avrebbe presa così, per questo mi sono permesso di rompere gli indugi e invitare il nostro autore questa mattina stessa. Alla mia età non si ha più molta voglia di aspettare» lanciò uno sguardo all’orologio da polso e aggiunse: «Anzi, credo che ormai sia già arrivato e ci attenda in biblioteca. Se vuole seguirmi andremo subito a incontrarlo e sarò lieto di presentarglielo». Virginia era molto emozionata, accadeva tutto così in fretta, ma non era affatto sorpresa che il rettore avesse dato per scontato il suo sì: chi avrebbe potuto rifiutare un’offerta simile?
Lo seguì fuori dallo studio e mentre attraversavano i corridoi dell’antico edificio l’arzillo vecchietto continuò a parlare col suo tono affabile: «Vede, signorina Morelli, abbiamo pensato a lungo a quale autore rivolgerci per questo primo anno. Il primo nome era senza dubbio quello del grande Roberto Mecchi» di gran lunga il primo nome anche fra gli studenti, pensò Virginia, che condivideva pienamente la scelta, «ma» continuò il rettore, «non è stato possibile contare su di lui: è dall’altra parte del mondo per un ciclo di conferenze sulla sua ultima pubblicazione e abbiamo dovuto rinunciare». Peccato, pensò Virginia con una punta di delusione, ma ce n’erano molti altri, non meno importanti.
«Naturalmente come non pensare al professor Siniscalchi o alla celebre Argenta Marini?» e Virginia tifava in cuor suo per la Marini, «ma le confesso che ho molto insistito con il consiglio perché scegliessimo in un altro modo. È stata proprio l’impossibilità di avere il mio caro amico Mecchi ad aprirmi la mente.»
Virginia ascoltava con attenzione continuando a camminargli accanto. «Come saprà, il nostro indirizzo soffre un certo calo di iscrizioni, come se avesse perso il suo appeal verso i giovani, e allora volevo che questo progetto avesse una risonanza più ampia, che uscisse dalle solite cerchie e attirasse le nuove generazioni, per questo ho detto ai miei colleghi: “Signori, dobbiamo scegliere un autore giovane”.»
Il rettore caricò d’enfasi l’ultima parola e Virginia disse: «Capisco» pensando che quel discorso cominciava a non piacerle. «Così» riprese soddisfatto, «guardando il panorama letterario degli ultimi anni, ho individuato colui che ritengo sia la persona giusta per il nostro scopo: non ha neppure quarant’anni ed è, per così dire, un figlio d’arte.»
A questo punto, Virginia sudava freddo, ma il rettore continuò implacabile: «I suoi libri hanno riscosso un grande successo in un pubblico trasversale ed è riuscito a riportare in auge il romanzo storico».
Virginia sentì il sangue defluirle dal viso e seguì il rettore all’interno della biblioteca della facoltà, dove la sua docente preferita, la professoressa Adelaide Costantini, stava illustrando a un ospite i pregi, architettonici e non solo, dell’antica sala di lettura. Quando furono a due passi da loro il rettore sussurrò con aria complice, rivolto a Virginia: «Sono veramente lieto di presentarle…» e, alzando il tono di voce con vera cordialità, concluse: «Claudio Valmorigli de Marchi!».
Di certo, se Federica fosse stata presente, avrebbe decretato che Virginia era pronta per la rianimazione. Virginia stessa in quel momento seppe che, malgrado tutto, esisteva qualcuno capace di rifiutare una simile offerta, e quel qualcuno era lei, ma ormai era troppo tardi.
Claudio si voltò sorpreso, perché non si era accorto di loro. Salutò con affetto il rettore, chiamandolo per nome e rispondendo alla sua calorosa stretta di mano. «Sei tutto tuo padre» commento l’uomo più anziano, con una certa emozione nella voce e continuò: «Lascia che ti presenti la nostra studentessa migliore, quella che abbiamo scelto per affiancarti in questo ambizioso progetto» si ritrasse e si volse verso Virginia, rimasta dietro di lui durante i saluti: «Ecco la signorina Virginia Morelli». Si guardarono negli occhi, un momento intenso, in cui un insieme di sentimenti si intrecciò con la rapidità di un fulmine.
Virginia sentì che il terreno le mancava sotto i piedi. Com’era possibile che fosse ancora più bello di come lo ricordasse?! Com’era possibile che fosse di nuovo sconvolta per un singolo sguardo? Che tutti i suoi sforzi e la distanza che c’era stata fra loro per quasi un anno fossero completamente azzerati nello spazio di un batter di ciglia? Le mancò il respiro e rimase in silenzio. La sua mente lavorava in fretta, cercando allo stesso tempo di dominare il proprio completo disappunto e di decifrare l’espressione di lui, passata rapidamente dalla sorpresa alla gioia, sebbene con un velo di preoccupazione. Non capiva perché mai fosse contento di rivederla, ma credeva di capire perché fosse preoccupato e pensò che avesse ragione d’esserlo!
Non manifestò di conoscerla già, le tese una mano con un «Buongiorno» pronunciato col sorriso e lo sguardo fisso nei suoi occhi. Lei non poté evitare la sua stretta dolce e calda. Il cuore le batteva all’impazzata e il rettore comprese la sua emozione, pur senza conoscerne la natura, ed esclamò: «Le avevo detto che avevo individuato la persona ideale! Caro Claudio, la mia migliore studentessa è rimasta senza parole, ma posso garantirti che sarà un’ottima collaboratrice».
«Ne sono certo anch’io, Emilio» rispose, e c’era una sorta di tenerezza nel tono della sua voce.
Il rettore era assolutamente soddisfatto e concluse: «Bene! Largo ai giovani, dunque! Abbiamo riservato per voi un’aula studio della biblioteca, avrete a disposizione tutto il necessario».
«Sì, la professoressa Costantini mi ha già mostrato tutto: è perfetto!» affermò Claudio.
«Benissimo, allora vi lasciamo al vostro lavoro!» Salutò Virginia, abbracciò paternamente Claudio, invitandolo a rivedersi in settimana per cenare insieme e, dopo che la Costantini ebbe salutato a sua volta, si allontanarono insieme, lasciandoli soli.
Il silenzio cadde come un macigno fra di loro. Fu Claudio a parlare per primo: «Posso mostrarle il nostro ambiente di lavoro?» le chiese con gentilezza. Virginia gli rispose con un cenno del capo e uno sguardo ostile, seguendolo in una piccola aula posta al lato della biblioteca, corredata di due scrivanie, due PC collegati a Internet e, naturalmente, tanti libri. Entrò per prima, e lui la seguì, richiudendosi la porta alle spalle. Virginia lasciò andare le sue cose su una delle scrivanie e si voltò a guardarlo: era in collera!
Se fosse stata sola avrebbe pianto per la stizza. Aveva cercato in tutti i modi di dimenticarlo, senza riuscirci, come ormai era chiaro, ma almeno lo studio l’aveva distratta, quella Facoltà era lo spazio in cui lui non era mai entrato, era il suo spazio e quella invasione di campo la irritava profondamente.
Per questo e per l’impotenza che provava nel gestire i suoi sentimenti, lo guardò dritto negli occhi e lo accusò, prima ancora che lui potesse dire qualsiasi altra cosa: «Lei lo sapeva!».
«No» le rispose lui pronto e sincero, «le assicuro che ignoravo totalmente chi avrebbe collaborato con me; come avrei potuto saperlo?» Claudio la guardava con una certa apprensione perché era pallida e tremava, ma Virginia gli disse seccamente: «La nostra collaborazione è finita!».
Nel risentire le sue stesse parole, della sera in cui l’aveva licenziata, un’ombra di sofferenza calò sul volto di lui e le disse con voce triste e desolata: «La prego di credermi, se avessi solo immaginato non avrei mai accettato di partecipare! Ora però non so davvero come potrei tornare indietro senza creare imbarazzo a tutti».
Virginia era in parte disorientata dal suo modo aperto e diretto di porsi, non era abituata a vedergli esprimere i suoi sentimenti, ma non era incline a fargli sconti, perciò gli rispose con durezza: «Le garantisco che questo è l’unico motivo per cui sono ancora qui a parlare con lei!».
Lui distolse lo sguardo, inspirò profondamente e le disse: «Lei ha perfettamente ragione… io le devo delle scuse». Virginia non poteva credere alle proprie orecchie e, mentre sentiva crescere incontrollabile la propria rabbia, gli disse ironica: «È un po’ in ritardo».
Claudio sembrava soffrire per ognuna delle sue parole, ma proseguì: «Io non ho passato un solo giorno in questi mesi senza vergognarmi e rimproverarmi per il mio comportamento di quella sera…». Virginia lo interruppe implacabile: «… ma non ne ha trovato uno per scusarsi».
Il silenzio riempì l’aula per qualche secondo, i muscoli contratti sul viso di Claudio dicevano il suo profondo disagio, ma Virginia, all’improvviso stanca, gli disse piano: «Non voglio più vederla, non voglio più trascorrere neppure un minuto con lei. Se fosse possibile vorrei anche dimenticare di averla mai incontrata e di essermi innamorata…» si fermò interdetta per la sua stessa sincerità, e molto più perché ora lui la guardava apertamente e i suoi occhi erano lucidi. Lui capì che non avrebbe aggiunto altro e le disse: «Lo so, per questo non l’ho più cercata, nemmeno per scusarmi».
Virginia gli aveva appena detto di essersi innamorata di lui, ma non c’era nessuna sorpresa nella sua espressione: «Che vuol dire, che lo sa?» gli chiese. «Non l’ho capito da me purtroppo, è stato il figlio di Romano a dirmelo.» «Alessandro?!» Virginia non capiva più nulla, e quel «purtroppo», perso nella frase che lui aveva appena pronunciato, le era risuonato dentro come uno squillo di tromba: che voleva dire? E che c’entrava Alessandro?
Claudio fece un bel respiro e le disse: «Poco più di un mese dopo che è andata via, una notte Alessandro è piombato a casa mia, ubriaco e stravolto. Mi disse che a causa mia lei non voleva più incontrarlo, perché credeva di essersi innamorata di me e voleva dimenticarmi. Le sue frasi erano sconnesse, e riuscii a capire più o meno a senso le sue parole, ma il suo pugno mi è arrivato forte e chiaro…». Virginia sgranò gli occhi: «Vi siete picchiati?» chiese stupita.
«Non l’avrei mai picchiato da ubriaco, ma da sobrio sì e molte volte anche, se avessi potuto!» fu la risposta di lui.
Virginia era incredula e continuava a non capire: «Perché mai lo avrebbe fatto?». Claudio la guardava con un’intensità pari a quella della sera in cui l’aveva baciata, e lei sentì il sangue rimescolarsi nelle vene e il bisogno improvviso di inspirare più aria. «Non porto nessu...