1
Tra le montagne
La mia terra è incorniciata dall’Hindu Kush, una catena montuosa bella da mozzare il fiato, un panorama che si estende a perdita d’occhio noto come «la dimora di Dio». Imponenti vette rocciose scintillano al sole come lame. Serpeggiando tra le cime o incuneandosi dentro conche amene, fiumi impetuosi costeggiano villaggi di pietra e fango. In alto si allarga all’infinito la cupola azzurra del cielo. In quelle valli dove cresce il grano e pascolano le pecore, in genere non si vede un’anima e non si sente un suono. A volte si può camminare per giorni senza incontrare un solo essere umano, eppure la presenza divina pervade ogni cosa.
Quella terra quieta e incantevole che per me rappresenta il paradiso agli occhi del mondo è un avamposto dell’inferno. Il Waziristan del Sud ha la forma di un’accetta con una lama di quattromila chilometri quadrati, che affonda nella terra di confine sanguinaria e senza legge che ci divide dall’Afghanistan. Ufficialmente è una delle Aree tribali di amministrazione federale del Pakistan nordoccidentale, ma in realtà è governato dalle tribù locali e dal loro codice antichissimo e tirannico. Oggi la mia terra natale è il quartier generale dei talebani, ed è considerata il posto più pericoloso del pianeta, ma io ci tornerei senza pensarci due volte… se solo laggiù non mi volessero morta.
Nei pomeriggi della mia infanzia soffiava una brezza che ci investiva in raffiche ora tiepide, ora fresche. Ma quando il tempo cambiava, prima di un temporale o tra una stagione e l’altra, tra i monti si alzava un vento nuovo, che sospingeva lunghi lembi di nuvole tra le cime e avvolgeva le vette in spessi banchi di nebbia. Quel vento portava con sé profumi sconosciuti e mondi invisibili, e io viaggiavo con la fantasia, lontano dal nostro tranquillo nido in mezzo alle montagne.
Anche il giorno della mia nascita soffiava il vento. Sono nata il 22 novembre 1990, in uno dei tanti sonnolenti villaggi della zona, un puntino minuscolo adagiato in un’ampia vallata verde. Mia madre Yasrab aveva ventisei anni e mi mise al mondo senza l’aiuto di nessuno, né dottori né ospedali, senza alcun tipo di assistenza. Le donne del vicinato andavano e venivano bisbigliando tra loro, con bacinelle di acqua fredda e pezze di stoffa sterilizzata. Gli uomini aspettavano e si tenevano alla larga: andavano a pregare alla moschea, mangiavano manghi selvatici colti dagli alberi e succhiavano zollette di zucchero. La sala parto era in penombra e dalla porta chiusa non filtrava un suono. Quando finalmente l’andirivieni si placò, al clan non importava se il mio primo vagito era stato un singhiozzo o una risata, e neppure se ero viva o morta. Mi è toccata la stessa accoglienza riservata a mia sorella, Ayesha Gulalai, nata quattro anni prima di me: ero una bambina, uno sfregio sul volto della tribù.
Mio padre, Shams Qayyum Wazir, non aveva neanche trent’anni ed era di origini aristocratiche e di larghe vedute, il che ne faceva un rinnegato nella nostra tribù. Non ha mai fatto sentire me e mia sorella inferiori a nostro fratello, Taimur Khan, nato cinque anni prima di me, o ai gemelli, Sangeen Khan e Babrak Khan, arrivati come una doppia benedizione quando avevo quattro anni. A differenza di quanto accadeva nelle altre famiglie pashtun, dove le donne erano tenute alla sottomissione, noi sette vivevamo tutti insieme nella nostra grande casa di fango e mattoni, in un clima di spensierata parità. Musulmani praticanti, osservavamo i riti e le festività e pregavamo cinque volte al giorno, anche se mio padre ci aveva insegnato che in altre parti del mondo gli uomini avevano trovato modi diversi per avvicinarsi a Dio. La mia è una famiglia di liberi pensatori, una caratteristica che ci sarebbe costata l’esilio dalla tribù, ma che ci avrebbe anche regalato la libertà.
Gli abitanti del Waziristan del Nord e del Sud sono noti come waziri, ma il termine «Wazir» designa anche una delle tante tribù della regione. Tutte queste tribù parlano il pashtu e obbediscono a un codice d’onore chiamato Pashtunwali, un complesso di leggi ancestrali che regola le faide, le ostilità e le alleanze tra i gruppi. Benché divisi in clan rivali, i waziri non esitano a fare fronte comune contro il nemico straniero. Nessun potere esterno, per quanto micidiale ed equipaggiato delle armi più moderne, è mai riuscito a sottomettere i waziri o a occupare le nostre terre anche solo per un giorno. Gli imperialisti inglesi, con tutte le loro colonie e decenni di conquiste alle spalle, sguinzagliarono legioni di soldati in uniforme nel cuore del Waziristan, che si trovarono a fronteggiare intrepidi guerrieri waziri che li costrinsero alla ritirata, massacrando quattrocento militari inglesi in un pomeriggio, come mi raccontò una volta mio padre con un sorriso orgoglioso. Se sei ospite in casa loro, i pashtun ti tratteranno con i guanti e divideranno con te tutto quello che hanno, ma prova a insultarli una volta e ti staccheranno la testa prima che tu riesca a protestare.
Sono cresciuta circondata dalla mia gente, e anche oggi sarei in grado di riconoscerli alla prima occhiata. Non c’erano turisti nel nostro remoto angolo di mondo. Chiunque metta piede nel nostro territorio deve saper reggere il penetrante sguardo di brace dei waziri. Sono alti e ben piantati, con braccia forti e mani possenti. Quando si tratta di proteggere la propria terra, le donne wazir non hanno paura di niente, e le loro voci tonanti e sonore sembrano venire dalle viscere. Dalle mie parti si dice che quando una donna wazir parla, ti conviene ascoltarla e fare come dice. Secondo la leggenda, il mio popolo discende dall’illustre condottiero pashtun Solimano e da suo figlio Wazir. La loro stirpe ha dato origine al crogiuolo di tribù che nel corso dei secoli hanno preso possesso di queste terre.
Sulla carta geografica, il Waziristan ha la forma di una toppa cucita sul bordo frastagliato del Pakistan, che si allarga oltre la frontiera afgana attraverso il massiccio del Pre Ghal. I popoli che abitano queste zone hanno le stesse radici, condividono un intero passato. La loro storia comune, iniziata nelle valli millenarie dell’Afghanistan, supera i confini varcando il passo Khyber, tappa dell’antica Via della Seta. Nessuna linea di confine incisa nel suolo con il calcio di un fucile, o vergata su un cartello con il sangue di migliaia di uomini, sarà mai in grado di lacerare l’arazzo delle nostre origini comuni. Ovunque andassi, la mia terra, la mia gente, mio padre mi ricordavano ogni istante che ero una wazir purosangue. Ecco perché anche oggi mi sento prima di tutto una wazir.
Ogni mio ricordo della nostra prima casa – un solido edificio di mattoni ricoperti di fango – inizia nello stesso modo: una lenta carrellata nel silenzio del primo mattino, con la calda luce del sole che avvolge ogni cosa. A casa mia c’era qualcosa di magico nel modo in cui cominciava un nuovo giorno, anche se il rituale mattutino era sempre lo stesso e in ciascuna casa, in ciascun villaggio, la vita familiare si metteva in moto secondo una routine collaudata. Le madri pashtun si alzavano molto presto, prima del canto del gallo. In genere la giornata di una madre di famiglia non riservava sorprese o imprevisti. Il suo dovere – mettere in moto la vita familiare – era un compito sacro e naturale come un cuore che batte, lo scopo per cui si alzava al mattino, poco importava se non aveva ancora smaltito la stanchezza delle tediose faccende del giorno precedente. Ogni suo gesto era già stato compiuto da sua madre, dalla madre di sua madre e da tutte le donne che prima di lei avevano percorso quel lungo cammino pieno di solchi. Per lei non esistevano alternative. Non poteva guardare la televisione, leggere giornali o riviste, e le radio erano poco diffuse. La cultura, questa sconosciuta, era qualcosa di cui diffidare, se non da evitare come la peste.
Una donna pashtun – questa era la pratica comunemente accettata – resta a casa, e quando si avventura nel mondo deve infagottarsi in strati di vesti che la coprono dalla testa ai piedi, chiamate burqa o abaya, oppure intabarrarsi dentro enormi scialli, gli chador. Ma soprattutto deve essere sempre accompagnata da un individuo di sesso maschile, basta anche un ragazzino. Le limitazioni imposte alla donna, segregata tra quattro mura o nascosta sotto strati di tessuto, corrispondono alla pratica della purdah, l’usanza musulmana che vieta alla donna di esporsi agli sguardi degli uomini. Nei secoli nessuno si è mai sognato di mettere in discussione la purdah: sarebbe come mettere in discussione la direzione del vento, o il moto del sole che sorge e tramonta ogni giorno. Agli occhi degli occidentali, una tradizione del genere equivale a una forma di schiavitù, ma a me (almeno all’epoca) quelle donne non sembravano affatto infelici. Sapere qual era il nostro compito sulla terra ci faceva sentire in armonia con il mondo e ci infondeva un senso di appartenenza. Ognuno di noi definiva se stesso in base al proprio ruolo all’interno della famiglia, e alla posizione della famiglia all’interno della tribù. Smisi di crederlo il giorno in cui smisi di sentirmi parte di quella comunità.
Ho sempre immaginato che mia madre, svegliandosi per prima, fosse in grado di infondere un soffio di vita in tutti noi: mio padre, mia sorella, i miei fratelli e perfino la sottoscritta. Fino all’attimo prima di quello in cui si alzava dal letto, intorno a noi c’era il vuoto cosmico: scomparsi il cielo e la terra, i fiumi, le valli e i loro dolci declivi.
Mia madre sembrava avere il potere di far sorgere il sole impilando la legna, accendendo il primo fuoco del mattino e aprendo le finestre per mandare via il fumo.
E nella nostra casa di fango io, mio padre e i miei fratelli ci stiracchiavamo nel sonno dentro le stanze buie e fresche che avevano il profumo della terra, svegliandoci l’uno dopo l’altro. Per il bene della casa, che spesso ospita diverse generazioni, le madri wazir si alzano per prime, seguite dai figli. Gli uomini sono sempre gli ultimi ad alzarsi, come orsi in letargo. I giovani si occupano degli anziani: radono le loro guance solcate di rughe e ruvide come cuoio, li vestono e li pettinano. In Waziristan ci sono case enormi in cui vivono un sacco di persone, vaste distese di terreno chiuse da pareti per famiglie allargate che abitano sotto lo stesso tetto: zii e zie, nonni e cugini, e naturalmente i bambini. Ognuno partecipa alla costruzione della casa e ha un ruolo ben preciso all’interno della gerarchia – dominata dagli anziani –, come se la famiglia fosse una macchina di cui ogni membro è un ingranaggio.
Perfino gli uccelli, per cui nutrivamo un’autentica venerazione, avevano un posto speciale in mezzo a noi. Toglievamo un mattone dalla veranda affinché un piccione potesse farci il nido, e ogni anno c’era un uccellino che decideva di nidificare in quella nicchia, guadagnandosi un posto in famiglia. Uno di noi aveva il compito di dargli ogni giorno delle briciole di pane raffermo.
A ogni bambino del villaggio veniva assegnata una semplice mansione. Le bambine dovevano dare la colazione ai fratellini. I bambini uscivano di casa con un grosso secchio che pesava la metà di loro e andavano al torrente alle porte del villaggio a prendere l’acqua fresca e argentina che scorreva gorgogliando. Certi giorni anch’io correvo al fiume con il mio secchio di zinco, percuotendolo con un bastoncino come un tamburo, con i sandali che sollevavano la polvere. Nei soffocanti pomeriggi estivi uscivamo a gruppetti, ridendo e chiacchierando, diretti verso qualche torrente di montagna; poi ci tuffavamo nell’acqua increspata dalla brezza e con i fiori di loto che galleggiavano come tazze di porcellana finissima.
Quando tornavo con il secchio colmo che sgocciolava sul pavimento, mia madre aveva già finito di preparare lo yogurt sbattendo il latte fresco dentro un paiolo. C’era profumo di pane naan, di menta e di tè nero. Quando tutti erano in piedi, la famiglia si riuniva per la colazione nel tepore della grande cucina che era il cuore della casa, tra gli strilli e le risate dei più piccoli. Gli uomini sedevano su stuoie di seta, con la schiena appoggiata al muro. Le donne si muovevano dall’uno all’altro, scivolando tra noi come la fresca corrente del fiume in cui poco prima avevo immerso il secchio. Servivano macedonia di frutta e altre pietanze semplici.
La cosa che amavo di più delle mattine in Waziristan era il rituale silenzioso che si svolgeva nell’attimo in cui porgevo il secchio a mia madre. Avevo fatto la mia parte, una parte che ora mi sembra un compito sacro. Lei avrebbe immerso le mani in quel secchio e con rapidi movimenti delle dita avrebbe spruzzato l’acqua tutt’intorno per inumidire il pavimento di terra battuta. Poi avrebbe passato la scopa sull’argilla umida per ricompattarla, sprigionando una dolce fragranza di pulito. Nelle stanze si spandeva un profumo delicato che annunciava l’inizio della giornata.
Ma prima che fossi grande abbastanza per capire che al di là del nostro angolo idilliaco c’era un mondo, fummo costretti a partire. Lasciammo le ampie stanze ariose della nostra casa, la prosaica sicurezza delle nostre abitudini e il prestigio di cui godevamo all’interno della tribù; tutte cose a cui mio padre rinunciò battendosi per i propri ideali e consentendo alla moglie e alle figlie di vivere in relativa libertà. Sapeva che se voleva farci studiare – o almeno sperarlo – avremmo dovuto lasciarci alle spalle gli angusti confini del villaggio. Credevamo nelle nostre idee e non avevamo paura di sfidare le convenzioni: già a sei anni, mia sorella Ayesha girava la regione per partecipare a gare di eloquenza e scriveva discorsi sui diritti delle donne, la democrazia, il lavoro minorile e l’ambiente; a quattro anni io avevo il permesso di vestirmi da maschio e seminare il terrore per le strade del villaggio con la fionda; mia madre, che noi chiamavamo Aami, frequentava l’università e, con il benestare di mio padre, non indossava il burqa; e al centro di tutto ciò, a dirigere le danze, c’era mio padre, il nostro Baba, che osava infrangere regole ataviche con la faccia tosta di un impetuoso wazir.
All’epoca ero troppo piccola per rendermene conto, ma per gli anziani tutte quelle cose rappresentavano oltraggi gravissimi. Oltraggi alla tribù. Oltraggi a Dio. Mio padre era già finito in carcere due volte a causa delle sue idee liberali. Dalle nostre parti, battersi per il progresso aveva un prezzo: la prigione, e nel peggiore dei casi la morte. Se noi bambini volevamo ricevere un’istruzione, l’unica soluzione era andarsene per sempre. Il nostro era un ambiente difficile, ma allora la mia famiglia non sapeva cosa fosse la paura. Era questo il bello dell’essere una wazir e avere un padre come il mio: non avevamo paura di niente. Voltavamo pagina e andavamo avanti con la nostra vita.
Negli anni seguenti ci saremmo trasferiti molte volte. Ogni nuova città era l’inizio di un’avventura piena di personaggi bizzarri, popolata di eroi e canaglie, e ognuno di loro avrebbe contribuito a plasmare la donna che sarei diventata. Uno di quei nostri viaggi da una valle all’altra spicca su tutti. Fu il momento in cui imparai che il mio mondo era un posto violento e pieno di pericoli, non solo per me, per chiunque. Quel giorno sperimentai l’orrore allo stato puro. E nonostante tutte le cose che sono successe prima e dopo, quella scoperta mi segnò per sempre. Quando ripenso a quando ero bambina, non posso fare a meno di rivivere il giorno in cui la mia infanzia è finita.
Avevo sette anni e vivevo già come un maschio. Mio padre aveva accettato un incarico all’Università di Miranshah, una cittadina moderna che si stendeva come un blocco di cemento in una valle racchiusa tra le vette rocciose dell’Hindu Kush. Ogni trasferimento era uguale al precedente. I miei genitori caricavano su un carretto gli oggetti di prima necessità – pentole, materassi imbottiti di foglie secche, i tomi polverosi di mio padre e un paio di polli starnazzanti –, e via. Eravamo diretti nel Waziristan del Nord. Il viaggio su quel mezzo scalcinato che arrancava sobbalzando tra i monti, su una strada coperta di fango secco, fu lungo e scomodo. Ricordo il tragitto come un succedersi ipnotico di scorci, mentre attraversavamo lentamente un villaggio dopo l’altro, fermandoci ogni tanto a un chioschetto per comprare manghi e albicocche. Le strade erano strette e piene di sassi, il cielo un muro compatto di luce e calore. Deve esserci voluta un’eternità per arrivare a destinazione.
All’inizio, la mia vita a Miranshah non fu meno libera o felice di quanto fosse stata nelle valli incontaminate del Waziristan del Sud, o negli altri posti in cui avevamo vissuto. Sonnecchiavo nelle pozze d’ombra delle acacie e saltavo da un tetto all’altro. Nuotavo come un ragazzo nel fiume e correvo lungo gli argini limacciosi. Nei momenti di pausa facevo scorrere lo sguardo per la vasta valle popolosa sovrastata dalle colline del Kush, leggendarie e piene di insidie. Quasi non mi accorgevo del fatto che, dal punto di vista materiale, avevamo molto meno di prima: meno cibo e meno vestiti, senza contare il fatto che vivevamo stipati in una casetta di cemento all’interno del campus.
Quando mio padre mi mandava al mercato a fare la spesa, non avevo idea di quanta fatica fosse costata quella manciata di rupie sudice. Fu solo quando lasciammo casa nostra che imparai cosa significava essere poveri. Per arrivare al mercato – e in generale in paese – dovevo scavalcare un muro e percorrere un dedalo di stradine, con le monete che tintinnavano nelle tasche sfondate. Era il nono mese del calendario lunare, e una falce di luna, pallida e sottile come un’unghia, annunciava il sacro mese del Ramadan appesa nel cielo terso della tarda mattinata. Avevo un sacchetto pieno di pinoli raccolti nel bosco, da scambiare con qualche pugno di riso bianco o una borsa di frutta. Mia madre mi aveva raccomandato di andare dritta al mercato senza perdere tempo in giro. Lasciai la mia famiglia a casa, impegnata a digiunare dall’alba al tramonto per l’intero mese, e uscii. Fuori, tutto era silenzioso. In quel momento, nella nostra porzione di mondo, ogni singolo essere umano era raccolto in preghiera. Schizzai al muro, lo scavalcai e con un balzo atterrai nella viuzza in penombra. La percorsi senza incrociare anima viva. Troppo alta per la mia età, camminavo sempre con le spalle leggermente ricurve, le mani affondate nelle tasche. Sembravo proprio un ragazzo, che sapeva dove stava andando e procedeva spedito verso la sua destinazione. Avevo fatto quella strada un sacco di volte. Alla fine della via, sentii il rombo di un motore che rallentava per poi fermarsi. C’era puzza di benzina. Vidi un uomo che indossava uno shalwar kameez dai colori chiari dirigersi verso l’ingresso del piccolo supermercato e scomparire nell’interno buio. Sul lato opposto dell’edificio di legno, una finestra aperta incorniciava un tratto di strada deserta. In fondo al negozio c’era un bancone dietro cui sonnecchiava un vecchio appoggiato alla parete. Io andai dalla parte opposta, fino a un banco su cui erano esposti i prodotti dentro delle ceste.
Dietro di me entrarono due uomini. L’odore aspro del loro sudore coprì il profumo di coriandolo e cardamomo che aleggiava nell’aria. Andai alle ceste di frutta e, adocchiato un melograno maturo, ne controllai la consistenza con un dito e lo presi.
Gli uomini si aggiravano per il negozio. Rumori di passi, sussurri.
Dalla strada dietro il negozio arrivò di nuovo il rombo di un motore. Vidi un’auto che si avvicinava. Il finestrino si abbassò lentamente. Una Datsun. Già a quell’età me ne intendevo di macchine. Per arrotondare, mio padre aveva iniziato a tenere un corso di meccanica all’università in cui insegnava. L’aula – dove potevo trascorrere pomeriggi interi – era un enorme garage pieno di veicoli sventrati; parti di motore sporche di grasso troneggiavano sul tavolo come esemplari meccanici, in attesa della lezione successiva.
Il negozio piombò nel silenzio. Il vecchio al bancone si tirò su e si guardò intorno, mentre l’auto si fermava all’altezza della finestra. Le portiere si aprirono, e degli uomini scesero. Poi, l’uno dopo l’altro, come in un unico, ampio movimento, entrarono nel negozio dalla finestra. La tensione era palpabile. Per diversi secondi nessuno si mosse. Sentii il battito cardiaco accelerare, il respiro farsi affannoso. Poi uno degli intrusi tirò fuori una pistola. Come avrei imparato in seguito, era una Tokarev, fabbricata in Russia, l’arma più diffusa dalle nostre parti, un ricordo dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. Nel corso degli anni avrei visto quella pistola molte altre volte. L’uomo armò il cane e sparò tre colpi alla testa del tizio che era entrato prima di me. Io rimasi paralizzata, in preda al panico. Sentii un rantolo, poi il tonfo di qualcosa di pesante che cadeva a terra. I miei occhi cercarono qualsiasi cosa che non fosse il corpo che giaceva ai miei piedi: la pittura scrostata sul soffitto, la cinghia di un mio sandalo rotta, l’ombra di un uccello che passava fuori della finestra. Ma poi dovetti abbassare lo sguardo sull’uomo ferito. Provai dispiacere per la tunica e tentai disperatamente di concentrarmi su quel pensiero: un tessuto così bello, rovinato senza rimedio. Dovevo essere sotto choc.
Un secondo uomo sparò alla nuca di un altro tizio. Adesso a terra c’erano due uomini feriti a morte. Quello che era appena stato colpito premeva le dita sul foro del proiettile, tentando invano di arrestare il sangue. La ferita faceva un rumore strano, una specie di risucchio, come un neonato durante la poppata. Per un attimo pensai ai gemelli che sonnecchiavano nella culla. Volevo urlare. Non è vero, mi ripetevo. Non può essere vero. Poi l’uomo, liberato di colpo da un peso invisibile, smise di contorcersi, lasciando cadere le braccia. I suoi occhi si rovesciarono e lui rimase immobile.
Il terzo uomo ci mise un po’ a morire, nonostante gli avessero sparato diversi colpi alla schiena. Si agitava sul pavimento, scalciando nell’aria e afferrando tutto ciò che gli capitava a tiro, la scarpa dell’uomo morto, le gambe del tavolo, un filo elettrico; a un tratto balzò i...