CAPITOLO DODICI
Una collina baciata dal sole
Se qualcuno le avesse chiesto di raccontare ciò che era capitato, probabilmente non avrebbe saputo cosa dire. Gli eventi si erano mischiati, confondendosi sino a sfumare in una bolla da cui emergevano soltanto la voce concitata di Luc e il fumo denso e acre. Era una cosa piuttosto comune, l’aveva rassicurata monsieur D’Arland, il capo dei vigili del fuoco di Lourmarin: si chiamava shock da stress post-traumatico.
Comune oppure no, Anna si sedette sulla sedia della cucina, la camicia di Luc morbida sulle gambe nude e un fastidioso senso di nausea appostato sulla bocca dello stomaco. Erano le cinque e trenta del mattino e il chateau giaceva immerso in un silenzio surreale. Nulla si muoveva, Augustine e Gabrielle se n’erano tornate a letto con le guance arrossate per lo spavento e una tazza di latte caldo da cui emergevano nitide le note dolci del miele di lavanda. Se chiudeva gli occhi le pareva di sentirle ancora, le parole sussurrate che Gabrielle aveva continuato a ripetere per tutto il tempo come una cantilena. Occitano e francese mischiati in quella che aveva l’aria di un’invocazione.
Si scostò una ciocca dalle labbra, i capelli biondi sporchi sulle punte che sapevano di fumo. Luc era andato alla gendarmèrie per le formalità di rito e non sarebbe tornato prima di un paio d’ore. Così si era rintanata in cucina, con una tazza di tè fumante e la disgraziata sensazione di essere sul punto di crollare.
«Immaginavo di trovarti qui» disse una voce alle sue spalle.
Anna si girò e trovò madame De Rénard in piedi sulla soglia. Indossava una camicia da notte pulita e aveva i capelli raccolti in una coda: se non fosse stato per uno sbuffo di nero sul collo, nessuno avrebbe detto che fosse appena scampata a un incendio.
«Avevo bisogno di sedermi» spiegò Anna, girandosi di nuovo verso la finestra. Continuò a bere il suo tè sperando che il liquido caldo, mischiato all’aroma del limone che vi aveva spremuto, potesse calmarla e schiarirle le idee.
«Devo ringraziarti» aggiunse madame De Rénard raggiungendo i fornelli. «Se non fosse stato per te ora Fleurbleu sarebbe distrutto.»
Anna guardò la donna, voltata di spalle, intenta a preparare il caffè.
«Se non fosse stato per me ora voi sareste morta» la corresse, mentre davanti agli occhi cominciavano a scorrere le immagini di quei momenti concitati. La corsa su per le scale, il fumo che sbucava da sotto la porta e Luc, che le urlava di stare indietro.
La donna si fermò un istante, la moka in una mano e il caffè nell’altra, poi scosse la testa e riprese a fare ciò che stava facendo.
«E comunque non dovete ringraziarmi» continuò Anna. «Ho agito d’istinto, nient’altro.»
Madame De Rénard mise il caffè sul fuoco, poi le sedette accanto e, fissando la collina oltre le finestre, si accese una sigaretta.
«Forse dovreste smettere con quelle» osservò Anna infastidita. I vigili del fuoco avevano detto che l’incendio era divampato da un mozzicone di sigaretta, caduto sul tappeto ai piedi del letto. «Come potete solo pensare a fumare dopo ciò che è successo?»
La donna sollevò le spalle, noncurante.
«La colpa non è loro» disse, lanciando uno sguardo al pacchetto sul tavolo. «Sarei un’ipocrita se lo dicessi. E per mia sfortuna non lo sono.»
Anna la guardò in tralice, prima di affondare di nuovo gli occhi sui filari lungo la collina, illuminati dalla luce rosata dell’alba. Non aveva voglia di ascoltare i suoi sproloqui, era esausta, le dolevano le gambe e il senso di nausea non accennava a placarsi. Perciò non replicò e prese un lungo respiro.
«A volte il destino…»
«Oh, ma fatela finita» la interruppe Anna, scuotendo il capo infastidita. «Il destino non c’entra nulla, e voi lo sapete bene. Siete stata voi e le vostre dannate sigarette a far scoppiare l’incendio. Eravate priva di sensi quando Luc vi ha trascinata fuori. Se proprio volete starvene lì a fingere che nulla sia accaduto, abbiate almeno il buon gusto di farlo in silenzio e non tirate in ballo il destino.»
Una risata scoppiò tra le labbra sottili della donna.
«Hai un bel caratterino, quando vuoi» disse, sbuffando fuori il fumo. «Peccato che ci sia voluto un incendio per tirarlo fuori.»
«Perché?» le chiese Anna. «Perché fate così? Perché continuate a punzecchiarmi? Vi ostinate a mostrarvi fredda e scostante, quando invece siete capace di ben altro. Se non fosse stato Luc a dirmelo, faticherei a credere che la donna generosa che gli ha dato un tetto e un lavoro sia la stessa che ieri sera mi ha dato della puttana.»La moka borbottava sul fuoco. Madame De Rénard si alzò, si versò una generosa tazza di caffè e si sedette di nuovo accanto ad Anna.
«Lo so che l’hai vista» disse mentre soffiava sul liquido scuro e fumante.
«Di cosa state parlando ora?»
«Della tomba di Amélie.»
Un brivido le corse lungo la schiena.
«Ti ho vista dalla finestra, mentre ti avvicinavi con le cesoie in mano.»
«Volevo solo rendermi utile» si difese Anna, mentre la fastidiosa sensazione di doversi scusare emergeva di nuovo. «Credevo che monsieur Rolland si fosse dimenticato di quell’ultima rosa, così…»
«Così hai scoperto che Fleurbleau nasconde dei segreti.»
Anna non replicò, prese un ultimo sorso di tè e attese che la donna parlasse ancora.
«Non importa, non sono arrabbiata. Ma cerca di capire, è della mia casa e della mia famiglia che stiamo parlando. E, a volte, l’attacco è la miglior difesa.»
Anna sbatté le palpebre, mentre l’ascoltava pronunciare le stesse parole di Joséphine.
«È per questo allora che mi avete aggredita, ieri sulle scale? Dunque Luc e ciò che è accaduto alla vigna non c’entravano nulla?»
«Non la metterei proprio così. Vi ho visti ieri mentre tornavo da Lourmarin, non mentivo. Così come non mentivo sul conto di Luc. Tengo molto a quel ragazzo, credo che sia quanto di più vicino a un figlio si possa immaginare, per me. Ma non è il sesso a spaventarmi, non l’ha mai fatto.»
«Allora forse è l’amore?»
Madame De Rénard la scrutò, gli occhi verdi adombrati da un velo di malinconia.
«Si è innamorato di te, lo so. L’ho capito da come ti guardava prima, mentre monsieur D’Arland ti stava rassicurando.»
«E questo vi crea problemi?»
«No, se anche tu provi lo stesso» rispose secca.
«È così, anche se non credo che siano affari vostri» replicò dura Anna.
«Non lo sono, infatti» ammise la donna, allungando le gambe magre davanti alla sedia. «Ma è confortante pensare che qualcosa di bello possa crescere ancora tra queste vecchie mura.»
Anna la guardò confusa.
«Io non vi capisco.»
«Certo che no, e come potresti? Saresti dovuta arrivare all’inferno e rimanerci per più di settant’anni, per poterlo fare.»
«Di cosa state parlando?»
«Di mia sorella» rispose l’altra, la voce d’un tratto flebile. «Amélie.»
Un altro brivido scosse Anna, che ricordò l’espressione vuota della sua padrona di casa quel mattino a Lourmarin, mentre dal tavolino del café osservava due sorelline tenersi per mano.
«Che cosa le capitò?»
Madame De Rénard scosse la testa, scansando una lacrima.
«Morì, quando aveva solo tre anni.»
«E voi quanti ne avevate?»
«Quasi sette.»
Anna deglutì, cercando di mandar giù l’immagine sfocata della bimba che aveva visto ritratta in foto, nella camera accanto alla soffitta. Aveva riccioli biondi stretti da un nastro e guance paffute, contratte in un sorriso.
«Precipitò dalla finestra della sua stanza» spiegò la donna, indicando, con un cenno della mano, il piano di sopra. «E da allora tutto cambiò.»
«Perché me lo state raccontando?»
La donna le sorrise.
«Perché è giusto che tu sappia. Il gesto di stasera mi ha dimostrato di che stoffa sei fatta. Nonostante il modo in cui ti ho trattata sei corsa a salvarmi e, in tutta franchezza, se fossi stata in te, io non so se l’avrei fatto.»
«Non dite idiozie, chiunque l’avrebbe fatto.»
«Non mento, non lo faccio mai. Magari ometto alcune cose, ma non mento. Perciò credimi se ti dico che sei di certo una persona migliore di me. Per questo te lo sto raccontando. Perché so di potermi fidare, e voglio che tu possa dire lo stesso.»
Anna si avvicinò alla porta che dava sul terrazzo e la aprì. Un delicato profumo di rose bagnate di rugiada la avvolse. Un nuovo giorno stava prendendo forma davanti a suoi occhi, carico di bellezza e nuove prospettive. Inspirò a fondo, sopraffatta dalle emozioni.
«Lo vorrei tanto» sussurrò. «Vorrei tanto potermi fidare di voi.»
«Siamo d’accordo, allora» disse madame, raggiungendola.
Le porse la mano, le ossa ben visibili sotto la pelle tirata, e la fissò. A lungo e dritto negli occhi, come molti anni prima aveva fatto con Luc.
Anna sostenne lo sguardo, gli occhi neri piantati in quelli chiari della donna, alla ricerca di una generosità che fino ad allora non vi aveva mai letto. E quando la trovò, nascosta tra le pieghe del suo sguardo stanco, le strinse la mano, suggellando il loro patto.
I giorni successivi all’incendio si susseguirono frenetici, correndo uno dopo l’altro verso l’inizio della vendemmia. Era l’ultima settimana di agosto: il sole caldo dell’estate splendeva ancora tra le colline del Lubéron, illuminando le viti cariche di grappoli maturi, ma nell’aria si respirava già il primo assaggio di autunno. Un vento fresco aveva iniziato a soffiare da nord, fischiando tra i rami dei faggi alle spalle di Fleurbleu.
Anna e madame De Rénard avevano lavorato fianco a fianco nel tentativo di ripulire la stanza di Amélie e, mano a mano che la fuliggine veniva via, il loro rapporto si rinsaldava, legandole in un’inaspettata e sincera amicizia. Avevano parlato a lungo, del passato, dell’amore e delle persone a...