
- 154 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Vita e morte di un ingegnere (VINTAGE)
Informazioni su questo libro
L'ingegner Albinati apparteneva a una razza serissima e scanzonata di pionieri del benessere e fumatori accaniti, amanti del lavoro e delle auto veloci. Ma quando una malattia lo divora in nove mesi, Edoardo Albinati, scrittore e figlio, decide di ricostruire la figura enigmatica di quell'uomo che si muoveva agilmente tra i corridoi del boom economico, i doveri familiari, le aspirazioni segrete e, infine, quel male che lo ha obbligato a chiedersi: Chi sono io? Edoardo Albinati ci consegna la sua personale, e universale, riconciliazione con il proprio genitore, insieme al quale prova a porsi lo stesso interrogativo: Chi sono? Un libro necessario su un legame talmente delicato da essere impossibile da raccontare. Quasi.
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Informazioni
Print ISBN
9788817090773eBook ISBN
9788858685167SECONDA PARTE
Mio padre si è ammalato ed è morto nel giro di nove mesi, lo stesso tempo che ci mette un feto a svilupparsi e venire alla luce. Difficile datare il concepimento del feto maligno che è cresciuto dentro mio padre fino a ucciderlo, sappiamo che era già perspicuo nelle radiografie quando venne scoperto all’inizio del 1990. Quello, per me, è il momento in cui mio padre si è ammalato. Comincio a contare da lì il principio della sua fine. Prima di tale scoperta, aveva accusato dolori al petto che concordemente i medici avevano diagnosticato come un disturbo alle coronarie. Niente di più probabile, visto che mio padre soffriva di cuore, niente di più errato. Anzi si vedrà come il cuore di mio padre non vorrà saperne di cessare di battere, alla fine, durante l’ultima sfiancante settimana di agonia quel cuore malandato continuerà a pulsare per ripicca, come se volesse dimostrare che stavolta ci si era sbagliati ad accusarlo, non sarebbe stato lui ad ammazzare mio padre. Dunque dopo un paio di mesi di false indagini sulla pista del cuore, un medico gli consigliò di farsi una lastra al torace, gli disse che per levarsi ogni dubbio era meglio farsi una lastra al torace, cioè questo dottore ebbe l’illuminazione di prescrivergli una comune RX al torace dopo che mio padre si era sottoposto per un paio di mesi a svariate analisi costose e fastidiose, dopo che si era lasciato docilmente infilare una sonda di plastica nella coscia e aveva permesso che gli spingessero quella sonda su per l’inguine e l’addome fino ad arrivare dentro al cuore e altra roba del genere, be’, soltanto dopo tutto ciò quel dottore ebbe il lampo di genio di consigliargli una lastra, una comune radiografia come quelle che ti fanno al pronto soccorso se ti sloghi un pollice svitando il tappo della maionese. Dovevano essere i primissimi giorni dell’anno. Visto l’esito incoraggiante (ma ingannevole) degli esami cardiologici, a natale gli avevo regalato un piccolo rinoceronte di ematite comperato in un negozio di pietre e fossili a corso Vittorio, un animaletto che doveva simboleggiare la sua pelle dura. E portargli fortuna. Mai regalo fu più intempestivo. Era la prima volta in vita mia che regalavo a mio padre qualcosa che avesse un significato personale così spiccato. Rimasi a lungo in dubbio se comprargli quel rinoceronte, forse lui se ne sarebbe stupito, forse si sarebbe chiesto che senso abbia regalare un portafortuna a uno che a queste cose non ci crede. Esitai davanti alla vetrina del negozio di fossili, poi entrai e presi il rinoceronte (presi lì quasi tutti i miei regali di natale: una famiglia di stelle di mare, un posacenere, degli orecchini, un pesce fossile). Quando lo estrasse dal pacchetto, mio padre sorrise appena, poi si mise in tasca il rinoceronte, che da allora non ho più rivisto. Speravo che il regalo sarebbe stato accolto con una briciola in più d’entusiasmo, poi mi convinsi che comunque era stata una buona idea, il rinoceronte avrebbe portato bene a mio padre, lo avrebbe protetto. Le analisi al cuore avevano escluso complicazioni. Allora non sapevo che lui se le era fatte a causa di un persistente dolore al petto. Vedevo poco mio padre allora: la mia tendenza a non impicciarmi nei suoi problemi e la sua, simmetrica, a non manifestarmeli si rispecchiavano come le linee parallele che si incontrano solo all’infinito. Quando ruppe la carta argentata e vide il rinoceronte, mio padre se lo rigirò fra le dita, allontanandolo e riavvicinandolo al viso come se non riuscisse a metterlo a fuoco, e fece una smorfia sorridente che voleva dire: e questo cosa sarebbe? cosa sta a rappresentare? I suoi sorrisi rendevano sempre leggermente derisoria ogni sua domanda, ogni sua affermazione. La fronte rugosa come quella di Moby Dick caricava di senso le parole e i fatti più innocui, creando allarme. In effetti non sapevo bene cosa volesse dire il mio regalo. Sentii che arrossivo violentemente. «Be’… è un rinoceronte, come vedi» credo che allora risposi già sulla difensiva (non c’è niente di più sgradevole che difendersi con una tautologia). «È di… di ematite» aggiunsi come per dare un tocco di precisione scientifica. Poi farfugliai che il rinoceronte è un simbolo di forza presso certe religioni primitive, il suo corno ha poteri straordinari eccetera. Borbottai una scemenza del genere, credo. «Ah sì?» disse lui e vidi nel suo sguardo chiaro qualcosa che somigliava al brillio di un chiavistello che si chiude a scatto. Mio padre non poteva soffrire che io svicolassi dall’imbarazzo facendo sfoggio di cultura. Anche senza darlo a vedere, lo considerava un affronto. S’immaginava che volessi dargli delle lezioni. Che io mi fossi costruito coi libri un piedistallo da cui impartirgli lezioni. E in parte doveva essere così. Ammetto di aver usato i libri per creare una differenza tra me e la mia famiglia. È strano: sentivo che i libri mi allontanavano dalla mia famiglia per avvicinarmi a tutti gli altri, agli sconosciuti, al mondo. Leggendo Il ramo d’oro di Frazer o Le avventure di Huckleberry Finn mi sentivo mille volte più vicino agli stregoni che facevano incantesimi soffiando dentro le ossa dei morti o ai truffatori che vendevano le loro pozioni lungo il Mississippi, molto più vicino a loro che a mio padre, però lui si sbagliava a pensare che i libri mi facessero sentire migliore di lui o più in alto: mi facevano semplicemente sentire altrove. Era difficile rompere l’assedio della mia famiglia proprio perché era così difficile identificare le sue mura. Certe volte sembrava non averne affatto, sembrava che il confine tra la mia famiglia e il resto del mondo, invece che da una solida recinzione, fosse indicato da paletti a cui stavano appese le massime dei magnanimi governanti di quel piccolo regno.
OGNUNO È LIBERO DI PENSARE CIÒ CHE VUOLE
NOI NON IMPONIAMO NIENTE A NESSUNO
SEI TU CHE DEVI SCEGLIERE
Il giorno che ho avuto la certezza che esistevano, che le ho viste chiaramente, alte e bianche intorno a me, lisce, senza torrette e senza merli, imponenti e invalicabili, da quel giorno ho sognato di evadere da quelle mura e non farvi mai più ritorno. Pensavo che la mia salvezza dipendesse da quella fuga e forse la stessa cosa pensava mio padre, eppure ne soffriva fino a offendersi mortalmente ogni volta che rinveniva le tracce di quell’allontanamento e persino quando mi coglieva mentre stavo ritornando sui miei passi, mentre cercavo di stringere un patto, come nel regalo del piccolo rinoceronte di ematite. Avrei dovuto semplicemente dirgli tanti auguri papà, e dargli il rinoceronte, invece, come al solito, stetti a guardare l’effetto che gli faceva il mio regalo per poi avere l’amara riconferma che la distanza che ci separava non era diminuita di un millimetro. Funzionava così, tra noi: meglio nessun messaggio che qualsiasi messaggio. Meglio che non ci fosse nulla piuttosto che un pasticcio.
Qualche settimana più tardi lui si fece una lastra al petto e il dottore che la vide gli ordinò di sottoporsi a una TAC. Naturalmente il dottore aveva già visto nella lastra tutto quanto c’era da vedere. Del resto non si può non vedere ciò che delle macchine inventate e perfezionate appositamente per vedere ti mostrano. Dunque il dottore vide dentro il corpo di mio padre ciò che gli era impossibile non vedere, ciò che era necessario e ovvio che vedesse, e da quel momento in poi si trattò esclusivamente di vederlo meglio. Si trattò di vedere più precisamente ciò di cui comunque era già stata del tutto assodata la presenza. Si trattò di un problema tecnico di messa a fuoco. Vista la cosa fu necessario vederla meglio, precisarne i contorni, isolarne i contrasti con il resto di ciò che si vedeva ed era normale che si vedesse. In quella prima lastra, infatti, c’era già tutto quanto bisognasse vedere, anzi, ce n’era persino troppo, c’era un’esagerazione, un’esuberanza di cose da vedere. La malattia di mio padre si manifestò come un disturbo ottico, uno squilibrio della visione.
Non è invidiabile questo mestiere di gente che ti dice di accomodarsi nello studio, prima qualche battuta, come andiamo, che disastro quest’anno il Milan eccetera, ha passato delle buone vacanze eccetera eccetera, mi faccia un po’ vedere, e poi, in un silenzio improvviso e teso s’infila le mezze lenti, fa scivolare la lastra sul bianco del visore (mentre slitta via in obliquo sulle rotelle della poltroncina girevole), e all’improvviso, lì, sullo schermo di latte, al centro di una macchia che dovrebbe essere lo stomaco, o nel cono zebrato di un polmone, o dentro i tubi delle ossa, trasparenti come fantasmi, vede apparire qualcosa, vede una cosa, e questa cosa che non si dovrebbe vedere e invece lui vede significa che la persona seduta dall’altra parte della scrivania – uomo o donna, giovane o vecchio, simpatico e intelligente e religioso e bugiardo, allegro oppure triste o qualsiasi altra cosa buona e cattiva si possa dire di lui e qualsiasi cosa costui sia o sia stato nel bene e nel male – deve morire. Così doveva morire mio padre, la morte era già insediata dentro di lui comodamente all’epoca di quella prima lastra, il dottore la vide, la riconobbe, la circoscrisse, la identificò, la prefigurò cresciuta e sviluppata intorno al suo nucleo, come una cittadina che dalla cerchia originaria si estende radialmente verso lo spazio esterno fabbricandosi una periferia sempre più grande fino a diventare una grande città, una metropoli formicolante e rumorosa, il dottore vide quella nuova imprevista vita fervere dentro il corpo di mio padre e allora (immagino che spegnesse il visore e voltandosi nuovamente verso mio padre si sfilasse gli occhiali, o forse se li rinfilava per evitare che mio padre potesse cogliere il luccichio che in quell’istante, malgrado gli anni e le centinaia di casi e le migliaia di analogie che avrebbero dovuto spegnere ogni emozione, e tutto l’autocontrollo professionale, doveva essere brillato negli occhi del dottore…) egli annunciò: «Ci vogliono altre analisi». Prescrisse a mio padre quell’esame che, come per distrarre chi vi si sottopone dall’ossessione del responso, richiama una scatola di mentine, la chiusura a scatto del coperchio, e da quel giorno il suono TAC entrò a far parte del nostro spartito quotidiano, scandì il tempo dei discorsi clinici come un precisissimo orologio. Col tempo le TAC si accumuleranno una sull’altra fino a formare un pacco sempre più voluminoso e spesso (orografia del dolore), e ho ancora davanti agli occhi mio padre che si trascina dietro le sue TAC dentro una grossa busta di carta plastificata gialla, che si porta in processione le sue TAC da uno studio clinico all’altro, respirando rumorosamente, e racconta al medico di turno la sua storia e la suddivide in periodi che vanno dalla data della prima TAC alla data della seconda TAC, dalla seconda TAC alla terza, dalla terza alla quarta e così via, non si ricorda più con precisione com’è stato e quando, quando è incominciato il male e quando la cura (era la fine di gennaio o l’inizio di febbraio? era prima o dopo Pasqua?), dopo qualche mese la sofferenza ha già sfumato e confuso il passato riducendolo a una striscia di ininterrotto fastidio, la percezione dello scorrere del tempo è appiattita dalla monotonia della sofferenza, non ci si ricorda più quale sia il prima e il poi, come quei subacquei che immersi a una certa profondità, non riuscendo più a distinguere l’alto dal basso finiscono per nuotare verso l’abisso credendo di risalire in superficie, e dunque nella cronaca vuota della malattia (le pillole, le iniezioni, le flebo, i palpeggiamenti, la nausea, il vomito, i brividi… i capelli che cadono a ciuffi… i ricordi che si accavallano), nel suo ripetitivo circuito dove il fastidio doppia se stesso e si insegue, il dato memorabile diventa quello delle TAC. Quando accompagnammo mio padre a farsi la prima TAC io non sapevo che già nella lastra i dottori avevano visto tutto quanto. Non immaginavo che la TAC servisse solamente da conferma. C’era un gruppetto di suoi amici quella mattina ad accompagnarlo in clinica insieme a mia madre e a me e la cosa mi aveva un po’ sorpreso, mi aveva colpito negativamente la vista degli amici di mio padre schierati davanti all’ingresso della clinica, mi era venuto uno strano sapore in bocca a vederli, finché uno di loro, medico, mi prese da parte nel bar della clinica dove stavamo aspettando di sapere qualcosa, mi prese da parte mentre gli altri con mia madre tornavano nella sala d’aspetto, mi richiamò indietro con la scusa di offrirmi ancora un aperitivo e guardandomi negli occhi mi disse di non aspettarmi niente di buono dalla TAC perché la malattia di mio padre era già chiarissima e grave, diagnosticata in tutta la sua gravità. Lui mi disse questo, poi io andai di là e raggiunsi gli altri. Mia madre piangeva, i suoi amici avevano gli occhi pieni di lacrime, mi sembrò che tutti nella sala d’aspetto della clinica fossero addolorati, piangevano, e io pensai: che succede? cosa è questo? cosa è esattamente? Poi mi accorsi che non capivo cos’era successo un istante prima nel bar e mi sembrava uno strano modo di fare quello dell’amico di mio padre. Perché Franco mi ha detto questo? Che bisogno c’era di dirmi una cosa così? Ha voluto prepararmi? Ma prepararmi a cosa? Tanto lo avrei saputo lo stesso tra dieci minuti, lo sapranno tutti tra dieci minuti, e allora, perché dirlo a me in questo modo? Che differenza fa? D’un tratto mi accorsi che nella sala d’aspetto non stava piangendo proprio nessuno, mia madre ridacchiava nervosamente con la sua amica che le offriva una sigaretta e gli altri pensavano ai fatti loro, uno leggeva il giornale e gli altri fumavano, allora pensai: cosa mi ha detto Franco? Mi ha detto qualcosa a proposito di mio padre che però non comprendo. Mi ha detto che ha una malattia mortale, ma non capisco cosa vuol dire. Vuol dire che mio padre morirà, vuol dire questo, insomma, che mio padre è malato e morirà presto? C’è qualcosa che non mi è chiaro. Mi sforzo di afferrarlo ma non ci riesco. È sul serio mio padre che deve morire? Una volta morto significa che non lo vedrò mai più, che non esisterà più? E siamo sicuri che deve morire? Chi l’ha detto? Franco certamente non l’ha detto, debbo averlo pensato io mentre parlava. Franco non ha usato queste parole, non ha mai detto “morte” o “morire”, sono cose che ho pensato io. Lui mi ha soltanto detto che mio padre è malato. Ma questo significa che deve morire. E io non riesco a comprenderlo. Non so cosa significa, morire. Non capisco cosa vuol dire la frase “mio padre deve morire” e quindi non capisco cosa ci facciamo qui. E però ho l’impressione che questo momento doveva venire prima o poi. Avevo vissuto tutta la mia vita aspettando una certa cosa e ora che era finalmente arrivata, non riuscivo a capirla.
Passò un’altra mezz’ora. Aspettavamo che mio padre venisse fuori dalla porta a vetri. Una volta uscito dal macchinario della tomografia si stava rivestendo con calma, pensai. Si rinfilava la maglietta, la camicia a quadri, ficcava la camicia dentro i calzoni. Si riannodava la cravatta. Tutti piangevano, mia madre faceva uno strano rumore, come fanno i gatti quando hanno il raffreddore. La gente intorno doveva aver capito che il nostro gruppo aveva ricevuto una cattiva notizia. Il dottore confermò la diagnosi. Andai a telefonare e riferii a mia sorella. Cadde la linea due volte mentre lei veniva all’apparecchio e dovetti procurarmi una nuova moneta. Domandai a un’infermiera ma non ascoltai fino in fondo la sua risposta, salii delle scale strusciando i piedi, ne scesi delle altre, dissi a qualcuno delle parole, sentii che mi muovevo con gesti stanchi, eppure calmi e inesorabili. Tutto mi sembrava far parte di uno schema prestabilito. Quando tornai nella sala d’aspetto, mio padre uscì dalla porta a vetri e si guardò intorno, aveva un freddo sorriso sulle labbra, disse che voleva andare al bar a bere qualcosa.
Il lato derisorio di questa come di ogni altra esperienza della verità, di ogni altra visione della verità, sia essa la scoperta di un adulterio attraverso fotografie sconce scattate da un investigatore privato oppure il film che mostra un mucchio di bambini scheletrici, sta nel fatto che ancora non abbiamo finito di vedere e già vorremmo non aver visto, vorremmo tornare all’istante in cui eravamo inconsapevoli. Mentre mettiamo a punto geniali macchine per vedere e rivedere all’infinito le cose, al tempo stesso aborriamo il loro lavoro disvelatore. Apparteniamo ancora, credo, all’epoca il cui dilemma fondamentale è se svelare la verità oppure nasconderla, di cosa sia più giusto e in definitiva più vero, se dire una verità desolante e meschina (perché umana) oppure trasfigurarla in un’illusione, in un’utopia, in un ideale superiore liberato dalle contraddizioni (dunque sovrumano, disumano). Realismo che inclina al grottesco, da un lato, rivincita dell’immaginazione, dall’altro… Sguardo impassibile che conduce al cinismo e salto nell’ignoto… Desiderio di vedere fino in fondo, di bere il calice fino alla feccia, di sfidare il mistero correndo il rischio di cadere nel ridicolo, nel sordido, nell’insensato. Aspirazione a una segreta pacificazione, a una miracolosa ignoranza… Entrambi gli atteggiamenti pretendono di rappresentare la sincerità assoluta, in entrambi scorre l’empito più nobile e l’insoddisfazione più acuta, e difatti i grandi spiriti li contengono entrambi, in perpetua lotta tra loro.
Elevato obiettivo del pensiero: concepire una verità che allontana la morte invece di limitarsi a svelarla.
Mio padre reagì con calma alla notizia. Direi, più che con calma, con estrema pazienza. La sola cosa che lo spazientiva era l’agitazione altrui, di mia madre sopratutto. Uffa, in fondo è un problema mio, sembrava dire con gli occhi tranquilli quando intorno a lui vedeva crearsi apprensione e angoscia, lasciate che sia io a decidere se c’è da disperarsi o no. In fondo sono io a star male, dunque, se io rimango tranquillo, perché dovreste agitarvi voialtri? Non ha senso. Fin dai primi giorni mio padre scelse questa linea di comportamento e non la mollò sino alla fine. Gli dava fastidio il pathos. Non gli era mai piaciuto essere al centro dell’attenzione, figuriamoci adesso che gli sguardi puntati su di lui erano carichi di tristezza. Fin dall’istante in cui attraversò la porta a vetri della clinica con un sorrisetto ironico sulle labbra, sin da quel preciso momento in cui tutti noi lo fissammo cercando di interpretare il suo stato d’animo e di comunicargli il nostro, egli si sottrasse a quell’indagine, a quella richiesta di partecipazione, rifiutò di manifestare qualsiasi sentimento che non fosse una specie di annoiato disappunto, come se gli avessero portato via la macchina col carroattrezzi, rintuzzò ogni gesto di consolazione opponendone uno che significava per favore non facciamo scene, non è successo niente, e dopo essersi sfilato all’abbraccio di mia madre che mugolava tra le lacrime, prese una fuga verso il bar della clinica come se noi, sua moglie, i suoi cari amici, il primogenito, fossimo giornalisti in caccia di dichiarazioni. Io lo seguii senza fare storie, muto, e mi presi il terzo aperitivo della mattinata ottenendo l’effetto di considerare la faccenda sotto un’angolatura nuova. Attraverso il velo del Campari mio padre mi apparve come un santo. Il suo coraggio e la sua modestia mi sembravano meravigliosi e io ero felice di rispettarli. Arrivai persino a benedire quella tragedia che permetteva a mio padre di mostrare di che fibra era fatto. Credo di non averlo mai ammirato come in quel momento. Era calmo, scherzava, voleva sbrigarsi a concludere quella mattinata e soltanto da una leggera fissità dello sguardo capivi che era assorto in un pensiero profondo. Tirò fuori i soldi per pagare il conto del bar, «Cosa avete preso?» ci chiese voltandosi di scatto e trafficando col denaro, e lì, se fossi stato più lucido, se non fossi stato ubriaco e infatuato di mio padre, in quell’esitazione che lo colse nell’atto di pagare avrei capito che egli si stava specchiando in un pensiero troppo profondo, in uno stagno scuro che non rimandava alcuna immagine, e vedendo tutto quel buio si era smarrito e non sapeva più cosa fare. Si era accorto di specchiarsi in un pensiero insolubile.
Cosa vedo? Cosa c’è là in fondo che mi aspetta? Non riesco a distinguere niente in questa oscurità. Cosa so oggi di nuovo che non sapessi già ieri? Niente. E perché questa gente intorno a me vuol stringersi contro di me? Che vogliono, adesso? Io sono lontano da loro, lontano da tutti, ho da fare, non vedono che ho da fare? Sono occupato in questo momento, non posso parlare con nessuno. Perché non li mandano via? Perché stanno qui? Sono occupato: debbo guardare nel fondo di questa oscurità. Ci dev’essere qualcosa là in fondo. Giurerei di aver visto poco fa… quando ero sdraiato nella macchina, mi sembrava di vedere qualcosa oltre le lampade… ma adesso quell’impressione è scomparsa. No, non c’era nulla, non vedo nulla… ed è trascorso del tempo… meglio andarcene di qui… non si vede nulla… e sono stanco di guardare. Debbo pagare. Ho i soldi in tasca, eccoli qua. Cosa avete preso? Cosa avete detto? Dove andiamo? Andiamo a casa. Abbiamo da fare. Ma cosa c’è da fare? Non si può fare niente. È finita.
Si trattò di trovare un dottore. Un dottore fra le migliaia di dottori possibili, il migliore possibile fra le migliaia di migliori dottori possibili. Un problema quasi filosofico si pose davanti a mio padre e sopratutto, per la prima volta, davanti a noi. Prima davamo per scontato che fosse mio padre a occuparsi degli altri, di tutto, sempre – e invece bisognava cominciare a pensare il contrario. D’ora in poi, eravamo noi che dovevamo occuparci di lui, che dovevamo pensare a lui e pensare per lui. La necessità di questo rovesciamento non arrivai a comprenderla subito e forse non l’ho capita fin quando è morto. (Malgrado mio padre non ci sia più e io abbia i miei bambini e tutto faccia ritenere che il tempo della mia giovinezza sia trascorso, sento di essere rimasto un figlio, e rimarrò figlio per sempre.) Nessuno aveva mai neanche lontanamente pensato a mio padre come a qualcuno da proteggere, da consigliare ed eventualmente da dissuadere. Credo di non avergli mai, in trent’anni, dato un suggerimento né lui me ne chiese mai. Ciò che faceva era insindacabile, e non perché lui non accettasse critiche al suo operato, semplicemente, non ci sarebbe passato per la testa di fargliene. Ma adesso le cose erano cambiate.
Trovarsi un dottore non è cosa diversa dal trovarsi un barbiere o un sarto. Ce n’è di tutti i tipi e per tutte le tasche. Si giunge a loro per chiara fama, attraverso il consiglio di un amico o di un altro dottore, oppure per fatalità. Ci sono i medici famosi, i medici umani, i medici sinceri, i medici costosi e quelli economici, i medici alla moda, i medici affidabili, i medici modesti, i medici americani, i medici che li trovi a qualsiasi ora persino la notte. I medici-santi, i medici-sgobboni, i medici-baroni, i medici-medici, i medici-artisti e i medici-scienziati. Tali categorie si incrociano e si suddividono in ulteriori subcategorie all’interno delle quali bisogna valutare bene i vantaggi e gli svantaggi, perché una volta compiut...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- PRIMA PARTE
- SECONDA PARTE