Diciannove
Che ci fosse sotto qualcosa avrebbe dovuto capirlo subito, già da come Caterina aveva evitato di salutarla quando si erano incontrate, per caso, entrando nel palazzo del doge. Teodora sulle prime le aveva sorriso, come si conviene a una principessa. Poi, pensando che la ragazza non l’avesse notata, le aveva educatamente rivolto la parola, come si fa con un’amica. Niente. Caterina era scivolata via zitta, tenuta per mano da una donna contegnosa che doveva essere la madre.
Teodora, che era accompagnata dall’amatissima Maria, avrebbe dato chissà cosa per avere accanto la sua, di mamma. E così, invece di insospettirsi per il comportamento di Caterina, l’aveva giustificato immaginando che la ragazza fosse ancora imbarazzata per lo strano pomeriggio che avevano trascorso insieme. E poi aveva pensato a casa, quella vera, a Bisanzio, e si era lasciata sprofondare nella dolce malinconia che provava ogni volta che le capitava di ricordare i suoi genitori.
Fu probabilmente per questo che non si rese conto di come tutto, nel salone dove si sarebbe tenuta la cena, fosse più semplice e grigio di quanto sarebbe stato a Bisanzio. Oppure no, perché forse ormai l’assenza del lusso e dello sfarzo in cui era cresciuta non la colpiva più. Era già da un po’ che viveva a Venezia, e aveva imparato a conoscerne il carattere e le tradizioni. Si stava abituando alla semplicità delle sue consuetudini, iniziava a considerarle un po’ anche sue. Ormai amava quell’incredibile città galleggiante. E poi, anche se non ne aveva ancora parlato con nessuno, aveva tutti quei progetti per renderla più bella...
La grande sala delle udienze era illuminata da numerose torce alle pareti e un intenso brusio si levava tra le decine di invitati che già si erano sistemati al loro posto; le lunghe tavolate di legno erano imbandite con piatti di ogni tipo.
Teodora fu in grado di riconoscere il profumo del coriandolo e della noce moscata che proveniva da alcune pietanze, e si accorse che per un piatto di selvaggina era stato usato molto pepe. C’era poi un enorme vassoio di cavoli, spinaci e carciofi. «Adoro i carciofi» esclamò la ragazza e per un attimo si immaginò in un’isola della laguna intenta a coltivare quelle verdure spinose.
Ma la nuova fantasticheria fu presto interrotta da Maria: «Questa è la famosa ‘polenta e osei’, un piatto molto antico» si mise a spiegare Maria indicando una strana crema bigia che accompagnava degli uccelletti allo spiedo. «È fatta con fave macinate e farro, un cereale molto comune da queste parti.»
«E tu come fai a saperlo? Non abbiamo mai mangiato niente del genere da quando siamo qua.»
«Tu sei andata in giro a conoscere la tua nuova città, e io sono stata a casa a conoscere la mia nuova cucina.»
«Non prendermi in giro. Ci sono poche persone in casa in grado di insegnarti qualcosa, visto che nessuno parla greco.»
«Nessuno? Non mi risulta.»
«Ma come ho fatto a non capirlo subito: Mario. Mario il cuoco. E chi altri se non lui?» disse Teodora con un sorriso.
Maria arrossì esageratamente e subito si affrettò a spiegare: «Quelle bestioline dall’aspetto tenero e molle sono moleche, granchi senza il carapace, una vera golosità da queste parti. E questo piatto, invece, che si chiama pesce in saor, è quasi una mia invenzione. Mi è venuto in mente osservando Mario in cucina alle prese con tutte quelle sarde essiccate: lui le stava preparando con le cipolle, come si fa quando si va per mare, te lo ricordi? Io gli ho suggerito di aggiungerci pinoli e uva passa, per accentuare il gusto agrodolce che ti piace tanto nei piatti arabi.» E proprio in quel momento un valletto le invitò ad accomodarsi al loro posto, accanto a Giovanni – evidentemente colpito dal vestito di Teodora – e alla sua famiglia.
Non appena le due ospiti d’Oriente si furono sistemate, il doge si alzò e prese la parola.
Una prima volta il doge parlò nella strana lingua di lì, e le due donne non capirono nulla. Poi, rivolgendosi a loro ma anche agli ambasciatori di Bisanzio presenti, tenne un discorso in latino. Per farla breve, ecco le sue parole:
«Signore degnissime, illustrissimi concittadini, è un vero onore avervi questa sera tutti qui, riuniti nella mia umile casa, seduti intorno alla mia semplice tavola. Ma l’occasione meritava una simile nobile riunione, credetemi. Ascoltate quello che ho da dirvi, ve ne prego. Due sono le comunicazioni che devo farvi, entrambe importanti e foriere di serenità. Prima di tutto, come vostro doge, ho il compito di rassicurarvi circa la minaccia di cui tanto si parla in questi giorni. Ho inviato ambasciatori lungo ogni strada che parte dalla laguna, e ho ascoltato ogni forestiero che qui fosse arrivato. Nessuno, ripeto, nessuno ha visto o sentito nulla riguardo alla peste fuori dalle nostre piazze. Nessuna città è caduta vittima del terribile contagio; nessuna regione, per quanto remota, ne sta in questo momento soffrendo. Non c’è motivo di preoccuparsi perché al momento non c’è nessuna epidemia.»
Un brusio nervoso si diffuse nella grande sala. Alcuni dei convitati – e tra loro Teodora e Maria – commentarono la novità con grande soddisfazione. Altri invece sembravano dubbiosi, incerti se credere o meno alle parole del doge.
«Veneziani tutti, siate tranquilli» insistette allora lui con una voce ancora più autorevole. «La nostra città, le nostre famiglie, gli affetti più cari sono al sicuro. Venezia non è mai stata tanto vitale come oggi. Anzi, lo siamo a tal punto che la più nobile città del mondo, Bisanzio, ci ha voluto donare in segno di amicizia la sua perla più preziosa. È infatti con grande gioia e orgoglio che vi informo che l’imperatore d’Oriente ha acconsentito ad affidare a Venezia la sua nipote più cara, Teodora, che presto diventerà la sposa di mio figlio Giovanni.»
A quelle parole Teodora si alzò e sorrise ai presenti, facendo loro un gentile cenno di saluto con il capo. Era o non era una principessa d’Oriente? E le principesse d’Oriente fanno sempre gentili cenni di saluto con il capo.
Come ovvio, a quel punto decine di occhi si misero a scrutarla, alcuni con curiosità, alcuni con autentica ammirazione, pochi – per fortuna – con diffidenza. Non poteva che essere così: in molti avevano visto la misteriosa portantina allontanarsi traballante dal molo ma, da quando la sua nave era attraccata nel porto, solo pochissimi avevano incontrato la principessa d’Oriente. Così le voci sul suo conto si erano alimentate di invenzioni e fantasie sempre più stravaganti, al punto che qualcuno si stupì di non trovarsi davanti a una creatura incantata. Teodora, in fondo, era solo una graziosa ragazza in un magnifico abito di seta giallo, di certo non una minaccia per la città.
Dopo la presentazione, il doge invitò gli ospiti a servirsi dai grandi piatti di legno posati sulla tavola.
Anche Caterina, certamente la persona più di cattivo umore tra tutti i presenti, si rilassò quando poté finalmente acchiappare con le dita una carnosa e lustra coscia di pollo – o era di oca? – per portarsela golosamente alla bocca. E mentre Teodora osservava un po’ inorridita la scena, Maria le passò la sua preziosa forchettina, quella che le avevano regalato i genitori poco prima della partenza, perché si servisse anche lei. Le principesse d’Oriente, quando prendono dai piatti comuni la loro parte, non possono ungersi le dita con le pietanze...
Quasi nessuno se ne accorse tale era la concentrazione sul cibo, ma c’era chi, nella sala, non aspettava che quel semplice gesto per portare a compimento il proprio malefico progetto.
Una voce infatti si levò alta e terribile, ed era la voce di Piero il Castigatore: «Che cosa tiene in mano quella donna? Perché non tocca il cibo con le sue mani, come facciamo noi altri? Di che cosa ha paura? Di qualcosa che noi non conosciamo? Che cosa ci nasconde la ragazza venuta dal mare? Ecco la nostra minaccia. Ecco la nostra colpa. È lei, la straniera: la nostra peste. Doge, hai mentito; oppure sei anche tu incolpevole vittima del demonio. Come hai potuto lasciarti ingannare: certo i modi di costei sono degni di una nobilissima dama, ma non vedi che ogni suo gesto è fatto per ingannare e portarci alla dannazione?»
«Ma cosa dici, Piero, non capisco...» intervenne risentito il doge che tuttavia non riuscì a far tacere il Castigatore.
«Oneste donne di Venezia, nobili signori, non siate ciechi e ascoltate me, ora. Il nostro nemico è potente, anche se ha un viso di ragazza. Avete mai visto prima d’ora qualcuno servirsi da un piatto con uno strumento del genere? Una forcella d’oro da portare alla bocca. Cosa c’è di meglio, invece, per afferrare il cibo, delle cinque dita di cui siamo dotati? Perché alterare la natura con una simile affettazione? Che ostentazione di ricchezza, destinata a condurci lontano dalla semplicità del bene. È senz’altro un’invenzione malvagia, questa forchetta: guardate, ha due punte come le corna del diavolo. E colei che ne fa uso, non può che essere una creatura diabolica. Guardate anche le sue vesti: il tessuto viene da lontano ed è prodotto con inutile fatica e maestria; il suo colore richiama l’attenzione, e non dovrebbe. A cosa le serve tanto lusso? Che cosa deve nascondere? Da cosa ci deve distrarre? Ve lo dico io, da che cosa. Ve lo svelo io, il suo segreto. Nella sua stanza c’è una vasca. Una vasca enorme, d’oro e d’argento, tempestata di pietre preziose: le più preziose che abbiate mai visto. E ogni sera le sue ancelle, a decine, la riempiono con le loro lacrime perché lei, la straniera, vi si possa immergere a riposare. È lì che essa dorme, fino all’alba. È nell’acqua salata che recupera le forze malvagie che poi le serviranno per colpirci. E sapete perché? Perché sotto le vesti, queste magnifiche vesti cangianti che tanto avete ammirato stasera, nasconde una coda di pesce. È un mostro, la nostra principessa, un mostro venuto a Venezia per distruggerci! Una sirena, una creatura del mare, metà pesce e metà donna, nata per attirarci con la bellezza e l’eleganza e poi farci impazzire. Divorarci.»
Quest’ultima battuta era evidentemente una stupidaggine, Piero lo sapeva. Ma se ci avevano creduto Tonio e Caterina alla storia della sirena, forse qualche dubbio sarebbe nato anche negli altri veneziani, soprattutto ora che in molti si erano ripetutamente serviti di quel vino appena speziato che era stato loro offerto in grande quantità.
Toccò a Giovanni – che avrebbe preferito trovarsi in mare nel pieno di una tempesta piuttosto che nella sala da pranzo di casa sua – tradurre alle due ospiti straniere l’intervento del Castigatore. Maria ne fu costernata. Teodora avrebbe voluto scappare o mettersi a piangere o urlare, ma sapeva di non essere libera di farlo: una principessa d’Oriente deve nascondere in pubblico i propri pensieri e le proprie emozioni, anche i dispiaceri più grossi.
Il doge non sapeva cosa fare: era mortificato per le assurde cattiverie rivolte a Teodora, preoccupato per le conseguenze che il folle discorso di Piero avrebbe avuto nei rapporti con Bisanzio, deluso per la piega che le cose stavamo prendendo. Gli ambasciatori d’Oriente presenti alla cena, invece, non avevano dubbi: non era accettabile che si offendesse così una principessa di Bisanzio, la nipote dell’imperatore giunta a Venezia proprio in segno di amicizia tra i due popoli.
E i veneziani? Molti, quasi tutti a dire la verità, pensarono che fosse stato il vino a far parlare Piero, oppure la rabbia per essere stato smentito pubblicamente riguardo alla storia della peste. Alcuni però, dopo aver guardato la bellissima e morbida veste color zafferano di Teodora e la forchettina d’oro che ancora la principessa teneva in mano, qualche pensiero strano – e cattivo – lo fecero: perché non si sa mai quel che può arrivare da Oriente...
Caterina, che nel frattempo aveva spolpato la sua grassa coscia di pollo (o d’oca), dopo essersi pulita le mani untissime sulla sottana del vestito – è così che si faceva, perché nessuno in Europa aveva ancora inventato né la tovaglia né i tovaglioli – si guardò intorno raggiante: come le aveva promesso il Castigatore, quella era la sera della sua vendetta.
Ma soprattutto quella era la sera del trionfo di Piero che, forte delle informazioni avute proprio da Caterina, riprese a inveire contro la povera principessa e la sua forchetta: «Già, una forchetta per non usare le dita... Perché quelle dita servono a ben altri scopi. Quali? A scrivere, per esempio. E perché mai Teodora scrive? Che cosa scrive? A chi scrive? Sappiamo tutti che dal leggere e dallo scrivere delle donne sono venuti molti mali...»
Anche se a nessuno venne in mente neppure uno dei molti mali a cui Piero alludeva, alcuni tra i presenti pensarono che nessuna delle loro donne sapeva leggere o scrivere. Anche Caterina ci pensò un po’ su: è vero, a lei sarebbe piaciuto molto poter aiutare ogni tanto i fratelli negli affari con i conti, le liste delle merci, le lettere per l’estero; ma non era certo quella la sera in cui avanzare una simile richiesta... Come già quel pomeriggio da Teodora, davanti al bellissimo scrittoio della principessa, mise in mostra un’espressione di condanna e di preoccupazione: perché mai una ragazza onesta dovrebbe leggere e scrivere? E fu così che, contravvenendo a ogni regola di buona educazione, la rossa veneziana inaspettatamente prese la parola e tirò fuori tutta la rabbia che quelle nozze le avevano fatto crescere nel cuore: i tappeti volanti e il fumo del diavolo e la pozione magica nelle tazze invisibili. «È vero, è una strega. No, è una sirena malvagia che vive nel mare. No, è una donna che scrive al demonio. No, è una peccatrice che adora la ricchezza e il lusso. No, è una straniera venuta a rubarci i nostri mariti. E io la odio e la maledico!» A quelle parole, anche le altre ragazze presenti, poche per fortuna ma tutte in età da marito, esplosero: «Anche noi ti odiamo, straniera!». E non ci fu più modo di riportare l’ordine nella sala.
Venti
«Anche noi ti odiamo, straniera!» Non ci posso credere, sono ancora sconvolta. Caro diario, la cena dal doge è stata un disastro completo e mi ha fatto scoprire delle cose che non immaginavo minimamente.
Non me ne ero accorta, ma a Venezia ci sono persone che mi odiano, che addirittura mi odiavano prima ancora che arrivassi, prima di conoscermi. E i miei nemici non hanno esitato a ricorrere alla menzogna più truce.
Altro che principessa: sono stata trattata da nemica della peggior specie, e se non fosse stato per il doge probabilmente mi avrebbero anche fatto del male. Ho avuto paura: in un primo momento per la mia vita, ma poi anche per la mia libertà, per il mio diritto a essere me stessa.
Come può un uomo istruito – perché, mi hanno detto, Piero il Castigatore lo è – pensare che lavarsi con dell’acqua profumata, vivere in stanze piacevoli, indossare abiti eleganti e non lerciarsi le mani mangiando siano peccati? Come si può credere che una forchetta o una veste di seta siano strumenti del diavolo? A Bisanzio tutte le giovani donne ne fanno uso, e senza nessuna intenzione cattiva. Ma soprattutto come si può credere che io, proprio io, Teodora da Bisanzio, sia la causa di un’epidemia o, peggio, sia io stessa un male mortale per i veneziani?
Anche Giovanni ci è rimasto male. Non tutti hanno creduto alle menzogne del Castigatore, ma le parole di Caterina e delle altre ragazze lo hanno spaventato. Il doge poi non sapeva che cosa dire: proprio i suoi concittadini, abituati da tempo a viaggiare tra popoli diversi.
Penso che il doge abbia anche un’altra preoccupazione: gli accordi presi con l’imperatore d’Oriente. Non so bene di che cosa si tratti, ma è anche per questo che le nobili ragazze di Bisanzio vanno in moglie in giro per il mondo: per facilitare accordi di collaborazione e di pace tra i popoli. Ora, dopo questa faccenda, è tutto più complicato.
Andare avanti con i nostri progetti, così, come se non fosse accaduto nulla, potrebbe essere pericoloso; ma pericoloso – anzi inutilmente dannoso – è anche mandare tutto a monte. E poi io sono una principessa incaricata dal suo imperatore di portare a termine un’importante missione: non posso arrendermi, nonostante le difficoltà. Devo trovare una soluzione. Una soluzione che metta il cuore in pace ai miei sciocchi nemici ma che garantisca comunque l’amicizia tra Venezia e Bisanzio.
Credo che sia importante riuscirci. L’ho promesso ai miei genitori prima di partire: non li avrei delusi. E non li deluderò. Devo solo guardarmi bene intorno, contare le risorse di cui dispongo e farmi venire una buona idea – un po’ come ha fatto Maria con le uvette nel pesce.
Vediamo... Caterina, forse è meglio lasciarla perdere: è troppo arrabbiata. Però ci sono Maria e Mario. E Giovanni, naturalmente. Ma anche Piero e la sua peste. La peste che non c’è ma forse c’è perché sono io, la peste.
Adesso mi manca solo l’idea.
Non me la meritavo tutta quella cattiveria, comunque.
Ventuno
Per due giorni non si parlò che della cena dal doge, e se ne parlò in tanti modi diversi. Per la famosa regola che meno uno c’era stato e più aveva dettagli da rivelare, anche stavolta il più informato si confermò Tonio. Ma le persone di buonsenso – che a Venezia erano per fortuna numerose – non gli prestarono alcuna attenzione. Quasi nessuno aveva infatti voglia di scherzare sulla faccenda.
C’era chi era rimasto colpito dalla reazione delle ragazze: certo, avevano esagerato, ma la loro paura si poteva capire... E Piero? Per qualcuno era un pazzo che cercava di danneggiare il doge e le altre famiglie di mercanti andando contro gli stessi interessi di Venezia. Per altri era un megal...