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La notte al posto del giorno
Elias era sdraiato sul letto, gli occhi piantati sulle scarpette di Roberto Baggio. Teneva le gambe a uncino, le braccia giunte. Sembrava un manichino abbandonato sopra il copriletto giallo. Non avrebbe saputo dire quando aveva invertito il giorno con la notte. Due mesi prima? Due settimane? Due giorni?
Non era importante, non voleva ricordarlo. Ormai era successo e non aveva la forza per tornare indietro a quel momento.
Il giorno aveva fatto a cambio con la notte, e lui non aveva opposto resistenza. Era andata così.
“Meglio. C’è più silenzio” pensava immobile.
Il silenzio lo aiutava a congelare il tempo. Un piccolo vantaggio, anche se non avrebbe dovuto averne. Voleva una prigione domestica, nonostante il mare.
Già era tanto che fosse vivo. A casa sua. Con i genitori nella camera a fianco che si preoccupavano per lui.
“Povera mamma, povero papà.”
Doveva far piano. Restare fermo. Non disturbarli.
“Shhh… Adesso passa.”
Ma non passava.
Nel carcere di Buoncammino, i detenuti non vedono il mare. Non ne sentono il rumore, la voce scontenta di certe giornate d’inverno, quando il Maestrale picchia forte contro tutto, per far vedere chi comanda, e l’acqua si arrabbia, spruzza e sbatte per ribellarsi al vento. I reclusi non riconoscono la sua dolcezza d’estate, quando va e viene sul bagnasciuga, pigro, come se lo volesse accarezzare dopo uno sbadiglio.
In viale Buoncammino, non c’è tua madre che fa la cuoca, cucina i tuoi piatti preferiti anche se poi li lasci sul tavolo, o spizzichi appena, la forchetta che naviga sulla ceramica senza sapere dove approdare. E tu lì, morto di vergogna, che non vedi l’ora di alzarti e fai passare il minimo sindacale, sette minuti, otto, dieci, ora puoi andare, «Grazie, ma’» detto di sfuggita, un soffio tra i denti. Via, che la sedia scotta, corri in camera, corri al riparo.
Non se lo meritava, di stare così comodo. Detenuto, vista mare. Una reclusione decisa dal giudice peggiore che gli potesse capitare: quello interiore. Sentenza senza appello. Per adesso.
Erano le tre e non si era spostato di un millimetro da ore. Lo sguardo fisso, senza intenzione. Spento come le luci della casa. Dormivano tutti, tranne i lampioni.
Ma quelli erano fuori.
Si era abituato al cono bianco che gli illuminava la stanza. Quel tanto per distinguere i contorni degli oggetti senza dover premere l’interruttore. La scrivania sotto la finestra; l’armadio da una parte, lo scaffale in metallo con i libri dell’università e gli spartiti del coro dall’altra; due poster appesi con le puntine, Baggio e i Metallica; la foto della quinta elementare, seduto sugli scalini della scuola con i compagni di classe e la bidella vestita di nero. Gli abiti scuri di quella vedova lo colpirono come una rivelazione. Il dolore era tornato, sordo, in un istante.
La sua stanza dava sulla veranda, ma ormai lì non ci andava più.
Aveva provato una volta, di pomeriggio. Voleva raggiungere una delle sedie di plastica ingiallite dal tempo che guardavano il prato verde e i giochi dei bambini. Si era messo d’impegno.
“Un po’ d’aria, prendo solo un po’ d’aria.”
Si era tirato su come un sonnambulo, trascinandosi a stento fino alla porta. Aveva girato la maniglia senza alcun rumore, nell’irrazionale tentativo di non farsi sentire. Non c’era nessuno in casa, chi lo poteva scoprire? Era avanzato barcollando, determinato a conquistare i tre metri di corridoio che lo separavano dai due battenti a vetri affacciati al balcone.
«Quanto pesa?» aveva detto mentre sollevava la serranda, già disturbato dalla luce di maggio.
Le gambe gli formicolavano e la testa scoppiava.
“Mi siedo un attimo e poi torno dentro” aveva pensato uscendo, un passo dopo l’altro, come un malato che ricomincia a camminare dopo un’immobilità forzata.
Ma le voci dei bambini gli avevano trafitto i timpani.
Le foglie verdissime della siepe gli erano sembrate vive in modo oltraggioso.
L’azzurro del cielo che si mescolava con il celeste del mare era stato un pugno al suo senso di giustizia.
“Me lo merito, tutto questo?”
Il cuore aveva preso a battergli come un pazzo, sentiva un martello che picchiava sulla bocca dello stomaco.
Il giudice aveva risposto no.
Il suo letto era addossato al muro, di fronte alla serranda perennemente abbassata, mai del tutto, come una bandiera a mezz’asta. Elias era sdraiato su un fianco, davanti a sé un futuro di venti centimetri e nient’altro.
Gli occhi, suo malgrado, continuavano a fissare il poster del campione. Incollati da un pezzo ai tacchetti volanti, non risalivano in alto, sui calzoncini immacolati, la maglia a strisce, il pizzetto appena accennato e quell’assurdo codino che sfidava la forza di gravità.
“Domani lo tolgo” si disse spostando lo sguardo sui calzettoni bianchi.
Ma non l’avrebbe fatto, e lo sapeva.
Troppa fatica.
E lui doveva riposare, adesso. Recuperare le forze, allontanare i pensieri, subdoli e disordinati, che arrivavano e se ne andavano senza chiedere il permesso, al rallentatore o con un flash rapido, collegando in pochi secondi persone ed emozioni, sensi di colpa e nostalgia, aggiunte mancate e sottrazioni.
L’aveva visto, Baggio, al Sant’Elia. C’era andato con suo padre.
“Papà.”
Provò dolore, ma inseguì il filo di quello strappo.
“Quando allo stadio andavamo insieme.”
L’ultima volta, il fantasista della Juve aveva umiliato il Cagliari con eleganza zen.
“Non a caso è buddista.” Rise appena.
E cos’era, questa, una battuta? Per fortuna nessuno l’aveva sentito.
Rimaneva immobile. Non ci pensava a voltarsi. Stava bene, così.
Fermo, come il tempo.
“Se non mi muovo, non succede nulla.”
L’ansia era lì, sulla sua spalla.
“Se non mi muovo, non può cambiare nient’altro.”
Quella si stava già allargando, come un mantello di piombo.
“Se non mi muovo, mi passa.”
Il mantello ormai aveva coperto il letto.
Elias aveva iniziato a inspirare con il naso ed espirare con la bocca. Cominciava a sentirsi affondare.
“Bom, bom, bom, bom, bom, bom, bom, bom.”
Ricorreva sempre allo stesso stratagemma, era il suo modo per scacciare l’angoscia.
“Bom, bobobobobobobo, bobo.”
Cantava. Soltanto nella testa, però. Così si calmava: ripeteva le note, una dopo l’altra.
Ecco, stava facendo effetto. Presero a nuotargli davanti banchi di barracuda delle acque tropicali. Li vedeva e gli pareva di sentire la voce di Piero Angela che raccontava dove vivevano e perché si muovevano in gruppo. L’avevano fatta davvero una puntata così o se la stava immaginando? Nel dubbio, continuava a cantare. Muto.
“Bom, bobobo, bobo, bobobobobobobobo.”
Insisteva con l’Aria sulla quarta corda di Bach, un movimento di una suite orchestrale bellissima, la numero 3 in re maggiore, se solo non fosse stato strabusato per colpa di quel programma tivù. Le note le conosceva a memoria.
“Ora la solfeggio.”
Si era dato uno scopo.
“SI.” Contava il tempo in quattro quarti: uno, due, tre, quattro.
“SI.” Due, tre, qua…
“SI, MI-DO-LA-SOL-FA-SOL, FA.” Due. “MI, RE.”
“RE.” Due, tre, qua…
“RE-SI-FA-MI-LA-LA-RE-DO DO.” Due, tre, qua…
“DO-LA-MI-RE-SOL-FA-DO-SI SI.” Due, tre.
“DO-RE SOL SOL-LA-SI-SI-LA-LA-SOL FA-MI-MI-FA-SOL SOL FA-MI RE.” Due, tre, qua…
Era la parte del soprano, che cantava Violetta.
Eccola. Mancava solo lei, quella notte, il suo ologramma splendente.
«Perché oggi hai tardato ad arrivare?» chiese al muro.
Ricominciò a cantare, nel suo modo assurdo, ora ripetendo la parte del basso.
Seguiva un suo spartito immaginario, aveva cambiato rig...