Il gatto nella città dei sogni
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Il gatto nella città dei sogni

  1. 168 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il gatto nella città dei sogni

Informazioni su questo libro

Cisgiordania. Un gatto trova rifugio in una piccola casa palestinese occupata da due soldati israeliani, che ne hanno fatto il loro punto di osservazione della zona circostante. In un primo momento la casa sembra vuota, ma dopo poco il gatto avverte la presenza di un bambino nascosto in un vano sotto le assi del pavimento. Che cosa ci fa lì un bambino tutto solo, dove sono i suoi genitori? Deve fare qualcosa per aiutarlo? In fondo è soltanto un gatto. O no? Un'istantanea del conflitto isreaelopalestinese visto attraverso uno sguardo insolito, imparziale e delicato.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2016
Print ISBN
9788817089173

Due

Lo ero davvero?
Ho dato una rapida annusata per capire chi altro c’era in quella casa. Niente gatti, e nemmeno cani. Soltanto esseri umani. E dove ci sono esseri umani, deve esserci per forza del cibo.
Mi sono avvicinata al bordo del divano per vedere che cosa stava succedendo.
I due soldati si muovevano senza far rumore; hanno appoggiato con delicatezza le sacche militari sul pavimento e hanno iniziato ad aggirarsi per casa con i loro stivali silenziosi. Era una di quelle abitazioni con una sola stanza. Mi era già capitato di sedermi sul davanzale di case così piccole, in cerca di avanzi di cibo lasciati sui tavoli delle cucine.
Era tutto in ordine. Un ordine tanto perfetto che mi è bastato un solo sguardo per capire che non c’era nulla che potesse interessarmi: solo uno scaffale pieno di libri in arabo, un letto contro la parete, un piccolo tavolo con tre sedie e il divano sotto il quale mi ero nascosta. C’era anche una finestra bassa, con un davanzale abbastanza largo perché mi ci potessi sedere. In cima a uno scaffale c’erano un violino e un archetto, lasciati lì senza custodia a prendere la polvere. Al mio insegnante di musica sarebbe venuto un colpo. Ci ripeteva sempre di trattare bene i nostri strumenti. Non erano nemmeno nostri, a dire il vero: li prendevamo in prestito dalla scuola. Ma lui era come un martello pneumatico.
Non c’era molto altro in quella piccola casa. Un paio di tazze, un paio di tavolini, qualche cuscino. Erano tutti spaiati, e probabilmente le pareti non venivano tinteggiate dai tempi in cui è nato Gesù.
La cucina era composta soltanto da un fornello a cherosene, un piccolo lavello e uno scaffale con pochi piatti. In un contenitore per il caffè s’intravedevano dei ceci essiccati, accanto a barattoli di spezie, una scatola di tè e un paio di cipolle con i germogli.
Nulla di utile per un gatto.
I fasci di luce delle torce dei soldati spazzavano gli angoli come scope, rasentando i muri. Hanno guardato dietro le tende e nel piccolo bagno.
«Non c’è nessuno qui» ha bisbigliato uno dei due.
«Bene. Non voglio averci nulla a che fare.»
«Credo che nemmeno loro vogliano aver nulla a che fare con te, soldato semplice.»
L’altro si è portato un dito alle labbra. Ha camminato in punta di piedi su un piccolo tappeto, avvicinandosi a una pila di scatole disposte lungo una delle pareti. Una volta vicino, le ha rovesciate con un calcio, sparpagliandole sul pavimento e puntando il fucile contro il cumulo che si era formato.
«Venite fuori! Mani in alto!» ha detto in arabo, a metà tra un sussurro e un grido.
Non è apparso nessuno.
«Soldato semplice Simcha, grande eroe. Mi sa che hai appena distrutto il lavoretto artistico di un bambino.»
Ha puntato la torcia su un foglio di carta appeso al muro con un pezzo di scotch.
«Non leggo quella lingua» ha detto Simcha. «So dire soltanto Venite fuori! Mani in alto!»
«Quella lingua si chiama arabo. E sul foglio c’è scritto Città dei Sogni
Mi sono sporta da sotto il divano per vedere di che cosa stavano parlando.
Disposta in ordine contro una parete, in un punto che non era stato raggiunto dal calcio del soldato, c’era una città giocattolo costruita con materiali di recupero. Scatole di biscotti e di sale erano state trasformate in case e negozi, con finestre e porte ritagliate nel cartone. Sopra le scatole erano state disposte delle lattine, come taniche d’acqua sopra i tetti.
«A me sembra solo una Città dei Rifiuti, Aaron.» Simcha ha dato un altro calcio alle scatole.
«È il tuo comandante che ti parla» ha detto Aaron. «Non distruggere tutto. Forse dobbiamo restare nascosti qui per qualche giorno.»
«Dobbiamo essere meticolosi.»
«Dobbiamo usare il cervello» ha ribattuto Aaron.
Poi si è inginocchiato di scatto e ha puntato la torcia sotto il mio divano. La luce mi è arrivata dritta negli occhi.
Ho soffiato tirandogli una zampata, poi mi sono rifugiata più indietro, ben contro la parete e fuori dalla sua portata.
Aaron ha fatto un salto e ha gridato, lasciando cadere la torcia. Ho sentito odore di sangue.
L’avevo beccato! Sulle labbra mi è spuntato un sorriso.
Prima che mi succedesse tutto questo non sapevo che i gatti potessero sorridere. Invece possono farlo.
Simcha ha imbracciato il fucile ripetendo le sue frasette in arabo: «Venite fuori! Mani in alto!».
«Tranquillo» ha detto Aaron. «È solo un gatto.»
«Un gatto? Dal salto che hai fatto, pensavo che fosse un terrorista.»
«Non ho fatto nessun salto» ha ribattuto Aaron, ma era una superbugia, perché aveva fatto un superbalzo.
«Sarà tutto più facile se non c’è nessuno» ha detto Simcha. «Deve essere piuttosto complicato occupare una casa abitata.»
«Parli troppo, piantala» ha ordinato Aaron. Si è chinato per guardare di nuovo sotto il divano e poi si è alzato di scatto, come se all’improvviso si fosse ricordato che là sotto c’ero io, la Gatta Killer del Medioriente, pronta a colpire. O almeno è quello che mi sono detta. Come ho già spiegato, sono una gatta senza televisione e devo pur divertirmi in qualche modo.
Aaron si è inginocchiato sul tappeto, ha preso una mappa dalla tasca e l’ha stesa sul pavimento, illuminandola con la torcia. Con uno scatto, mi sono avvicinata di nuovo al bordo del divano per guardare.
«Eravamo qui» ha detto, indicando col dito. «Poi siamo andati quassù e abbiamo girato qui a destra, attraverso il Campo dei Pastori.» Mentre parlava, muoveva il dito sulla mappa.
«Che cosa c’è che non va?» ha chiesto Simcha. «Ci siamo persi?»
«Ti ho detto di stare zitto.» Aaron continuava a fissare la mappa.
Aveva tutta la mia comprensione. È facile perdersi in questo posto. Ci sono strade strette e vicoletti senza nome che serpeggiano in mille direzioni; e colline che sembrano tutte uguali.
Aaron ha sollevato lo sguardo dalla mappa guardando verso la finestra, per capire in che direzione fosse rivolta.
«La casa deve essere questa» ha detto, più a se stesso che all’altro soldato. «Una casa su una collina vicino a un appezzamento vuoto, a est del campo profughi, a sud di Betlemme. È di sicuro questa. Da qui dovremmo essere in una posizione privilegiata.»
«Non abbiamo visto altro che case sulle colline» ha detto Simcha. «Ma che cosa ne so io? Arrivo fresco fresco dall’America. Tu sei nato qui.»
«Sono nato nel centro di Tel Aviv» ha detto Aaron. «Secondo te andavo in gita nei territori? Il mio ultimo posto di guardia è stato Jenin. Per me qui è come stare sulla Luna.»
Ha preso un registratore tascabile, ha premuto un tasto e ha cominciato a parlare sottovoce.
«L’unità 37 è entrata nella casa alle 4:15 del mattino. Per quanto ne sappiamo, nessuno ci ha notati. La casa è vuota, cominciamo a sorvegliare i dintorni. È tutto tranquillo.»
Ha spento il registratore e lo ha rimesso in tasca.
Simcha si è chinato e ha aperto la sacca. Ho drizzato le orecchie. Speravo fosse arrivato il momento della colazione.
«Non capisco che cosa ti preoccupa» ha detto Simcha, infilando le mani nella borsa. «Non ci sono case sbagliate. Questa gente combina sempre qualcosa.»
Ha tirato fuori un cavalletto dalla borsa e l’ha montato vicino alla finestra.
«Sì, certo, tipo crescere figli, andare a scuola e farsi gli affari propri. Voi americani arrivate qui, vi unite alle Forze di difesa israeliane e pensate di essere nel selvaggio West. Non è così semplice.»
«Non sai niente di me» ha detto Simcha.
Aaron stava in piedi davanti alla finestra, anche se era troppo buio per vedere qualcosa.
«Lo capiremo alle prime luci dell’alba se questa casa va bene. Da qui la visuale sulla zona dovrebbe essere buona. In caso contrario, stabiliremo un contatto radio per chiedere istruzioni.»
Simcha ha fissato il cannocchiale sul cavalletto. «Sto solo dicendo che se prendiamo un terrorista, ai pezzi grossi non importerà se è quello giusto o uno qualsiasi. Saremo comunque degli eroi.»
«Proprio quello di cui ha bisogno il mondo» ha detto Aaron. «Eroi per caso.» Poi ha spostato due sedie vicino alla finestra, accanto al cannocchiale. «Il punto non è catturare i terroristi, ma proteggere la gente.»
«Nostra o loro?»
«L’ideale sarebbe entrambe.»
«Mi sembra di sentire i miei. All you need is love…»
Simcha si è seduto su una delle due sedie davanti al cannocchiale e ha abbassato il cavalletto per tenere d’occhio i dintorni senza dover stare in piedi.
Alla finestra c’erano delle tende di merletto. Aaron le ha sistemate in modo che nascondessero il cannocchiale dall’esterno.
Mi prudevano le orecchie.
Pulci. Odio le pulci.
Non ho mai avuto i pidocchi quando andavo a scuola, nemmeno in quarta elementare quando quasi tutti i miei compagni di classe sono stati spediti a casa a farsi togliere le uova dai capelli.
Piattole, li chiamavo. I bambini, non i pidocchi. “Ecco che arriva un’altra schifosissima piattola” dicevo, indicando i compagni di scuola con i pidocchi. Ridevo di loro.
Non mi è mai capitato di essere a mia volta una piattola.
Non è giusto: da ragazza sono scampata ai pidocchi, e ora che sono una gatta devo vedermela con le pulci. Nella vita dopo la morte, le pulci dovrebbero capitare soltanto a chi ha già sperimentato i pidocchi, perché almeno sa come comportarsi. Le pulci per loro non sarebbero un grosso problema.
Ma questa è solo la mia opinione.
Ho cercato di piegarmi in modo da sollevare la zampa posteriore e darmi una bella grattata, ma il divano era troppo basso. Non c’era abbastanza spazio. Ho strofinato le orecchie contro il tappeto. Un po’ di sollievo me lo ha dato, ma non abbastanza.
Sapevo che ero sul punto di sprofondare in una delle mie crisi di frustrazione. Chi non lo avrebbe fatto al mio posto? Era tutto così ingiusto! Già è terribile morire a tredici anni, figuriamoci risvegliarsi nei panni di una gatta randagia in questo posto orribile, tutto rocce, spari, temperature assurde e gatti.
Se proprio dovevo risvegliarmi nei panni di un felino, non potevo essere come il gatto di mia sorella Polly? Una specie di peluche che mangia roast beef dal tavolo e dormicchia tutto il giorno sul divano, svegliandosi solo per la pappa e la tivù. Se fosse stato così, non mi sarei lamentata.
Avevo un assoluto bisogno di grattarmi e non vedevo l’ora di levarmi da quel tappeto, che puzzava di sigarette e di gas lacrimogeno. Volevo spostarmi più in alto, fuori dalla portata dei soldati, dove l’aria era migliore e dove avrei potuto tenere la situazione sotto controllo.
Più di tutto, però, volevo mangiare. La fame era più forte anche del prurito. Se fossi andata troppo in alto e avessero tirato fuori del cibo, probabilmente non sarei riuscita a scendere abbastanza in fretta da rubare qualcosa.
Sempre che decidessero di mangiare.
E che lasciassero cadere qualche boccone.
Non sapevo quanto avrei dovuto aspettare, e io odio aspettare. Non mi è mai piaciuto. Quando ero una ragazzina, c’era sempre qualcosa da aspettare. Aspettavo la fine della partita di Monopoli per fuggire alla Serata di Gioco in Famiglia. Aspettavo che i clienti di mio papà finissero di fare testamento per guardare la tivù nello studio invece che nella camera dei giochi con mia sorella. Aspettavo che mia mamma finisse le sue telefonate per farmi portare al centro commerciale di Westgate.
Non lo sopportavo. In quei momenti il cuore cominciava a battermi forte e morivo dalla voglia di torcere il collo a qualcuno.
“Non dovreste farmi aspettare” dicevo ai miei genitori. “Sto male quando aspetto. Dico sul ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Uno
  4. Due
  5. Tre
  6. Quattro
  7. Cinque
  8. Sei
  9. Sette
  10. Otto
  11. Nove
  12. Dieci
  13. Undici
  14. Dodici
  15. Tredici
  16. Quattordici
  17. Quindici
  18. Sedici
  19. Diciassette
  20. Diciotto
  21. Diciannove
  22. Venti
  23. Ventuno
  24. Ventidue
  25. Ventitré
  26. Ventiquattro
  27. Venticinque