Dimmi che mi ami (Youfeel)
eBook - ePub

Dimmi che mi ami (Youfeel)

Solo tu possiedi le chiavi della mia anima

  1. 200 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Dimmi che mi ami (Youfeel)

Solo tu possiedi le chiavi della mia anima

Informazioni su questo libro

Eva è tornata alla Villa. Ferita nell'animo e furiosa con se stessa ha deciso che sarà il destino stavolta a scegliere per lei. Ma una volta entrata nella sala comune, si rende conto che Mr X è l'unico uomo che ha il diritto di toccarla. Sarà una rivelazione inquietante a cambiare le carte in tavola. Ma Leon troverà il modo di farla arrendere. Il capitolo conclusivo della conturbante trilogia Madness che ha fatto sognare migliaia di lettrici. Mood: Erotico - YouFeel RELOADED dà nuova vita ai migliori romanzi delle autrici del self publishing italiano. Un universo di storie digital only da leggere dove vuoi, quando vuoi, scegliendo in base al tuo stato d'animo il mood che fa per te: Romantico, Ironico, Erotico ed Emozionante.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2016
eBook ISBN
9788858685778

CAPITOLO SETTE

Sento in sottofondo una melodia che conosco fin troppo bene. Madness dei Muse. È il mio telefono. Assonnata, tasto la superficie del comodino alla ricerca del cellulare. Niente da fare. Oh al diavolo, voglio dormire. La melodia continua, il che è strano. Cerco di svegliarmi. Mi giro e mi rigiro nel letto fino a rivolgere lo sguardo verso la porta della mia stanza. Il suono sembra provenire dal piano inferiore. È sicuramente il mio telefono. Mi giro dall’altro lato, sbuffando. La mia mente si rifiuta di concentrarsi e continuo a divagare.
«Ciao, Lady.» È la sua voce. Sono troppo stremata per spaventarmi, o forse speravo che facesse una cosa del genere.
«Vattene, Leon» borbotto senza voltarmi. Ormai il mio sonno è stato interrotto, non riuscirei a dormire neanche se volessi.
«Guardami» mi ordina. Non gli do retta. Al diavolo, non starò al suo gioco. Improvvisamente il cuscino è diventato scomodo, mi muovo come una lucertola infilando le mani sotto e mi sistemo in una posizione più comoda. La canzone finisce, ed è solo allora che mi rendo conto che non era il mio telefono. L’ha messa lui.
Mi volto, strizzo gli occhi e lo vedo. Ha una spalla appoggiata allo stipite della porta e tiene lo sguardo fisso su di me. La poca luce delinea la sua figura possente, rendendolo ancora più misterioso e affascinante. Rimane in silenzio, forse aspettandosi che sia io a dire qualcosa. Ma cosa? Sono triste e arrabbiata.
«Ho bisogno che mi parli» sussurra in un tono che mi colpisce. Forse è una mia impressione ma sembrava una supplica. Non rispondo, affondo il viso sul cuscino lasciando gli occhi liberi, non posso fare a meno di guardarlo. Appoggia la testa allo stipite della porta, sospira, poi abbassa lo sguardo. «Ho bisogno di te, Eva.» Non ho più dubbi, è una supplica. Ha bisogno di me, così dice, ma nessuno mi garantisce che sia vero. Si tratta sempre di rischiare con lui, di buttarsi in qualcosa di ignoto. Ancora una volta non dico niente, ed è questo che lo fa scattare. Si avvicina, mi guarda, ma non mi tocca. Si siede sul bordo del letto, in corrispondenza del mio petto.
«Mi dispiace per averti fatto entrare nel mio mondo malato. Mi dispiace per averti condannata a questo destino. Mi dispiace che sia io ad amarti, perché non ti merito. Dovrei lasciarti andare per il tuo bene, ma non ci riesco. Ogni volta che questo pensiero mi attraversa, mi sento morire. Io ti amo Eva, con tutto me stesso.» Parla con lo sguardo perso, un’espressione malinconica e sofferente che non ho mai visto prima. Sembra esposto, senza difese. Se mi amasse davvero, si sarebbe fidato di me. Mi avrebbe raccontato tutto, invece è sempre stato misterioso sulla sua vita.
«Non so più quale sia la verità» ribatto con voce roca, ritrovando improvvisamente il coraggio di parlare. Il suo sguardo mi penetra, fino all’anima, la sua mano cerca la mia. Ipnotizzata, lascio che la sfiori.
«Non sarei qui se non fosse la verità.» Può essere, ma gli uomini mentono e poi chiedono perdono, Marcus ha fatto la stessa cosa. Forse, non proprio la stessa. La differenza è che Leon lo conosco da poco, alla fine non so nulla della sua vita se non ciò che lui stesso mi ha raccontato.
«Parlami di te» gli dico. Lui intreccia le dita con le mie. Sta cercando di combattere con quella parte di lui che vuole rimanere nell’anonimato, ma sa benissimo che per un possibile perdono dovrà fare tutto ciò che è necessario.
«Sono quello che vedi, non c’è molto da dire.» Cerca di girarci intorno, come fa con tutti. Non dico niente, allontano la mano e chiudo gli occhi.
«Sai che non è così» dico sottovoce. Lo sento sospirare, poi trascorrono altri minuti di silenzio. Non capisco perché sia così difficile, ognuno di noi ha un passato che va raccontato.
«Da piccolo venivo sempre messo da parte dagli altri bambini, ero considerato diverso. A differenza mia, Raoul era un capobranco. Le ragazzine gli morivano dietro, ci sapeva fare. Per quanto siamo due gocce d’acqua nell’aspetto, come carattere siamo completamente diversi. Mia madre dice che siamo come il sole e la luna…» S’interrompe, rendendosi conto che ho aperto gli occhi e sono molto interessata alle sue parole. Cerca la mia mano nuovamente, la trova e respira a fondo. «Crescendo la situazione non è cambiata molto. Io studiavo, Raoul si divertiva. Non andavo alle feste, non mi ubriacavo, non cambiavo ragazza ogni settimana come mio fratello. Poi… ho conosciuto Sally. Lei era come Raoul, un’irresponsabile. Era stato un colpo di fulmine, almeno per me. Sapevo che per averla avrei dovuto cambiare, così feci la cosa più stupida che avrei potuto fare, diventai come mio fratello. Da quel momento Leon non esisteva più, avevo cancellato ogni sua traccia. Non mi sono reso conto di niente, è stato come un vortice che continuava a risucchiarmi al suo interno. Raoul aveva aperto il Club, i miei erano in Norvegia impegnati continuamente con il loro lavoro, e io non ero più io. Avevo perso il mio equilibrio.» Si blocca appena gli bacio la mano. Un piccolo bacio, voglio che capisca. Non saprei esprimere a parole ciò che sto provando, lascio che siano i gesti a farlo.
«Continua» lo incito, appoggiando la guancia sulla sua mano. Sembra turbato, ma non si ribella. Immagino quanto gli costi raccontare tutto questo, ma se mi vuole veramente, deve farlo.
«L’idea del Club è stata mia. Ho inventato personalmente alcune stanze. Quando sei entrata nella stanza degli specchi, cercando di sfidarmi, io stavo rischiando d’impazzire. Ero già pazzo di te, ma sapere che eri incuriosita proprio da quella gabbia che io stesso avevo progettato, mi ha mandato al tappeto» dichiara con un mezzo sorriso.
«Cos’avevi immaginato quando hai creato la gabbia?» gli chiedo, sorprendendo persino me stessa. La curiosità ha prevalso.
«Immaginavo di tenerci intrappolata la donna giusta per me. Una donna che per ogni mio tocco provasse sensazioni sconosciute, una fuori dal comune, speciale. La immaginavo curiosa e disposta a tutto pur di avermi. Ma quella donna sembrava non esistere, nessuna era curiosa, affascinata e spaventata al tempo stesso. Ogni donna che entrava lì dentro era prevedibile.» Si ferma nuovamente. Si avvicina al mio viso e soffia. «Ecco perché quando ti ho visto sono impazzito. Tu eri l’incarnazione di tutto ciò che sognavo. Il tuo sguardo era spaesato, ma curioso e aveva una determinazione disarmante. Avrebbe potuto essere pericoloso, ma non t’importava, alla fine saresti andata fino in fondo» sussurra sulle mie labbra. Vorrei che mi baciasse ma non lo fa, si ritrae. Vorrei urlare ma non posso, devo mantenere la mia posizione.
«Ho condotto una doppia vita per anni in seguito al tradimento di Sally. Io e mio fratello ci alternavamo nel ruolo di Mister X, ma succedeva poche volte, alla fine avevo altre preferenze, mi piacevano giochi di altro genere» spiega con calma, tracciando delle linee immaginarie sul mio braccio.
«Che genere di giochi?» chiedo curiosa, scrutandolo in viso. La sua espressione cambia, divenendo glaciale. Mi guarda con quegli occhi che m’incantano ogni volta.
«Non ti piacerebbe scoprirlo» risponde secco. Come riesce a farmi arrabbiare lui, non ci riesce nessuno. Se la mettiamo così, direi che non abbiamo altro da dirci. Il fatto che presupponga di sapere cosa penso, mi fa andare fuori di testa, e non in senso buono. Non mi conosce come crede. Mi volto, dandogli le spalle, evitarlo a quanto pare serve a farlo parlare. Il materasso si muove, e quando credo che stia per andar via, mi sento avvolgere da lui. Si sdraia, facendo aderire i nostri corpi, mentre mi stringe a sé.
«Tu hai visto quello che ero, non quello che sono diventato» sussurra sui miei capelli. Ho sempre visto ciò che il mio cuore voleva vedere, non posso dire che sia la realtà. È pur vero che lui è sempre stato presente, premuroso, attento.
«Chi sei ora?» chiedo, stringendo il cuscino a me. Lui lo sposta sostituendolo con il suo braccio. Guardo la sua pelle, vorrei tanto baciarla, ma non posso. Sento il suo respiro sul mio collo, sono la sua preda, ne sono consapevole. Eppure trovo il nostro gioco folle e inevitabile. Il cacciatore e la preda, anche se a volte non è ben chiaro chi sia chi. Entrambi amiamo il controllo, con un’unica differenza, a me piace perderlo con lui.
«Mi piace avere il controllo, fare tutto a modo mio.» Un brivido mi percorre. «Ed era così. Le donne le legavo, le scopavo e alla fine me ne andavo» continua a parlare con calma, in modo chiaro, senza lasciare spazio a dubbi. «Non m’interessava niente di loro, le usavo ed ero spietato. Era un piacere misto a dolore, Eva, e io non potevo farne a meno. Solo una persona crudele potrebbe fare una cosa del genere» conclude, appoggiando il mento sulla mia spalla. Dentro di me l’allarme è scattato da un pezzo, eppure rimango ferma ad ascoltarlo senza provare paura. Come potrei, se nei miei confronti si è sempre comportato bene? È convinto di essere una persona crudele, devo scoprire perché. Mi aiuterà a capire, a comprenderlo meglio.
«Hai inflitto dolore intenzionalmente… Perché?» Cerca di spostarsi ma lo blocco, avvolgendo il suo braccio intorno a me. «Dimmelo Leon… non scapperò» cerco di tranquillizzarlo. Davvero non scapperò?
«Volevo usarle proprio come anch’io sono stato usato» spiega irrigidendosi. Ora capisco. Così facendo credeva di alleviare il dolore che lui stesso aveva provato. Devo scoprire cosa intende con dolore.
«Hai detto che infliggevi dolore. Come?» chiedo voltandomi verso di lui. Mi guarda senza togliersi di dosso quella maschera da uomo glaciale. Sto cercando di fare dei passi avanti, pur non sapendo dove tutto questo ci porterà.
«Ti basti sapere che non ho mai fatto del male intenzionalmente, ho sempre rispettato le regole» cerca di rassicurarmi, tergiversando.
«Che tipo di dolore, Leon?» insisto, fissandolo in quegli occhi profondi. Lui si alza di scatto, mettendosi seduto sul bordo del letto e non risponde. Mi posiziono dietro di lui, avvolgendo il suo corpo con il mio. «Dimmelo» gli ordino decisa. Ho bisogno di sapere.
«Le torturavo. Davo loro piacere, ma un attimo prima di arrivare all’apice mi fermavo. Questo era il mio modo di punirle. Provavo piacere nel vederle sofferenti, mentre m’imploravano di continuare. Accecate dal desiderio, erano disposte a tutto in quel momento. Così…» Si ferma. Guarda le mie mani, le sfiora, e alla fine le intrappola stringendole al petto. Ha paura che scappi per ciò che dirà.
«Le umiliavo. Le trattavo come oggetti. Tutti sapevano cosa accadeva lì dentro, e più si spargeva la voce, più loro aumentavano. Provavano piacere nel sentirsi insultate, umiliate e trattate nel peggiore dei modi.» Non vedo cosa ci fosse di così crudele, in fondo erano consenzienti. Non condivido certe pratiche, ma chi sono io per dire cosa sia giusto o sbagliato? Ognuno ha i suoi gusti. L’unica cosa che non mi è ancora chiara è… cosa centra il dolore in tutto questo. Non poteva essere doloroso, se quelle donne provavano piacere nell’essere trattate così. Non ha molto senso. Lo scruto in viso, spostandomi di lato, e ciò che vedo mi fa rimanere di sasso. I suoi occhi sono lucidi.
«Cosa intendi con dolore, Leon?» chiedo quasi impaurita. Mi si forma un groppo in gola, la risposta non mi piacerà, lo sento. Appoggio il mento sulla sua spalla, rimanendo in attesa di una risposta che non tarda ad arrivare. Con voce piena di disprezzo dichiara: «Mi spingevo oltre. Arrivavo fino al limite, e troppe volte ho rischiato di superarlo. L’adrenalina era a mille, mi sentivo potente, superiore e in diritto di poter decidere della vita altrui».
Ancora non riesco a capire dove voglia arrivare. Ho sempre saputo che gli piace essere dominante in un rapporto.
«Se tu avessi visto quella parte di me, mi avresti giudicato, guardato con disprezzo e io non potevo permetterlo. Per la prima volta dopo anni volevo qualcosa più di me stesso, ed eri tu.» Continua a parlare di questa parte di lui, ma non riesco a capire. Sono confusa, e lui non mi sta aiutando a fare chiarezza. Mi alzo in piedi, mettendomi davanti a lui. Poi gli prendo il viso tra le mani, costringendolo a guardarmi.
«Parlami del Leon che non conosco» sussurro dolcemente. Il cuore mi batte forte, sono invasa da emozioni contrastanti.
«Andrai via» risponde amareggiato. Non capisco da cosa nasce questa sua convinzione. Abbassa lo sguardo e sospira. «Sono un uomo che gode nel vedere una donna al limite del piacere e della sua stessa vita» confessa tutto d’un fiato. Il mio corpo reagisce ancor prima che possa ragionare. Le mie mani non lo toccano più, non lo sentono più. Non riesco a muovermi, a parlare. Lo guardo, ma in realtà non è così. Ho la vista offuscata, le lacrime cercano di uscire e alla fine succede. Piango, portando le mani alla bocca per trattenere i singhiozzi. Non può essere vero, non lui.
«Che tipo di dolore?» chiedo tra un singhiozzo e l’altro. Lui non alza lo sguardo, non ha il coraggio di guardarmi. Mi stringo a me, accarezzandomi le braccia senza perderlo di vista.
«Ci sono diversi modi. Quello che preferivo di più era il cappio al collo. Le scopavo e quando capivo che stavano per raggiungere l’apice, stringevo il cappio e le soffocavo, portandole al limite tra vita e morte» spiega, sfregando le mani tra loro. Questo è macabro, inquietante. È un uomo oscuro, l’ho sempre saputo dentro di me, eppure ho voluto rischiare ugualmente. Volevo averlo nella mia vita, pur sospettando che ci fosse qualcosa di sbagliato in lui. Faccio un passo indietro ed è allora che Leon solleva lo sguardo. «Provavo un piacere immenso nel vederle sull’orlo del precipizio.» Si alza, avanza, e io automaticamente indietreggio, andando a sbattere la schiena contro la parete.
«Hai ucciso qualcuno?» La mia voce si può appena udire. Pretendo forse che risponda in modo sincero a questa domanda? Suvvia, non confesserebbe mai, nessun serial killer spietato lo farebbe. Lui si blocca portando le mani alla vita, poi sposta la testa di lato e mi scruta.
«Pensi che ne sarei capace?» Stavolta sono io quella sorpresa. Ne sarebbe capace? Non lo so, non so nulla di lui. Se devo basarmi sul mio istinto, direi che non sarebbe capace di fare del male. Ma se considero i fatti, ho sempre pensato che sarebbe un serial killer perfetto. Ne ha tutte le caratteristiche. Deglutisco a fatica, mentre il cacciatore guarda la sua preda, me. Forse desidera vedermi come quelle donne.
«Vuoi che sia una di loro, non è così?» chiedo, mantenendo lo sguardo serio. Non devo aver paura, non mi farebbe mai del male. Continuo a ripeterlo, ma non ne sono molto convinta. Si avvicina di scatto e io sobbalzo dallo spavento. Mi avvolge il collo lentamente, appoggiando la mano libera sulla parete di lato al mio corpo. Avvicina il viso al mio con lo sguardo fisso sulle mie labbra.
«Tu non sei come loro» sussurra, sfiorando il mio viso con il suo. È una lenta tortura, e io rimango ferma ad aspettare, qualsiasi cosa lui abbia in mente. «Tu sei l’unica che sento parte di me» continua, spingendo il bacino contro di me. «Sento la necessità di proteggerti, di prendermi cura di te. Il contrario di ciò che ero… e tutto questo è avvenuto spontaneamente.» Si ferma, spostando il mio viso di lato. Sento le sue labbra sulla mia pelle. È un bacio delicato.
«Sei così fragile e forte al tempo stesso. Così pudica e trasgressiva.» La mano libera scivola lentamente sul mio braccio. «Sei una persona buona ma riesci a essere anche molto cattiva.» La mano continua a scendere fino a fermarsi sul fianco. In uno scatto felino lo avvolge e, come se niente fosse, mi solleva da terra tenendomi stretta al suo corpo. «Sei stata creata apposta per me.» Mi bacia con dolcezza. Non c’è traccia dell’uom...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Copyright
  3. Frontespizio
  4. DIMMI CHE MI AMI
  5. ANISA GJIKDHIMA
  6. CAPITOLO UNO
  7. CAPITOLO DUE
  8. CAPITOLO TRE
  9. CAPITOLO QUATTRO
  10. CAPITOLO CINQUE
  11. CAPITOLO SEI
  12. CAPITOLO SETTE
  13. CAPITOLO OTTO
  14. CAPITOLO NOVE
  15. CAPITOLO DIECI
  16. CAPITOLO UNDICI
  17. RINGRAZIAMENTI