La solitudine dell'assassino
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La solitudine dell'assassino

  1. 200 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La solitudine dell'assassino

Informazioni su questo libro

Molti anni fa, Carlo Malaguti ha ucciso. Da allora, la pena più dura non è quella che sta scontando nel carcere di Trieste, ma l'ostinato silenzio in cui ha seppellito la propria verità sul delitto, rinunciando persino a difendersi in tribunale. Tra le mura della sua cella sembra aver trovato un riparo dal rumore del mondo che lo aiuta ad affrontare la tenebra che sente dentro di sé. Adesso però Malaguti ha più di ottant'anni e un giudice ha stabilito che deve tornare libero. Ma libero di fare cosa? Di confessare? Di uccidere ancora?Sono queste le domande che non danno pace a Luca Rainer, stimato traduttore sulla soglia critica dei quaranta. I due non si conoscono, ma qualcuno vuole farli incontrare, sapendo che a legarli può esserci molto più di una fervida passione per la letteratura. Entrare nel labirinto fortificato che è la mente di Malaguti è un'impresa ardua: Rainer dovrà mostrarsi degno dei segreti che l'assassino custodisce, battersi con l'immensità della sua solitudine, e provare il sapore acre della paura.Andrea Molesini ha scritto un romanzo di forti emozioni e stile felice sulle sfide imposte dalla libertà, sui dispetti del caso, sull'amicizia che ogni giorno va rimessa alla prova, sul nostro insopprimibile bisogno di dare un senso alle cose.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2016
Print ISBN
9788817087667
eBook ISBN
9788858685914
Argomento
Literature

Atto secondo

Il gioco delle ombre

1

Il cellulare che avevo messo in carica sul comodino squillò.
«Non mi dica che è a letto. Il cielo si sta facendo chiaro. A che punto siamo col lavoro? Non voglio metterle fretta. Chiamo solo per sentire come va. Glielo avevo promesso. Ricorda?»
«Mi scusi… Sì, io sarei ancora a letto, ieri ho fatto tardi. Il lavoro… procede. Sto ancora facendo amicizia, ho qualche appunto, niente da far leggere, però.»
«Le ho spedito il contratto, carta, niente mail, le arriva domani, credo. Lo firmi e me lo rimandi, così l’archivio… Se può aiutare la sua vacillante ispirazione, posso anticiparle un po’ d’acconto così si fa la giacca nuova. Una bella notizia, non le pare? Mi stia bene Rainer, e buon lavoro.»
Aldobrandi riattaccò prima che riuscissi a salutarlo. Spegnendo il cellulare vidi l’ora: “Cavolo, sono le sei e cinquanta!”. Ci misi un paio di minuti per decidere se ero incazzato per la sveglia con tanto di staffilata sulla giacca (l’articolo determinativo aveva la sua importanza) o felice per l’anticipo non previsto. Il profumo dello sterco del diavolo ebbe la meglio, così mi alzai e misi su il caffè. E in bagno, davanti allo specchio, pronunciai le parole fatidiche: «Bene, oggi butto giù qualche pagina».
Avevo appuntamento con Malaguti sulla riva del Mandracchio. Era presto e me la presi comoda. Camminavo piano e con il naso per aria; leggevo le insegne dei negozi, i cartelli affissi alle vetrine, e di tanto in tanto mi fermavo a osservare le brutte e le belle mercanzie che sfavillavano sotto il sole: orologi, mutande, protesi, scarpe, tavolini, water, specchi, collant, dentiere, cellulari, cappelli. Un negozio di cappelli. Mi colpì. Non ce ne sono molti, pensavo. La vetrina era bellissima. Quelli da uomo a destra, da donna a sinistra. Le due schiere erano l’una contro l’altra armate: nei modelli femminili colpiva la varietà delle forme, nei maschili quella dei colori. E al centro dei cappelli dell’ala destra c’era un Borsalino grigio a tesa larga. Il pensiero corse a Malaguti, alla sua reazione per quella foto del «Piccolo», l’uomo con la faccia nascosta dall’ombra del suo cappello. Ripresi a camminare. Mi venne in mente il suo repentino cambio d’espressione e addirittura d’umore, era bastata quella foto di giornale. Accelerai un poco il passo. Il sole cominciava a scaldare.
Riconobbi l’inconfondibile sagoma del mio amico da lontano. Era andato a sedersi su una delle panche di marmo del molo, una di quelle che all’occasione fungono da bitta per gli scafi di grandi dimensioni.
Quando mi avvicinai Malaguti finse di non vedermi. Fissava le barche all’ormeggio.
«In galera» disse, stringendosi le ginocchia con le mani, appena lo salutai, «anche quando caghi c’è qualcuno, magari di là da un pannello di cartongesso, che tira lo sciacquone, così finisci con il credere che nemmeno quando sogni sei solo. Perché nel sogno ci fai entrare lo stronzo che ti deruba, e ti umilia, se abbassi la guardia per un solo istante. La reputazione, in prigione, devi difenderla secondo dopo secondo. Tutti devono sentire che, se offeso, uccidi. In ogni istante debbono saperlo. Alla perdita di prestigio corrisponde un tracollo, si fa presto a finire tra le puttane, in un carcere.»
Malaguti mi guardò negli occhi abbassandosi gli occhiali sul naso. «Ha tabacco?»
Gli passai la saccoccia di pelle che tenevo in tasca e sedetti accanto a lui. Mentre armeggiava con la pipa riprese a parlare.
«Uno dei ricordi più belli della mia vita è stato il giorno in cui la Vecchia mi ha dato quella cella singola, nell’ala in in disuso del carcere, e il permesso di usare il computer della biblioteca, e la serra. Prima di allora il carcere mi aveva tolto il silenzio, e quando a un uomo togli il silenzio, tutto, in lui, si fa brutto. Non c’è luogo più rumoroso di un carcere: porte che sbattono di continuo, oggetti che cadono, uomini – secondini e carcerati – che quando parlano urlano e quando urlano spaccano i timpani e nemmeno lo sanno, movimenti bruschi che spostano sedie di ferro, tavolini di latta, è una sinfonia di rumori dissonanti, violenti, perché le porte sono blindate, e i cardini male oliati, perché le serrature i chiavistelli gli spioncini sono fatti di clac e ri-clac, perché tutto, laggiù, ha un ringhio che dura. La violenza, quando la costringi e comprimi in un recinto, si fa tigre ferita. Non c’è gioia più grande di avere uno spazio, non importa quanto piccolo sia, tutto per sé, dove c’è silenzio e dove ascolti suoni, come in un bosco all’alba, quando i bisbigli degli animali del giorno scalzano quelli della notte. Il tempo che viviamo in compagnia, nel garbuglio degli incontri e degli scontri, non è altro che il tempo della commedia: tragico è solo il tempo privato, dove il mattino e la sera li riconosci dal canto dell’allodola, dell’usignolo.»
Ci alzammo per incamminarci a passo lento verso l’Adríaco, lo yacht club. Più conoscevo quest’uomo e più mi sentivo inadeguato: il carcere, se a lungo vissuto, resta sempre con te, ti segue, e ti determina.
«Cosa dice, io ho bisogno di sgranchirmi, ci arriviamo dall’altra parte dell’acqua, fino a Muggia?» Malaguti mi guardò, compiaciuto per la mia espressione di sorpresa. «Sì, lo so, sono dodici o tredici chilometri, passiamo per via Costalunga… Facciamo tre ore? Poi tanto si torna in tassì.»
Ero sempre più stupito dalla sua straordinaria forma fisica. Avevo preso l’abitudine di andare a casa sua alle quattro e trenta del pomeriggio, quando si alzava dal letto e aveva bisogno di muovere le gambe. Da quando era uscito dalla Fortezza, Malaguti si era messo a camminare ogni giorno dieci o quindici minuti più del giorno innanzi, e avevo l’impressione che persino la leggera curvatura della schiena imposta dagli anni stesse riducendosi, forse persino scomparendo. Mangiava pochissimo, tanto che verso sera cercavo di portarlo a cena da qualche parte, ma rifiutava. «Non sono pronto» diceva «per i luoghi dove si mangia senza fame e si parla senza dire.»
Tania mi teneva aggiornato: «Il signor Malaguti è beneducato e non vuole offenderla ma sa, professore, è stufo marcio di vederla, senza offesa, sa, lei è uno che sta sempre alla scrivania con quei libri che non si capiscono, io la vita sua gliela dico in due righe, quello invece ci ha una vita che ce ne vogliono tre per raccontarla».
Tania era alta un metro e ottanta o giù di lì, spalle da uomo, viso affilato, ma non privo di una vaga dolcezza femminile che le sue parole riuscivano sempre a smentire senza incertezza. Non aveva mezze misure. I suoi giudizi sferzavano e non era poi così facile darle torto: aveva pensieri piccoli ma forti, lillipuziani che m’inchiodavano al pavimento se solo mi azzardavo a contraddirla. Però c’era una rispettosa confidenza fra noi, fondata sulla consapevolezza di dipendere in egual misura io dal suo lavoro, lei dal mio denaro. Un equilibrio invidiabile.
Non vedevo il mio amico da diversi giorni e quell’incontro sulla riva del Mandracchio era stato una sua richiesta: «Mi piace ascoltare l’acqua che batte sulla pietra d’Istria del molo».
Malaguti aveva di nuovo bisogno di sentire la propria voce raccontare. Credeva nella voce. Nel suono, nel corpo fisico della parola. «Le orecchie sentono diverso dalla mente» diceva spesso.
Si camminava piano, la sua pipa fumava. Sapevo quanto gli piacesse ascoltare lo sciacquio contro gli scafi e lo stridere delle cime nelle bitte.
Il sole era tiepido, il vento fresco. Si metteva un piede davanti all’altro, nel silenzio a tratti disturbato dalle auto, dai tir, dalle gru che lavoravano ai moli. Mi piaceva camminargli accanto, zitto. Come previsto, ci vollero quasi tre ore per raggiungere il molo esterno di Muggia, e siccome era l’una passata gli proposi di fermarci per un boccone. Malaguti disse di no. Allora fermai un tassì, mi ero accorto che cominciava a barcollare: l’orgoglio gli impediva di dirsi stanco.
«La camminata mi ha sfiancato» dissi, «andiamo da lei?»
«Va bene.»
Il tassista parlava un italiano incerto tra il triestino e il barese, le due inflessioni si alternavano e tra l’una e l’altra il sorriso di quell’uomo ossuto e pallido illuminava l’abitacolo. Era raggiante perché la moglie era scappata con un calabrese: «Non avrei mai trovato la forza di lasciarla, e il buon Dio mi ha mandato quel cosacco di Cosenza!».
L’aneddoto sulle calabre origini della Provvidenza ci mise di buonumore e mi distrasse dalla conta del resto.
«È bello dare mance abbondanti» commentò Malaguti. «Il cosacco di Cosenza potrebbe essere il titolo di un melodramma, non trova, Rainer?»
«Dovrebbe chiuderlo il cancello del giardino, quando esce» dissi, aprendolo con una leggera pressione.
Lo scirocco scuoteva i rami del tiglio, la siepe rilasciava un odore dolciastro.
«Dev’essere stata la sua Tania a chiuderlo male.»
«Apprezzo l’aggettivo possessivo.»
Entrammo in casa e Malaguti si ritirò in bagno per una decina di minuti. Io mi diedi all’ispezione di un po’ di scaffali, m’incuriosiscono sempre i libri letti da un altro. Di solito mi basta uno sguardo per capire qualcosa, e a volte molto, sul padrone di una biblioteca. I titoli scelti e l’ordine della disposizione: alfabetico per autore, per collana, edizione, epoca, lingua, genere letterario. Una libreria innerva, denuncia, spia l’identità del suo signore. Ma quella di Malaguti era governata da un ordine indecifrabile. Generi epoche lingue autori uscivano da un frullatore, sembravano davvero accostati dal caso: Spinoza Kavafis Omero Montaigne Sofocle Confucio Gongora Melville Orazio Hugo. Decisi che se c’era un ordine era quello in cui erano stati letti, o spolverati.
Malaguti uscì dal suo ritiro con un volume in mano. «Vedo che mi spia. Li sposto di continuo, non mi piace abituarmi a una gerarchia, così la ridiscuto di quando in quando, a destra metto gli scrittori-roccia, a sinistra gli scrittori-vento, ma poi scompiglio l’ordine come si fa con un mazzo di carte quando il solitario non riesce.»
«Ho anch’io l’abitudine di leggere in bagno.»
«È bravo a cambiar discorso… Venga, andiamo a sederci in terrazza. È giusto goderselo questo sole.»
Caricò la pipa e l’accese.
«Questa qui è una vecchia traduzione» disse passandomi il volume.
Era Guerra e pace di Erme Cadei.
«Tolstoj mi fa male alla testa da quanto mi piace.» Malaguti si sfilò gli occhiali, si assestò nella sdraio e mi guardò senza vedermi. «Qui attacca col francese, “Eh bien, mon prince, Génes et Lucques ne sont plus que des apanages”, quel francese ricercato nel quale non solo parlavano, ma anche pensavano gli aristocratici e poi, via via che l’armata dell’Anticristo occupa la santa terra dei padri, la Madre Russia, ecco che la lingua del popolo di quelle pianure sconfinate si fa, un poco per volta, anche lingua di principi e generali, e scaccia il francese dalle pagine. L’orecchio di Tolstoj sente, vede e tocca oltre la notte del tempo.» Inforcò gli occhiali. Mi vide di nuovo. Portò la pipa alle labbra e reclinò la testa all’indietro.
«Mi piace qui» dissi, «non si sente il traffico e s’intuisce il mare.»
«Devo presentarle Miriam. Una bella ragazza, l’ho assunta ieri. La sua Tania» era la seconda volta in pochi minuti che metteva quel sua accanto al nome della donna di servizio, «non mi va più, è una spia. L’ho licenziata due giorni fa. Eh sì, lo so, avrei dovuto dirglielo, lo so, lo so Rainer, quella le spifferava tutto. Ma io ho vissuto per troppi anni sotto controllo.»
Ero sorpreso e imbarazzato dalla notizia di quel licenziamento: perché Tania non mi aveva detto niente?
«E poi Miriam ha la patente. È bielorussa, sa.»
Miriam, Malaguti me lo spiegò con una certa enfasi, gli faceva da autista e da badante. La chiamò. E la slava uscì dalla portafinestra che comunicava con la cucina. Era piccolina ma ben proporzionata, un faccino pallido, pulito, un bel profilo alla Pisanello, sguardo azzurro velato di stanchezza, parlava un italiano sicuro, quasi senza inflessione.
«Peccato che puzzi un poco» disse Malaguti a voce bassa, mentre la ragazza ritornava in cucina, «ma non c’è rosa senza spine… giusto?» indicò le rose con il bocchino della pipa. «Ora però le ho regalato una boccia di Eau de Cologne e mezzo litro di deodorante. La cosa ha migliorato assai l’alone che la circonfondeva e ha anche messo de l’eau dans son vin, per così dire.»
Ero sotto shock, e così feci un errore grossolano: «Non sarebbe il caso di darci del tu?».
L’occhiata che m’investì era una folgore, seguita dal tuono borbottante del suo velato disprezzo: come avevo potuto essere così ingenuo, mi correggo, così banale da credere che il tu, per quell’uomo, volesse dire confidenza? Mantenere una distanza formale, per Carlo, era il modo più onesto di concedere intimità, forse il solo possibile: «I confini della patria interiore debbono essere presidiati» mi aveva detto non ricordo in quale occasione, «se si apre una frontiera è per meglio conservarne il controllo, ma per permettersi un simile lusso serve una rete di spie agguerrite, spietate.»
«Non l’ha ancora capito che un amico vero è il più estraneo degli estranei? No, lei non le sa certe cose, perché certe cose si capiscono solo laggiù, dove lei sa.»
Era la prima volta che gli sentivo usare un giro di frase per indicare la Fortezza.
Dopo un paio di minuti di silenzio, di...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Atto primo
  4. Atto secondo
  5. Atto terzo
  6. Indice