A cosa servono gli uomini
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A cosa servono gli uomini

Il piano di Maggie

  1. 200 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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A cosa servono gli uomini

Il piano di Maggie

Informazioni su questo libro

New York. Anna, Isabel, Beth e Maggie sono amiche e donne in carriera. Insieme lavorano alla Red Hot Mama, una startup di successo che produce e vende biancheria sexy per signore incinte e neo mamme. Anna è sempre di corsa, ha un marito disoccupato e due figli a cui dedica troppo poco tempo. Sua sorella Isabel è incinta e in preda a una tempesta ormonale che la porta a tradire Sam, marito amorevole ma spesso in viaggio, con Christopher, una vecchia fiamma che le aveva spezzato il cuore. Beth invece, con forza, dedizione e un pizzico di leggerezza ha deciso di dedicarsi a Paul, il suo ex marito affetto da aids. Poi c'è Maggie, che vive con John, professore associato di storia del cinema avvolto da un'aura intellettuale; nel passaggio da amante a marito John però è diventato noioso e pigro, e a Maggie basta lo sguardo ammiccante di uno sconosciuto per capire che ha bisogno di un piano.Tutte con segreti e battaglie quotidiane da combattere e vincere, le quattro protagoniste di A cosa servono gli uomini si ritrovano a dover compiere scelte importanti che mettono in gioco il loro ruolo di donne, madri e mogli. La domanda che le terrà unite e le sosterrà è semplice e brutale: ma gli uomini servono ancora?Brioso, toccante e romantico, il debutto di Karen Rinaldi offre un ritratto realistico della donna contemporanea e tratteggia, con grazia e leggerezza, le moderne dinamiche dei rapporti tra uomo e donna, restituendoci lo sguardo agrodolce delle mamme in carriera di oggi.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2016
Print ISBN
9788817088800
eBook ISBN
9788858685013

PARTE SECONDA

Mariti e figli

6

ANNA

Prima di conoscere Jason aveva deciso di non provarci più, ad avere una relazione tradizionale con un uomo: ormai si era convinta che un etero non potesse darle la libertà di cui aveva bisogno e al contempo sostenerla là dove serviva. La sua vasta esperienza con gli uomini l’aveva convinta di certe verità inconfutabili:
1) se lui ha i soldi, devi fare come dice lui;
2) se lui è al verde, se la prende per qualsiasi cosa tu possa fare per contribuire;
3) se siete pari finanziariamente, lui tira fuori qualunque stronzata per farti capire chi è che comanda.
Anna si era rassegnata a credere che per il non-gentil sesso quello che voleva lei era troppo. Non voleva essere costretta ad accudire un ego fragile. Voleva un compagno che incoraggiasse i suoi sogni, non che li frenasse: un buon padre per i suoi figli, un amante, un miglior amico. Non le sembrava di chiedere poi così tanto, eppure non trovava l’uomo giusto. In giro ce ne saranno anche stati, di bravi uomini, ma a quanto pareva lei incontrava solo quelli deboli o difettosi. Ne aveva parlato a lungo con l’analista, e il discorso finiva sempre sul rapporto che aveva con suo padre. Ovvio. Era autoritario e tirannico, per quanto affettuoso e disponibile; e lei girava alla larga dagli uomini con tendenze da maschio alfa (che somigliavano a suo padre più di quanto avrebbe mai ammesso), ma tutti quelli al di sotto la deludevano rapidamente. Le serviva un macho beta, che finora però non si era fatto vivo.
A un certo punto aveva deciso di fare un figlio con Joe Ballard, un amico gay. Anna e Joe si erano tenuti compagnia in una vita senza compagni. Viaggiavano insieme, frequentavano le rispettive famiglie e per un anno ognuno era stato la famiglia dell’altro. Una volta stabilito di procedere, avevano consultato un avvocato per stilare le pratiche necessarie per il riconoscimento e il mantenimento; lei desiderava dei figli ben più di quanto desiderasse un marito. Era pronta, e persino entusiasta, a imboccare una strada non convenzionale; ma proprio nel periodo delle sue trattative con Joe sull’inseminazione, conobbe l’architetto di Beth.
Anna era entrata alla Red Hot Mama fin dall’inizio. Come quartier generale lei e Beth avevano usato il soggiorno di quest’ultima finché non avevano trovato il posto giusto per la nascente società. Avevano un budget molto risicato: ognuna delle due aveva liquidato il proprio fondo pensione e attinto ai pochi risparmi per contribuire all’impresa. Dopo l’annuncio che stavano per mettere in piedi una start up, erano arrivati fondi da un mecenate che era tuttora avvolto nel mistero; le aveva contattate un avvocato da cui avevano saputo che un investitore anonimo aveva offerto cinque milioni di dollari e in cambio voleva pochissimo, a parte la restituzione decennale del capitale con un interesse basso. Quando Beth cercò di approfondire, le fu rapidamente assicurato che la fonte e l’offerta erano di tutto rispetto; l’unico altro requisito era l’anonimato. Accettarono.
Con una parte di quei fondi Beth trovò un costoso spazio vuoto nella zona del Flatiron e assoldò un architetto, bravo ma abbordabile in quanto ancora poco noto, per progettare gli interni e seguire i lavori.
Fu il periodo preferito di Anna, dal punto di vista professionale. Lavorando senza sosta con una sola assistente, lei e Beth crearono dal nulla una «sensazione», che poi sarebbe diventata la popolarissima e controversa Red Hot Mama.
Nel corso di quei primi mesi in cui progettavano gli spazi, Jason e Beth dovevano parlare varie volte al giorno. Quando Beth non poteva, rispondeva Anna: non si erano ancora conosciuti di persona, ma lei e Jason erano già diventati amici telefonici. Flirtavano e si facevano i complimenti e si divertivano a conversare, il tutto reso ancora più stuzzicante dal fatto di non essersi mai visti. Jason aveva una voce sottile e affabile, talvolta con un che di tremulo, senza che Anna capisse mai se fosse irritato, o stanco, o qualcos’altro che non riconosceva. Se n’era fatta l’immagine mentale di un uomo esile, un nerd dal mento sfuggente; parlarci la rasserenava.
Lei invece al telefono sembrava, come le aveva detto un’amica, una «lesbica cicciona», cosa che Anna considerava un complimento. Jason non ammise mai di essersi formato un’immagine simile di lei, ma quando finalmente la conobbe rimase incredulo nel constatare che la sua voce apparteneva a una tipa decisamente femminile. Ad Anna, quell’alter ego dava sicurezza.
La sede era quasi pronta, e un giorno lei passò a dare un’occhiata; ci trovò Beth, presa a parlare con un tipo dritto e dall’aspetto eccentrico. Stavano esaminando il pavimento e le pareti in pietra calcarea, e l’uomo faceva scorrere una mano sulla pietra in modo sensuale.
«Oh, scusate» disse Anna, «non sapevo ci fosse una riunione in corso.»
«Ma piantala. Anna, tu conosci Jason Schwartz, vero?»
Fu colta completamente alla sprovvista; Jason non era affatto come se l’aspettava. Era più alto, e aveva una folta capigliatura color rame che puntava impazzita in tutte le direzioni: capelli che sfidavano senza dubbio la gravità. Le ricordava un Muppet. Era snello e solido; anche se non bello in modo classico, era attraente per la postura perfettamente eretta, per la sicurezza dello sguardo e il calore del sorriso, che le faceva cedere le ginocchia. Era, in due parole, un uomo irresistibile.
«Tu sei Anna?» chiese lui, sorpreso a sua volta.
«Jason?»
E risero entrambi, come per una barzelletta che sapevano solo loro. Beth si sentì esclusa. «Ehi, che c’è di tanto buffo?»
«Non sono neppure sicura di saperlo» disse Anna.
«Qua, come dico sbaglio» si schermì Jason.
Quando se ne fu andata, Anna si scrollò di dosso l’episodio con perplessa indifferenza, non illudendosi certo che avesse una qualche importanza. Di infatuazioni ne aveva avute parecchie e questa non sarebbe stata niente più delle altre.
Il giorno successivo, quando arrivò da Beth, Jason la chiamò.
«Non la devi fare questa cosa» le disse senza neppure salutarla.
«Quale cosa?»
«Non devi essere intelligente e spiritosa e simpatica al telefono, senza avvertire che sei fatta come sei fatta.» Gli tremava la voce; Anna se la godeva da matti.
«Voglio sperare che per te sia un complimento e non un insulto.»
«Spera quello che ti pare. Posso invitarti a cena?»
«Mmm… certo. Quando?»
«Domani?»
«D’accordo.» Anna attaccò, lusingata ma scettica.
Ma alla fine annullò la cena perché si era dimenticata di un precedente appuntamento con Isabel per andare a teatro, e non se la sentiva di tirare un bidone all’amata sorellina.
Jason ci riprovò un mese dopo.
«Hai tenuto un profilo basso» lo prese in giro Anna riconoscendo la voce.
«Non ti volevo spaventare» spiegò Jason con la massima sincerità. «E poi nelle scorse settimane sono stato quasi sempre in Connecticut per lavoro. E allora, ci riproviamo? Cena in settimana?»
«Perché no.»
«Mercoledì va bene?»
«Direi proprio di sì.»
«Ottimo. Ti chiamo la mattina, così decidiamo dove e quando. Ciao.»
Jason e Anna si videro per un aperitivo prima di cena, e non uscirono più dal bar fino alla chiusura, sei ore dopo. Chiacchieravano come vecchi amici. Quando lei gli chiese che cosa avrebbe fatto per le vacanze del Ringraziamento, lui rispose, incomprensibilmente: «Sei tu le mie vacanze».
«E che vuol dire?»
«Vuol dire che per le vacanze mi sono ripromesso una sola cosa: passare un po’ di tempo con te.»
Presero una confezione da sei di lattine di birra e andarono a casa di Jason, un appartamentino compatto e spartano ma perfetto. Lui era riuscito a convertire uno studio a L di sessanta metri quadrati in un loft di gusto giapponese, con un soppalco coperto da un tatami al di sopra della zona che faceva da studio. Era un miracolo di utilizzo dello spazio e, come la sua voce, la rasserenava.
Rimasero svegli tutta la notte, a parlare. Anna si era stufata delle solite conversazioni «per conoscersi»: di dove sei? quanti fratelli hai? di che ti facevi al college? In genere queste storie non la interessavano; dopo un paio d’ore di chiacchiere così, già prevedeva la noia che sarebbe sopraggiunta non appena fossero finiti i rotolamenti nel letto.
Ma Jason sconfessò tutte le sue esperienze. Le sembrò di poter passare tutta la vita ad ascoltare quella voce che ora, anzi, mentre usciva da quell’essere inverosimile che era Jason Schwartz, la faceva sentire ridimensionata: per le sorprese che la vita a volte riserva, per aver incrinato la sua certezza che non ci fossero in giro uomini che lei potesse amare.
Restarono seduti l’uno rivolto verso l’altra sul divano, con i piedi che si incontravano in mezzo, finché l’alba grigia fluì dalla finestra. Fu solo alle sei del mattino che Jason chiese se la poteva baciare. Scivolò giù dal divano, in ginocchio, come se pregasse; le prese il viso fra le mani e le tenne le labbra sulle labbra per tre secondi prima di allontanarsi. Si chinò. Per un attimo sembrò perso in meditazione, poi alzò la testa e parlò.
«Mi vuoi sposare?»
«Sei pazzo?» Anna lo scalciò via. Ma sapeva che lui diceva sul serio, e non pensava affatto che fosse pazzo. Anzi.
«Ho capito che ti volevo sposare dal primo momento che ti ho vista. Quel pomeriggio ho addirittura chiamato il mio migliore amico e gli ho detto che avevo appena conosciuto la donna che avrei sposato. Anche lui mi ha dato del pazzo.»
«Non siamo nemmeno stati a letto insieme, che ne sappiamo se ci piacerà?» Suo malgrado, Anna stava prendendo in seria considerazione la proposta.
«Non ne sono minimamente preoccupato. Tu?»
«No, a dire il vero no.» Anna sorrise, chiedendosi se ci fosse una polizia del buonsenso che li avrebbe arrestati per impulsività. «È davvero possibile?»
Jason alzò le spalle, come a confermare l’irrefutabilità di quello che intendevano fare.
«Insomma, quanto tempo ho per decidere?»
«Vado a prendere qualche bagel, caffè e succo d’arancia. Ti basta?»
«Sì, eccome» rispose Anna, non del tutto incredula di quello che stavano dicendo.
Al suo ritorno si era fatta la doccia e si era messa una delle sue camicie. Aveva persino usato il suo spazzolino, cosa che non aveva mai fatto con i suoi boy-friend precedenti.
Entrando, lui le lanciò uno sguardo da ragazzo. «Allora?»
Anna era in piedi con le braccia lungo i fianchi. Annuì. Un sorriso lievemente folle le accese pian piano il viso.
«Bene» fu la risposta automatica di Jason, come se fosse tutto preordinato e l’assenso di Anna fosse una pura formalità. Poi la baciò per la seconda volta e quel bacio fu lungo, profondo, delizioso. Tirò su il sacchetto dei bagel. «Facciamocene qualcuno al salmone, per festeggiare.»
La decisione di stare con Jason era presa, gioiosamente inevitabile. La parte più difficile semmai sarebbe stata spiegare a sua madre e a sua sorella – a cui risultava che avrebbe avuto un figlio col suo amico Joe – che si era avviata verso l’unica cosa che era sicura di non volere.
Il giorno dopo, quando chiamò i genitori per dire che si sarebbe sposata di lì a una settimana, loro la sorpresero non sorprendendosi. Anna pensò per un attimo che potessero aver organizzato tutto loro, ma era certa che non avessero mai sentito nominare Jason Schwartz. Sua madre era calma da far spavento.
«Tesoro, è proprio quello che provai per tuo padre quando lo conobbi. Ho capito immediatamente che era l’uomo che avrei sposato.»
Anna avrebbe voluto controbattere, dirle che loro due erano completamente diverse, che cose così non succedevano, o non a lei, o non più. Ma non sapeva che cosa contestare di preciso: la prospettiva di una felicità normale, con un marito innamorato e una famiglia? Ci era cresciuta in mezzo; perché pensava di non volerlo anche per sé? In realtà, sì che lo voleva. Solo che prima di conoscere Jason non pensava fosse possibile.
Due bambini dopo, Anna e Jason erano più vicini che mai. Lei aveva a cuore tutto quello che avevano trovato e coltivato nel corso degli anni; avrebbe preferito aspettare ancora un po’ prima di dirgli della nuova gravidanza, ma era sollevata che lui l’avesse intuita da solo. Era un peso minore, ora che non doveva portarlo da sola. Continuava a sentirsi incerta sul futuro, ma almeno Jason se ne sarebbe preoccupato insieme a lei.
Lui dal canto suo cercò di distrarla e rallegrarla con gite tutti insieme nei fine settimana. Andarono a Coney Island e cenarono a Sheepshead Bay. Presero la metro fino allo zoo del Bronx, dove Henry si sbellicò dalle risate davanti ai cangurini e un lama cieco sputò addosso a Oscar. Mangiarono panzerotti, pretzel e gelati Good Humor. Quando Anna cominciò a sentirsi stanca, Jason portò i bimbi sullo scivolo gigante e si arrampicò con loro sul castello di tubi. Lei rimase a guardarli mentre pregava per la salute del nascituro.
Visto che Anna non se la sentiva, annullarono un viaggio a Monterey e trascorsero invece le vacanze nel bungalow dei genitori di lei a Montauk. Su richiesta della tata, Anna le concesse due meritatissime settimane di ferie, ma se ne pentì subito dopo. Completamente distrutta dall’ultimo anno di lavoro frenetico e da una sensazione di esaurimento fisico, si rese conto che avrebbe passato tutte le vacanze a badare ai due piccoli. Dato che non avevano spesso la mamma a disposizione, quando ci riuscivano – sabato, domenica, giorni festivi – i due pretendevano la sua attenzione costante, cosicché lei e Jason non potevano intavolare una conversazione che fosse una senza essere interrotti ogni trenta secondi con richieste urgenti e domande che li distraevano. Sembrava che, in presenza della mamma, Oscar e Henry diventassero enormemente più vivaci, tanto da rinunciare al pisolino pomeridiano per stare più tempo con lei. Per Anna il loro affetto era preziosissimo, ma adesso che era incinta non ce la faceva a mantenere il livello di energia che pretendevano. Jason faceva del suo meglio per aiutarla, ma spesso si dedicava a qualche lavoretto per casa e la lasciava da sola con i bambini. Anna resistette quattro giorni prima di cedere.
Un pomeriggio Jason la trovò in lacrime davanti al televisore. Teneva un braccio attorno alle spalle di ciascuno dei bimbi, intenti a guardare Bob Aggiustatutto, ma le guance erano bagnate e gli occhi due fessure gonfie. Non le usciva nessun suono, mentre i piccoli erano troppo presi per accorgersi di alcunché. Avevano passato ore in spiaggia, avevano fatto il bagno, e adesso erano al settimo cielo col loro cartone preferito.
«Anna, cosa c’è?» Jason era stato tutto il pomeriggio a riparare il barbecue, era completamente impiastrato e aveva con sé gli attrezzi e gli stracci per il lavoro.
Henry distolse lo sguardo dallo schermo, indicò il papà e disse: «Bob!» battendo le manine, orgoglioso per la battuta. Oscar quasi rotolò giù dal divano dalle risate, il che fece ridere anche Anna, nonostante la sofferenza.
Strinse forte a sé i bambini e li baciò sulla nuca: adorava quel punto soffice proprio sotto l’attaccatura dei capelli, amava infilarci la faccia. Henry soffriva il solletico e strillò tutto contento.
«Che succede, Anna?» Jason si sedette sul divano con loro.
Non ce la faceva a cercare di spiegargli come si sentiva, non lo capiva lei stessa. Non era solo una questione di stanchezza, perché percepiva qualcosa di più profondo, più spaventoso. Una sensazione che aveva già provato, e che significava una sola cosa: semplicemente, lei si sarebbe fermata. Alt. Come il coniglietto della pubblicità se le pile si esaurivano. E poi?
Anna si asciugò le lacrime e si raddrizzò. «Li guardi un attimo mentre mi faccio un bagno? Loro l’hanno già fatto, e anche merenda. Non ho pensato a niente per cena, magari andiamo da Lobster Roll.»
Era il loro ristorante di mare preferito, non molto lontano sulla Montauk Highway, e uno dei primi posti dove Anna aveva portato Jason quando si erano messi insieme.
«Buona idea» rispose Jason. «Mi devo solo fare una doccia rapida prima di uscire.»
«Perfetto. Ma non li far addormentare; se li portiamo a cena e torniamo prima che svengano, è la volta buona che li mettiamo a letto presto.»
Dopo di che, Anna si chiuse nella stanza da bagno. Le sarebbe piaciuto usare i sali aromatici che teneva in serbo per le rare volte in cui si lavava nella vasca, ma non osava correre il rischio; e anche l’acqua non poteva essere troppo calda. Persino un agognato bagno era pieno di limitazioni, p...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. A cosa servono gli uomini
  4. PARTE PRIMA. Amiche
  5. PARTE SECONDA. Mariti e figli
  6. EPILOGO