CAPITOLO TRE
Sabato mattina
«Poi c’è il soffitto alto, altissimo…» dice un tizio puntando la volta a botte con l’indice destro. Non guardo in alto, ma il fascio di muscoli compatti che si raccordano con il polso. Osservo la mano forte, le dita lunghe, per poi scorrere con gli occhi all’inverso, fino ad arrivare alla manica e alle spalle larghe. Non provo eccitazione, ma un certo piacere estatico sì, come davanti a un bel quadro che non si desidera possedere perché sta bene dove sta.
«Oh Dio!» sussurro svegliandomi alle sei di mattina in un bagno di sudore. Mi alzo scuotendo i capelli sfuggiti all’elastico. Sono lunghi, poco pratici, ma non ho intenzione di tagliarli, quindi li recupero e li addomestico come posso. Ho avuto un sonno agitato, ricordo alcune immagini. Forse sono vere, catturate dal vivo, o forse sono false, pura materia onirica. Al momento sono troppo confusa per deciderlo, e poi sono colpita soprattutto dal fatto di ricordarle, perché di solito l’alba trascina via i miei sogni. Sotto la doccia rifletto con calma e ammetto di non saper distinguere realtà e fantasia. Poi, con la testa china e gli occhi chiusi, ammetto pure che mi piacerebbe rivedere il tipo che parlava di lampade e luci.
«Affamata sì ma non fino a questo punto!» mi rimprovero subito dopo, ruotando la manopola per arrestare il flusso d’acqua del soffione. «Insomma, un po’ di dignità… non ti basta sbavare dietro al preside e immaginare che sia lui a sollazzarti mentre ti dai piacere da sola, ora devi pure fare la posta al figo di turno, come quando facevi le medie!» biascico tra i denti arrabbiata. «Calma!» mi dico subito dopo, perché ho trovato una soluzione praticabile. «Gli ho promesso di tornare, giusto?» Scuoto la testa: insomma, non è proprio la verità.
Il phon mi scalda la pelle, mi sembra di aver scampato il pericolo raffreddore e l’accappatoio finisce acciambellato a terra. Stendo una patina di crema profumata sulle braccia. Mi voglio bene e voglio bene al mio corpo che non è prefetto ma che mi ha sempre dato tante soddisfazioni. Mi ammalo raramente, ho cicli regolari, al momento non mi duole nulla se non l’amor proprio.
Mi vesto con cura, scelgo una maglietta aderente che mi fascia il busto e mette in risalto la mia femminilità. Calzo gli scarponcini con il tacco più alto. Chiudo la porta alle spalle sapendo di essere bella e attraente, pronta a fare un giro nella chiesa perché gli ho promesso di tornare, e ho anche trovato una buona scusa di appoggio supplementare per giustificare l’intrusione, dirò di aver perso qualcosa proprio ieri, potrebbe essere lì dentro anche se probabilmente no, ma una rapida occhiata devo darla lo stesso. Ovvio, logico.
«Okay, quindi vado ma sono coperta» mi dico avviandomi a piedi.
Uscita dal portone scruto il cielo, da dentro casa non l’ho fatto. Strofino le mani e socchiudo le palpebre. Sento una tensione strana, ho imparato a riconoscerne la causa: la temperatura è prossima al punto di rugiada, presto l’aria si saturerà di vapore acqueo.
Attraverso la strada ancora quieta, è trascorsa solo un’ora da quando mi sono alzata. Passo sotto l’arco di Porta Romana e attraverso la piazza smossa dal flusso di autobus che hanno proprio lì il capolinea. Osservo la tornata di uomini di mezz’età che arriva alla spicciolata dai paesi della provincia, la maggior parte abituati a lavorare con le mani. Seduti sulle panchine dei giardinetti ci sono degli anziani con addosso un’insonnia permanente. Finalmente imbocco la viuzza che costeggia l’argine, poche decine di metri e incrocio la caffetteria. Arrivo al punto in cui mi sono inchiodata il giorno prima e ricordo cosa ho pensato in quella medesima posizione. Nell’aria c’erano le gocce d’acqua, mi dico andando oltre. Nella mia testa c’era il preside, come al solito negli ultimi tempi. Mi passo la lingua sulle labbra stringendomi nel cappotto. Ho tirato in ballo il preside solo adesso e questa è una novità, di solito lo ritrovo nel primo pensiero di quando mi sveglio.
Arrivo davanti all’edificio sacro, lo osservo per qualche istante come per capacitarmi di averlo violato. Semplice, severo, in pietra bianca, la facciata stretta e il rosone elaborato. Fisso i gradoni che conducono al portale archiacuto, li affronto con parsimonia, come se avessi a disposizione un patrimonio illimitato di tempo. Del resto, alle sette e mezzo del mattino è davvero ancora così.
Prima di aprire il portone, mi chiedo perché mai il tizio dagli occhi di gatto dovrebbe trovarsi in chiesa a un’ora tanto improbabile. Ieri era qui una trentina di minuti più avanti, ossia quel tanto che può fare la differenza. Ma si tratta di un’incertezza di pochi secondi. In realtà sono certa di incontrarlo. Quando torno nella fredda semioscurità dell’edificio, provo di nuovo la sensazione di essere sola, ma mi concedo qualche istante di riflessione. Mi guardo attorno e poi attraverso il colonnato, avvicinandomi alle candele votive sistemate accanto a uno dei muri perimetrali. Frugo nella borsa, trovo degli spiccioli per l’offerta e ne prendo una. Lo stoppino si accende, respiro l’odore di cera squagliata e seguo il diffondersi del chiarore che si somma agli infiniti chiarori che mi danzano intorno. La chiazza si dilata ed è come se uno spazio altro si sovrapponesse a quello iniziale. Il presbiterio si accende di un tono e dietro, nell’abside circolare, vedo un’impalcatura a tubi innocenti. Adesso mi sembra di ricordare che ci fosse anche ieri, solo che al momento non l’avevo messa a fuoco. Deglutisco mentre mi avvicino all’altare che ingigantisce, ho l’impressione che ci sia un rumore di sottofondo che va amplificandosi. Quando arrivo al tavolo di marmo, sollevo lo sguardo verso la parte alta del ponteggio che a tre metri di altezza quasi scompare ingoiato dal buio. Una sagoma si muove sugli impalcati, la fisso incerta, immobile. Osservo la figura finché Occhi di gatto si accorge di me e si sporge.
«Tutto bene?» mi chiede.
Riconosco la voce, è proprio lui.
«Più o meno» replico senza riuscire a mettere a fuoco il viso troppo lontano e troppo sfalsato dall’oscurità. «Ieri ho perso qualcosa, credevo di poterla ritrovare ma adesso mi rendo conto che è troppo difficile…»
«Magari un anello? C’è sempre qualcuno che perde un anello in chiesa!»
«Sì, proprio, ho perso un anello… già, che cosa banale!» farfuglio, grata per aver ricevuto un assist tanto valido.
«Scendo e ti aiuto» dice Occhi di gatto tirandosi indietro.
Avvampo per la vergogna di aver formulato un invito esplicito, sebbene involontariamente. Alzo una mano, come per bloccarlo, ma lui mi è già accanto.
Alto e statuario, sorride. «Certo, sarà come cercare un ago in un pagliaio…» aggiunge fissandomi, muove la testa su e giù, le nocche puntate sui fianchi. «Ma io so che ce la faremo, tu puoi farcela di sicuro!» conclude ottimista.
«Cosa?» lo interrompo frastornata. «Mi manca da controllare solo in questa parte della chiesa e anzi, quasi quasi rinuncio. Non devi trascurare il lavoro per me» mi affretto a precisare.
«Marco» replica lui allungando una mano.
«Sabina» rispondo sollevando timidamente la mia.
Marco la stringe, ha una presa morbida e calda. «Da dove vogliamo iniziare?» riprende muovendosi verso l’impalcatura. Si ferma accanto a una delle colonne di destra, la seconda a partire dall’altare. «Sì, mi ispira, iniziamo da qui» esclama con la schiena appoggiata sul marmo, i palmi premuti sulla superficie che immagino freddissima. Si inclina leggermente per scrutare il pavimento.
Mi scoccia fargli perdere tempo a vuoto, non era nei miei piani e non mi pare divertente.
«Cosa stai facendo? Lì sopra, intendo» gli chiedo fissando l’impalcatura, solo per distogliere la sua attenzione da quel compito inutile.
Marco si raddrizza e segue la direzione dei miei occhi, ma poi si inclina di lato e appoggia una spalla alla colonna per squadrarmi. «Come ti stavo spiegando ieri, si tratta di montare delle luci in posizione strategica. Nessuno ci pensa mai, ma sono essenziali per far dialogare l’insieme delle linee e dei colori. Un fascio ben puntato crea un’armonia superiore tra gli elementi architettonici.»
«E lo spirito, allora…» anticipo con le palpebre socchiuse.
«… si solleva verso il cielo» conclude Marco accogliendo di nuovo, su di sé, il mio sguardo ammirato. Sento una vampata di calore genuino salirmi su per il collo. Mi sento felice, anche se non ho un vero motivo per esserlo, e nel retro della mia mente si insinua il sospetto di essere in ritardo per qualcosa che non so.
Occhi di gatto sorride, fisime mentali da cagnolino o meno, mi pare che anche lui stia bene accanto a me.
«Quando si attraversa la porta di una chiesa non si è alla fine di un percorso, ma all’inizio. E poi qui dentro uno si sente addosso il peso della fede di un’intera comunità» sussurra con molta partecipazione. «Avere fede, sperare… è importante, tiene in vita.»
Il concetto mi tocca più di quanto voglia far vedere. In effetti sono depressa perché non spero in nulla.
«Per fortuna hai un bel paio di spalle» commento per cambiare il corso dei miei pensieri. «Comunque, riguardo all’anello, non è importante e magari qualcuno lo troverà e lo porterà al parroco… tra qualche giorno chiederò a lui» concludo in fretta.
Marco annuisce, mi pare di essere riuscita a evitare che perda altro tempo e mi sento sollevata.
«Se dovessi trovarlo io potrei chiamarti!» rilancia Marco.
La sorpresa mi investe come una scossa elettrica. Mi attraversa a partire dalle piante dei piedi e si propaga come un’onda di sensazioni. Cerco di calmarmi, dopotutto mi ha chiesto il numero di telefono perché potrei aver bisogno di una cortesia: non c’è motivo di montarmi la testa.
«Ecco…» dico cercando affannosamente nella borsetta. In una tasca del portafogli conservo alcuni biglietti da visita stampati a poco prezzo da un servizio online.
Marco prende quello che gli porgo senza commentare, e lo fa sparire in una tasca.
«Una comunità che però non si vede tanto! Non c’è mai nessuno, c’è sempre tanto silenzio qui dentro» riprendo, cercando di riportare il discorso su un binario tranquillo.
«Solo per una settimana. Messe, matrimoni, preghiere, pettegolezzi, invocazioni, voti… tutto sospeso per un po’. Però, se ci fai caso, è un silenzio solo apparente, è la scatola di pietra che assorbe tutto» commenta spazzando l’interno con gesto lento della testa. Torna a fissarmi, schiude le palpebre e accosta il viso al mio, sempre di più.
Mi vuole baciare, realizzo. Lascio che i pensieri si assottiglino e poi svaniscano nel buio che torna a infittirsi oltre l’altare. Decido che una volta tanto voglio essere solo istinto. Eliminata la ragione, posso fare a meno di collezionare tempi e motivazioni per abbandonarmi alla magia di quell’attimo. Aspetto immobile la pressione delle labbra di Marco sulle mie, resto in sospeso per alcuni istanti, lunghi come l’eternità che lì dentro ha dimora. Avverto sul viso la carezza d’aria fredda che accompagna il suo approssimarsi. Il volto scolpito è a fuoco, il resto è come sfumato, fino a divenire quasi trasparente in prossimità del pavimento.
Quando il contatto arriva, il cielo stellato del catino absidale diviene fulgido e devo chiudere le palpebre per proteggermi dal chiarore che all’improvviso prende il posto dell’oscurità. Con il respiro sospeso schiudo la bocca e accolgo la sua lingua. Le sue braccia si incrociano sulla mia schiena, sono confortevoli nonostante il profilo in rilievo dei muscoli ben sviluppati. Occhi di gatto profuma di maschio.
Mi stacco appena, solo per respirare meglio, e schiudo le palpebre con il cuore che galoppa nel petto. Marco non scioglie la stretta, chino in avanti poggia la fronte sulla mia, gli occhi ancora chiusi, il tocco vellutato che mi fa sentire protetta. Prendo ancora due boccate d’aria, poi inalo per riempirmi del suo odore. Avverto nelle narici il freddo mescolato a essenza di lavanda e respiro affannata, divisa come sono da diverse sensazioni: eccitazione, imbarazzo, inadeguatezza.
La razionalità si affaccia inferocita, è rimasta latitante più di quanto sarebbe stato lecito e ora vuole la sua parte. Così, all’improvviso, ho bisogno di capire che tipo di terreno sto percorrendo e vado in esplorazione. «Dovrei andare...» sussurro, pronta a cogliere ogni minima vibrazione o inflessione di Marco.
Lui, semplicemente, mi lascia libera.
Sono delusa. Avrei voluto un distacco più cerimonioso per far pendere la bilancia dalla mia parte preferita. Non credo però di poter rimediare adesso, ormai il dado è tratto. L’orgoglio mi pungola. Marco ha accolto il mio invito senza opporsi, anzi non ha battuto ciglio. Ho come l’impressione che abbia voluto innescare in me e in lui una forte emozione senza desiderare altro. Io, dal mio canto, ho forse agevolato la sua tattica perché mi sono adattata come un guanto, drogata dalla tensione emotiva.
«Okay… buona giornata!» biascico, fissando il viso inespressivo di Marco che in piedi, le braccia lungo i fianchi, assiste alla mia presa di coscienza come se fosse naturale. Non so se è quanto si aspettava, se magari si ritiene soddisfatto perché l’ho mollato solo alla fine di una lunga danza tribale durante la quale ha potuto constatare, forse per l’ennesima volta, quanto sia irresistibile. Sta di fatto che mi volto e quasi corro pestando i piedi. Lo scalpiccio dei miei passi lungo la navata centra...