Uno di noi
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La storia di Anders Breivik

  1. 624 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La storia di Anders Breivik

Informazioni su questo libro

Da questo libro il film Netflix "22 luglio". Il 22 luglio 2011, Anders Breivik uccide settantasette persone. Vestito da poliziotto, irrompe tra i giovani che partecipano al meeting annuale dei laburisti norvegesi sull'isola di Utoya, a circa trenta chilometri da Oslo. L'uomo è in divisa, e forse per questo all'inizio nessuno bada al fatto che tra le mani ha una mitraglietta. All'improvviso la impugna e apre il fuoco. Poi usa un fucile da caccia, un'arma automatica e una pistola, mentre attorno a lui i ragazzi cercano inutilmente una via d'uscita. Dopo l'attentato e durante il processo che ne è seguito tutto il mondo ha iniziato a porsi delle domande. Come è potuto accadere? Perché è accaduto? E chi è Anders Breivik?Åsne Seierstad si è trovata in una posizione unica per interrogarsi sulla vicenda: corrispondente di guerra pluripremiata, si è occupata per anni di persone coinvolte in conflitti violenti. Qui, per la prima volta, si interroga su ciò che è avvenuto a casa sua, nel suo Paese, basandosi su un corpus enorme di deposizioni, interviste ad amici e familiari, registri comunali, testimonianze, generando una ricostruzione così precisa che per il New York Times «dovrebbe essere fatta studiare nelle scuole di giornalismo». Descrive un personaggio irripetibile e le sue turbe ma anche il contesto da cui proviene, la famiglia in cui è cresciuto, il sentiero scosceso che lo ha portato a macchiarsi di un delitto che non si può spiegare; ma descrive anche i giovani affascinanti e radiosi che quel giorno hanno perso la vita: come Bano Rashid, figlia di immigrati curdi arrivati a Oslo nel 1999 per sfuggire alle persecuzioni del regime di Saddam Hussein. A mano a mano che seguiamo il percorso dell'inevitabile collisione, ci appare chiaro che cosa è andato perduto in quell'unico giorno. Uno di noi è la storia di un massacro, ma anche una riflessione sul male. È una storia che parla di comunanza contrapposta a isolamento, di speranza contro rifiuto, di tolleranza verso fanatismo. Di amore contro odio.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2016
Print ISBN
9788817087919
eBook ISBN
9788858684818
Parte prima

Una nuova vita
(1979)

Si vuole essere amati; in mancanza di questo, ammirati; in mancanza di questo, temuti; in mancanza di questo, detestati e disprezzati. Si vuol suscitare negli uomini un sentimento di qualche tipo. L’anima rabbrividisce dinanzi al vuoto e vuole avere contatti a qualunque costo.
Hjalmar Söderberg, Doktor Glas, 1905
Era uno di quei giorni d’inverno limpidi e freddi in cui Oslo risplende. Il sole, che la gente aveva quasi dimenticato, faceva scintillare la neve. Dalle finestre dei loro uffici gli appassionati di sci lanciavano lunghe occhiate verso la vetta della collina di Holmenkollen, il trampolino e il cielo blu.
Coloro che preferivano starsene in casa maledicevano la temperatura di meno dodici e, se erano costretti ad avventurarsi fuori, rabbrividivano nei pesanti cappotti di pelliccia e negli stivali foderati. Sotto le loro tute da sci, i bimbi erano avvolti in svariati strati di indumenti di lana. Si sentivano strilli e squittii provenire dalle piste per slittini nei cortili delle scuole d’infanzia che avevano aperto ovunque, in un periodo in cui erano sempre più numerose le donne che cominciavano a lavorare a tempo pieno.
Alti cumuli di neve spazzata dalle strade e dai marciapiedi erano ammucchiati lungo la cinta dell’ospedale. Il freddo faceva scricchiolare la neve sotto i piedi di chi passava davanti al vecchio edificio, nella parte nord della città.
Era martedì tredici del secondo mese dell’anno.
Alcune auto arrivavano fin davanti all’ingresso principale dell’ospedale, si fermavano e rimanevano in attesa mentre gli sportelli si aprivano e le future madri scendevano con cautela appoggiandosi a uomini che stavano per diventare padri. Tutti erano assorbiti dal proprio dramma personale, una nuova vita in arrivo.
Fin dai primi anni Settanta i padri avevano il permesso di assistere alle nascite negli ospedali pubblici. Un tempo esiliati in corridoio ad ascoltare le grida provenienti dalla sala parto, adesso potevano essere presenti al momento della nascita, vedere la testolina spingere per uscire, percepire l’odore del sangue che scorreva, sentire il primo vagito del neonato. Talvolta l’ostetrica dava loro un paio di forbici in modo che potessero tagliare il cordone ombelicale.
«Uguaglianza sessuale» e «Nuova politica famigliare» furono slogan centrali per l’intero decennio. I figli e la casa non erano più una sfera di esclusiva competenza femminile. I padri dovevano essere coinvolti nell’accudimento dei figli a partire dalla nascita. Dovevano spingere le carrozzine, preparare le pappe e partecipare appieno alla crescita del proprio figlio.
C’era una donna in sala parto in preda a fortissimi dolori. Le contrazioni erano violente, ma il bambino non voleva uscire. Erano già passati nove giorni dal termine della gravidanza.
«Tienimi la mano!»
Le parole, pronunciate con voce sofferente, erano rivolte all’uomo che si trovava accanto alla testata del letto. Lui le prese la mano e gliela tenne stretta. Era la prima volta che assisteva a un parto. Aveva tre figli da un matrimonio precedente, ma a quell’epoca aveva dovuto aspettare in corridoio finché non era giunto il momento di vedere i piccoli già ben fasciati nelle loro copertine, due azzurre e una rosa.
La donna ansimava. L’uomo teneva duro.
Si erano conosciuti giusto un anno prima, nel locale lavanderia posto nel seminterrato di un condominio nel quartiere Frogner a Oslo. Lei viveva in affitto in un monolocale al pianterreno, mentre lui, un diplomatico del ministero degli Esteri norvegese divorziato da poco, a cui era stato affidato un incarico in patria dopo alcune missioni a Londra e a Teheran, era proprietario di un appartamento più grande al primo piano. Lei faceva l’infermiera ausiliaria ed era la madre single di una bambina di quattro anni. Lui, un uomo emaciato con i capelli radi, aveva quarantatré anni; lei, di undici anni più giovane, era snella, bionda e carina.
Poco dopo quell’incontro in lavanderia, lei scoprì di essere incinta. Si sposarono all’ambasciata norvegese di Bonn, dove lui stava partecipando a una riunione che lo costrinse a rimanere in Germania per una settimana. Lei si fermò due giorni soltanto, mentre un’amica si occupava di sua figlia a Oslo.
All’inizio, l’idea di essere rimasta incinta la rese felice, ma dopo un mese o due era tormentata dai dubbi e non desiderava più avere il bambino. La vita le pareva incerta, sinistra. Ogni volta che i tre figli nati dal matrimonio precedente andavano a trovare suo marito, lui si mostrava freddo e distaccato, e ciò le faceva pensare che fosse una follia avere un altro bambino da un uomo che sembrava trarre così poco piacere dalla presenza dei suoi figli.
Proprio il mese in cui era rimasta incinta, al Parlamento norvegese era stata presentata una legge che consentiva l’aborto libero. Era stata approvata per un solo voto e sarebbe entrata in vigore l’anno successivo. La legge concedeva alle donne diritto illimitato di ricorrere all’aborto fino alla dodicesima settimana di gravidanza, senza bisogno di presentarsi davanti a una commissione medica. Passate le dodici settimane, l’aborto era consentito solo per motivi specifici.
Lei ci aveva messo così tanto tempo a prendere una decisione che sarebbe stato comunque troppo tardi per un raschiamento: ormai il feto aveva messo radici nel suo utero.
Cominciò presto a soffrire di nausee e a provare disgusto per quella minuscola vita che, settimana dopo settimana, acquistava nuovi sensi e nuove capacità mentre assimilava nutrimento e continuava a crescere. Il suo cuore batteva con regolarità e vigore, la sua testa, il cervello e i nervi si stavano sviluppando in modo regolare. Non c’erano anormalità rilevabili: niente piede torto, né indicatori di anomalie cromosomiche o idrocefalo. Anzi, stando ai dottori era molto vitale e in ottima salute. Lo era in maniera persino irritante, pensava sua madre. «È come se scalciasse di proposito, per tormentarmi» aveva detto a un’amica.
Il bambino aveva la pelle bluastra quando finalmente uscì.
Anormale, pensò sua madre.
Un bel maschietto, disse suo padre.
Era pieno giorno, le due meno dieci.
Il piccolo esercitò subito i suoi polmoni.
Un parto normale, secondo l’ospedale.
Ci fu un annuncio sull’«Aftenposten»:
Ospedale di Aker. Un maschietto.
13 febbraio. Wenche e Jens Breivik.
In seguito ciascuno di loro avrebbe raccontato la propria versione di come era andato il parto. Lei avrebbe detto che era stato terribile e che la presenza del padre del piccolo al suo fianco l’aveva disgustata. Lui avrebbe detto che era andato tutto bene.
Sicuramente tutti gli antidolorifici che le avevano somministrato avevano nuociuto al bambino, disse la madre. Il piccolo era in perfetta salute, disse il padre.
Più tardi ancora, le loro versioni sarebbero state discordanti quasi su ogni cosa.
Il ministero degli Esteri norvegese aveva introdotto piani di lavoro flessibili per i giovani genitori, permettendo ai novelli padri di rimanere a casa con la madre e il bambino nel periodo successivo al parto.
Tuttavia, quando Wenche tornò dall’ospedale nell’appartamento del lussuoso condominio a Frogner, mancava qualcosa.
Un padre che non si premurasse di procurare un fasciatoio per quando il neonato fosse arrivato a casa era un padre che non gradiva il bambino. Così almeno aveva sentito dire Wenche, che rimuginava su quel fatto mentre cambiava il piccolo sul pavimento del bagno. Forse i tempi erano cambiati, ma Jens era della vecchia scuola, e toccava a lei dar da mangiare al neonato, cantargli filastrocche e acquietarlo per farlo addormentare. Superò soffrendo il periodo dell’allattamento al seno, sempre più risentita e dolente. Su di lei era scesa l’oscurità, una depressione che portava con sé tutta la sua vita precedente.
Alla fine affrontò il marito e gli urlò di andare a comprare un fasciatoio. Jens ubbidì, ma l’episodio causò un dissapore tra i due.
Il bambino ricevette il nome Anders.
Quando Anders compì sei mesi, Jens Breivik fu nominato consigliere presso l’ambasciata norvegese a Londra. Si trasferì per primo, mentre Wenche lo raggiunse verso Natale insieme ai figli.
Si sentiva terribilmente sola nel nuovo appartamento in Princes Gate. Era enorme e la maggior parte delle camere non erano in uso. Quando sua figlia cominciò a frequentare una scuola inglese, Wenche rimase confinata in casa con Anders e una ragazza alla pari. La grande metropoli la snervava e la metteva a disagio. In Princes Gate si chiuse sempre più nel proprio mondo come aveva imparato a fare da bambina.
Non era passato poi tanto tempo da quando erano stati innamorati. A casa, a Oslo, lei conservava una scatola piena di bigliettini e lettere d’amore che lui le aveva scritto.
Adesso vagava per il gigantesco appartamento londinese piena di rimpianti. Si rimproverava per aver sposato Jens e per aver lasciato che il bambino la legasse ancor di più a lui. Fin dal principio aveva notato alcuni tratti di suo marito che non le piacevano. Jens era sempre immusonito, voleva che tutto fosse fatto a modo suo e sembrava incapace di tener conto di ciò che provavano gli altri. Adesso queste cose le ronzavano di continuo in testa. Non devo legarmi a lui, aveva detto a se stessa nei primi tempi. Eppure era proprio quello che aveva finito per fare.
Quando si erano sposati, Wenche era incinta ormai da parecchi mesi. Si era buttata nel matrimonio a occhi chiusi, sperando che quando li avesse riaperti tutto sarebbe stato al proprio posto. In fondo suo marito aveva un lato buono: sapeva essere gentile e generoso, ed era una persona molto metodica. Sembrava davvero bravo nel suo lavoro, ed era spesso via per partecipare a ricevimenti e cerimonie ufficiali. Lei sperava che la loro vita insieme sarebbe migliorata quando fossero diventati una famiglia vera e propria.
A Londra lo sconforto di Wenche non fece che crescere. Le sembrava che Jens desiderasse soltanto una moglie linda e curata e una casa in perfetto ordine. Erano quelle le cose di cui gli importava. Non lei. Non loro figlio.
Aveva la sensazione che lui le imponesse la propria presenza, mentre Jens aveva la sensazione che lei fosse distante e fredda. Diceva che lo stava usando e che stava pensando soltanto ai propri interessi quando l’aveva sposato.
In primavera Wenche era ormai caduta in uno stato di profonda depressione, anche se non lo ammetteva. Preferiva pensare che fosse l’ambiente in cui viveva a renderla infelice. Non sopportava più suo marito né la propria esistenza. Aveva una gran confusione in testa e la sua vita le pareva senza senso.
Un giorno si mise a fare i bagagli.
Tre giorni dopo disse a suo marito che voleva riportare i figli a casa in Norvegia. Jens ne fu sbalordito e le chiese di rimanere. Ma andarsene sembrava la soluzione più semplice.
Così se ne andò. Lasciò Jens, lasciò Hyde Park, il Tamigi, il tempo grigio, la ragazza alla pari, la domestica, la vita di privilegi. Aveva resistito sei mesi come moglie di un diplomatico.
A Oslo presentò una richiesta di divorzio. Adesso era di nuovo sola, ma con due figli.
Wenche non aveva nessun altro. Non aveva rapporti con la propria famiglia, che era composta da sua madre e da due fratelli maggiori. Non aveva alcun contatto con il padre di sua figlia, uno svedese che aveva visto la bambina una sola volta, quando aveva pochi mesi; era uscito dalla loro vita tanto in fretta quanto ne era entrato.
«Come hai potuto rinunciare alla vita di lusso che facevi a Londra e a quella magnifica casa?» le chiese una delle poche amiche che aveva.
In effetti il problema non era Londra, diceva adesso lei. Anzi, era tutto praticamente perfetto laggiù, ma con l’uomo sbagliato. Testardo, lunatico ed esigente erano gli aggettivi con cui si riferiva a suo marito. Fredda e incapace di affetto; così la descriveva lui.
Salvare il matrimonio non era più possibile. Raggiunsero un accordo con l’aiuto di un avvocato. Lei avrebbe tenuto Anders con sé e lui si sarebbe accollato le spese di mantenimento del bambino. L’accordo stabiliva anche che Wenche avrebbe potuto vivere nell’appartamento di Jens in Fritzners gate per due anni.
Sarebbero passati tre anni prima che Anders vedesse di nuovo suo padre.
Tutta la vita di Wenche era stata contraddistinta dalla perdita. Dalla solitudine.
Cittadina costiera di Kragerø, 1945. Mentre giungeva la pace, la moglie del costruttore rimase incinta. All’avvicinarsi del parto cominciò tuttavia a manifestare sintomi di tipo influenzale, finché una paresi alle braccia e alle gambe non la confinò a letto. Ad Anne Marie Behring fu diagnosticata la polio, una malattia temutissima per la quale non esistevano cure note. Wenche fu estratta dal suo ventre nel 1946. A quel punto la donna era quasi del tutto immobile dalla vita in giù e aveva un braccio parzialmente paralizzato. Subito dopo la nascita Wenche fu mandata in un orfanotrofio dove trascorse i primi cinque anni della sua vita. Poi, un giorno, quella bimba dai capelli biondi fu riportata a casa. L’orfanotrofio stava per chiudere.
Wenche fu abbandonata quasi completamente a se stessa. Suo padre, Ole Kristian Behring, si assentava spesso per lavoro e sua madre viveva nel più totale isolamento, senza uscire praticamente mai in mezzo alla gente. Nessuno doveva ridere della sua deformità.
Quando Wenche aveva otto anni, suo padre morì. La casa divenne ancora più cupa e sua madre ancora più dura. Wenche era stata «cattiva» a darle «quella malattia».
La bimba aveva due fratelli maggiori. Uno se ne andò via di casa alla morte del padre, l’altro era aggressivo e collerico, e si sfogava sulla sorellina. La prendeva a scappellotti così spesso che dietro le orecchie la pelle di Wenche era escoriata, e le percuoteva le gambe con le ortiche. Sovente la piccola, esile Wenche si infilava dietro la stufa quando suo fratello la inseguiva. Lì i suoi pugni non potevano raggiungerla.
Celare e stare in silenzio. Tutto in quella casa era macchiato dalla vergogna. Se suo fratello era di cattivo umore, lei se ne stava fuori tutta la sera, per rientrare soltanto quando faceva buio. Vagava per Kragerø tutta sola, se la faceva addosso, puzzava, sapeva che la aspettava una bella scarica di botte quando fosse tornata a casa.
A dodici anni accarezzò l’idea di buttarsi giù dalla scogliera. La scogliera, così scoscesa e seducente.
Ma non si buttò mai. Tornava sempre a casa.
La casa era in rovina e non aveva acqua corrente. Era Wenche a tenere tutto in ordine, a lavare i panni e a rassettare, a svuotare e pulire il vaso da notte tenuto sotto il letto che divideva con sua madre. Ciò nonostante, «Sei una buona a nulla...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Nota dell’autrice
  4. Parte prima
  5. Parte seconda
  6. Parte terza
  7. Epilogo
  8. Fonti
  9. Citazioni
  10. Indice