LA STORIA DELLA FORTUNA
Jude
16 anni
Devo desiderare con le mani, come ha detto Sandy.
Userò l’Oracolo.
Mi sederò alla mia scrivania e lo userò – nel modo tradizionale – per scoprire tutto quello che posso su Guillermo Garcia alias Igor la Spugna alias la Rockstar della scultura. Devo realizzare questa statua, dev’essere di pietra e lui è l’unico che può aiutarmi. È l’unico modo che ho per raggiungere la mamma. Sento che è così.
Comunque, prima di fare tutte queste cose, succhierò fino in fondo questo dannato limone, nemico mortale dell’afrodisiaca arancia:
Niente inacidisce l’amore nel cuore come il limone sulla lingua
Perché devo troncarlo sul nascere.
La nonna cinguetta: «Ah, già. Lui con la L maiuscola, e non intendo Clark Gable. L come Lupo… uno cattivo… con accento british?». E nell’ultima frase mette tutta l’allusività possibile.
«Non so cos’avesse di speciale» le dico nella mia mente. E fuori dalla mente aggiungo: «Be’, a parte tutto quanto».
E poi non posso farci niente. Declamo, con il mio migliore accento britannico: «E tappati la bocca ogni tanto, chiacchierona! Altrimenti per noi poveracci è impossibile dire una parola». Il sorriso che gli ho negato in chiesa mi invade il viso, finché sono così raggiante che illumino la parete.
Oh, Clark Gable, basta.
Mi caccio in bocca il limone, scaccio via la nonna, mi dico che l’inglese ha la mononucleosi, l’herpes e i denti cariati, la triade della non-baciabilità, come tutti gli altri maschi attraenti di Lost Cove.
Ha le piattole. È pieno di piattole. Piattole inglesi.
Con l’acido citrico che mi raggrinza anche il cervello e l’embargo antiragazzi che funziona a corrente alternata, avvio il computer e digito nell’Oracolo Guillermo Garcia e Art Tomorrow, sperando di trovare l’intervista della mamma. Non ho fortuna. La rivista non ha l’archivio online. Ribatto il nome e faccio un “Cerca immagine”.
Ed è un’invasione di Giganti di Granito.
Imponenti creature di pietra. Montagne ambulanti. Esplosioni di espressività. È amore a prima vista. Igor mi aveva detto di non stare bene. Be’, nemmeno la sua arte. Metto segnalibri su recensioni e opere, scelgo un’immagine come salvaschermo una che mi spezza il cuore e me lo allarga al tempo stesso, poi prendo dallo scaffale il mio manuale di scultura, sicura di trovarlo anche lì. La sua opera è troppo incredibile perché non ci sia.
E infatti c’è. Sto rileggendo la sua biografia, quella di un matto al cento per cento, che starebbe bene nella bibbia della nonna, non in un testo scolastico (infatti ho strappato la pagina e l’ho spillata nel già strapieno librone con la copertina di cuoio) quando sento aprirsi la porta d’ingresso, e poi un vociare confuso e una raffica di passi lungo il corridoio.
Noah.
Perché non ho chiuso la porta? Devo tuffarmi sotto il letto. Prima che possa muovermi, eccoli che irrompono nella stanza e mi guardano manco fossi la Donna barbuta. E in un punto imprecisato di quell’allegro e vociante sciame di atletici e straordinariamente normali teenager c’è mio fratello.
Meglio che vi mettiate a sedere.
Noah fa parte di una squadra alla Roosevelt High.
Certo, è di corsa campestre, non di calcio, e nella squadra c’è anche Heather, ma fa lo stesso. Fa parte di una “compagnia”.
Con mia sorpresa, un momento dopo torna indietro e poi rientra nella mia camera, ed è come se avessi di fronte a me la mamma. È sempre stato così, io bionda come papà, lui bruno come mamma, ma la sua somiglianza con lei è diventata impressionante. Cioè: da crepacuore. In me invece non c’è nulla della mamma, non c’è mai stato. Quando la gente ci vedeva da sole, secondo me pensavano che fossi stata adottata.
È una cosa insolita, Noah in camera mia, e ho una morsa allo stomaco. Detesto come averlo vicino ora mi renda nervosa. E anche quel che ha detto Sandy oggi. Che qualcuno, a mia insaputa, ha fotografato le mie donne volanti di sabbia e le ha mandate alla CSA. Dev’essere stato Noah, il che significa: ha fatto in modo che prendessero me così che alla Roosevelt fosse costretto ad andarci lui, alla fine.
Il limone assume un retrogusto di rimorso.
«Oh, ciao» dice, trascinandosi avanti e indietro su due scarpe da corsa ridotte a torte di fango che impastano di terriccio il mio tappeto di peluche bianco. Potrebbe mozzarmi un orecchio e io non direi niente. La sua faccia è il contrario di come sembrava in cielo poco fa. È chiusa a chiave. «Sai che papà va via una settimana? Noi…» Accenna alla sua stanza, in cui risuonano risate e normalità. «Pensavamo che sarebbe forte dare una festa qui. Per te va bene?»
Lo fisso, supplicando gli alieni o Clark Gable o chi è pratico di furto d’anime di ridarmi mio fratello. Perché, oltre a far parte di compagnie equivoche e a fare feste, questo Noah esce con le ragazze, si cura i capelli che tiene rasati, va allo Spot, guarda lo sport con papà. Per tutti gli altri sedicenni va bene, ma per Noah significa una cosa sola: la morte dell’anima. Un libro con dentro la storia sbagliata. Mio fratello, il pazzo rivoluzionario, si è rivestito di materiale ignifugo, per usare un’espressione sua. Il papà è in brodo di giuggiole, naturalmente, pensa che Noah e Heather stiano insieme, e invece no. Devo essere l’unica a sapere quanto è orribile questa situazione.
«Ehm, Jude, lo sai che hai un limone attorcigliato ai denti?»
«Certo che lo so» dico farfugliando per ovvie ragioni. Ah, idea luminosa! Approfitto dell’improvviso impedimento linguistico, lo guardo dritto in faccia e aggiungo: «Cos’hai fatto a mio fratello? Se lo vedi, digli che mi manca. Digli che…».
«Yu-huu? Non capisco, nella tua bocca è in corso un rito voodoo con un limone.» Scuote la testa con lo stesso atteggiamento minimizzante del papà, e so che sta per arrivare una critica. I miei interessi lo infastidiscono, e direi che la cosa è reciproca. «Sai, l’altro giorno ho preso in prestito il tuo portatile per fare una tesina mentre Heather usava il mio. Ho visto la tua cronologia.» Oh oh. «Santo cielo, Jude, quante malattie credi di poter avere in una sola sera? E tutti quei necrologi che leggi… di tutte le contee della California.» Ecco il momento giusto per immaginare il prato. Noah indica la bibbia spalancata sulle mie ginocchia. «E forse potresti mandare un po’ in vacanza quel patetico libro e, che so, tipo uscire. Parlare con qualcuno che non sia tua nonna defunta. Pensare a qualcosa che non sia la morte. È così…»
Estraggo il limone. «Cosa? Imbarazzante?» Ricordo di averglielo detto una volta – com’era imbarazzante lui – e il ricordo di quella me stessa mi fa accapponare la pelle. Possibile che le nostre personalità si siano scambiate i corpi? In terza elementare la signorina Michaels, l’insegnante di educazione artistica, ci assegnò come compito di fare il nostro autoritratto. Eravamo ai due angoli opposti dell’aula, e senza nemmeno scambiarci uno sguardo io disegnai lui e lui me. Ora la situazione mi sembra la stessa.
«Non volevo dire imbarazzante» dice, passandosi una mano sulla sua cascata di riccioli, solo per scoprire che i riccioli non ci sono più. Allora si tocca la nuca.
«Sì, invece.»
«Okay, volevo, perché è più che imbarazzante. Oggi stavo per pagare il pranzo in mensa e cosa tiro fuori?» Infila la mano in tasca e mi mostra l’assortimento di semi e fagioli portafortuna che gli avevo nascosto lì.
«Volevo solo proteggerti, Noah, anche se sei uno zuccone patentato.»
«Sei completamente fuori di testa, Jude.»
«Sai cosa sembra fuori di testa a me? Fare una festa nel secondo anniversario della morte di tua madre.»
Il suo viso si apre per pochi secondi, e si richiude ermeticamente con la stessa rapidità. Vorrei urlare: “So che sei lì dentro!” È vero, so che è vero. Ecco le prove:
1) La sua strana ossessione per il Dirupo del Diavolo e lo sguardo sublime con cui oggi fissava il cielo.
2) A volte, quando è stravaccato in poltrona, steso sul letto o rannicchiato sul divano, gli passo la mano davanti al viso e lui non batte ciglio. Come se fosse diventato cieco. Dov’è in quei momenti? Cosa sta facendo, laggiù? Perché io ho il sospetto che stia dipingendo. Ho il sospetto che dentro quell’impenetrabile fortezza di conformismo che è diventato Noah, ci sia un museo completamente impazzito.
E soprattutto: 3) Ho scoperto (guardare la cronologia è una strada a due sensi di marcia) che Noah, anche se non va quasi mai online e probabilmente è l’unico adolescente in America indifferente alla realtà virtuale e a tutti i social media, posta messaggi su un sito chiamato RelazioniPerdute.com, sempre lo stesso, praticamente ogni settimana.
Nessuno gli ha mai risposto, ho controllato. Sono certa che il messaggio è per Brian, che non vedo dal funerale della mamma e che, per quanto ne so, non è più tornato a Lost Cove da quando sua madre si è trasferita.
Per la cronaca, io, a differenza degli altri, sapevo cosa stava succedendo fra Brian e Noah. Quell’estate Noah tornava ogni sera a casa dopo essere andato in giro con lui, faceva disegni di NoaheBrian finché le dita gli diventavano così gonfie e scorticate che era tutto un andirivieni dalla sua camera al freezer, dove infilava le mani nel portaghiaccio. Non sapeva che lo spiavo dal corridoio, mentre si accasciava contro il frigorifero, la fronte contro la porta fredda, gli occhi chiusi, i sogni che gli si vedevano fuori dal corpo.
Non sapeva che appena usciva la mattina andavo a guardare l’album segreto che nascondeva sotto il letto. Era come se avesse scoperto un nuovo spettro di colori. Come se avesse scoperto una nuova galassia figurativa. Era come se avesse sostituito me.
Mettiamo le cose in chiaro: più di ogni altra cosa al mondo vorrei non essere andata in quello sgabuzzino con Brian. Ma la loro storia non è finita quella sera.
Vorrei non aver fatto tante cose che ho fatto allora.
Vorrei che essere stata nello sgabuzzino fosse la cosa peggiore.
Il gemello destro dice la verità, il gemello mancino dice menzogne
(Io e Noah siamo tutti e due mancini.)
Noah si guarda i piedi. Non so cosa stia pensando e questo mi fiacca le ossa. Alza la testa.
«Non faremo la festa il giorno dell’anniversario. Sarà il giorno prima» dice a bassa voce. Ha gli occhi scuri e dolci come quelli della mamma.
Anche se l’ultima cosa che voglio è avere a che fare con un branco di surfisti di Hideaway Hill tipo Zephyr Ravens, gli dico: «Falla pure». Ma se avessi ancora in bocca il limone-voodoo, gli direi: “Mi dispiace. Per tutto”.
«Ci verrai, per una volta tanto?» Fa un gesto verso il muro. «E metterai uno di quelli?» Al contrario di me, la mia stanza è un’esplosione di femminilità, con tutti i vestiti che ho cucito – svolazzanti e no – appesi lungo le pareti. È come avere delle amiche.
Mi stringo nelle spalle. «Non partecipo a eventi mondani. Non indosso vestiti eleganti.»
«Una volta lo facevi.»
Non dico: “E tu facevi arte e ti piacevano i ragazzi e parlavi ai cavalli e acchiappavi la luna dalla finestra come regalo per il mio compleanno”.
Se la mamma tornasse, non riuscirebbe a riconoscerci in un confronto all’americana.
E nemmeno il papà, per quel che importa, che si è appena materializzato sulla soglia. Benjamin Sweetwine: parte II ha la pelle del colore e della consistenza della creta grigia. I suoi pantaloni sono sempre troppo larghi e con la cintura messa male, e sembra uno spaventapasseri; se qualcuno gli tirasse la cintura si trasformerebbe in un mucchio di paglia. Forse è per colpa mia. Io e la nonna abbiamo preso in gestione la cucina, usando la bibbia come ricettario.
Per riportare la gioia in una famiglia in lutto, spargere tre cucchiai di gusci d’uovo macinati su ogni portata
Papà adesso appare sempre in questo modo, senza segni premonitori tipo (ehm) rumore di passi. Gli osservo le scarpe, in cui ci sono i suoi pi...