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È uno di quei giorni in cui è meglio esser morti che vivi come ci sono nel nord dell’Inghilterra a febbraio, lo spazio tra terra e cielo una mera buca da lettere di luce pressata, il cielo in sé insondabilmente insulso. Un palcoscenico inappropriato alla tragedia anche lì, dove i morti riposano in pace. Ci sono due uomini al camposanto, occupati in compiti del cuore. Non alzano lo sguardo. Da quelle parti devi dichiarare guerra al tempo, se vuoi evitare di ritrovarti in una farsa.
I segni di questo affanno solcano il volto del primo dei due dolenti, un uomo di mezza età e portamento instabile, che a volte cammina a testa alta con arroganza e altre curvo, quasi sperasse di passare inosservato. Anche la sua bocca è nervosa, ingannevole, le labbra ora contratte in un ghigno, ora mollemente schiuse, vulnerabili e delicate come frutti d’estate. È Simon Strulovitch, filantropo ricco, uomo furioso, facile all’offesa, dagli entusiasmi volubili, proprietario di una collezione considerevole di opere d’arte angloebraica del ventesimo secolo e di bibbie antiche, con una passione per Shakespeare (un tempo pensava che la genialità e l’aria da spaccone sefardita del drammaturgo potessero essere spiegate solo dalla presenza di antenati che, prima di cambiare nome, si chiamavano Shapiro, ma ora non ne è più sicuro), dottorati onorari rilasciati da università di Londra, Manchester e Tel Aviv (per quanto riguarda Tel Aviv, è un’altra delle cose di cui non è sicuro) e una figlia che sta uscendo dai binari. È lì per controllare la pietra posata di recente sulla tomba di sua madre, ora che i dodici mesi di lutto sono trascorsi. Non l’ha pianta coscienziosamente durante questo lasso di tempo – troppo impegnato a comprare e prestare opere d’arte, troppo impegnato con le sue fondazioni e donazioni, o a «benefare», come diceva sua madre con un misto di orgoglio e timore (lei non voleva che si rovinasse a forza di dar via soldi), troppo impegnato a saldare conti nella sua testa, troppo impegnato a star dietro a sua figlia – ma intende rimediare. C’è sempre tempo per diventare un figlio migliore.
O un padre migliore. Potrebbe essere che sia sua figlia, quella che in realtà si sta preparando a piangere? Queste cose si tramandano nelle famiglie. Suo padre per un breve tempo l’aveva pianto. «Tu per me sei morto!» E perché? Per via della religione di sua moglie, per quanto suo padre non fosse affatto religioso.
«Preferirei vedermela morta a’ miei piedi…»
Veramente sarebbe stato meglio?
A noi la morte non basta mai, pensa, trascinando i passi tra le pietre sconosciute. «Noi»: un’idea di appartenenza che a volte sottoscrive e a volte no. Arriviamo, fortunati d’essere vivi, con tutti i nostri averi in un fagotto su un bastone, e subito ci mettiamo in cerca di un posto dove seppellire i figli che ci tradiscono.
Forse per tutta la rabbia che precede le sepolture, il luogo è privo della consolazione della bellezza. Nei suoi giorni da studente, quando nel suo vocabolario la parola «noi» non c’era, Strulovitch aveva scritto una tesina sulla Resurrezione, Cookham di Stanley Spencer ammirando il tumulto delle tombe di Spencer così piene di vita, con i defunti impazienti di vedere cosa veniva dopo. Ma questo non è un cimitero di campagna nel Berkshire; questo è un cimitero dei senza Dio a Gatley, a sud di Manchester, dove un dopo non c’è. Qui, tutto finisce.
C’è un residuo di neve a terra, nera e sporca si sofferma sul granito dei sepolcri. Sarà lì fino all’inizio dell’estate, se mai verrà l’estate.
La seconda persona, che era lì già molto prima di Strulovitch e sta parlando dolcemente rivolta all’occupante di una tomba dalla pietra ormai consumata, è Shylock, anche lui ebreo, uomo infuriato e tempestoso, per quanto la sua furia tenda più al sardonico che al mercuriale e la tempesta si plachi quando è in compagnia di sua moglie Leah, profondamente sepolta sotto la neve. In cuor suo si sente meno diviso di Strulovitch, ma forse proprio per questo divide di più. Infatti non ci sono due persone che la pensino allo stesso modo sul suo conto. E in quelli che lo detestano senza riserve, perfino l’assenza di riserve assume una vasta gamma di sfumature diverse. Shylock ha preoccupazioni di carattere economico che Strulovitch non ha, non colleziona arte né bibbie, e trova difficoltà a essere caritatevole quando gli altri non lo sono con lui, il che, direbbero alcuni, sottrae qualcosa all’essenza della carità. Di sua figlia, meglio non parlare.
Non è un frequentatore occasionale del cimitero come Strulovitch. Lui non riesce ad andare via e a pensare a qualcos’altro, perché non è un uomo che dimentica e perdona, per lui non c’è né mai potrà esserci qualcos’altro.
Strulovitch, in una pausa tra le sue riflessioni, avverte la presenza di Shylock prima di vederlo: come un colpo alla nuca, come se lì, al cimitero, qualcuno fosse stato tanto irriverente da lanciargli una palla di neve.
Le parole «Mia adorata Leah», lasciate cadere come benedizioni nella tomba gelata, raggiungono le orecchie di Strulovitch. Devono esservi molte Leah, lì. La madre di Strulovitch era una Leah. Il nome di questa Leah, però, attira a sé una devozione imperitura, percepisce Strulovitch, esperto com’è di pene coniugali e ire paterne. Leah, che comprò a Shylock un anello di fidanzamento. Leah, madre di Jessica che rubò quell’anello per comprare una scimmia. Jessica, modello di perfidia. Shylock non si sarebbe separato da quell’anello per un intero villaggio di scimmie.
Strulovitch nemmeno.
Così, il «noi» alla fine ha un significato per Strulovitch. La fiducia che Jessica tradisce è la sua.
Questi, comunque, sono i soli segnali di riconoscimento di cui Strulovitch ha bisogno. Ne è fermamente convinto. Naturale che Shylock sia lì, tra i morti. Quando mai non lo è stato?
Aveva undici anni, un prematuro inizio di baffetti e una portentosa intelligenza quando in un grande magazzino sua madre vide Hitler che comprava un dopobarba.
«Presto, Simon!» gli disse. «Corri a chiamare un poliziotto, io resto qui così non scappa.»
Ma nessun poliziotto volle credere che Hitler si trovasse nel negozio e a un certo punto la madre di Strulovitch lo perse di vista.
Nemmeno Strulovitch credeva che Hitler fosse stato nel negozio. Tornato a casa fece una battuta in proposito a suo padre.
«Non prendere in giro tua madre» lo rimproverò lui. «Se ha visto Hitler, ha visto Hitler. Tua zia Annie l’anno scorso ha incontrato Stalin al mercato di Stockport e io quando avevo la tua età ho visto Mosè che remava su una barca sul lago di Heaton Park.»
«Impossibile» disse Strulovitch. «Mosè avrebbe semplicemente fatto aprire le acque.»
Per questa sfacciataggine fu spedito nella sua stanza.
«Magari era Noè» gridò Strulovitch dall’alto delle scale.
«Bene» disse suo padre, «allora andrai anche a letto senza cena.»
Più tardi sua madre gli portò un panino di nascosto, come Rebecca avrebbe fatto per Giacobbe.
Col passare degli anni Strulovitch ha imparato a capire meglio la fantasia ebraica, il motivo per cui non mette limiti alla cronologia e alla topografia, perché non può mai considerare passato il passato, e perché sua madre probabilmente aveva visto Hitler per davvero. Non è un talmudista, ma ogni tanto legge una pagina di una piccola antologia – un’edizione di qualità – di brani scelti. Il fatto è che il Talmud consente ai ribelli come lui di conversare faccia a faccia con altri ribelli morti da tempo.
Di cosa sarebbe convinto, Rabbino bar Nahmani? Ma vaffanculo!
Quindi dopotutto ci sarebbe un aldilà? Lei che ne pensa, Rabbino?
Scrollandosi di dosso il suo sudario, il Rabbino bar Nahmani ricambia mostrandogli il dito medio.
Molto tempo fa è adesso, e un altro luogo è qui.
Per quale motivo Leah sia sepolta tra i morti di Gatley è una domanda che solo un folle farebbe rischiando di dispiacere Shylock. I particolari della sepoltura – i quando, i dove – sono completamente privi di interesse per lui. È sotto terra, tutto qui. Da viva, lei era onnipresente per lui. Da morta – ha deciso molto tempo fa – sarà lo stesso. Ruota con il pianeta, un’eterna presenza, mai lontana, ovunque lui vada.
Strulovitch, avveduto e avido, teso come uno strumento minore accordato a uno più grande, guarda senza farsi vedere. Starà lì tutto il giorno, se dovrà. Dal comportamento di Shylock – dal modo in cui inclina il capo, annuisce, distoglie gli occhi pur senza guardare alcunché, lo sguardo laterale come un serpente – è in grado di dedurre che la conversazione con Leah è coinvolgente e devota, incurante degli eventi esterni e non più dolorosa, una relazione a doppio senso affettuosa, vivace, perfino concreta. Shylock ascolta e parla in egual misura, ponderando le cose che sente, per quanto debba avergliele sentite dire molte altre volte prima. Ha un libro tascabile in una mano, arrotolato come un documento legale, o come la mazzetta di banconote di un gangster, e ogni tanto l’apre bruscamente, quasi intendesse strappare una pagina, e legge a voce bassa, coprendosi la bocca come chi sia troppo discreto e per non mostrarsi divertito nasconda un sorriso. Se è un riso, pensa Strulovitch, è un riso che arriva da molto lontano, un riso cerebrale. Una frase di Kafka (cos’è un altro figlio infelice in questo loro campo di battaglia?) gli torna in mente: Però è soltanto una risata come si può fare senza polmoni. Come quella di Kafka, forse. Come il mio?, si chiede Strulovitch. Un riso troppo profondo per i polmoni? Quanto alle battute, sempre che siano battute, quelle sono rigorosamente private. Forse sconvenienti.
Lui è di casa qui e io no, pensa Strulovitch. Di casa tra le tombe. Di casa in un matrimonio.
Si sente amareggiato dalla differenza tra la condizione di Shylock e la sua. La sua esperienza matrimoniale non è stata granché. Lui e la prima moglie avevano trasformato la loro vita insieme in un piccolo inferno. Perché lei era cristiana? («Gai in drerd!» disse suo padre quando seppe che il figlio sposava una donna di un’altra religione. «Vai all’inferno!» Non un inferno qualsiasi, ma la cerchia più tremenda, dove va chi sposa uno di un’altra religione. E la sera prima del matrimonio gli lasciò nella segreteria telefonica un messaggio ancora meno ambiguo: «Tu per me sei morto».) Il suo secondo matrimonio, con una figlia di Abramo questa volta, per cui suo padre decise di revocare la maledizione e lo chiamò Lazzaro al telefono, si è fermato all’improvviso, terribilmente – una sospensione di tutti i sentimenti, come quando aspetti delle notizie che speri non vengano mai – quando sua moglie ha avuto un ictus il giorno del quattordicesimo compleanno della loro figlia, perdendo gran parte del linguaggio e della memoria, e quando lui, di conseguenza, in cuor suo ha smesso di considerarsi un marito.
Matrimonio! O perdi tuo padre o perdi tua moglie.
Non è nuovo all’autocommiserazione. Leah è più viva per Shylock di quanto la povera Kay lo sia per me, pensa, avvertendo il freddo per la prima volta quel giorno.
Osservando Shylock nota che ha una tensione muscolare alla schiena e al collo. Questo gli fa tornare in mente un personaggio di uno dei suoi fumetti preferiti di diversi anni fa, un pugile, o forse un lottatore, che era sempre disegnato con delle linee ondulate intorno a sé per suggerire un campo di forza. Come disegnerebbero me?, si chiede Strulovitch. Quali tratti potrebbero indicare ciò che sento?
«Prova a immaginare» dice Shylock a Leah.
«Immaginare che cosa, amore mio?»
«Qualcuno che invidi Shylock.»
Ha una risata così bella, Leah.
Shylock porta un lungo cappotto nero e sembra preoccupato di tenere l’orlo sollevato dalla neve. È seduto, chino in avanti – ma non tanto da sciupare il cappotto – su uno sgabello pieghevole del genere di quelli che certi appassionati d’opera delle Home Counties, le contee intorno a Londra, si portano a Glyndebourne. Strulovitch non riesce a decidere che senso abbia il suo cappello. Se glielo chiedesse, Shylock gli direbbe che serve a tenere calda la testa. Ma è un borsalino, segno dell’uomo consapevole del proprio aspetto. Un cappello da dandy portato con uno spensierato piglio di sfida subito contraddetto dall’assenza di qualsiasi segno ...