CAPITOLO QUATTRO
Sto facendo un sogno meraviglioso: sono a una festa e Rhett, quello vero, almeno nell’immaginario collettivo, ossia il bellissimo Clarke Gable, sta ballando con me. Mi fa piroettare con leggiadria e mi stringe a sé subito dopo. È stupendo. So che è un sogno perché una parte di me è vigile, probabilmente sto per svegliarmi, ma non ne ho la minima voglia. Voglio stare tra le braccia di Rhett ancora un po’. Quando racconterò a Laura e Chiara di questo sogno sbaveranno per l’invidia!
Un momento… Laura e Chiara… Oddio, devo andare a lavorare!
Apro gli occhi di scatto e metto i piedi giù dal letto, poi sobbalzo quando mi rendo conto che il mio pavimento brontola.
Brontola? Perché il mio pavimento brontola? Lo pesto di nuovo, cauta, mentre nella mia testa rimbomba ogni genere di suono.
«Ahi…»
Arretro verso la testiera, impugno il piccolo lume sul comodino come un’arma e comincio a colpire la persona che giace ai piedi del mio letto.
Ripetutamente.
«Ehi, piccola ribelle!» urla l’uomo sotto la coperta, alzandosi e protendendo le mani per difendersi.
«Faccia da schiaffi?» chiedo meravigliata.
«Allora è vero che vuoi uccidermi, accidenti» commenta massaggiandosi la fronte dove l’ho colpito.
«Cosa diavolo ci fai qui?» chiedo, ignorando il suo sarcasmo.
Lui mi guarda inarcando un sopracciglio, mentre io ho ancora in mano il mio lume prezioso.
«Davvero non ti ricordi?» chiede sospettoso. Sto per rispondere quando Serena entra nella mia camera con un lume identico al mio in mano.
Oddio.
«Ehi tu, fermo!» urla lanciandosi contro Alessandro e colpendolo in testa. Alessandro schiva il secondo colpo con le mani cercando di allontanarsi, ma mentre indietreggia inciampa in una pila di libri che avevo messo per terra e cade. Serena è su di lui con il lume in mano e un sorriso perfido sulla faccia. Credo che la mia migliore amica stia per dargli il colpo di grazia.
«Sere Serena, ferma! Lo conosco: è un mio amico… più o meno!» le urlo, trattenendo il suo braccio dal colpire Alessandro.
«Ma cosa diavolo avete in questa casa? Siete tutte matte da legare!» protesta lui, rialzandosi e sistemandosi la camicia. E nonostante abbia trascorso la notte sul pavimento della mia camera, per motivi che ancora non mi sono noti, è impeccabile.
«Lo conosci?» chiede Serena, ancora cauta.
«Sì, lo conosco» rispondo, togliendole delicatamente il lume dalle mani.
«E che ci fa qui? Cioè… Terry, sei libera di portare chi vuoi, lo sai… ma non l’hai mai fatto…» Mi guarda stupita. Francamente lo sono anch’io.
«Davvero?» fa Alessandro, improvvisamente vigile e sorridente.
«Che hai da sorridere?» gli chiedo stizzita.
«Sono il primo che entra nel tuo santuario, piccola ribelle?»
«Non ricordo di averti invitato, quindi non conta» rispondo seccata.
«Non te lo ricordi?» chiede Serena, protendendosi per prendere di nuovo il lume. La blocco, mentre Alessandro indietreggia impercettibilmente. Buon per lui: quando Serena si mette in testa una cosa, diventa una furia.
«No, ricordo solo che ieri eravamo a cena dai miei ed è stata una serata pazzesca.»
«Pazzesca è l’eufemismo dell’anno, piccola» si intromette Alessandro sorridendo.
«Non chiamarmi “piccola”.»
«Aspetta, Terry, fammi capire. Ma voi due… avete…?» ammicca con la testa per tre volte, finché io non comprendo cosa vuol dire.
«Noi?» chiedo imbarazzata, indicando con il dito me e il mio ospite.
«No, assolutamente!» rispondo. Poi guardo Alessandro. «Noi… no, vero?» chiedo allarmata.
Alessandro corruga la fronte in un’espressione seria e scuote la testa.
«Ragazza, se tu e io avessimo fatto qualcosa, ti do la mia parola che te lo ricorderesti eccome.»
Alzo gli occhi al cielo e mi giro per reprimere un sorriso.
«E comunque, perché sei qui?» gli chiedo rimettendo il lume sul comodino, mentre Serena ci guarda con sospetto.
«Ieri ti ho accompagnata in camera tua. Eri piuttosto alticcia… abbiamo chiacchierato del nostro accordo fino all’alba e poi ci siamo addormentati. Tutto qui.»
«Ok» sospiro sollevata, ma poi un campanello d’allarme mi scuote.
«Accordo?» chiedo. Anche Serena si fa attenta.
«Accordo» ripete lui, studiando la mia espressione.
«Spiegati, Faccia da schiaffi.»
«Lo chiami così?» s’informa Serena.
«Sì.»
«Mi pare appropriato» ammette lei.
«Accordo che abbiamo stipulato ieri notte» spiega Alessandro ignorandoci.
«E in cosa consisterebbe questo accordo? Qualcosa tipo Proposta indecente?» chiede Serena ridendo entusiasta. Non capisco come mai la mia vita sessuale, peraltro inesistente, provochi ilarità nella gente.
«No, ma accidenti, avrei potuto pensarci…» ride Alessandro di rimando.
«Avete finito?» chiedo, nervosa, pestando un piede in terra. «Parla» lo ammonisco. «Se non vuoi un altro occhio nero.»
«Glielo hai fatto tu, quello?» chiede Serena allarmata, ma sento una punta di orgoglio nella sua voce.
«Sì» rispondiamo in coro io e Alessandro.
«Una volta mi ha dato un calcio rotante per sbaglio e ho pianto per tre giorni, quindi sono dalla tua parte, Faccia da schiaffi» dice Serena.
«Ate-waza» la correggiamo insieme io e Alessandro.
«Quello che era…» sorvola lei.
«Comunque… il nostro accordo è semplice: tu vieni alla festa al castello con me, io vengo al ballo in maschera con te.»
«E io ho accettato?»
«Non solo hai accettato, piccola, ma hai anche detto che io sono la soluzione ai tuoi problemi nonché il tuo salvatore. Oh, anche il più figo che tu abbia mai conosciuto.»
«Davvero?» chiediamo in coro io e Serena.
«No, ma sarebbe stato bello» risponde lui ridendo.
Gli tiro una cuscinata ed esco dalla camera, diretta in cucina.
«Ehi, dove vai?» chiede Alessandro seguendomi a ruota. Serena ci osserva con una strana espressione.
«Ho bisogno di un caffè, di una doccia e di correre al lavoro. Non voglio fare tardi.» Ho bisogno di ritornare alla mia vita normale dopo questa parentesi pazza.
«Ti accompagno io, se vuoi, ho la macchina sotto…» si offre lui, prendendo dalle mie mani la tazzina in cui ho versato il caffè fumante e bevendoselo.
«Ehi, era il mio caffè!» protesto.
Lui prende la caffettiera, riempie la stessa tazzina con altro caffè e me la porge. Poi incrocia le braccia e si appoggia al mobile della cucina, osservandomi.
Bevo il caffè in silenzio, guardandolo di sottecchi. Ha i capelli spettinati, di un castano scurissimo, quasi nero; indossa gli stessi vestiti di ieri sera, pantaloni grigi e una camicia azzurra i cui primi due bottoni sono aperti, le maniche rimboccate mettono in mostra le braccia toniche e muscolose. Gli occhi sono di un azzurro così chiaro che pare quasi trasparente e le labbra così carnose e rosse che… che… Scuoto la testa e mi verso un altro caffè.
«Grazie, vado in autobus.»
«Hai perso quello delle sette e quaranta, Terry» dice Serena improvvisamente allegra. La guardo male e spero legga un «tu da che parte stai?» nella mia espressione.
«Oh cavolo, ma è tardissimo, allora! Vai pure, Alessandro. Grazie del passaggio, ma mi arrangio da sola. Ci sentiamo» gli dico correndo in bagno a fare la doccia.
Mi fiondo sotto il getto dell’acqua bollente e cerco di fare mentre locale sulla serata di ieri. I miei che hanno litigato, mia sorella supersbronza, le mie confessioni. Accidenti, le...