Cercando Amalgama in quel di Catania
In attesa di sistemarsi in Galizia, a Pontevedra, dove il Portogallo è a un passo, l’Italia di Bearzot fa tappa a Roma, a pochi giorni dai Mondiali del 1982, e inciampa subito nel politicamente scorretto. Nelle ore che precedono la partenza per la Spagna, a inizio giugno, Bearzot è già sul banco degli imputati. Gli contestano il gioco non esaltante, il carattere da hombre vertical che nulla concede alla platea, le convocazioni dei fedelissimi, a partire da Paolo Rossi. Sui giornali si leggono critiche feroci e il romanista Roberto Pruzzo, uno degli esclusi, si lamenta a mezzo stampa: «Finché ci sarà in panchina questo allenatore per me non ci sarà mai spazio in Nazionale».
È in questo clima che fuori dall’albergo degli azzurri, a un passo da Villa Borghese, una tifosa si avvicina al «Vècio» e senza particolare grazia, passa subito al tu: «Perché non c’è Beccalossi?» chiede senza attendere risposta: «Perché non l’hai convocato?». Tra i poliziotti che fanno cordone, i tifosi che chiedono autografi e i calciatori che cercano di infilarsi in hotel, Anna Ceci si lascia andare all’insulto: «Scemo, scimmione, bastardo». Bearzot, vanamente trattenuto da Carlo De Gaudio, la affronta e le dà uno schiaffo. Lei piange e il CT, che violento non è mai stato, si allontana più dispiaciuto che arrabbiato. La incontrerà in albergo poi, per scusarsi e ricevere a sua volta le scuse della Ceci. È l’inizio di un mese che da cronaca di una morte sportiva annunciata, quando non auspicata, si trasforma in resurrezione, in trionfo, nella Coppa del Mondo sollevata da capitan Zoff, urla di Nando Martellini, caroselli per le strade e scoponi in volo con il vecchio presidente, che a Madrid è andato in pellegrinaggio e poi commosso, l’11 luglio 1982, ha sollevato la pipa sotto le volte del Santiago Bernabeu.
Come tutti gli italiani dai tre ai novant’anni d’età, Claudio Ranieri, che ne deve ancora compiere trentuno, ha assistito alla finalissima tra Italia e Germania in televisione. È senza squadra. Nella casa di Santa Maria del Mare, l’apparecchio grigio della SIP sistemato sul mobiletto all’ingresso squilla tutti i giorni. Telefona spesso Gianni Di Marzio, il primo tecnico che Claudio ha avuto a Catanzaro. Ha appena lasciato il Napoli per sposare sorprendentemente le promesse di risalita di un Catania ancorato in serie B e propone a Ranieri di seguirlo per replicare la scommessa vincente del Catanzaro 1974: riportare in serie A una città del Sud che però, a differenza di Catanzaro, piccola non è. Tacitate le resistenze sentimentali, Ranieri ha capito da un pezzo che la storia con la Calabria è finita nella maniera più dolorosa e, in attesa di rispondere sì a Di Marzio, si domanda cosa fare. A Di Marzio vuole bene, Catania è bellissima, la tifoseria unica e l’offerta lo inorgoglisce, ma sua figlia Claudia non ha neanche un anno e la tentazione di riavvicinarsi a Roma, a casa, è forte. Le offerte non mancano. Ci sono abboccamenti con Cesena, Genoa e con il Pisa di Romeo Anconetani. Claudio ne parla con la moglie Rosanna. Riflettono, ragionano, soppesano le incognite e poi si guardano negli occhi. Dopo tre mesi di inattività forzata, Claudio ha bisogno di sentirsi in una realtà che gli restituisca stimoli. Catania è la scelta più azzardata e coraggiosa, ma anche la più affascinante.
Quando le nebbie dell’incertezza si diradano, Ranieri decide di ricominciare dalla Sicilia e come in Brigadoon di Vincente Minnelli, inizia a scoprire a poco a poco il profilo di un villaggio sconosciuto, pronto a fare festa per il calcio. In comune, tra Catanzaro e Catania, ci sono passione e attaccamento alla squadra del tifo organizzato. Simile, nelle profonde differenze caratteriali, la dedizione del presidente del club. Dopo aver incontrato Nicola Ceravolo in Calabria, Ranieri lavorerà nell’isola alle dipendenze di uno dei personaggi più originali dell’ultimo mezzo secolo di calcio italiano. Angelo Massimino, indigeno del 1927, emigrato in Argentina in cerca di fortuna e poi tornato in patria per essere profeta, diventare costruttore, acquistare la squadra di calcio della propria città, issarla fino al massimo campionato nel 1969 e diventare da allora, e per sempre, il presidentissimo.
Da ragazzo Massimino aspirava a diventare calciatore del Catania. Non ci riuscì e allora provò a comprare la squadra. Tentò una prima fallita scalata alla società e allora, con il fratello Giuseppe, fondò la Massiminiana. L’operazione fu fatta in spregio alle burocrazie, agli ostacoli e ai tribunali, che gli impedivano di realizzare sogni e progetti e che sintetizzava in una formula – «la carta bollata» – che tradiva tutto lo scetticismo e il disprezzo di un uomo distante, per biografia e indole, dalle fumisterie degli azzeccagarbugli. Nella piccola squadra in giallo e in rosso, a cui in un cesarismo dai sapori neorealisti si attribuisce il nome della famiglia, passò anche Pietro Anastasi. Dopo alterne fortune sui campi e una militanza in serie C, la squadra scomparve nel 1976.
Nel frattempo Massimino era riuscito a diventare presidente del Catania: una prima volta nel 1969 e poi, dopo essere stato costretto a dimettersi dalle pressioni dei tifosi, una seconda volta nel 1974. Il presidentissimo è capace di grandi slanci di umanità e di repentine metamorfosi in coincidenza con gli impegni domenicali. Gli arbitri e i giornalisti lo temono, i giudici lo sanzionano, i tifosi lo adorano perché per la battuta, ma soprattutto per il Catania, Massimino si ucciderebbe. I moralisti lo additano per un certo disinvolto uso dell’italiano e una serie di gaffe memorabili, che gli fanno via via confondere il volo charter con il Charleston o una qualità con un calciatore tesserabile: «Presidente, a questo Catania manca amalgama» e lui, di rimando: «Ditemi dove gioca e io lo compro». È l’uomo che fa portare via il salmone dal tavolo: «Cameriere, questo prosciutto puzza», reinventa l’italiano: «C’è chi può e chi non può, io può» o si affida al santino della Madonna delle Lacrime di Siracusa: «Un attaccante può sbagliare un gol, lei no». Ma nuota come un pesce nelle difficoltà ed è mosso dall’incrollabile fede nella sua religione preferita: il Catania. Lo guida con passione, eccessi, generosità.
Massimino è teatrale e Catania è un immenso teatro. È una città che non vede l’ora di sentir ripetere «Clamoroso al Cibali!», come ai tempi in cui Balestrazzi e Calvanese fecero rimangiare a Helenio Herrera il suo «il Catania è una squadra di postelegrafonici» nella stagione 1982-1983. Per domare, incanalare e rendere decisivo questo sentimento, Massimino ha consegnato a Di Marzio una buona squadra, costruita e messa in piedi sulle indicazioni del tecnico. C’è il baffuto Roberto Sorrentino, neocapitano, un ottimo portiere rimasto a Catania nonostante il corteggiamento del Perugia. C’è lo stopper che tanto piace a Liedholm, Giacomo Chinellato. C’è il regista difensivo dotato di visione e intelligenza, Giorgio Mastropasqua, che con il compagno di reparto Ranieri condivide l’intenzione di dimenticare gli ultimi difficili mesi trascorsi con la retrocessa Lazio il primo, con la maglia del Catanzaro il secondo. «La Sicilia» li presenta con un titolo: «Ranieri e Mastropasqua, le volpi del Catania» che, gettando lo sguardo oltre la siepe dei decenni per unirsi idealmente al Leicester, si rivela profetico.
A centrocampo ci si affida alla grinta di Maurizio Giovannelli e alla fantasia di uno che di avventurarsi fino a Catania proprio non ha voglia. Si chiama Ennio Mastalli, sarà decisivo e, per convincerlo, Massimino dovrà usare gli stessi argomenti che un anno prima gli hanno permesso di aggiudicarsi il partner d’attacco di Angelo Crialesi. Il gigantesco attaccante Aldo Cantarutti, centonovanta centimetri di muscoli e inventiva nell’area avversaria, pagato in sede di mercato novecento milioni delle vecchie lire dopo una trattativa all’ultimo rilancio con un altro personaggio leggendario, Romeo Anconetani del Pisa. «Erano due presidenti simili, ma diversissimi» dice oggi Cantarutti. «A entrambi piaceva apparire, essere protagonisti, fare notizia e occupare televisioni e prime pagine, ma mentre Anconetani – che era stato procuratore prima che arrivassero i procuratori e che non a caso chiamavano “Mister cinque per cento” – con il calcio doveva guadagnare, Massimino spendeva di tasca propria con una passione spontanea che lo portava a mettere a repentaglio patrimoni, conti in banca e salute.» Cantarutti, friulano di Manzano, dopo decenni zingareschi passati a far gol ha stabilito definitivamente a Trieste la propria residenza, portandoci lo stesso volto fiero e gli stessi capelli lunghi di un tempo.
A cinquantotto anni ancora molto ben portati, dopo un ultimo incarico da consulente a Vicenza nel 2015, «Mister miliardo» – «Quel soprannome mi rimase appiccicato e non ci fu verso di staccarmelo» – si è preso un periodo per fare il nonno dei quattro nipotini: «Sono stato un padre molto assente e cerco di rifarmi». Ripensa spesso a quelle tre stagioni catanesi con venticinque esultanze e quasi cento presenze. «All’inizio, nonostante fossi andato via di casa molto presto per giocare a calcio e qualche esperienza l’avessi fatta, Catania rappresentò un trauma. Il clima, l’entusiasmo, l’amicizia che tutto a un tratto poteva trasformarsi in rancore. Passare dall’inferno al paradiso era un istante. Oggi il legame con l’isola è fortissimo e negli anni ho capito anche cosa significhi mal d’Africa. Io ho il mal di Sicilia e almeno una volta l’anno devo scendere per ritrovare le sensazioni antiche. La cosa strana è che ogni volta che vado a Catania è come se il tempo si fosse fermato. La gente mi saluta, mi ricorda quei campionati lontani, mi tratta come se di lì a pochi giorni si potesse ancora giocare con le vecchie maglie di lana e la gente sui gradoni di legno dello stadio Cibali. Lo fanno i vecchi e lo fanno i giovani. Mi sono sempre domandato come fosse possibile e la soluzione me l’ha data un professore di sociologia: “Voi siete stati dei pupi” mi ha detto: “Eravate maschere del teatro siciliano e per la città incarnavate l’atavica lotta contro il potere dell’oppressore, un potere che nel vostro caso era rappresentato dai grandi club calcistici. Poterli sfidare era già una vittoria e nell’immaginario collettivo quelle emozioni resteranno vive fino a quando non morirete”. Il professore aveva anche ragione, ero io a non essere convinto dell’assunto. Quando sentivo aria di vittimismo mi incazzavo come mi incazzo adesso. Le condizioni di partenza esistono, negarlo è inutile. Ma sono sempre stato convinto che piangersi addosso sia la giustificazione che precede il fallimento.»
L’ha sempre pensata così anche Claudio Ranieri, che arriva a Catania a metà luglio per limare gli ultimi dettagli del proprio contratto e firma il giorno 19, in un’estate caldissima. Incendi e siccità occupano le pagine dei giornali locali. I fotografi fissano le prime immagini della sua nuova esperienza: Claudio prende un caffè appoggiato al bancone del bar nei pressi della sede del Catania in compagnia di un ragazzo che ha disputato un eccellente torneo di Viareggio con la Roma, il portiere di riserva Marco Onorati. Dopo le dichiarazioni di rito: «Il pubblico dovrà sostenerci anche quando arriveranno le prime difficoltà» dice Ranieri «sono felice di essere qui». Arrivano anche i chiarimenti sul congedo dal Catanzaro dopo otto stagioni: «Ho chiesto io al presidente Merlo e al direttore sportivo Landini di essere ceduto in A o in B. La categoria non faceva differenza, anche se Carlo Borghi, un caro amico con cui ho giocato in Calabria, mi parlava sempre di Catania. Ora avrò tempo di conoscerla». Ranieri e Onorati posano con la sciarpa della squadra a favore di flash e, come tutti i loro compagni, si preparano alla partenza per il ritiro di Bibbiena.
I calciatori, che spareggi per la serie A compresi finiranno per trascorrere in Toscana più di cento giorni, impareranno a conoscerla bene. Di Marzio, come già a Catanzaro, cementa un gruppo che fin dai primi allenamenti trova il proprio collante nel lavorare duramente in allegria. La sveglia suona alle sette e mezza. Il massaggiatore Luigi Maltese passa a bussare camera per camera. Le previste sedute quotidiane sono due, intervallate da un riposo pomeridiano. In albergo c’è una sola linea telefonica e i calciatori fanno la fila per parlare con le famiglie. Claudio rinasce dopo le difficoltà della primavera calabrese. Sudato e felice, a fine allenamento, corre per sfuggire ai gavettoni che in squadra non risparmiano nessuno. Giovannelli, scatenato, si infila sotto i tavoli per bruciare il giornale a compagni che non se lo aspettano e saltano letteralmente per aria, in un festival della goliardia che non risparmia nessuno. Per provocare Gino Maltese, memoria storica della squadra e amatissimo massaggiatore di tante stagioni catanesi, nei primi giorni di ritiro Di Marzio ha raccontato ai quattro venti la curiosa vicenda di un massaggiatore non vedente di Frattamaggiore che, nonostante la cecità, ha potuto continuare a esercitare il mestiere grazie a un cane lupo addestrato a riconoscere il colore della maglietta giusta. La storiella sembra a tutti improbabile, fino a quando Di Marzio non va da un meccanico di Bibbiena, gli spiega lo scherzo e lo veste di occhiali neri, finto bastone e cane lupo per la scena madre da consumarsi durante il pranzo del giorno dopo. Dalle porte dell’Hotel Giardino infatti, a inizio agosto, s’avanza un signore che chiede di Gianni Di Marzio. L’allenatore interrompe il pranzo e presenta alla squadra il signor Michele Caccovallo di Frattamaggiore, sedicente massaggiatore cieco, che in realtà ci vede benissimo. La gag dura qualche minuto, con Maltese prima irritato, poi preoccupato e infine rassicurato da Di Marzio.
In un ritiro distantissimo dai lussi odierni il tempo passa così, con i calciatori che si introducono nella camera del loro allenatore per cucirgli il pigiama sul cuscino o per fargli i gavettoni. Il solito Giovannelli ha dato il via a «secchio selvaggio». A turno, una doccia gelata capita a tutti. Il 30 luglio, a poche ore dalla prima amichevole stagionale con la locale squadra di prima categoria, «La Sicilia» intervista Ranieri. Claudio ringrazia Catanzaro con signorilità: «È stata un’esperienza indimenticabile», e poi fissa i termini del sogno: «È presto per proclami e pronostici. Ci sono squadre come Milan e Bologna che sulla carta partono favorite. Se falliranno, speriamo di essere pronti a inserirci, perché sulla carta siamo una discreta squadra». L’importante, dice: «È formare un gruppo coeso, Di Marzio sa di cosa si tratta». Nei ricordi di Cantarutti, quel ritiro è fondamentale: «Il campionato l’abbiamo vinto lì, a Bibbiena, dove ci trovammo benissimo e capitammo per caso, perché un uomo di fiducia di Massimino, il signor Cardillo, aveva sposato una ragazza del paese. C’era un alberghetto a gestione familiare e l’atmosfera era ideale per coltivare lo spirito giusto in tranquillità. C’era la pace che a Catania, con il pubblico esigente e la tensione costante, era quasi impossibile ottenere».
Con i suoi baffi a spiovere e i capelli lunghi, il difensore Domenico Labrocca guardava il collezionista a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, proiettando dall’album Panini la luce battagliera della serie B di allora. Un posto per gente dall’aspetto poco rassicurante, abitato da calciatori che promettevano dedizione alla causa fin dal cognome. Il soldato Labrocca, eritreo di Asmara dell’agosto del 1952, era tra quelli: «Le dico solo che per l’aspetto mi avevano soprannominato “Fedayn”». Labrocca, che ha conservato i baffi pur incanutiti al loro posto, a Catania arrivò nell’estate del 1975, dopo aver vinto lo scudetto senza mai giocare con la Lazio di Tommaso Maestrelli nel 1974 e dopo una bella stagione impreziosita da otto reti in serie C con il Siracusa dell’ex partigiano cattolico Graziano Verzotto. Quest’ultimo era ex senatore democristiano e onnipotente presidente dell’Ente minerario siciliano, caduto in disgrazia e riparato in Francia dopo aver subito un mai chiarito tentativo di sequestro all’inizio del febbraio 1975. Se il mistero era parte integrante della vita di Verzotto – accostato a Michele Sindona, alla scomparsa di Mauro De Mauro e ultimo passeggero accertato del Saulnier 706 di Enrico Mattei a esserne sceso vivo, il 26 ottobre 1962 –, il manifesto esistenziale del suo dipendente Labrocca Domenico detto «Mimmo» era l’onesta linearità. «Facevo campo-casa e casa-campo. Giocare mi piaceva, ma ho sempre avuto un carattere chiuso e riservato. Non giravo tanto, non andavo alle feste organizzate dai club, a meno che non fossi costretto dalla società, e non mi piaceva avere privilegi né tantomeno essere considerato speciale in quanto calciatore. Se entravo in un bar e non mi facevano pagare, per intenderci, in quel bar non tornavo. Sembravo scontroso, ma era timidezza. Mi vergognavo e pensavo: “Perché il mio vicino compra un arancino e deve tirare fuori il portafogli e io devo uscire come un ladro dopo aver mangiato e bevuto senza aver tirato fuori una lira?”.» Con il Catania, con correttezza inversamente proporzionale alle sembianze, giocò, apprezzatissimo, per sette anni. Delle quasi duecento presenze accumulate, Mimmo ne acciuffò sei nell’anno della promozione: «Dopo cinque stagioni consecutive a Catania ero stato mandato nuovamente in prestito a Siracusa. Non rientravo nei piani di Di Marzio ed ero in attesa di sistemazione. Partii per il ritiro con la valigia accanto alla porta della stanza e piano piano mi guadagnai la fiducia dell’allenatore. Alla fine giocai poco, ma per vedere quarantamila catanesi a Roma avrei fatto anche tutta la stagione in tribuna».
A Bibbiena, tra un pomeriggio da Spartaco, nel bar gestito da un ex calciatore degli anni Quaranta, una moneta nel juke-box e un’imprecazione del piccolo centrocampista Antonio Crusco da Sapri, impegnato con i suoi sessantaquattro chili a percuotere il flipper, si viveva una tranquilla vita di provincia. «L’albergo era quello che era. Non c’erano le cinque stelle di adesso, ma neanche le tre. Era quasi interamente occupato dalla squadra e gestito da una famiglia molto amichevole, che ci fece sentire a casa. Qualche compagno lo soffriva, ma a me il ritiro, forse perché avendo iniziato molto presto a giocare ci ero abituato, non è mai dispiaciuto. Partite a carte, passeggiate, biliardi. Le occupazioni erano semplici, ma in Toscana passammo un bel periodo. Claudio Ranieri studiava già da allenatore. In ritiro prendeva appunti, riempiva taccuini, annotava tutto, segnava gli esercizi svolti durante le sedute di allenamento e dopo pranzo si chiudeva in camera e si metteva a scrivere. Era una persona squisita, Claudio. Sempre disponibile, sempre gentile, sempre educata. A Catania vivevamo nello stesso condominio di Cantarutti, Giovanelli e Sorrentino, a Ognina.»
Sullo sfondo del mare di Ognina, già fissato da Mastroianni e Germi in Divorzio all’italiana, il matrimonio appena celebrato di quel Catania rinnovato per nove undicesimi vive la sua luna di miele. Sugli spalti del Cibali sembrano tornati i tempi in cui gli altoparlanti «funzionavano a valvola» e nelle domeniche assolate le pubblicità dell’epoca premiavano l’ingegno autoctono del futuro cavaliere del lavoro Giuseppe Torrisi e del suo caffè: «Torrisi supermiscela, un dolce sorriso in te si cela». Da allora erano passati anni. Erano andati via prima gli eroi della promozione del 1960, Adelmo Prenna e il saggio Carmelo Di Bella, l’Helenio Herrera del Sud che già prefigurava le generazioni future: «Le chiacchiere non fanno punti; forse riescono a esaltare la fantasia, a creare i personaggi, ma non servono a nulla. Molti allenatori vivono soltanto di questo e io ribadisco che la sostanza delle cose, alla lunga, viene a galla». E poi, a seguire, erano scomparse tante altre reliquie. Il Forza Catania!, con Natalino Otto complice di un inno dal sapore meravigliosamente swing: «Il campo è già gremito / la folla è già esultante / presto lo squadrone scenderà / in maglia rossazzurra / per stemma l’elefante / questo è il Catania della serie A...». Le camicie variopinte dell’allenatore galantuomo, che ai suoi calciatori dava del lei, quello della promozione del 1970, Egizio Rubino. I suoi scudieri, da Aquilino Bonfanti a Giampaolo Spagnolo. Al loro posto, un gruppo di ragazzi che anche grazie al lavoro sottotraccia di Gianni Di Marzio, un lavoro da stratega, stava iniziando a far precocemente impazzire la città. Con uno sforzo di fantasia, si poteva pensare che a cominciare dal Cibali, rimasto identico ad allora, si potesse tornare indietro a quelle favole e Catania potesse tornare a essere il contesto felice che aveva preceduto Ranieri e compagni di un paio di decenni. In fondo il caffè Torrisi c’era ancora e l’evoluzione degli spot per voce e rime di Pino Caruso – «Don Pinu, ’u vulite ’u cafè?», «Se è Torrisi anche due, anche tre!» – non provocava turbamenti di sorta. La gente andava con il panino al tonno allo stadio. Faceva la fila ai cancelli. E poi tifava, a volte ore prima che l’arbitro fischiasse l’inizio.
I calciatori del 1982 ricevono un sostegno che, dice oggi Cantarutti: «Trasformò veramente il pubblico – anche se la definizione non mi ha mai convinto – nel dodicesimo uomo in campo. Nella promozione l’entusiasmo popolare ebbe il suo peso. La Cremonese ci era superiore, ma aveva dieci tifosi. Il Como era più forte, ma arrivava forse a due, noi no. Noi allo stadio portavamo la città. Quarantamila persone a domenica. Arrivammo agli spareggi per il rotto della cuffia, ma non avevamo niente da perdere. Il calore della gente fu la nostra fortuna». Labrocca conferma: «C’era una partecipazione impressionante, persino quando ci allenavamo. Per la partitella del giovedì arrivavano regolarmente cinquemila persone». Numeri regolari. Destinati a salire nel corso della stagione. Già in estate, quando la dolce penitenza termina, il 15 agosto, ad attendere il Catania in città ci sono ottomila tifosi.
Il primo a entrare in campo, uscendo dal tunnel dello stadio, e a rendersi conto dell’aspettativa popolare è Ranieri. L’euforia è incontenibile e dopo le amichevoli estive non può certo frenarla il primo vero impegno stagionale. L’esordio in Coppa Italia con la Juventus di Trapattoni avviene in una cornice di tifo e colori incredibile, con il malandato Cibali pieno in ogni ordine di posti e un incasso record che frantuma tutti i precedenti. Si gioca il 18 agosto, Labrocca compie trent’anni e Ranieri, questa volta, è in campo. Nell’ultima gara di serie A della precedente stagione, il crepuscolo di Catanzaro, aveva visto da lontano i futuri campioni del mondo Zoff, Cabrini e Scirea festeggiare uno scudetto nel suo stadio. Ora c’è un altro stadio, un’altra storia, un’altra curva che urla, batte i tamburi, accende i fumogeni, srotola striscioni e inaugura la nuova curva Sud. In quel giorno d’agosto gli sembra di riprendersi il maltolto. È in campo dal primo minuto. Marca Platini. Lo annulla. Il Catania, subito in volo con Mastropasqua al primo minuto, sogna e sfiora una storica vittoria.
Massimino, che ha il vizio di nascondersi in biglietteria, dietro le maschere, per controllare personalmente che tutti sborsino il dovuto, esulta e conta felice i seicento milioni di lire piovuti dal cielo. A volte gira attorno al Cibali per assicurarsi che i molti percorsi alternativi – tra cui un muro esterno solcato da spessi chiodi da alpinista piantati da qualche tifoso ingegnoso per arrampicarsi, scavalcare il muro e godersi gratis lo spettacolo – non tolgano mille sole lire al suo Catania. «Quest’anno la parola d’ordine sarà lotta ai “portoghesi”. Mi aspetto lo stadio sempre pieno, ma tutti devono pagare il biglietto, anche i giornalisti» detta il presidentissimo alla stessa stampa. E in uno stadio strapieno, in cui Massimino appalta al locale concessionario Fiat la parte destra del biglietto di ingresso – perché un conto è declamare pubblicamente l’avversione per la Juventus, altro è far di conto – nel delirio popolare, lotta ai portoghesi sarà. L’ottimo avvio di campionato infatti porta definitivamente la città a innamorarsi della squadra e a riempire regolarmente il...