L'ultimo cacciatore di libri
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L'ultimo cacciatore di libri

  1. 416 pagine
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L'ultimo cacciatore di libri

Informazioni su questo libro

Londra, 1890. Pen Davenport è il più famigerato cacciatore di libri d'Europa, un maestro dell'inganno che ha fatto fortuna setacciando fumosi locali e rumorose tipografie alla ricerca di manoscritti da rubare e consegnare al miglior offerente. L'assenza di regole sul diritto d'autore ha consentito a figure come la sua di arricchirsi procurando a famelici editori copie pirata da smerciare a prezzi stracciati, alle spalle di scrittori del calibro di Charles Dickens e Mark Twain. Tuttavia una nuova legge internazionale sta per porre fine all'età d'oro dell'illegalità, condannando all'estinzione il losco e avventuroso mestiere di cacciatore di libri.Un'attraente, conclusiva missione attende però Davenport: trafugare l'ultimo romanzo del celebre Robert Louis Stevenson, che da anni vive in una grande casa nelle isole Samoa, in pieno Pacifico, circondato dai familiari e da una schiera di nativi che lo hanno ribattezzato Tusitala, narratore di storie. È un'impresa rischiosa, che non ammette fallimenti, ma Davenport è deciso a non rinunciare al più prezioso dei bottini. Accompagnato dall'assistente Edgar Fergins, un modesto libraio ambulante, partirà per un lungo viaggio che lo condurrà all'altro capo del mondo, dove scoprirà di non essere affatto l'unico cacciatore ad ambire a una preda tanto irresistibile.Con questo romanzo trascinante e ricco d'atmosfera, Matthew Pearl torna a indagare tra le quinte più remote dell'universo dei libri, offrendo una storia ricca e appassionante come la letteratura stessa.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2016
Print ISBN
9788817087759
eBook ISBN
9788858684795

XVII

CLOVER

Non volevamo ingannare nessuno, la maggior parte di noi era onesta e ignorante quanto la gioventù stessa; ma questo non ci assolve dall’esserci macchiati di colpe gravi come la stupidità e la gelosia, i due punti deboli della natura umana che, più ancora dell’amore per il denaro, sono alla radice di ogni male.
J. M. BARRIE
No, amico, no. Questa è Samoa.
LLOYD OSBOURNE
Nel descrivermi l’arresto di Belial, Fergins si entusiasmò a tal punto che cercò persino di imitare il rumore dei fuochi d’artificio che quel giorno erano riecheggiati all’esterno della casa editrice: rat-tat-tat! Poi il libraio tacque e la sua testa ricadde sui cuscini. Respirò con affanno e fu colto da un accesso di tosse. La mia brama di conoscere la fine della storia l’aveva indotto ad abusare delle sue forze.
Gli versai un altro bicchiere d’acqua (andavo a riempire la caraffa poggiata sul comodino durante le pause e le interruzioni). Il suo viso stanco si imporporò e sussurrò un grazie. Anche una volta cessata la tosse, la gola continuò a tormentarlo. Disse che era come se qualcuno gli stringesse senza sosta il collo. Gli intimai di non muoversi e cercai un’altra coperta; d’inverno le stanze erano fredde e piene di correnti d’aria. Mentre gliela stavo stendendo addosso, sprofondò nel sonno. Per un terribile istante temetti che nel raccontarmi la sua storia avesse speso le ultime energie che gli erano rimaste e non mossi un muscolo finché non lo vidi respirare con regolarità.
La settimana seguente trascorsi i miei due pomeriggi liberi a documentarmi sulle leggi riguardanti il diritto d’autore nell’augusta sala di lettura della Astor Library, accerchiato dagli sguardi stupiti degli altri frequentatori, ben più titolati di un semplice cameriere ferroviario. Iniziai anche a seguire il processo di Belial con tutta l’attenzione che poteva dedicargli uno che come me era del tutto estraneo agli ambienti legali. Lessi i verbali delle sedute sui giornali abbandonati nei vagoni, e quando era possibile assistevo di persona al dibattimento, anche se continuavo a trovare futili e cavillose le schermaglie degli avvocati.
Sapevo che il signor Fergins avrebbe disapprovato. Non avevo mantenuto la promessa di dimenticare quella storia quando lui aveva finito di raccontarmela. Ma in fin dei conti stavo solo imparando, osservando.
Dagli altri spettatori, che assistevano quasi con religiosità al processo, appresi ulteriori particolari sull’arresto del cacciatore di libri. Uno dei più importanti giudici di New York aveva argomentato che il furto dei diritti d’autore andava considerato a tutti gli effetti un crimine poiché costituiva un’offesa al più grande strumento di cui l’umanità potesse disporre: il cervello. Il giudice, un uomo di nome Salisbury, era per metà inglese e aveva dichiarato che il saccheggio della letteratura inglese da parte degli editori americani costituiva un esempio di immoralità per la gioventù della nazione. Benché la nuova legislazione sul diritto d’autore, fondata sul trattato internazionale firmato a Berna, non contemplasse sanzioni penali, il giudice Salisbury fece aggiungere una lunga lista di capi d’imputazione per infliggere una punizione esemplare al celebre pirata letterario: possesso di beni rubati, frode, importazione illegale, tentato furto ai danni della casa editrice. Il diritto d’autore era soltanto l’inizio. La causa New York vs Lott avrebbe segnato l’inizio di una nuova era, in cui gli autori sarebbero stati protetti dalla legge.
Ma l’avvocato della difesa era astuto e le imputazioni criminali non furono accolte, soprattutto dopo che l’incendio in cui il signor Fergins aveva rischiato di perdere la vita – e la cui origine rimase un mistero – si era portato via quasi metà delle prove contro il prigioniero. Belial venne quindi rilasciato dopo mesi di inutili udienze e appelli. Nei sei mesi successivi al suo arresto diversi autori e editori avevano intentato causa al bookaniere, ma i processi non si erano potuti svolgere perché, dopo essere stato liberato dal vicino carcere di Tombs, Belial era svanito nel nulla. La sua scomparsa, menzionata solo di sfuggita dal «New York Evening World», non mi sorprese affatto. Benché non avessi mai scambiato una parola con lui, mi sembrava di conoscerlo attraverso le mie visite e gli occhi onesti e attenti del signor Fergins. Mi sentivo persino un po’ gratificato dal fatto che avesse agito proprio come mi aspettavo.
Mi ripromisi di non importunare il signor Fergins chiedendogli altre informazioni finché non si fosse rimesso in forze. Pochi giorni dopo il primo dell’anno l’uomo ricominciò ad apparire sul nostro treno. La prima volta che lo vidi ero occupato a impilare piatti e non ebbi modo di parlargli a lungo. Mi disse solo che stava meglio, anzi, che non si era «mai sentito così in forze». La volta successiva la sua attenzione venne monopolizzata da un fastidioso bibliofilo che non trovò niente di meglio che elencargli tutti i difetti dei libri presenti sul suo carrello, e riuscimmo a malapena a salutarci. Decisi allora di andarlo a trovare alla sua pensione. Ma il signor Fergins era uscito e così gli lasciai un biglietto. Nonostante le promesse fatte a lui e a me stesso, non potei fare a meno di aggiungere in un post scriptum una sola delle tante domande che mi assillavano.
«Quel primo giorno in tribunale il bookaniere le ha parlato in samoano?» gli lasciai scritto nel biglietto.
La risposta che mi inviò diceva semplicemente: «Mio caro signor Clover, forse! Con cordialità e gratitudine, suo come sempre, E. C. Fergins».
E poi scomparve.
Avevo ancora molte cose da chiedergli riguardo a Davenport, Belial, Vao e Stevenson… Se soltanto avessi preso nota del timbro postale sulla sua risposta, forse avrei potuto rintracciarlo. Però non mi era nemmeno passato per la testa perché ero certo che l’avrei rivisto presto. Ma il signor Fergins non rimise mai più piede sul mio treno. Tre settimane più tardi, preoccupato per la sua salute, decisi di tornare alla pensione. La sua stanza era vuota. Non era rimasto nemmeno un libro o un semplice fascicolo. La padrona di casa non volle dirmi dov’era andato. Forse non lo sapeva neanche lei. Prima di uscire mi fermai sulla soglia dell’edificio. Sull’attaccapanni c’era l’ombrello a righe del signor Fergins, quello che portava sempre con sé a Samoa. Lo presi e scrutai le macchie rosso scuro, rabbrividendo al ricordo della loro origine. Poi riappesi rumorosamente l’ombrello all’attaccapanni, irritando un’ultima volta la vecchia signora.
Rievocando gli ultimi, fugaci incontri sul treno, cominciai a chiedermi se il libraio mi avesse evitato di proposito. I nostri sguardi si erano incrociati e l’uomo aveva fischiettato e sorriso come al solito, ma avevo colto una distanza e un’esitazione nel suo comportamento. Verso la fine del suo racconto mi aveva detto di aver confidato a Belial che la sua permanenza a New York sarebbe stata temporanea. Non aveva mai affermato di voler stare qui per sempre, ma non pensavo sarebbe scomparso in quel modo.
Un giorno, qualche settimana dopo la sua partenza, mentre passavo davanti al palazzo di giustizia vidi qualcuno che conoscevo. Aveva un berretto di castoro, una fitta ragnatela di rughe attorno agli occhi che sembrava dipinta e un doppio mento grosso e flaccido; si dava quell’aria d’importanza che la gente assume di solito quando si trova nei pressi di un tribunale. L’avevo già visto mentre assistevo il signor Fergins durante la sua lunga convalescenza, e prima ancora su quegli stessi scalini, quando aveva rivolto la parola al libraio prima che entrassimo nell’aula di tribunale. L’uomo si stava dirigendo a passo spedito verso una carrozza in attesa. Feci un respiro profondo e lo seguii.
«Mi scusi, signore» dissi. Non mi degnò di uno sguardo e dovetti ripetere il mio appello a voce più alta.
«“Vostro onore”, ragazzo!» ruggì lui, lanciandomi un’occhiata di sbieco e continuando a camminare.
«Mi perdoni, Vostro onore» risposi, cercando di stargli dietro. «Scusi l’intrusione, Vostro onore, ma se potessi parlarle un momento…»
«Di cosa mai lei potrebbe voler parlare con me?»
«Si tratta di Edgar Fergins. Ci siamo già incontrati quando è venuto a fargli visita alla sua pensione.»
L’uomo rallentò il passo, poi si fermò, irrigidì le mascelle e schioccò la lingua annuendo. «Quel libraio è un uomo fortunato.»
«Perché è guarito dai suoi mali?»
«Sia ringraziato il cielo! Ma no, intendevo dire che è fortunato a essere tornato a Londra, un posto molto più adatto a un uomo di lettere come lui. Alcune delle edizioni più prestigiose della mia collezione risalgono ai tempi in cui vivevo in quella città.»
«Lei è il giudice Salisbury?» chiesi, sentendo il suo accento e ricordandomi del giudice anglofilo che aveva voluto infliggere una condanna esemplare a Belial.
«Proprio così» rispose lui, talmente fiero del suo ruolo da non domandarsi nemmeno come facessi a saperlo. «Non mi dica il suo nome, ragazzo. Mi stanno aspettando e non ho tempo di ascoltarlo.»
«È stato lei a chiedere al signor Fergins di esaminare le prove a carico del famoso pirata letterario in seguito rilasciato?»
«Lo vede questo palazzo di giustizia?» replicò lui. Annuii, voltandomi a guardare l’imponente edificio la cui ombra si allungava sul parco. «I fondi per costruirlo sono serviti anche a rimpinguare le tasche degli amministratori cittadini, in molti casi miei amici, e alcuni dei quali stanno ancora marcendo nella prigione di Tombs per la loro smodata corruzione. Ma qual è stato il destino dei cosiddetti bookanieri? Questi figuri hanno rubato qualcosa di molto più prezioso del denaro; hanno rubato le idee partorite dalle migliori menti da una parte e dall’altra dell’Atlantico – canaglie come l’uomo che abbiamo condotto in aula in catene ma anche, a quanto ho sentito, donne depravate che hanno fatto della disonestà il loro mestiere. E tuttavia nessuno ha pensato bene di punirli. Soltanto io ci ho provato. Ho partecipato all’umile tentativo di ricostruire il ponte che collega i nostri due grandi Paesi. Abbiamo fallito nella nostra missione di assicurare la giustizia? Le risponderò così: quando avrò l’onore di essere eletto senatore, potrò dichiarare con orgoglio di aver cercato di dare ad almeno uno di quei pirati quello che si meritava.»
Dopodiché il giudice Salisbury continuò per la sua strada senza nemmeno salutarmi. Poteva anche essere per metà inglese, ma si comportava come un newyorkese purosangue.
Con la scomparsa del signor Fergins, il fascino della vita ferroviaria cominciò a evaporare, soprattutto quando, per questioni di bilancio, su molte tratte cominciarono a essere soppressi i vagoni ristorante. Oppure, per dirla meglio, quando leggere libri perse un po’ del suo romanticismo, lo persero anche la vita a New York e il mio mestiere di cameriere ferroviario. Presumo che la storia del signor Fergins abbia avuto un ruolo determinante nel mio desiderio di cambiamento, anche se all’epoca pensavo fosse vero il contrario. Era come se il libraio, avendo trovato in me un volenteroso ascoltatore, si fosse finalmente liberato dal ricordo di quegli eventi per tornare senza rimpianti alla sua monotona ma lieta esistenza londinese.
Prima di incontrare il signor Fergins non avevo mai concepito un libro come un possibile oggetto di proprietà. Al massimo avevo pensato che il volume che di volta in volta tenevo tra le mani apparteneva a me, o al libraio che me l’aveva dato in prestito, oppure a mio padre o a una biblioteca pubblica. Immagino mi fosse passato per la mente che il libro dovesse appartenere anche all’autore, ma più come qualcosa di remoto, che si riferiva al passato. Ora mi rendevo conto che la proprietà intellettuale, come veniva chiamata in gergo legale, era sempre in pericolo, e la mia esperienza personale lo confermava. A me era parso naturale e giusto che i contenuti e le idee appartenessero tanto a me quanto al loro creatore, e questo spiegava in sintesi tutta l’esistenza e la storia dei cacciatori di libri.
Avevo difficoltà a vedere un libro come lo vedevo prima che il signor Fergins mi raccontasse le sue incredibili storie. Una volta mi disse che i libri possono indurre a fare qualcosa senza che ce ne si accorga. Per esempio, quando un libro descrive qualcuno che dischiude la bocca e si lecca le labbra, il lettore non può evitare di fare lo stesso. È un esempio banale, certo, ma mi fece capire che le pagine di un libro possono influenzare i nostri pensieri e le nostre azioni in modi che nemmeno immaginiamo, e che il mondo dell’editoria ne è sempre stato consapevole. Avevo sempre venerato i libri, ma ora non riuscivo a leggere una pagina senza percepire vari demoni in lotta per il controllo delle parole, di me. A volte mi maledivo per questo, e maledivo il signor Fergins per aver grattato l’inchiostro dalle pagine mostrandomi quello che c’era sotto.
Prima della fine dell’inverno, sul treno apparve un nuovo carrello dei libri, più piccolo e cigolante. L’accento newyorkese del venditore mi parve strano e moderno in confronto al vivace e rassicurante inglese di Fergins. Il carrello di quell’impostore non si fermava mai, rallentava solo quando un cliente faceva schioccare le dita o agitava la mano mostrando qualche banconota. Usanza che mi fece rimpiangere ancor di più il signor Fergins.
Trascorse così qualche altro mese. Un giorno, passando davanti a una piccola libreria, scorsi in vetrina un libro con il nome di Robert Louis Stevenson in copertina, esposto sotto un cartello con la scritta «Novità!». Lo presi subito in mano, persuaso che il suo capolavoro, l’oggetto della contesa fra i due grandi bookanieri, fosse stato finalmente pubblicato e che vi avrei trovato le risposte che cercavo. Mentre lo stringevo, il volto di Belial e il suo sguardo torvo e fiero riapparvero nella mia mente. Ma non si trattava di un romanzo. Il titolo recitava Note in margine alla Storia ed era un lungo saggio su Samoa. Riuscii a leggere soltanto qualche pagina prima che il libraio mi fulminasse con lo sguardo. Il signor Fergins mi aveva detto che un libraio capisce a prima vista se chi accede nel suo negozio può permettersi di comprare un libro oppure no, e ovviamente io rientravo in quest’ultima categoria. Prima di posarlo di nuovo sul banco notai il nome dell’editore, Charles Scribner’s Sons di New York, dai cui uffici Belial era stato portato via dalla polizia.
Quell’estate feci l’ultima corsa a bordo della New York Central & Hudson River Railroad, prima di imbarcarmi su un mercantile dove sarei rimasto in servizio per più di cinque anni. Viaggiai in Africa e in Asia, e credo si possa dire che quella fu un’esperienza che mi cambiò e mi rafforzò. Dopo una breve pausa, durante la quale me ne rimasi un po’ per conto mio, salii su un’altra nave che faceva rotta per i mari del Sud.
C’è così tanto da vedere quando si visitano posti nuovi, che trovo sia interessante fare caso a quel che ci resta per sempre nella memoria e a ciò che dimentichiam...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Dedica
  5. I CLOVER
  6. II FERGINS
  7. III
  8. IV
  9. V
  10. VI
  11. VII CLOVER
  12. VIII FERGINS
  13. IX
  14. X
  15. XI
  16. XII
  17. XIII
  18. XIV
  19. XV
  20. XVI
  21. XVII CLOVER
  22. La storia dell’Ultimo cacciatore di libri
  23. Ringraziamenti