Un buon presagio
A David e Ceán. Siete proprio malati
Per tre anni ho fatto le migliori seghe di tutta l’area metropolitana di New York. Il segreto è non stare a pensarci troppo. Se incominci a preoccuparti della tecnica, se ti metti ad analizzare ritmo e pressione, perdi la natura essenziale del gesto. Devi prepararti mentalmente prima e poi devi smetterla di pensare e affidarti al corpo.
In fondo è come quando si gioca a golf.
Masturbavo gli uomini sei giorni alla settimana, otto ore al giorno, con una pausa per il pranzo, e avevo sempre l’agenda piena. Mi prendevo due settimane di ferie all’anno e non lavoravo mai nei giorni festivi, perché le seghe nei giorni festivi sono una tristezza per tutti. In tre anni, quindi, calcolo di aver fatto circa 23.546 seghe. Non date retta a quella stronza di Shardelle quando dice che ho mollato perché non avevo la stoffa.
Ho mollato perché se fai 23.546 seghe in tre anni la sindrome del tunnel carpale è un problema molto concreto.
Sono arrivata alla mia professione onestamente. Forse sarebbe più giusto dire «naturalmente». Non ho fatto molte cose onestamente, in vita mia. Sono cresciuta in città con una madre guercia (la prima riga della mia autobiografia), e non era una donna simpatica. Non aveva problemi di droga, non aveva problemi di alcol, ma aveva problemi di lavoro, questo sì. Era la più grande fancazzista che ho mai conosciuto. Due volte alla settimana scendevamo in strada e chiedevamo la carità. Ma siccome mia madre odiava stare in piedi, aveva organizzato tutta la faccenda in modo da prendere più soldi che poteva nel minor tempo e poi tornarsene a casa a mangiare biscotti bicolori e a guardare programmi sui processi alla tv sul nostro materasso sfondato e pieno di macchie. (Questa è la cosa che ricordo meglio della mia infanzia: le macchie. Non saprei dirvi di che colore erano gli occhi di mia madre, ma posso garantirvi che la macchia sul tappeto a pelo lungo era marrone scuro, e quelle sul soffitto erano arancio bruciato, e quelle sui muri erano di un vivace giallo-piscio.)
Mia madre e io ci vestivamo per la recita. Aveva un bel vestito di cotone sbiadito, liso, ma tutto perbenino. A me, metteva qualunque cosa mi andasse ormai troppo stretta. Ci piazzavamo su una panchina e puntavamo le persone giuste a cui chiedere la carità. È una tecnica abbastanza semplice. La prima scelta sono gli autobus delle chiese di fuori città. I fedeli di città ti dicono di andare alla chiesa. Quelli di fuori in genere si sentono tenuti a dare qualcosa, soprattutto a una donna guercia con una bambina dall’aria triste. La seconda scelta sono le donne in coppia. (Le donne sole se la svignano troppo alla svelta; le donne in gruppo sono difficili da tenere sotto controllo.) La terza scelta sono, fra le donne sole, quelle con l’aria aperta, avete presente, il tipo di donna che uno ferma per chiedere la strada o l’ora. E noi le chiedevamo soldi. Vanno bene anche gli uomini abbastanza giovani con la barba o la chitarra. Mai fermare gli uomini in giacca e cravatta: quello che si dice è vero, sono tutti stronzi. Evitare anche gli anelli al pollice. Non so perché, ma gli uomini con l’anello al pollice non danno mai niente.
Quelli che sceglievamo, non li chiamavamo obiettivi o prede o vittime. Li chiamavamo Tony, perché mio padre si chiamava Tony e non sapeva dire di no a nessuno (anche se credo che almeno una volta abbia detto di no a mia madre, quando lei lo supplicò di non andarsene).
Una volta fermato un Tony, capisci nel giro di due secondi come chiedergli la carità. Alcuni vogliono cavarsela alla svelta, neanche fosse una rapina. E tu, sotto a mitragliare: «Abbiamobisognodisoldipermangiarehaqualchemoneta?». Alcuni vogliono godersi la tua sfiga. Ti danno dei soldi solo se tu gli dai un motivo per sentirsi meglio, e più è triste la storia, più soldi prendi. Non è una critica, la mia. Se vai a teatro, vuoi divertirti.
Mia madre era cresciuta in una fattoria più a sud. La sua era morta di parto; suo padre coltivava soia e si occupava di lei quando non era distrutto dalla fatica. È venuta su a studiare, ma suo padre si è beccato il cancro, la fattoria è stata venduta e lei non ce la faceva più a tirare avanti e ha mollato la scuola. Ha fatto la cameriera per tre anni, ma poi è arrivata la bambina, e il padre della bambina si è volatilizzato e lei, senza nemmeno accorgersene… è diventata una di loro. Una poveraccia. Non se ne vantava mica…
Avete afferrato il concetto. Questo era solo il canovaccio. Uno spunto iniziale da cui improvvisare su due piedi. Se la persona – si capisce abbastanza in fretta – voleva una storia di ascesa sociale, allora io di colpo avevo una borsa di studio in un collegio lontano (era vero, ma la verità non c’entra, adesso) e la mamma aveva bisogno dei soldi per la benzina perché doveva accompagnarmi (in realtà prendevo tre autobus da sola). Se invece voleva una storia contro il sistema, allora ero afflitta da una malattia rara (il nome dipendeva dallo stronzo con cui mia madre usciva al momento: sindrome di Todd-Tychon, morbo di Gregory-Fisher) e le spese mediche ci avevano rovinate…
Mia madre era astuta, ma pigra. Io ero molto più ambiziosa. Resistente e per niente orgogliosa. A tredici anni guadagnavo più di lei, centinaia di dollari al giorno, e a sedici avevo mollato lei, le macchie e la tv – e anche la scuola – e mi ero messa in proprio. Uscivo tutte le mattine e chiedevo la carità per sei ore. Sapevo chi avvicinare e per quanto tempo e cosa dire esattamente. Non mi sono mai vergognata. Si trattava di uno scambio: io facevo sentire bene qualcuno e lui mi dava dei soldi.
Capite adesso perché la storia delle seghe mi è sembrata uno sviluppo naturale della mia carriera.
Palmi Spirituali (non ho scelto io il nome, non prendetevela con me) era in un quartiere elegante nella zona sud-ovest della città. Tarocchi e sfere di cristallo in vetrina, sesso soft nel retro. Avevo risposto a un annuncio per un posto di telefonista. Saltò fuori che «telefonista» voleva dire «puttana». La mia capa Viveca è una ex telefonista, ora chiromante qualificata. (Viveca non è il suo vero nome, il suo vero nome è Jennifer, solo che la gente non crede che una Jennifer possa predire il futuro, le Jennifer possono consigliarti le scarpe alla moda o i mercatini di prodotti agricoli, ma devono tenersi alla larga dal futuro degli altri.) Viveca ha assunto qualche astrologa di facciata e gestisce una bella stanzetta nel retrobottega. La stanzetta sembra uno studio medico: ci sono asciugamani di carta, disinfettante, un lettino per le visite. Le ragazze l’hanno resa più carina con delle sciarpe gettate sulle lampade, potpourri e cuscini con le paillette – tutta roba di cui frega solo alle ragazze. Cioè, se io sono un tipo che paga una ragazza per farmi una sega, quando entro nella stanza non dico: «Mio Dio, sento odore di strudel fresco e noce m...