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Dar da mangiare agli affamati
«Ho visto i bambini – i loro occhi lucidi per la fame – Non so se avete mai visto la fame. Ma a me è capitato molto spesso.» Come dimostrano queste parole, la sensibilità di Madre Teresa verso gli affamati emerge dalla commozione che provava quando entrava in diretto contatto con loro. Era toccata nel profondo del cuore dall’incontro con coloro che soffrivano la vera fame fisica, come si evince soprattutto dal modo in cui riferiva le storie delle sue esperienze con gli affamati. Le prime risalivano a quando era bambina. Sua madre aveva abituato lei e i suoi fratelli a servire e a prendersi cura delle persone che vivevano sulla strada. Quando Madre Teresa si imbatteva nella fame (o in qualunque altro bisogno dei poveri), la sua reazione era: «Dobbiamo fare qualcosa». Quindi faceva tutto il possibile (e a volte quasi l’impossibile) per portare cibo agli affamati. In alcuni casi tentò di «spingere il mondo» a dare da mangiare a chi moriva di fame.
Forse la fame è estranea alla nostra esperienza o all’ambiente in cui viviamo. Forse «incontriamo» i poveri che soffrono la fame solo nei resoconti di qualche disastro lontano. Tuttavia, se «apriamo gli occhi per vedere», come ci esorta a fare Madre Teresa, potremmo incappare in molte altre persone che soffrono perché non sono in grado di soddisfare la basilare esigenza del sostentamento.
Madre Teresa non è famosa per aver creato grandi programmi finalizzati a eliminare la fame nel mondo (per quanto essi siano meritevoli e indispensabili), bensì per aver «dato da mangiare agli affamati» a uno a uno, uno alla volta. Questo modo di agire, tuttavia, produsse un’enorme differenza nella vita di questi individui e in definitiva anche nel mondo.
Soprattutto dopo aver aperto le sue case in Occidente, cominciò a parlare anche di un altro tipo di fame. Ripeteva spesso, infatti, che le persone non hanno «fame solo di pane, ma anche d’amore». Sebbene di solito la sofferenza provocata da questo bisogno non sia considerata una forma di povertà, Madre Teresa si accorse che questo genere di povertà era «molto più difficile da eliminare». Perciò desiderava alleviare anche questa «fame d’amore». «Dovrete essere l’amore e la compassione per le persone quaggiù [in Occidente]» diceva alle consorelle.
Quando raccolgo un affamato dalla strada, gli do un piatto di riso, un pezzo di pane, e così placo quella fame, la elimino. Ma una persona che è esclusa, che si sente indesiderata, non amata, terrorizzata, una persona che è stata allontanata dalla società – questo tipo di povertà è molto doloroso e diffuso, e trovo assai difficile [combatterlo]. Le nostre sorelle in Occidente lavorano tra persone di questo genere.
Infine, Madre Teresa si imbatté in un altro tipo di fame tanto nei Paesi ricchi quanto in quelli poveri, tra individui di tutte le classi e religioni. «Gli esseri umani hanno fame di Dio» diceva. Adottò un approccio semplice e tempestivo a questa realtà della «fame spirituale», che avvertì profondamente e incontrò ovunque andasse. Voleva essere «l’amore di Dio, la Sua compassione, la Sua presenza» in ogni luogo, cosicché chiunque la guardasse potesse conoscere il Dio di cui desiderava essere il riflesso.
LE SUE PAROLE
È perché amava
Prima di insegnare alle persone, [Gesù] ebbe compassione della moltitudine e la sfamò. Fece un miracolo. Benedisse il pane e diede da mangiare a cinquemila persone. È perché amava gli altri. Aveva pietà di loro. Vide la fame sui loro volti e li sfamò. E solo allora cominciò a insegnare.1
Le persone vogliono più che mai vedere l’amore in azione attraverso le opere umili – Quanto è necessario essere innamorati di Gesù – essere in grado di sfamarlo in coloro che soffrono la fame e la solitudine. Quanto devono essere puri i nostri occhi e il nostro cuore per vederlo nei poveri. Quanto devono essere pulite le nostre mani per toccarlo nei poveri con amore e compassione. Quanto devono essere limpide le nostre parole per portare la buona novella ai poveri.2
Il dolore della fame
Qualche tempo fa una donna venne da me con suo figlio e disse: «Madre, sono andata in due o tre posti a chiedere cibo perché non mangiamo da tre giorni, ma mi hanno risposto che sono giovane e che devo lavorare se voglio mangiare. Non mi hanno dato niente». Andai a prendere del cibo e, quando tornai, il neonato tra le sue braccia era morto di fame. Spero non siano stati i nostri conventi a rifiutarla.3
Parliamo tutti di questa fame terribile. Ciò che ho visto in Etiopia, ciò che ho visto in altri luoghi, soprattutto di questi tempi in posti come l’Etiopia, le persone che muoiono a centinaia e a migliaia solo per [la mancanza di] un pezzo di pane, per [la mancanza di] un bicchier d’acqua. Tante persone sono morte tra le mie braccia. Eppure dimentichiamo, perché loro e non noi? Amiamo di nuovo, condividiamo, preghiamo che questa atroce sofferenza venga allontanata dalla nostra gente.4
Il dolore della fame è terribile, ed è qui che voi e io dobbiamo intervenire e dare fino a provarne dolore. Voglio che diate fino a provarne dolore. E questo dare è l’amore di Dio in azione. Non si ha fame solo di pane, ma anche di amore.5
L’altro giorno ho raccolto una bambina a Calcutta. Dai suoi occhi scuri ho capito che aveva fame. Le ho dato un po’ di pane e lo stava mangiando una briciola alla volta. «Mangia il pane, hai fame» ho detto.6 Le ho chiesto perché mangiasse così lentamente. «Ho paura di mangiare in fretta. Quando finirò questo pane, avrò presto di nuovo fame» ha risposto. «Mangia pure più rapidamente, te ne darò ancora» ho promesso. Quella bambina piccola conosce già il dolore della fame. «Ho paura.» Vedete – noi non lo conosciamo. Come potete vedere, non sappiamo cosa sia la fame. Non sappiamo cosa significhi provare dolore per colpa della fame. Ho visto bambini piccoli morire per [la mancanza di] una tazza di latte. Ho visto madri soffrire terribilmente perché i figli morivano di fame tra le loro braccia. Non dimenticate! Non vi chiedo soldi. Voglio che diate con il vostro sacrificio. Voglio che sacrifichiate qualcosa che vi piace, qualcosa che vorreste avere per voi stessi. […] Un giorno venne alla nostra casa una donna poverissima. «Madre» disse, «vorrei aiutarvi, ma sono molto povera. Ogni giorno vado di casa in casa a lavare i panni degli altri. Devo sfamare i miei figli, ma voglio fare qualcosa. Per favore, lasciami venire ogni sabato a lavare i vestiti dei tuoi bambini per mezz’ora.» Fu come se quella donna mi avesse dato più di mille rupie, perché mi donò completamente il suo cuore.7
Questa mattina ho fatto visita al cardinale di Marsiglia, che è responsabile del Cor Unum, per pregarlo di mandare cibo alla nostra gente in Africa. C’è una grande povertà, in Africa. L’altro giorno le nostre sorelle hanno scritto che le persone vanno davanti al nostro cancello in cerca di cibo e che molte sono morte di fame. Se la situazione rimane così, molti rischiano di morire; i bambini muoiono tra le braccia delle madri – che terribile sofferenza. Così sono andata da questo cardinale per pregarlo di spedire del cibo alle nostre sorelle. È stato molto gentile; ha detto che finché le nostre sorelle non sono andate laggiù non si erano accorti della presenza dei poveri.8
L’amore, per essere vero, deve far male
Vissi una straordinaria esperienza di amore per il prossimo con una famiglia induista. Un signore venne nella nostra casa e disse: «Madre Teresa, c’è una famiglia che non mangia da molto tempo. Fa’ qualcosa». Così presi un po’ di riso e mi avviai immediatamente. Vidi i bambini, i loro occhi lucidi per la fame. Non so se abbiate mai visto la fame, a me è capitato molto spesso. La madre prese il riso e uscì. Quando tornò, le chiesi: «Dove sei andata? Che cosa hai fatto?». Mi diede una risposta molto semplice: «Anche loro [una famiglia musulmana] hanno fame». A stupirmi di più fu il fatto che lo sapesse. Chi erano i suoi vicini? Una famiglia musulmana. E lei lo sapeva. E quella sera non portai altro riso perché volevo che quelle persone – induisti e musulmani – provassero la gioia della condivisione. Ma i bambini raggianti di gioia, condividevano la letizia e la serenità della madre perché lei aveva avuto l’amore necessario per dare fino a provarne dolore e, vedete, è qui che inizia l’amore: a casa, in famiglia.9
L’amore, per essere vero, deve far male, e quella donna affamata sapeva che anche i suoi vicini avevano fame, e il caso ha voluto che si trattasse di una famiglia musulmana. Così è stato molto commovente, molto reale. È soprattutto qui che siamo ingiusti con i nostri poveri – non li conosciamo. Non sappiamo quanto siano grandi, quanto siano amabili, quanta fame abbiano di quell’amore comprensivo.10 Abbiamo un’altra parola, gratuito. Non posso far pagare nulla per il lavoro che faccio. Le persone ci criticano e fanno commenti sgradevoli per questa parola, gratuito. L’altro giorno ho letto in un articolo, scritto da [un sacerdote], che la carità è come una droga per i poveri – che quando diamo agli altri gratis, è come dare loro una droga. Ho deciso di scrivergli per chiedere: «Perché Gesù ebbe pietà delle persone?». Anche Lui deve averle drogate quando le ha sfamate con la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Venne a portare la buona novella ma, quando vide che le persone avevano fame ed erano stanche, innanzitutto diede loro da mangiare. E vorrei fargli anche un’altra domanda: «Ha mai provato la fame dei poveri?».11
Come sapete, cuciniamo per migliaia di persone a Calcutta. Un giorno una sorella è venuta e mi ha detto: «Madre, non abbiamo niente da cucinare». Non era mai successo. Poi, alle nove, arrivò un furgone pieno di pane. Il governo aveva chiuso le scuole per quel giorno e ci aveva mandato il pane. Vedete ancora una volta la sollecitudine di Dio. Aveva addirittura chiuso le scuole, ma non aveva permesso che gli affamati morissero – la tenerezza e la premura di Dio.12
Vogliamo servire
L’altro giorno una famiglia gujarati è venuta al Dum Dum,13 dove abbiamo storpi, bambini denutriti e malati di tubercolosi. Questa famiglia, l’intera famiglia, si è presentata con del cibo già cotto. Un tempo la gente non si sarebbe mai sognata di avvicinarsi a queste persone. Quando sono arrivati, ho detto alle sorelle di andare ad aiutarli nel servizio. [Con] mio stupore [i visitatori] hanno risposto: «Madre, vogliamo servire da soli». Per loro è una grande cosa, perché diventano impuri. È questo il nostro privilegio. Alcuni erano persino vecchi. Nulla li ha fermati; incredibile che una famiglia induista dica e faccia cose di questo tipo.14
Insieme possiamo fare qualcosa di bello per Dio
L’amore è per oggi; i progetti sono per il futuro. Noi siamo qui oggi; quando il domani arriverà, vedremo cosa possiamo fare. Qualcuno ha sete oggi, ha fame oggi. Domani non li avremo più, se non diamo loro da mangiare oggi. Perciò concentratevi su quello che potete fare oggi.15
Non mi immischio mai in ciò che i governi dovrebbero fare o non fare. Invece di sprecare tempo a pormi queste domande, dico: «Lasciate che faccia [qualcosa] subito». Il domani potrebbe non arrivare mai – domani la nostra gente potrebbe essere morta. Ha bisogno di una fetta di pane e di una tazza di tè oggi; glieli do oggi. Qualcuno ha trovato da ridire sul nostro lavoro: «Perché date sempre loro il pesce da mangiare? Perché non date loro la canna da pesca?». Così ho risposto: «La nostra gente non riesce neppure a stare in piedi per la fame e le malattie; tantomeno sarebbe in grado di tenere in mano una canna da pesca. Ma continuerò a dare loro il pesce da mangiare e, quando saranno abbastanza in forze per reggersi in piedi, li manderò da voi e voi darete loro la canna da pesca». Credo sia questa la condivisione. È qui che abbiamo bisogno gli uni degli altri. È qui che noi possiamo fare ciò che forse voi non riuscite a fare. Ma quell...