CAPITOLO VENTICINQUE
Davanti allo specchio indosso gli orecchini a forma di fiocco con dei piccoli brillantini, rimiro la mia immagine riflessa e non mi trovo così male. Ok, indosso sempre un abito nero ma è nuovo, l’ho comprato per l’occasione. Non tanto per la festa di Natale a casa del capo, ma per il mio ritorno alla realtà dopo il vuoto cosmico degli ultimi mesi.
Presso tutte le cose essenziali nella pochette color platino: fazzoletti, carta d’identità con dentro i soldi, rossetto, terra e correttore, cellulare, cicche. Pronta per la mia prima serata in mezzo ad altra gente, da consenziente. Ame mi ha scritto che è già qui sotto ad aspettarmi, abbiamo deciso di andare insieme per non perderci neanche un minuto di gossip. Butto un occhio per l’ultima volta alla nuova me, illuminata solo dalle lucine colorate dell’albero di Natale.
«Ame ma quanta gente ha invitato?» È pieno di auto parcheggiate.
La villa di Mr Mocassini è una casa moderna, appena fuori Milano. Il giardino è un parco disseminato di installazioni di arte moderna. Mentre scendo dalla macchina i miei collant rimangono impigliati alla lamiera della portiera.
«Merda Ame, iniziamo bene, ho rotto le calze, ora che faccio?»
«So che ho promesso di non provarci più Stellina, ma che stai di gran lunga meglio senza posso dirtelo.» E mentre arrossisco per il complimento, mi siedo sul sedile, tolgo le scarpe e sfilo le calze, per sfidare il freddo e la mia carenza di autostima.
«Non credo che faremo una cena seduti, c’è davvero tantissima gente. Tra l’altro tutte facce sconosciute. Vai che stasera ci si diverte Stellina. Muoviamoci a trovare Agnese così la festa comincia. Te l’ho già detto che ha delle gambe niente male?»
«Forse un due o trecento volte. Ma stasera, fidati, non sono in mostra per te. Sarà tirata a lucido per farlo rodere. Lui non potrà neanche avvicinarla.»
«Ehi ragazzi, vi presento mio marito, lui è Sandro.» Io e Amerigo ci scambiamo un’occhiata divertita mentre stringiamo la mano del marito di Agnese, proprio nel momento in cui la moglie di Mr Mocassini arriva per fare gli onori di casa e lui osserva la scena da lontano alzando il bicchiere a mo’ di brindisi.
Un cameriere ci porge due calici, la serata è iniziata, e se ne vedranno delle belle.
«A noi Ame, e ai racconti su questa serata da tramandare ai posteri.»
Per la prima volta da quest’estate mi passa il braccio attorno ai fianchi e fa tintinnare il cristallo dei bicchieri rendendomi uno sguardo complice.
«Ame ti va di divertirci un po’?»
«Cosa intendi Stellina? Sai che le tue idee mi spaventano.»
«I giorni scorsi ho avuto una strana quanto interessante conversazione con un affascinante signore al bar sotto l’ufficio. Mi ha detto che se vuoi un amante, devi cercarlo tra le persone sposate, al massimo fidanzate ma mai e poi mai tra i single. I single sono pericolosi, possono pretendere. Se sei sposato o fidanzato, chi ha già un compagno è in pericolo quanto te e quindi si riduce il rischio che generi un disastro.»
«E quindi quale esperimento stiamo per fare?»
«Fingiamo di stare insieme, vediamo se quel signore aveva ragione. Domani facciamo la conta dei contatti accumulati. Ti va?»
Stringe di più il braccio attorno ai miei fianchi attirandomi a sé e mi sussurra vicino all’orecchio: «Sei una pessima persona, lo sai vero? Facciamolo».
Così tra un «Amore assaggia questo» al buffet e un brindisi al nostro amore infinito, io e Ame mettiamo in atto il nostro piano. E devo dire che il signore del bar non era uno sprovveduto: dopo tre quarti d’ora Ame mi tiene la mano mentre parla con una mora che avrà sì e no vent’anni. E io non sono da meno, sempre con la mia mano stretta nella sua sto amabilmente discutendo con un avvocato penalista.
Siamo così presi dal nostro esperimento che ci dimentichiamo addirittura di seguire i movimenti di Agnese, Mr Mocassini e relativi consorti. La serata è piacevole in modo naturale, l’atmosfera è calda e raffinata. È tutto cucinato a impiattato con cura, nulla di dozzinale o banalmente semplice: i gamberi al miele, lime e semi di papavero sono squisiti. I camerieri continuano a riempire flute e calici, sto davvero abusando della loro cortesia e dello champagne.
«Ame d’ora in poi faremo solo serate insieme fingendo di essere innamorati. Non abbiamo mai ricevuto tante attenzioni dal sesso opposto. E ti dirò, quell’avvocato mi ha lasciato il numero, credo che lo utilizzerò presto.»
«La prossima volta ci mettiamo anche la fede al dito. Domani ho appuntamento con la rossa che mi sta guardando e addenta una fragola.»
E mentre Ame si sbrodola sognando la notte successiva, il suo bicchiere di rosso sbrodola sulla mia pochette.
«Ameeeeeee la mia borsa nuova. Il bicchiere. Il vino. Non tornerà mai più pulita. Ameeeeee.»
Qualcun altro ha sentito la mia richiesta d’aiuto s.o.s. da donna: la moglie di Mr Mocassini corre da me.
«Tesoro in cucina ci sono gli smacchiatori, chiedi ai camerieri di darti una mano, quella fantastica borsa tornerà a splendere. La porta in fondo.»
Affretto il passo per evitare che la stoffa assorba fino all’ultima goccia di vino e spalanco la porta della cucina.
«Mi scusi mi hanno detto che qui avete lo smacchiatore.»
Un grembiule nero da cuoco mi arriva diretto tra le mani, risultato di un lancio dalla mira perfetta. Incredula alzo lo sguardo pronunciando: «Ma che…» e, dopo infiniti istanti, solamente un «Oh» seguito da un sospiro riesce ad accompagnare le mie parole. E i miei occhi trovano i suoi, e rimangono lì dentro, persi.
Una scia di profumo, quel profumo, mi solletica le narici. Il suo odore, quello buono, d’estate, che per due settimane ha accompagnato i miei respiri e i miei battiti in California. È lì. Le mani appoggiate dietro la schiena sul piano in acciaio della cucina fanno sembrare quelle spalle ancora più ampie, più protese verso di me. Dalla vita dei jeans scuri esce una camicia bianca perfettamente stirata, le maniche arrotolate fin sotto il gomito, la v che due bottoni slacciati lasciano comparire sul collo mi fa avvampare al pensiero di lui, e me, al Venetian di Las Vegas. Quei capelli accuratamente spettinati, lucidi, scompigliati, qualche ciocca all’altezza del sopracciglio.
All’improvviso l’immagine delle mie dita teneramente avvinghiate ai suoi capelli mi torna alla mente, arrivando dritta allo stomaco come un’onda. Un brivido mi sale dalla punta dei piedi per irradiarsi come scarica elettrica a ogni cellula del mio corpo. Le mie gambe sono di burro. Per qualche istante, che sembra infinito, il mio sguardo lo scruta, lo studia, lo assapora. Come per capire se è ancora lui, se è ancora come quando mi baciava, ancora disposto a volermi. Lo fisso come un appassionato davanti a un Monet: volerlo possedere più di ogni altra cosa, ma non toccarlo per paura di rovinarlo. Lui tace, io non ho parole. Alzo leggermente la fronte per incontrare il suo sguardo. Quello non mente: è di pietra, immobile, gelido. Come un pugno nello stomaco l’ansia inizia a formarmi un nodo in gola. L’ho pensato, sognato, cercato, voluto per mesi. Ho pianto con la certezza di averlo perso ma le mie gambe cominciano a muoversi. Mi stanno facendo avvicinare a lui, non posso fermarmi. Passi lenti, brevi, costanti. Sono a pochi centimetri da lui. È una calamita. Tocco la sua guancia, sfioro il suo zigomo mentre col pollice gli lambisco il labbro superiore. Un lieve sospiro gli fa socchiudere le labbra ma non riesco a farmi accogliere dai suoi occhi. E lo vorrei. Lo desidero dalla prima volta che l’ho visto ridere.
Mentre accarezzo il suo viso come se fosse la porcellana più delicata del mondo, una voce arriva da dietro la porta: «Stellina, amore, dove sei?».
Merda, merda e ancora merda. Io e il mio maledetto gioco per collezionare contatti. Sono una stupida. Ora ce l’ho qua, sotto la mia mano e me lo faccio scappare di nuovo. Nel giro di pochi istanti Gianmario, con decisione, afferra il mio polso e mi ritrovo all’aperto, fuori dalla porta della cucina. Mi sussurra all’orecchio con voce calda e pacata: «Non succederà di nuovo. Non ti porterà via da me ancora una volta».
La neve scende leggera sull’erba, sulla ghiaia, su di noi. Con entrambe le mani affondate nei miei capelli mi fa sollevare il viso e mi guarda tanto intensamente da farmi perdere la cognizione del tempo e dello spazio. Avvicina le sue labbra alle mie, assaggia piano la mia bocca, con tenerezza. Le sue mani scivolano sulle mie scapole e poi mi accoglie nell’abbraccio più pieno di sempre. Mi sta baciando, ancora una volta.
Mentre si fa strada piano nella mia bocca, con passione, con tenerezza, con decisione, ancora quella voce: «Stellina dove sei finita?».
Tenendomi stretta al suo petto con un braccio, apre una porta accanto a noi e mi porta dentro richiudendola alle nostre spalle.
«Ti ho già persa una volta, non lascerò che succeda ancora, se tu me lo permetterai.» Confusa dai gesti, indecisa sul significato da dare a quelle parole, con la testa completamente vuota di razionalità e ricolma di emozioni lascio che le cose accadono. Gli permetto di fare qualsiasi cosa abbia in mente per me. Resto in silenzio, completamente incapace di proferire parola. Forse ora vivo davvero, senza bisogno di spiegarlo a nessuno, me compresa.
Siamo avvolti da un’essenza di legno che si mischia a un lontano aroma di tabacco. Ho gli occhi chiusi da quando mi ha sussurrato all’orecchio quella frase, persa tra le sue braccia, inebriata dal profumo che vorrei sentire ogni giorno della mia vita. Solamente un «Ehi» a mezza voce mi riporta alla realtà. Il bacio di addio dell’ultima sera a San Francisco mi ritorce lo stomaco fino a farmi sfuggire un sospiro profondo. Mi sta trafiggendo con quegli occhi che fino a pochi istanti prima sono stati vuoti e lontani. Mi stringe come se non volesse lasciarmi più, sento le sue spalle completamente aperte ad accogliermi sul suo petto. Il suo viso a pochi centimetri dal mio. Dietro di lui una parete dai mattoni a vista accoglie una serie di bottiglie adagiate su mensole di legno dall’aspetto raffinato. Riesco a leggere nella penombra un Sassicaia e un Giaco prima che una bottiglia perda il suo equilibrio per rotolare a terra, frantumandosi sul pavimento di cotto. Lascia che quel rumore mi distragga per pochi secondi, immediatamente riporta la mia attenzione sulle sue labbra, sfiorando le mie con la sua guancia. Mi volto godendo del suo soffio sulla mia pelle millimetro dopo millimetro. I nostri respiri riescono a mischiarsi prima che siano i gusti a farlo. Pone delicatamente le sue labbra sulla mia guancia, socchiudendole appena, per depositare piccoli baci fino all’angolo della mia bocca. Il movimento della sua si fa man mano quasi impercettibilmente più intenso arrivando a intercettare il mio labbro inferiore. Un tenero morso gli permette di essere accolto nella mia bocca. I brividi e le emozioni mi inondano tutto il corpo come se mi scivolassero in tutte le vene per ridare vita a un corpo esangue. La pelle d’oca, il respiro sempre più profondo. La sua delicatezza lascia spazio al desiderio. Di baciarmi, di accarezzarmi, di stringermi e farmi sua. La sua mano tra i miei capelli, le mia braccia sulle sue spalle. Le nostre bocche aderiscono in una simbiosi perfetta mentre premono una contro l’altra in tocchi morbidi e intensi, lenti e appassionati. Le nostre lingue si cercano timidamente, sfiorandosi appena per poi trovarsi, accarezzarsi, spingersi una con l’altra. Le mani tra i capelli, scendono ad accarezzare il collo, l’incavo della clavicola, le spalle, cercando e trovando la pelle. I sapori si mischiano, si scambiano, mentre le lingue iniziano a rincorrersi, volendosi con forza, pretendendo il vigore di un bacio atteso, sperato, desiderato. Il calore è intenso e unico, i nostri corpi così perfettamente adesi e complementari da non permettere all’aria di dividerli. Essi si muovono lentamente cercando l’altro per non perdere nemmeno un istante di quel contatto sublime, mentre le bocche si reclamano senza possibilità di allontanarsi, incapaci ormai di non accogliere l’altro. Stringendomi tra le sue braccia definite e possenti mi accompagna accogliendomi tra le sue gambe, mentre si siede sul bracciolo di un divano in pelle e continua a cercare la mia bocca con la sua, tra un sospiro profondo e l’altro, tra una carezza leggera e una più intensa.
Nella penombra, mentre i nostri visi si muovono vicini cercandosi, mentre i respiri diventano un unico soffio, il bagliore dei suoi occhi viene catturato dai miei. Ci osserviamo in modo calmo, costante, appassionato senza perderci per un istante. Lo desidero. Lo voglio per non perderlo, lo lego a me con gli occhi, con le labbra, con il mio corpo. Non può, non deve lasciarmi più. Se vuole andare via allora stoppiamo in questo preciso istante la scena. Ma non se ne va. Le sue mani scendono sulle mie gambe, fino all’orlo del mio vestito, mentre le sue dita sfiorano la mia pelle e i brividi mi trafiggono dolcemente e intensamente ogni volta che il tocco si fa più deciso. Sento i sospiri che sfuggono dalle sue labbra, mentre mi sfiora l’orecchio. Le sue mani scivolano sotto la mia gonna per risalire, scorrendo sulla mia pelle centimetro dopo centimetro, regalandomi i brividi più intensi di sempre, che dallo stomaco si irradiano al basso ventre, mentre piego appena la testa per scoprire il collo verso le sue labbra. Le sue mani, senza perdere per un attimo il contatto con il calore del mio corpo, superano il bordo delle culottes, scivolando fino alla schiena per salire sfiorandomi la pelle con le braccia.
Come se fosse il movimento più naturale del mondo, alzo le braccia per lasciare che mi sfili il vestito che cade sul divano mentre le sue mani tornano su di me. La penombra mi regala un minimo di audacia, evitandomi l’imbarazzo di mostrarmi nuda davanti agli occhi di un uomo nuovo. Il suo «Mi piaci, mi piaci dal primo momento», sussurrato così vicino al mio orecchio da sentire le sue labbra vibrare, mi dona un’altra buona dose di sicurezza. Vorrei ogni giorno poter abusare di questo stupefacente dell’autostima, lasciando che quelle mani possano appropriarsi di ogni centimetro di me. Muovo timidamente le mie dita fino a trovare la sua pelle sotto la camicia e penso che brucerò se non potrò...